I “coriandoli” dell’elaboratore…

Ovvero “lo strano caso del delfino con le branchie”

babel_tower
“La Torre di Babele - Lucas van Valckenborch (1530-1597)

(CptHook)

Avevo intitolato la prima stesura di questo mio divertissement “Il mestiere di tradurre”, volendo rendere omaggio, sia pure in maniera irriverente e scanzonata a Cesare Pavese, il mio autore italiano preferito, rifacendomi (anche con un po’ di maleducazione e presunzione, soprattutto) al suo “Il mestiere di vivere”. Mi piaceva il suono e, peraltro, il buon Cesare, per chi non lo sapesse, oltre che grande scrittore e poeta, è stato anche un grande traduttore dall’inglese: si deve a lui la ponderosa traduzione di quel ponderoso tomo che è “Moby Dick”, oltre che di altri capolavori della letteratura americana del primo ‘900. Continuando a dissacrare potrei aggiungere anche un riferimento ai meravigliosi versi di “Lavorare stanca”, per me chiaro riferimento al mestiere del tradurre…, dai, passatemi anche questa senza lapidarmi, tanto poi ci penseranno quei colleghi traduttori che arriveranno alla fine di questo mio divertissement (seppure lo leggeranno), ed è per questo che il sottotitolo originale riportava un’espressione tipica anglo-sassone, “to open a can of worms” che può fare da filo conduttore di questi miei pensieri sciolti: non si traduce, o non si dovrebbe tradurre letteralmente come “Aprire una scatola di vermi”, in italiano non esiste questa espressione, noi utilizziamo “scatenare un vespaio”. E questo è un primo accenno alla differenza tra "tradurre" e "localizzare".

Non sono nato traduttore, ho studiato inglese alle medie e al ginnasio, in tutto 4 anni, ed ho letto il mio primo libro in inglese a 20, però ho iniziato bene, si trattava di “1984”, un evidente presagio…

Sono diventato traduttore per caso, su richiesta di amici di un forum di oplofili, della traduzione di un articolo, abbastanza crudo in verità, sulla balistica terminale del proiettile calibro .38, seguito da un rapporto del Federal Bureau of Investigation su temi analoghi…, che ci volete fare, nessuno è perfetto e, come sappiamo “la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni”.

Saltando da un forum oplofilo ad un altro cominciai a scoprire altri temi e, soprattutto, scoprii Maurizio Blondet, che a quel tempo dirigeva EffeDiEffe, la rivista letteraria della casa editrice omonima, fondata dal compianto Fabio De Fina e, occasionalmente, cominciai a candidarmi e a proporre traduzioni di articoli che ritenevo valesse la pena di pubblicare, ovviamente “pro bono” (la vanità, che ci volete fare, decisamente il mio peccato preferito). Era cominciato quel “percorso di avvicinamento” che, alla fine, mi ha fatto approdare a ComeDonChisciotte…, però forse sto cominciando a deviare dall’argomento, scusatemi, gli anni passano anche per me.

Insomma, per farla breve, la mia miglior metà (espressione che scoprii su un forum americano moltissimi anni fa, my best half), al termine di una parentesi di 5 anni che ci aveva visto improvvisarci “traders” sul mercato azionario ed obbligazionario, in quel famoso 2008 in cui il gioco era diventato troppo duro per due dilettanti, essendo rimasti senza molto da fare e con guadagni ridotti, mi disse “Scusa, ma perché non cominci a farlo per soldi?” (il traduttore, che avete capito?) e, con il suo solito approccio pronto e deciso, scovò molto rapidamente un paio di siti su cui si incontravano la domanda e l’offerta di traduzioni.

La mia obiezione che io ero soltanto un dilettante, un mestierante, e che su quei siti c’erano fior di laureati in traduzione, a fronte dei quali potevo (pensavo) soltanto “far botte coi piedi” venne impietosamente respinta: “Intanto prova, poi ne riparliamo”. Lei era fatta così…, guai a protestare… e, come nella maggior parte dei casi, ebbe ragione anche quella volta. Iniziai sommessamente e lei, che non amava sentirsi messa in disparte e che l’inglese americano lo capiva molto meglio di me (aveva vissuto più di un anno negli States), molto rapidamente divenne prima il mio revisore e poi il mio alter-ego. Tutte le coppie mediamente litigano ma noi, fino a quel momento, ci eravamo tenuti sotto la media…, fu il lavoro di revisione incrociata che facevamo insieme a farci precipitare in discussioni accesissime che, però, alzarono rapidamente il nostro livello qualitativo. Ci eravamo incontrati lavorando nella stessa azienda, ne eravamo usciti ed avevamo avviato la nostra dittarella (durata poco), poi eravamo stati “traders” ed infine diventammo traduttori, quasi fino al suo ultimo mese di vita, ed al cento diciassettesimo articolo che tradusse per ComeDonChisciotte.

E va bene, sono ormai oltre 600 parole che giro intorno all’argomento, non si può certo dire che sono entrato “in medias res”.

Questi è Vincenzo Monti, cavaliero / gran traduttor dé traduttor d’Omero

(questa è una vera perfidia del Foscolo),

ma è soprattutto “Traduttore traditore” l’espressione che, a volte a torto ma molte altre a ragione, descrive il mestiere di tradurre e che mi fa rimpiangere di non avere, negli anni, raccolto tutte le “perle” che ho trovato leggendo opere tradotte, in quello che avrei dovuto intitolare “Il Bestiario del Traduttore” e, vi assicuro, sono veramente tante, come la prima che notai molti anni fa, nel magnifico “Caccia a Ottobre Rosso” di Tom Clancy:

“… i coriandoli dell’elaboratore”!!!

Ovviamente stiamo parlando dei “chips”, cioè i circuiti integrati. Vero è che nel 1986 l’informatica ed i computer non erano ancora pane e companatico per tutti, e che Internet non era ancora alla portata di tutti e che io lavoravo già da anni nell’informatica e nell'elettronica ma, diamine, farsi venire un dubbio no? Magari anche provare a documentarsi.

E, parlando di dubitare, devo purtroppo chiamare in causa una grandissima traduttrice italiana, forse la più famosa, Fernanda Pivano, tra l’altro proprio allieva di Cesare Pavese, che le trasmise il suo amore per la letteratura americana e la incoraggiò a dedicarsi al mestiere di tradurre. È a lei che dobbiamo le traduzioni di grandissime opere…, eppure…, eppure anche lei ha il suo scheletro nell’armadio, i suoi “coriandoli”.

Nella traduzione de “Il vecchio e il mare”, il bellissimo racconto breve (checché ne pensasse quel grandissimo giornalista e corrispondente, nonché ufficiale di marina, viaggiatore e molto altro che fu Vittorio Giovanni Rossi che, peraltro, se la prendeva anche con “Moby Dick”, ma magari questo ve lo racconto un’altra volta) per il quale quel grande sbronzone (nonché mandrillo) di Ernest Hemingway ottenne il Premio Pulitzer, ad un certo punto il vecchio Santiago viene trainato da questo enorme marlin che lui ha ferrato (attenzione! marlin e pescepada sono simili ma non sono affatto lo stesso pesce). Ha esaurito le provviste e deve pescare qualcosa per mangiare e alla lenza che ha gettato abbocca un… delfino!

“… un pesce d’oro brunito con le sue macchie viola… col lungo corpo piatto… lo sventrò con la mano destra, raschiandolo per pulirlo e sgombrandogli le branchie.

Scusate, a parte l’ovvietà che un delfino non è un pesce e che non lo tirate a bordo con una mano, ma a voi sembra la descrizione di un delfino? Con le branchie? Eppure, nel testo originale, si parla proprio di “dolphin” ma…, se cerchiamo dolphin e meglio ancora dolphinfish, troviamo un pesce, la nostra lampuga (il link punta all’inglese), o corifena, o capone (in siciliano). E, se volete una conferma visiva, andate a guardare le illustrazioni nella pregevole edizione Mondadori-Medusa del 1962, è proprio la nostra ottima lampuga. E allora? Hemingway ha usato il termine comune dalle sue parti, ma la traduttrice, per quanto grandissima, non ha verificato.

E va bene, sono ormai più di 1.000 parole che sto facendo quello che la mia miglior metà chiamava “l’acciaccapidocchi”, dove voglio arrivare?

Voglio arrivare al mestiere del tradurre, alla responsabilità del traduttore, mestiere spesso non compreso e sottovalutato, sia dai committenti che, altrettanto spesso, dagli stessi traduttori, che forse non hanno chiara l’importanza e la responsabilità sottese a questo mestiere, sì, anche le responsabilità, specialmente in questa nostra epoca moderna di IA e di, nel nostro campo, Computer Assisted Translation (CAT) tools. Che cosa è un CAT tool?

È un programma per computer che memorizza le stringhe di testo tradotte creando una memoria di traduzione, una TM, e i vocaboli tradotti, creando una base terminologica, una TB. Quando si traduce un testo successivo sullo stesso argomento, il programma lo confronta con la TM e la TB memorizzate e, in base alla percentuale di somiglianza (concordanza) impostata, tira fuori una o più stringhe tradotte simili.

Inizialmente questi programmi erano nati per velocizzare la stesura ed aumentare la precisione, nella stessa lingua, di manuali simili; p.es. il manuale di una 500 sarà sicuramente molto simile a quello di una 600, la terminologia comune ai motori è spesso e volentieri identica, le operazioni di manutenzione, seppure su motori o altre parti differenti, avranno comunque una maggiore o minore ripetitività. Conseguentemente sarà molto più facile, con le opportune modifiche e adattamenti, scrivere un manuale in maniera più rapida ed accurata, cioè più economica e, teoricamente, con minore rischio di errori…, ed è qui che cominciano i guai.

Tutto quello che riguarda i computer si basa su un banalissimo principio, che io ho battezzato con l’acronimo MIMO!, cioè

“Monnezza In, Monnezza Out!”

Se nel programma inseriamo un errore, un'inesattezza, quell’errore o inesattezza ritorneranno finché non ce ne accorgeremo e non lo avremo corretto e, se non lo correggiamo a ritroso, resterà nei precedenti manuali . Aggiungeteci il fatto che per le traduzioni (almeno per quelle tecniche) si utilizzano ormai soltanto CAT tools e, voilà, qualsiasi errore (Monnezza In) si replicherà a volontà (Monnezza Out). Ancor peggio, dato che ormai è abbastanza comune trasferire o anche acquistare TM e TB per argomento, l’errore non corretto va letteralmente in giro per il mondo, diventa “una bugia ripetuta milioni di volte” che viene presa per una verità. Volete un esempio? Eccovelo.

Non so quanti di voi seguano quella brillante trasmissione che è “Affari a quattro ruote” e quanti di voi si siano mai domandati che cos’è quel fantomatico “cilindro maestro” di cui si sente praticamente sempre quando si parla dell’impianto frenante. Il testo originale è “main cylinder” che, evidentemente, un traduttore/doppiatore frettoloso e/o impreparato e/o ignorante in materia di meccanica automobilistica, traduce letteralmente senza sapere di cosa si tratti. È la banalissima “pompa dei freni”, almeno stando alla definizione che ne dà il Dizionario Tecnico Hoepli Marolli (EN-IT/IT-EN).

Un ricordo personale: tantissimi anni fa, per un breve periodo, assieme alla mia miglior metà ci iscrivemmo a Psicologia per vedere di prenderci il famoso “pezzo di carta” (non riuscimmo a causa di una storia kafkiana che solo in parte potrebbe collegarsi a questo pezzo, ma di questo forse un’altra volta). In breve, preparammo, da lavoratori improvvisatisi studenti, Neurofisiologia come primo esame; studiammo come pazzi, frequentammo le lezioni e convincemmo il Prof. a farci anticipare l’esame dato che dovevamo comunque lavorare. Era cliente dell’azienda in cui lavoravamo e ci accontentò, facendoci andare in clinica da lui. La prima domanda, alla mia miglior metà (che, unica nella mia vita e nella Storia, riuscì infine a farmi studiare qualcosa), fu sul “principio del tutto o nulla”; la sua risposta fu esattamente il contrario di quanto potete leggere nel link. Rifà la domanda a me, stessa risposta. Sbarra gli occhi e ci chiede su quale testo abbiamo studiato, glielo diciamo; ghigna, “Non è possibile l’ho tradotto io”. “Prof., pagina tale, paragrafo tale”. Esce e torna col libro in questione, lo apre, legge e sbotta: “Quel bastardo del proto! Non ha corretto le bozze!” Diciamo che non ho motivo per non credergli, in questo caso la colpa era del proto, ma rimane il fatto che un testo importante conteneva un errore concettuale grave.

Da autodidatta non ho alcuna idea di cosa si insegni nei corsi universitari per la laurea in traduzione; non ho idea di come si possa insegnare a tradurre. Posso pensare che una solida conoscenza della lingua straniera voluta sia fondamentale e che, soprattutto, lo sia quella della lingua italiana ma, dopo aver dato ripetizioni ad un paio di nipoti ed aver sentito gli sfondoni dei loro insegnanti di inglese, sia in inglese che in italiano, beh, confesso, mi sono cadute le braccia (d’altronde mi sono cadute le braccia vedendo all’opera un ingegnere della Motorizzazione esaminatore di istruttori di scuola guida, ma anche questa ve la racconto un’altra volta). Ne volete ancora un’altra? Questa è stupenda: discussione linguistica sul principale sito web di traduttori sulla traduzione dell’avverbio “randomly”; viene proposta, da sedicente collega che si fregiava di un Ph.D. dopo il suo nick, “a random” (sic!). Avendo io commentato, fantozzianamente, che era

una cagata mostruosa”,

sono stato “bandito” (e non bannato, accidenti a voi!) per 5 giorni!

In termini di traduzioni "fecali" mi è appena venuta in mente la frase di chiusura di Windows10, "Sto eseguendo l'arresto"..., ma chi l'ha "localizzata" (tradurre adattando alla lingua di destinazione)? A questo punto perché non inserire, come suono di sistema, anche una bella sirena della polizia?

Tutta questa sbrodolata per far capire quale sia la responsabilità del traduttore: è l’equivalente del famoso oracolo della Sibilla: “Ibis, redibis, non morieris in bello” / “Ibis, redibis non, morieris in bello”, oppure anche “Porta patens esto, nulli claudatur honesto” / “Porta patens esto nulli. Claudatur honesto”. Ma in una traduzione non parliamo solo di semplici punti, ancorché importanti.

Ultimamente, facendo la revisione di una traduzione, ho appreso con grande sorpresa che erano state messe sotto sanzioni le autocisterne (tankers) russe…, un dubbio che potesse trattarsi di qualcos’altro, chessò, petroliere?

Qui ci sta a pennello l’immortale “È uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo.” Certo, ma è uno sporco lavoro che va fatto in modo pulito…

Provate ad immaginare un errore di traduzione non corretto su uno di quei manualoni che i piloti di aerei si portano in cabina di pilotaggio; non vi vengono i brividi? A noi è capitato di tradurre un manuale di procedure operative di aeroporto, con particolare attenzione allo sghiacciamento delle ali; ci abbiamo lavorato in team con altri quattro colleghi e vi posso assicurare che l’abbiamo preso molto sul serio (spero vi faccia piacere saperlo) e, ciononostante, ci auguriamo che sia stato opportunamente revisionato da personale specificamente preparato.

Purtroppo, come ho detto più sopra, l’inglese che si studia a scuola vale molto poco, una lingua va “vissuta” perché si possa apprenderla, l’ho sperimentato sulla mia pelle al primo corso aziendale a cui partecipai con colleghi inglesi…, credevo di saperlo parlare e capire…, fu un duro colpo alla mia autostima (lasciando perdere quella notte in cui, a Londra, avevamo perso la strada ed avemmo la sfortuna di chiedere informazioni ad un giovane “cockney”…, come non detto…).

Peggio ancora per l’italiano, ormai orfano di quel residuo di un’altra “era [della] logica“ che è il congiuntivo, la forma verbale principe per quanto riguarda la capacità di pensare, la base della “consecutio temporum”. Per quelli che non hanno studiato il buon vecchio Latino, andate a guardare il link per capire quanto sia necessario il corretto uso del congiuntivo, ma solo pochissimi lo usano ancora.

E qui casca l’asino quando si traduce dall’Inglese, che non ha questa forma verbale se non in maniera molto embrionale ed è proprio per questo motivo che la filosofia anglosassone è prettamente di stampo economico. Una filosofia complessa ha bisogno di una lingua complessa, perché il pensiero umano (dell’umano pensante, ovviamente) è complesso, non è un semplice sistema binario On/Off.

Tradurre dall’Inglese in Italiano è spesso sofferenza, perché spesso bisogna interpretare, quando non indovinare domandandosi che cavolo vogliono dire, tanto più che, pur avendo la lingua inglese il maggior numero di vocaboli al mondo, moltissimi vocaboli hanno moltissimi significati diversi, da capire in contesto, e lasciamo perdere le loro espressioni idiomatiche. Non parliamo poi del percorso inverso, mettere in un linguaggio elementare le complessità (quando non i bizantinismi, certamente) dell’Italiano, specie nel campo legale.

Potrei andare avanti per un pezzo ancora, ma “le cose lunghe diventan serpi” e quindi, proprio per concludere dato che mi accorgo che sto diventando noioso anche per me stesso, andare “a orecchio” può avere conseguenze dolorose, come quello che capitò tanti anni fa ad un giovane "pappagallo" che, su una qualche spiaggia, vedendo una bella figliola anglosassone, se ne uscì con un “Oh, what a beautiful corpse!”… e si presse un sonoro schiaffone dalla predetta, che non si vedeva proprio come “cadavere”.

Quindi, per concludere, “Occhio alla penna!” (che non è quella usata per scrivere) e, se proprio vi sentite coraggiosi e volete “partire in quarta”, lasciate perdere la leva del cambio ed impugnate una spada.

CptHook (IMC)

Commenti (22)

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    1. tortnoize 28 febbraio 2023

      Con tutto il rispetto per l'autore dell'articolo, fosse anche solo per il tempo impiegato a scriverlo, non posso fare a meno di notare che la grande maggioranza degli articoli sul "mestiere del tradurre" finiscono per dire sempre le stesse cose: come sia difficile fare traduzioni fatte bene. Segue elenco aneddotico di strafalcioni altrui (o anche propri, se dotati di autocritica), a dimostrazione della tesi. Segue breve considerazione sull' ignoranza dell'italiano da parte degli italiani stessi, esempio il congiuntivo. Il tema caldo poi, adesso sono le traduzioni automatiche.Che dire? Fatevene una ragione. Sono il futuro. Le traduzioni artigianali con tutti i loro pregi (ma anche i difetti) rimarrano per prodotti di nicchia: poesie letteratura "alta", o dialettale. Per il resto le macchine faranno il lavoro più o meno decentemente. Più decentemente del singolo traduttore umano quando si tratta di testi tecnici e, in generale, in testi in cui la maggior parte dei vocaboli vengono usati nel loro significato denotativo e il valore "stilistico" dello scritto non è rilevante. Sul congiuntivo, le lingue cambiano, questi cambiamenti vengo spesso percepiti come errori dalle generazioni anziane e stigmatizzati come tali.

    2. CptHook 28 febbraio 2023

      Sicuramente nel nostro mestiere le problematiche e gli aneddoti sono sempre gli stessi, ma non era questo lo scopo dell’articolo…, in questo senso mi domando se devo fare autocritica perché non sono stato capace di farti vedere la luna ma solo il dito che la indicava.

      Oggi i programmi di traduzione automatica (da non confondere con i CAT tools) lavorano abbastanza bene, ho detto abbastanza, ed è proprio questo che rende “l’artigiano” umano ancor più importante perché, per usare uno stereotipo, “il diavolo è nei dettagli”, con tutto quello che ne può derivare…, vedi il mio riferimento ai manuali di volo dei piloti.

      Sul congiuntivo, le lingue cambiano, questi cambiamenti vengo spesso percepiti come errori dalle generazioni anziane e stigmatizzati come tali.

      Dissento fortemente: non sono errori ma bensì incapacità di pensare a tutto campo; senza quelle sfumature non può esistere un vero pensiero speculativo. Le sfumature del congiuntivo italiano difficilmente le imparerà l’intelligenza artificiale e, il giorno che dovesse riuscirci, a quel punto l’umano non sarà più necessario e finirà nel brodo di coltura di Matrix.

    3. CptHook 28 febbraio 2023

      Proprio in questo momento sto lavorando alla revisione “artigianale” di un manuale di procedure operative per un’azienda privata di vigili del fuoco, il cosiddetto Machine Translation Post Editing.
      Diciamo che sono procedure abbastanza importanti ai fini della sicurezza degli operatori e delle persone esposte; stavo confrontando varie traduzioni di macchina per vedere se qualcuna si avvicinava al mio pensiero o, anche, mi aiutava a trovare qualcosa a cui non avevo pensato…
      Pensa che ti ripensa, che nel pensiero m’impazzo…, essendo oltre che redattore anche avido lettore di CDC, cioè un “gombloddisda” (oltre che hacker mancato per poco nella mia precedente vita nell’informatica), collegando le due cose mi è venuto in mente che, un domani che è già oggi, un qualsiasi “cracker” (non un hacker) al servizio del “cattivo” di turno, potrebbe inserire errori in questi programmi di MT e anche di IA tali da andare ad impattare su manuali importanti/vitali.
      Che succederebbe se non ci fosse il povero “artigiano” a vigilare?
      Basta pensare semplicemente a quello che accade in un impianto elettrico quando si inverte un neutro con una fase…

    4. tortnoize 28 febbraio 2023

      I vari strafalcioni da Lei citati però erano tutti "artigianali".

      Noto poi che Lai ha una visione diciamo ottocentesca delle rapporto lingua cultura, per cui secondo Lei i parlanti di lingue prive di congiuntivo sarebbero incapaci di pensiero speculativo. Questo tipo di pregiudizi in una persona che fa di professione il traduttore potrebbero avere conseguenze negative in fase di interpretazione del testo ;)

      Insomma il principio del GIGO che Lei ha "localizzato" in MIMO vale anche per gli esseri umani.

      Saluti.

    5. CptHook 28 febbraio 2023

      Ovvio che fossero artigianali, dato che ho citato traduzioni letterarie e, comunque, qualsiasi programma di traduzione è stato all'origine creato partendo da una traduzione umana, da cui appunto nasce GIGO/MIMO.
      Questo, appunto, è il nocciolo della questione della responsabilità, e della difficoltà del mestiere.
      Per quanto riguarda il congiuntivo, ammetto di aver un po' esagerato con il mio pregiudizio (bias) e ammetto anche che questo rientra nell'espressione "traduttore/traditore".
      Credo che tutti i traduttori, quando lavorano su opinioni altrui, tendano a dare maggiore enfasi ai punti che condividono o non condividono.
      Confesso che, nella traduzione dell'ultimo discorso di Vladimir Putin, ho avuto in alcuni momenti la tentazione di seguire anche le mie opinioni ma, in quel caso specifico, per la delicatezza dell'argomento, ho dovuto attenermi alla massima onestà intellettuale e tradurre letteralmente.
      In alcuni casi non è stato facile, dato che il testo inglese che ho tradotto, a sua volta tradotto dal russo dall'Ufficio Stampa del Cremlino risentiva, a mio umile parere, della difficoltà di tradurre da una lingua molto complessa ad una molto più elementare.
      Ho verificato questo aspetto proprio su uno dei testi (Luria, "Come lavora il cervello") su cui mia moglie ed io preparammo l'esame che ho raccontato, che era stato tradotto dal russo all'inglese e successivamente all'italiano. Si notava una certa pesantezza.
      La stessa pesantezza che sto notando adesso nella traduzione dallo svedese allo spagnolo di un romanzo giallo che sto leggendo. Anche in questo caso lo svedese e lo spagnolo hanno molto poco in comune, oltre alla lodevole abitudine spagnola (ma anche francese) di cercare di tradurre tutto, cosa che spesso noi non facciamo.
      Ultima notazione: ho superato i 73 anni ma mi fa piacere se non mi si dà del lei..., almeno non nel mondo virtuale...

    1. CptHook 27 febbraio 2023

      Miei cari lettori, un grazie globale sia per i complimenti che, soprattutto, per i brillantissimi commenti.

      Poi, un grazie specifico:

      al Contadino (bisogna che uno di questi giorni ti venga a trovare) e a Danone (mi sa che tu sei un po’ più lontano).

      WildBill, collega traduttore e Capitano, mi riprometto di scriverti in privato per una chiacchierata a proposito del nostro comune mestiere. Simpaticissimo il tuo commento finale.

      Martin, grazie per la tua indignazione per lo scempio della nostra lingua, per fortuna che c’è ancora qualcuno capace di farlo. A proposito di indignazione, io odio il verbo implementare, con buona pace della Treccani che mi dice che deriva dal latino “implere”. Fa schifo e basta e, in 20 anni di mestiere gratuito e non forse l’ho utilizzato tre volte.

      Vincenzo, sei sempre una risorsa, concordo con te su tanti punti, WS è troppo bravo per essere stato albionico, checché ne pensino i maledetti “limeys”.

      Chicxulub2.0 (un nick di cui sarebbe interessante conoscere l’etimologia), grazie per il contributo alla discussione. Bellissimo lo scambio con Vincenzo, non avendo letto l’opera in inglese non posso commentare. Grazie anche della precisazione, purtroppo la memoria comincia a farmi cilecca, rettifico immediatamente. Non conoscevo la risposta del Monti, cosa voleva dire a proposito della borsa?

      Gix, grazie del tuo amarissimo e centrato commento.

      Luxignis, il tuo “il ponte tra due mondi” è fantastico, avrei dovuto averlo quando lo facevo per denaro.

      Absit, bellissimo il tuo incipit, io a Palermo non sono ancora mai stato, ma quel profumo Cinthia ed io lo apprezzammo all’aeroporto di Creta 34 anni fa, alla nostra seconda fuga romantica dalla realtà e lo abbiamo ricordato per sempre. Quell’interpretazione di Cpt è fantastica, non ci avrei mai pensato, bella fantasia.

      Germana, grazie, non sapevo di quel concorso; inoltre hai espresso perfettamente il senso e lo scopo dello studio dei classici antichi. Per la mia fretta di interpretare la versione dal latino (oltre che per altre lazzaronate) ci ho rimesso un anno di liceo classico. Mi sono riscattato l’anno dopo passando il compito di greco a tutti gli altri.

      Lazarovici, grazie devo rivedermi quel film che, oltretutto, è veramente ottimo, non ricordo la scena che citi. Comunque quel tipo di sfondoni è ormai abbastanza comune.

      Grazie ancora a tutti.

    1. germana 27 febbraio 2023

      Quante volte, gli studenti dei licei, si sono sentiti dire che studiavano argomenti inutili, che greco e latino erano lingue morte che non servivano più a nessuno: chi ha avuto la fortuna o sfortuna di trascorrere ore a cercare il vocabolo adatto, nell'interpretazione di un pensiero di oltre 2mila anni fa, sa cosa intendo: un solo termine, male interpretato all'inizio della traduzione, capovolgeva il senso del brano, raccontando tutta un'altra storia; ogni anno ad Arpino, paese accanto al mio di origine, si svolgeva il" Certamen Ciceronianum Arpinas", una competizione internazionale alla quale partecipavano i liceali di tutto il mondo: gli iscritti erano i migliori studenti provenienti da vari paesi, e non dovevano solo tradurre: dovevano interpretare il pensiero di un brano antico, scritto tanti anni fa: non era scontato che vincesse un italiano, molto spesso hanno vinto tedeschi e studenti dell'est; ho ascoltato gli studenti che affollavano la piazza di Arpino, parlare tra loro in latino, senza necessità di esprimersi in inglese; comunque, quello che intendo è che il linguaggio bisogna interpretarlo, altrimenti si prendono le cantonate, come giustamente precisa l'autore dell'articolo: oppure, si fa la fine dei migranti italiani che fanno una miscellanea di dialetti e lingua del posto, domandando: "come guarda?" per chiederti "come sto?" Un buon traduttore, credo, debba conoscere, la cultura di un popolo, la sua storia e le sue usanze; solo allora, può cercare di interpretare il suo linguaggio: in Italia, parliamo di sole e ritroviamo il calore dell'astro in opere e canzoni; gli inglesi parlano di pioggia e nebbia, termini di cui sono ricchi opere letterarie e artistiche: in entrambi i casi, ciascuno usa sfaccettature difficili da tradurre nell'uno o nell'altro linguaggio, pur, apparentemente, di così facile comprensione.

    2. lazarovici 27 febbraio 2023

      Nel film "Venga a prendere un caffè da noi" l'autore di una lettera anonima viene sbugiardato perché scrive: "quando la biblioteca è fermata al pubblico" ...commento della pulzella: "così scrive un ignorante che è stato in Francia"

    1. absitiniuriaverbis 27 febbraio 2023

      Cpt... poi... apri un libro e leggi:
      "... come il profumo che senti nell'aria quando atterri all'aeroporto di Palermo al tempo delle zagare".
      Ovvero ci sono cose che anche la più accurata delle traduzioni non ti permette né di capire né di ricostruire pescando nel bagaglio delle esperienze.

      Per non dimenticare che, anche tra persone che parlano la stessa lingua madre, il significato di una parola (in particolare tutte quelle non tecniche) non è lo stesso perché è riferito alle esperienze individuali in merito.

      Grazie per le tue riflessioni. Ovviamente il tuo Cpt sta per 'Come posso tradurre' , giusto?

      In un modo o nell'altro siamo tutti sempre all'estero.

    1. LuxIgnis 26 febbraio 2023

      Conoscere un'altra lingua è immergersi in un altro mondo, in un'altra forma mentis.
      Quindi un (buon) traduttore è un ponte tra due mondi.

    1. Chicxulub2.0 26 febbraio 2023

      Non è “buon traduttor” ma “gran traduttor”

      Vabbè, un comune errore di traduzione dall'italiano all'italiano

      Al quale epigramma foscoliano il Monti rispose così

      ”Questi è il rosso di pel Foscolo detto,
      Sì falso che falsò fino sé stesso,
      Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto,
      Guarda la borsa, se ti viene appresso”

    1. gix 26 febbraio 2023

      Quindi è così, i tormenti del traduttore non hanno mai fine...Per uno come me che interpreta i concetti che legge secondo vari punti di vista, senza aver mai la sicurezza di aver capito bene, è più che comprensibile. Nell'attesa del salto quantico che ci consentirà di tornare alla telepatia con traduttore universale incorporato, devo confessare che, pur apprezzando moltissimo lo sforzo e il lavoro fatto, non mi appassiona granchè la diatriba sull'interpretazione dell'inglese nelle sue presunte molteplici sfaccettature, non trovando più di tanto coinvolgente il pensiero di base, spesso non sufficientemente profondo, almeno per i miei gusti. C'è tutto un mondo da tradurre e interpretare, che va dai dialetti africani allo slang cinese del quartiere malfamato, per passare dalle figure retoriche dei popoli primitivi rimasti, e finire alla lingua italiana che si parlerà nell'italia del 2050, laddove una pubblicità inquietante parla della nascita di Adamo, l'ultimo italiano.

    1. Chicxulub2.0 26 febbraio 2023

      Che possa essere John Florio (nato in Inghilterra forse da madre inglese) è una tesi di cui parlano anche i britannici

      Invece mi sembra impossibile che possa essere il padre Michele Agnolo di Messina, la lingua di Shakespeare è pirotecnica, difficile che un non madre lingua la usi con tanta confidenza

      Sarebbe interessare accertare se davvero la madre di Michele Agnolo si chiamasse Crollalanza (il corrispondente in italiano antico di scrolla+lancia ossia shake+speare)
      Su questo non ho trovato documenti certi

    2. Chicxulub2.0 26 febbraio 2023

      In quell'articolo si scrive che nel testo originale inglese di “Molto rumore per nulla” Shakespeare fa dire a un personaggio “Mizzica” in messinese, che è ovviamente una balla

      Inoltre Michelangelo Florio è morto nel 1566 e Shakespeare è nato nel 1564

      Casomai il figlio John

      Resta il fatto che non riesco a trovare un documento credibile che attesti il cognome della madre di Michelangelo, se fosse davvero Crollalanza sarebbe una prova quasi decisiva

    3. Chicxulub2.0 26 febbraio 2023

      Bravo, adesso però prendi il testo inglese e fammi vedere dove sta la parola "mizzica" in Molto rumore per nulla
      Ti metto il link alla commedia integrale in lingua originale

      Cerca bene, vedrai che la trovi

      http://shakespeare.mit.edu/much_ado/full.html

    4. Chicxulub2.0 26 febbraio 2023

      😹😹😹

      Stammi bene e buona serata 👋

    1. Martin 26 febbraio 2023

      In effetti, ritengo anche io molto probabile che Shakespeare fosse italiano o figlio di italiani, non per mero nazionalismo, ma per le seguenti ragioni:
      a) il fatto che le sue opere furono quasi tutte ambientate in Italia;
      b) la stranissima incertezza e mancanza di informazioni sulla sua vita e sulla sua identita';
      c) sopratutto, il fatto che durante la sua vita e per oltre 50 anni dopo, in Inghilterra ci fu una costante, capillare e quanto mai violenta ed integralista persecuzione pubblica e privata dei Cattolici. Si arrivo' perfino a modificare salmi e preghiere. In quel contesto, e' ovvio che sarebbe stato molto difficile digerire che il massimo esponente della letteratura inglese fosse uno straniero o un immigrato da un Paese cattolico.

      Ergo l'occultamento della verita', una costante degli Anglo Sassoni, che infatti perdura anche su diversi aspetti della stessa WW2: molti archivi militari sono ancora chiusi. Verrano aperti solo quando sara' politicamente inutile, ossia piu' o meno quando almeno il 70% degli abitanti delle isole britanniche saranno africani e asiatici. Non dovrebbe mancare molto...nel frattempo mi godo lo spettacolo... la cronaca nera di Londra e' impagabile...........

    1. Martin 26 febbraio 2023

      Lo stupro del del congiuntivo nell'uso corrente e' ormai evidente anche nella lingua italiana.

      Il congiuntivo passato, come in Latino, non va usato in caso di certezza, ma solo in caso di negativa, ipotetica o dubitativa.

      Esempio: "Sapevo che tu avevi mangiato" (certezza, ergo indicativo)
      "Non sapevo se tu avessi mangiato" (incertezza, ergo congiuntivo).

      La differenza tra indicativo e congiuntivo passato sancisce la differenza tra un fatto certamente accaduto ed un fatto invece ipotetico o dubbio.

      Ma ormai gli incolti e gli imbecilli, anche per darsi un tono, usano il congiuntivo passato anche per fatti certamente accaduti. Esempio. "Sapevo che tu avessi mangiato" . "Avessi", un bel corno.

      Tra le lingue neo latine, l'italiano era l'unica che continuava a rispettare la consecutio temporis latina.
      In spagnolo, condizionale passato e congiuntivo passato vengono da secoli continuamente confusi e scambiati, come se fossero intercambiabili, quando in Latino non lo erano neanche un po'.

      In francese, da secoli il congiuntivo passato e' stato sostituito con l'indicativo. In Italia, solo un ignorante, invece di "se l'avessi saputo, non l'avrei fatto" dice "se l'avevo saputo, non l'avrei fatto". In francese, invece, e' assolutamente normale. Non e' una diversa forma mentis, e' solo decadenza.

      Quanto all'inglese, l'uso del congiuntivo e' molto piu' limitato, ma il senso di incertezza o dubbio viene espresso primariamente con would, could e may/might.

      L'inglese NON e' una lingua neo latina, ma a differenza di tutte le altre lingue germaniche e nordiche, ha un vocabolario composto per oltre il 65% da termini provenienti dal Latino. Cio' si deve alla dominazione romana della GB, durata 400 anni, che continua a dare un enorme fastidio. Si continua a sostenere l'assurdo secondo il quale non avrebbe lasciato traccia nel popolo britannico. Come se decine di migliaia di soldati, commercianti, tecnici romani fossero rimasti casti per 400 anni.

      La maggior parte degli Anglo Sassoni ignora crassamente di usare un vocabolario al 65% proveniente dal Latino (e dal Greco). Sono perfino convinti che prefissi e preposizioni come anti, pre, post, semi, ultra, iper, ipo, pro, ex, etc etc siano loro invenzioni, quando sono tutte derivanti da Latino e Greco.

    1. CaptainWildBillKelso 26 febbraio 2023

      Guarda un po', non sapevo che fossimo colleghi. È un vero piacere leggere di un lavoro così misconosciuto come il nostro. A me, personalmente, una delle cose che fanno più specie, e a volte giungono persino a stizzirmi, è l'italiota povero e anglicizzante usato in moltissime traduzioni di cui mi tocca fare la revisione. Il discorso è molto lungo e mi limiterò a due casi tra i più eclatanti. Innanzitutto l'uso spropositato del sostantivo "supporto", che sta causando l'estinzione accelerata di termini così esatti e pregnanti come "aiuto", "sostegno", "assistenza" o "promozione", nonché quello del corrispettivo "supportare", che dal canto suo fa allegramente strage dei poveri "sostenere", "promuovere", "assistere" e compagnia bella. E poi la perniciosa diffusione della preposizione "su", che come un cancro maligno e aggressivo sta decimando le altre otto preposizioni dell'italiano. Mi dispiace, ma quando sento cose come "ti chiamo sul telefonino" continuo ad immaginarmi il mio interlocutore che poggia il telefonino al suolo, ci sale sopra, mette le mani a megafono e mi chiama.

    2. Martin 26 febbraio 2023

      Perche', "monitorare"? Ma la cosa piu' irritante e' che sia supportare che monitorare sono verbi a radice latina, mentre gli Anglo pensano che siano loro invenzioni. O quando dicono anti e semi pronunciandoli come entai e semai? Viene voglia di prenderli a schiaffi!

    1. IlContadino 26 febbraio 2023

      Grazie Captain.
      Corpo di mille balene, davvero piacevole leggerti!

    2. danone 26 febbraio 2023

      Mi associo al Contadino Capitano, bel pezzo.

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