Da Bologna a Google: l’università al servizio del mercato.

Google lancia corsi della durata di sei mesi e li pubblicizza come un’alternativa alle lauree quadriennali.

La presenza delle multinazionali e delle banche nell’istruzione superiore sta diventando sempre più evidente, mentre il settore privato sta guadagnando terreno.

 

Genoveva López e Lis GaibarEl salto 21.1.2021

 

Kent Walter, vicepresidente per gli affari generali di Google, ha annunciato quest’estate il lancio negli Stati Uniti di nuovi corsi di circa sei mesi che “Aiuteranno a ottenere qualifiche in settori lavorativi in forte crescita e ben pagati, senza la necessità di una laurea“. Nelle sue offerte di lavoro, il gigante della tecnologia li valuterebbe come equivalenti a una laurea ufficiale di quattro anni, ha spiegato il manager.

Carlos Fernández Liria, filosofo e professore dell’Universidad Complutense de Madrid (UCM), è critico: “Dovevamo per forza arrivare a questo risultato“, aggiungendo: “Se si mette l’università al servizio di una società che richiede occupazione, se si cerca di sostituire i titoli con una specie di curriculum basato su certificati che attestano certezze, abilità e competenze, è chiaro che Google l’avrebbe fatto meglio di noialtri“.

Per il professore, è il risultato del processo di riforma del sistema universitario che ha la sua origine nel Piano di Bologna. “L’infrastruttura dell’università classica si è sgretolata quasi senza che ce ne rendessimo conto. Ora, l’attività di ricerca e di insegnamento finisce per essere un gruppo di ricerca molto flessibile, che in realtà vuol dire molto instabile, che deve vendersi al mercato, volente o nolente“. Questo processo è iniziato già 20 anni fa, un periodo che coincide con il momento a cui allude Montserrat Galcerán, docente di filosofia e promotrice dell’Università Nomade, al fine di inquadrare il capitalismo cognitivo, un sistema per cui “tutto ciò che inizialmente non era commerciabile, come la conoscenza, l’educazione o le relazioni umane, iniziò ad esserlo“.

Il mercato danneggia

Secondo Galcerán, l’ingresso delle aziende nell’università è avvenuto in diverse fasi e si è concretizzato sotto diversi aspetti. È iniziato con la gestione delle tessere universitarie da parte di imprese private come il Banco Santander. “Questo dava loro accesso ai dati sul personale docente e studentesco: nome, età, sesso… ma anche alle assenze ed alle presenze, quali libri prendevano, quanti soldi spendevano“.

Poi è arrivata la sponsorizzazione degli studi: questa banca – che si vanta di aver investito 119 milioni di euro nell’istruzione superiore nel 2019 – offre prestiti per seguire gli studi superiori e migliaia di borse di studio annuali per mobilità, ricerca, stage o corsi, oltre ad essere presente in altri modi: “Quando sono entrata all’università e si tenevano le giornate di orientamento, oltre agli stand informativi dell’università stessa, ce n’era uno del Santander dove ti offrivano di fare una carta di credito con loro“, ricorda Luiza Velizaroba, già studentessa dell’Universidad Carlos III de Madrid (UC3M), che ha studiato, sottolinea, attraverso una borsa di studio finanziata in parti uguali da ex alunni dell’istituzione e grandi aziende come Inditex, Coca Cola o PwC.

La presenza del Banco Santander si fa notare anche in altri modi: il Presidente del Consiglio Sociale della UC3M – un organismo progettato per rappresentare le istituzioni vicine all’università e per servire come collegamento con la società – ricopre la posizione di vicepresidente e membro del Consiglio di Amministrazione dell’istituto bancario. A ciò si aggiunge la creazione, nel 2015, dell’Instituto de Big Data Financiero (IBiDat) da parte dell’università pubblica madrilena insieme con l’istituto bancario: “Si stanno formando lavoratori per le aziende e offrendo alle stesse un maggiore controllo in alcuni campi, come  può essere quello dei Big Data, utilizzando il lavoro dei ricercatori delle università pubbliche“, sottolinea Iria Fernández, membro del sindacato Studenti in Movimento.

IBiDat raccoglie una serie di progetti rilevanti sul suo sito web, precisando che “alcuni sono finanziati da enti pubblici e altri realizzati in collaborazione con diverse aziende“. “Questo è il grande trucco di Bologna”, insiste Fernández Liria, “se l’iniziativa privata investe in qualcosa, si dimostra che questo ha un interesse commerciale, così che anche lo Stato investa”, destinando risorse pubbliche, sostiene, a benefici privati.

Le aziende si sono fatte avanti e hanno iniziato a sponsorizzare cattedre ed intere aree di conoscenza. Pepe Galindo, professore all’Università di Malaga nel dipartimento di Lingue e sistemi informatici, evidenzia questo fenomeno:

“Il problema è quando un’impresa molto inquinante ottiene una cattedra inerente la sostenibilità” afferma alludendo alla Cattedra di Ecoembes del Politecnico di Madrid, che per lui è uno dei casi più scottanti.”

Ecoembes è composto da una moltitudine di aziende come Nestlé, Coca Cola, Mercadona, El Corte Inglés… tutti i grandi supermercati. Dedicano il corso a lodare i vantaggi del riciclaggio, ma in realtà quello che vogliono è che il sistema dell’usa e getta continui a funzionare, che è quello che gli conviene“, afferma.

In realtà, la mercificazione dell’università assume forme sempre ancora più evidenti attraverso altre strategie. Per Iria Fernández, un esempio potrebbe essere l’esternalizzazione dei servizi: “L’università non ricorre a cooperative di lavoratori, ma a grandi aziende come Eulen, il che si traduce in diritti del lavoro gravemente compromessi“, esemplifica. Ma al di là di tale esternalizzazione, il caso più ovvio di privatizzazione dell’istruzione superiore è l’aumento delle istituzioni di natura privata.

Disuguaglianze

Il numero di studenti iscritti a facoltà universitarie private è aumentato, nel corso dell’anno accademico 2019-2020, del 22% rispetto al 2015-2016, e, mentre nel 2015 vi era il 32,5% di iscritti ai master in istituti privati, nel 2019 la percentuale è salita al 41%. Iria Fernández lo collega alla questione dell’occupazione: “Molte delle università private sono focalizzate sull’amministrazione aziendale, il marketing, la finanza… Ma in realtà sono agenzie di collocamento dove paghi 20.000 euro l’anno affinché, quando finisci la carriera universitaria, pagando una cifra che una famiglia di estrazione popolare non potrà mai permettersi, tu ottenga un lavoro in un’azienda“.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Alto Commissario contro la povertà, le famiglie del quintile più alto investono 3.000 euro all’anno nell’istruzione, mentre le famiglie del quintile più basso raggiungono a stento i 400 euro. Nonostante questo, recentemente è scoppiata la polemica in merito alla decisione della Corte Costituzionale con la quale si è stabilito che gli studenti delle università private devono ricevere borse di studio pubbliche, contrariamente all’ordine emesso dalla Generalitat Valenciana, che limitava questo diritto agli studenti delle istituzioni pubbliche o dei corsi di laura privati in assenza di offerta pubblica.

Onnipresenza tecnologica

Seda F. Gürses, Dottore di ricerca in Computer Science presso l’Università Cattolica di Leuven (Belgio), sostiene che la crisi sanitaria ha rappresentato il momento che le aziende tecnologiche stavano aspettando per convertire l’istruzione superiore nell’ennesimo settore di mercato. Il problema con questi strumenti è che non sono orientati al mondo dell’educazione, bensì a quello degli affari.

Zoom o Microsoft Teams sono dotati di meccanismi di sorveglianza per controllare se i dipendenti sono efficienti o svolgono le proprie attività, e questi strumenti vengono ora applicati al sistema educativo: “Stiamo trasmettendo agli studenti universitari l’idea che la sorveglianza è una cosa normale“, denuncia Marcos Sánchez-Elez, professore di informatica alla UCM.

Aziende come Telefónica elogiano questo tipo di dinamica: “Il comparto scolastico può contare su applicazioni che controllano la frequenza degli alunni (…). Dispone di videocamere per registrare costantemente ciò che accade nelle aule da diverse angolazioni, al fine di catturare le espressioni facciali, registrare il loro modo di parlare, il vocabolario, quali cose catturano di più la loro attenzione. L’analisi di tutte queste informazioni fornisce una comprensione completa di ogni studente (…)”, riporta il sito web dell’azienda.

Per Gürses, il vero interesse delle aziende tecnologiche nell’istruzione superiore è quello di convertire l’università in un mercato: queste imprese hanno investito molto denaro in questo settore e ora cercano un ritorno. “Necessitano di essere trattati come qualcosa di più che semplici fornitori di servizi, vogliono essere un attore dominante nelle nostre organizzazioni, istituzioni, fabbriche… Per crescere in tutti questi mercati al fine di incrementare gli affari, hanno trasformato l’università nel loro mercato“, afferma. Allo stesso tempo sostiene che la tendenza non si palesa solo nell’università, ma anche “nel settore della salute e del lavoro, nell’amministrazione delle organizzazioni e nelle istituzioni in generale“. Inoltre, esiste anche il problema dei codici di condotta. Le università hanno stabilito codici etici ma, mettendosi nelle mani di aziende private, assumono automaticamente le loro condizioni di utilizzo. Gürses menziona due esempi concreti. Discord è un sistema di messaggistica ampiamente utilizzato da gamers – giocatori online -, una comunità molto maschilista e anche un canale di comunicazione per i suprematisti bianchi: “Quando alcune università hanno portato i loro studenti su Discord, li hanno portati in uno spazio che permette una cultura di abusi”, soprattutto contro le donne e le persone discriminate…. Naturalmente l’azienda declina ogni responsabilità“, racconta Gürses.

Poiché Zoom non ha le politiche di privacy, integrità o deontologia che avrebbe un’università, non sono responsabili di situazioni che verrebbero affrontate se si verificassero nei centri, secondo Gürses.

 Un altro esempio si è verificato durante la pandemia negli Stati Uniti, presso l’Università dell’Arizona. Una professoressa stava tenendo un seminario su Zoom con 150 studenti, quando il gruppo ha iniziato a ricevere commenti razzisti e immagini pornografiche.

Poiché Zoom non dispone di politiche di protezione della privacy, di integrità o di etica paragonabili a quelle che dovrebbe avere un’università non si ritiene responsabile e ribadisce che non riguarda l’azienda. Se ciò accadesse all’interno dell’università si potrebbero adottare provvedimenti” afferma la ricercatrice Belga.

Tuttavia, Gürses ricorda l’esistenza di modelli alternativi, come l’Università di Osnabrück in Germania, che ha creato la propria infrastruttura basata su strumenti liberi e non privati e ha stabilito i propri termini di utilizzo. L’implementazione di Eduroam, la rete internet pubblica e gratuita per gli studenti, è considerata un’altra vittoria.

Invertire il modello

Al di là della questione tecnologica, Carlos Fernández Liria insiste sul punto di non ritorno che ha rappresentato il Piano di Bologna nel panorama universitario attuale: “Hanno sviluppato un’offensiva mirata per distruggere l’università e convertirla in una scuola di formazione professionale che dia priorità all’occupazione, ovvero una fabbrica di manodopera a basso costo per le aziende“. Il Ministero dell’Università sta preparando un Regio Decreto che potrebbe mettere un freno alla proliferazione degli istituti privati, il che rende l’idea delle conseguenze che genera il modello a cui si riferisce il filosofo.

Il provvedimento mira a correggere il peso dei master in alcune università e garantire un ruolo più rilevante agli studi universitari, oltre a pretendere requisiti minimi di ricerca ed insegnamento. Al giorno d’oggi, più di un terzo degli istituti privati equiparati all’università non soddisfa alcuno di quei requisiti. Sul fatto che il decreto servirà a correggere la deriva dell’istruzione superiore, alcuni sono più ottimisti di altri. Studenti in Movimento nota elementi positivi nel testo, ma lo considera poco ambizioso e ne evidenzia la mancanza di fondi. Fernández Liria si dimostra scettico sul decreto e si dichiara pessimista: “Tutte le lotte della classe operaia che hanno lasciato un segno nelle istituzioni o sulle leggi, che hanno richiesto cinquanta anni, si perdono in cinque minuti di tradimento, incompetenza o distrazione“.

Per lui, l’università pubblica era una conquista della classe lavoratrice, il diritto a ricevere un’educazione superiore, ma ora è tutto perduto. La scuola privata continua ad essere un problema in quanto accentua, a suo parere, le diseguaglianze sociali; contemporaneamente vede le certificazioni di Google come il culmine della perversione del panorama formativo. Per Luiza Velizaroba, il segreto per dare avvio al cambiamento per invertire la tendenza è che la società e la comunità universitaria facciano pressione: “Non credo molto che sia possibile né, tanto meno, che lo renderanno possibile“, conclude la giovane.

 

link: https://www.elsaltodiario.com/universidad/bolonia-google-universidad-servicio-mercado

 

Traduzione di Ivana Suerra per ComeDonChisciotte