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“Autoritarismo pragmatico” della Cina e “Democrazia illiberale” della Russia e “la Fine della Storia”

Dopo lo storico trionfo del Presidente Trump su Hillary Clinton nelle elezioni presidenziali USA del 2016, gli analisti politici pontificarono che l’ascesa del Trumpismo era stata un ripudio diretto di ben note idee, esposte da Francis Fukuyama in un suo libro del 1992: “La fine della storia e l’ultimo uomo”. Quel libro, pubblicato poco dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ipotizzava che la democrazia liberale occidentale avesse categoricamente sconfitto il comunismo per diventare – di fatto – l’ideologia dominante nel mondo e che sarebbe stata solo questione di tempo –  aveva postulato Fukuyama –  che il resto del mondo, abbracciata la democrazia, avrebbe vissuto un’epoca di pace duratura.

Nel bene e nel male, gli eventi degli ultimi anni hanno eroso la credibilità delle democrazie liberali, tanto che il loro predominio assoluto non sembra più garantito nemmeno in Occidente. A riprova di ciò, basta guardare a Ungheria, Polonia e Russia –  definite “democrazie illiberali”, termine coniato dal Primo Ministro ungherese Viktor Orban – che godono del pieno appoggio della popolazione.

Ma  la più grande minaccia per le democrazie all’americana è, di gran lunga, ovviamente, la Cina – che è già il paese più popoloso e che presto supererà anche gli USA, come più grande economia del mondo.

Il modello cinese di autoritarismo pragmatico è riuscito a portare benefici concreti anche ai cinesi più poveri  e la classe media sta allargandosi ad un ritmo che non ha eguale in nessuna altra parte del mondo in via di sviluppo.

Basta confrontare questo sistema politico con la caotica democrazia indiana per vedere, nei risultati prodotti, una netta differenza. L’India non è riuscita a fare le riforme necessarie per massimizzare il suo potenziale di crescita, mentre la Cina si è dimostrata capace di cambiamenti radicali e muscolari, come raddoppiare il numero di pannelli solari in un solo anno (2016).

Il professor David Runciman di Cambridge ha dettagliatamente esaminato questi fatti  in un saggio  – in cui sintetizza il contenuto del suo prossimo libro “How Democracy Ends” – pubblicato nel “Saturday Essay”  del  Wall Street Journal   di questa settimana, che riportiamo per esteso :

 

Nel suo libro del 1992 “La fine della storia e l’ultimo uomo”, Francis Fukuyama dichiarò chiaramente che il trionfo della democrazia liberale era il modello di governo verso cui si stava dirigendo tutta l’umanità . Era stata una vittoria su due fronti: le democrazie occidentali avevano mostrato di essere superiori ai loro rivali ideologici, in termini materiali, per la loro comprovata capacità di assicurare una prosperità generalizzata e un tenore di vita sempre in crescita per la maggior parte dei cittadini. Allo stesso tempo, avevano mostrato che vivere in una moderna democrazia avrebbe concesso la garanzia del rispetto per la persona. Tutti possono dire la loro e quindi la democrazia può dare dignità alla persona.

Risultato raggiunto e Rispetto sono un formidabile mix politico. La parola “dignità” appare 118 volte in questo libro, cioè più delle parole “pace” e “prosperità” messe insieme. Per Fukuyama, era questa parola che aveva reso la democrazia inattaccabile: solo la democrazia poteva soddisfare il fondamentale bisogno dell’uomo di benessere materiale e del desiderio fondamentale di quella cosa che definiva “riconoscimento” (un concetto preso in prestito da Hegel, con cui voleva enfatizzare la dimensione sociale di rispetto e dignità ).  Mettendo questi concetti a confronto con i miseri regimi sregolati e oppressivi dell’era sovietica, non c’era gara.

Eppure oggi, appena nel secondo decennio del 21° secolo, la gara ricomincia. Non è più uno scontro di ideologie, come durante la Guerra Fredda. La democrazia occidentale ora è messa di fronte ad una forma di autoritarismo molto più pragmatica di quella del vecchio comunismo. Una nuova generazione di autocrati, in particolare in Cina, ha cercato di imparare la lezione del 20° secolo e anche loro stanno cercando di proporre oltre a risultati concreti anche il rispetto. È un pacchetto conosciuto, solo che ora si presenta in forma-non-democratica.

Fin dagli anni ’80, il regime cinese sta raggiungendo un buon successo nel miglioramento delle condizioni materiali della popolazione. Da allora – rispetto all’India-democratica – la Cina-non-democratica ha fatto dei progressi sorprendentemente maggiori nel ridurre la povertà e aumentare le aspettative di vita: in Cina si vive in media almeno dieci anni più che in India e il PIL pro capite è quattro volte più alto. Il tasso di povertà in Cina ora è ben al di sotto del 10% e continua a scendere rapidamente, mentre in India rimane intorno al 20%. I benefici di una rapida crescita economica sono stati tangibili per centinaia di milioni di cinesi, e il regime è consapevole che la sua sopravvivenza dipende dal perdurare di questo successo economico.

Ma l’ascesa della Cina si fonda su qualcosa di più che un miglioramento del tenore della vita.

Contemporaneamente il governo ha dato voce ad una maggiore dignità per il popolo cinese, ma non si tratta di dignità del singolo cittadino, come lo siamo abituati ad intendere noi in Occidente. Si tratta di una dignità nazionale collettiva che si presenta sotto forma di un maggiore rispetto per la Cina stessa:  Make China great again!  si tratta di una autoaffermazione per l’intera nazione, non del singolo individuo, è questo che si trova nell’altra metà del pacchetto pragmatico-autoritario proposto in Cina.

I cinesi non hanno le stesse opportunità personali di espressione democratica che può avere chi vive  in Occidente o in India. La dignità politica personale è difficile da realizzarsi in una società che soffoca la libertà di parola e permette l’esercizio arbitrario del potere. Il nazionalismo viene offerto come risarcimento, ma solo per i cinesi di etnia Han,  cioè per la maggioranza della popolazione del paese. Non funziona in Tibet e nemmeno tra gli uiguri musulmani dello Xinjiang.

Sul lato materiale dell’equazione, chi esercita questo pragmatismo-autoritario della Cina ha qualche vantaggio. Si possono orientare e gestire i benefici che produce una crescita a rotta di collo e si può garantire che siano condivisi nel modo più ampio possibile. Come succede in altre economie sviluppate, anche in Cina si sta vivendo una crescente disuguaglianza tra i più ricchi e gli altri. Ma anche gli altri non restano lontani dalla pensiero dei loro governanti. La classe media cinese continua a crescere ad un ritmo sensazionale. In Occidente, al contrario, negli ultimi decenni è stata proprio la classe media a vedere stipendi e tenore di vita spremuti e ad essere lasciata indietro.

I benefici materiali che esistono in democrazia vengono distribuiti un po’ a casaccio. Ad un certo momento, succede che tanta gente ne può venire privata per effetto di un normale cambiamento di rotta nella politica democratica – “We zig and we zag”, come disse Barack Obama dopo la vittoria di Donald Trump – e questo produce continue frustrazioni. Le democrazie danno voce a tutti e per questo sono destinate ad essere volubili. L’autoritarismo pragmatico si è dimostrato più capace nella pianificazione a lungo termine.

Questo si vede non solo dai recenti ed enormi investimenti cinesi in progetti infrastrutturali – nei trasporti, nella produzione industriale, nella costruzione di nuove città che spuntano dal nulla, ma anche dalla crescente preoccupazione dei governanti cinesi per la sostenibilità ambientale. La Cina è ora il maggior inquinatore di gas a effetto serra al mondo, ma è anche in prima linea nel tentativo di affrontare il problema. Solo in Cina è stato possibile raddoppiare la capacità di produrre energia solare in un solo anno, come è stato fatto nel 2016.

I visitatori occidentali spesso ritornano dalla Cina stupiti per il ritmo del cambiamento e per la mancanza di ostacoli a questi cambiamenti. Sembra che le cose si realizzino quasi da un giorno all’altro. Questo succede solo quando non ci si deve preoccupare della dignità democratica di chiunque possa costituire un ostacolo.

La dipendenza di Pechino dalla necessità che questa rapida crescita economica possa continuare, comporta rischi importanti. La grande forza che permette alle moderne democrazie di restare a lungo al potere sta proprio nella loro capacità di cambiare rotta quando le cose vanno male. Sono flessibili. Il pericolo per questa alternativa pragmatica-autoritaria sta nel fatto che quando i risultati immediati cominciano a scarseggiare, diventa difficile trovare un altro motivo che legittimi questo tipo di politica. Il pragmatismo potrebbe non bastare più e, alla fine, nemmeno l’autoritarietà nazionale, quando i rischi di instabilità geopolitica aumentano.

Le maggiori dispute politiche del 20° secolo vedevano due visioni del mondo rivali e amaramente opposte. Nel 21° secolo, la disputa è in atto tra visioni concorrenti tra di loro ma, sostanzialmente, con gli stessi obiettivi. Entrambe le parti promettono crescita economica e prosperità per tutti  – con risultati tangibili in termini di benessere materiale – ma differiscono sull’interpretazione del significato di “dignità”: l’Occidente la propone per i singoli individui, mentre la Cina la propone in un modo più diffuso, la propone alla nazione nel suo insieme.

La forte ascesa della Cina dimostra che stiamo parlando di una alternativa vera. Ma questa alternativa è una vera rivalità per l’Occidente? E’ possibile che gente che oggi vota democraticamente possa essere tentata da quest’altra alternativa?

Uno dei tratti salienti delle battaglie ideologiche del secolo scorso era che chi combatteva la democrazia liberale era sempre appoggiato da voci che provenivano da stati democratici. Il marxismo-leninismo ha trovato compagni di viaggio fino alla fine, e queste persone si possono ancora trovare nella politica occidentale (Jeremy Corbyn e John McDonnell, che potrebbero essere i prossimi Primo Ministro e Ministro delle Finanze del Regno Unito, hanno sempre continuato a lottare per questo).  Al contrario, l’alternativa cinese – in Occidente – non ha quasi nessun supporter che difenda concretamente i suoi meriti. Questo comunque non significa che sia priva di appeal.

Il programma elettorale di Trump nel 2016 sembra copiato direttamente dall’autoritarismo-pragmatico del libro. Ha promesso di dare una dignità collettiva, per lo meno al gruppo maggioritario dei bianchi americani: Make America great again! e smettiamola di farci prendere in giro! Allo stesso tempo, ha promesso di fare un uso dello stato molto più diretto e di essere più vigoroso nel  voler migliorare materialmente le condizioni di vita dei suoi sostenitori. Ha promesso che avrebbe riportato a casa i posti di lavoro, che avrebbe triplicato il tasso di crescita e tutelato i benefits personali di tutti. Trump non ha pronunciato però termini come dignità personale: non serve nel suo modo di vivere, non serve nel modo in cui viene trattata la gente che gli sta intorno e nemmeno nel suo atteggiamento sprezzante verso valori democratici fondamentali come tolleranza e rispetto.

Ma in Occidente l’appeal del modello cinese trova dei seri limiti. In primo luogo, a differenza di chi governa a Pechino, Trump ha mostrato scarsa capacità di produrre benefici reali per gli americani che lo hanno eletto. Trova ostacoli nella sua stessa mancanza di pragmatismo e di controllo dei suoi impulsi, oltre a tutti i pesi e contrappesi che i democratici stanno mettendogli contro, giorno dopo giorno. Per ora, somiglia più a venditore porta a porta democratico che al precursore di un futuro autoritarismo USA.  Ha promesso-troppo e fatto-troppo-poco.

A pensarci bene, è ancora molto difficile immaginare che chi vive nelle democrazie occidentali accetti la perdita della propria dignità personale, conseguenza immediata dell’abbandono dei diritti di dissenso democratico. Siamo troppo attaccati a mantenere il nostro diritto di poter delegittimare i politici-mascalzoni, fino a quando ne avremo la possibilità. Gli elettori sia in Europa che negli Stati Uniti, recentemente, sono stati attratti da promesse innovative che dicono di voler cancellare le tracce di una democrazia tradizionale, ma non hanno mai dato il loro appoggio a nessuno che abbia minacciato di cancellare i loro diritti democratici. Il riflesso autoritario si è limitato alle minacce di togliere diritti degli altri, agli estranei che apparentemente “sono gli altri”.

Tutti questi movimenti in Occidente sono distorsioni populiste della democrazia, non sono alternative. I democratici-autoritari  come Viktor Orban che è stato appena rieletto in Ungheria – uno che si definisce “democratico-illiberale” –  si ispirano più a Vladimir Putin che al Partito comunista cinese. Il pragmatismo in paesi come Ungheria e Russia vale molto meno delle teorie del complotto. Di democrazia se ne parla molto, ma senza parlare mai di diritti democratici. Si vota alle elezioni ma spesso una vera scelta non c’è.

La politica cinese è tutt’altro che immune dalle teorie che prevedono un capro espiatorio e trattano di complottismo. I suoi leader si atteggiano a uomini forti e Xi Jinping recentemente ha stretto il pugno sul potere facendosi proclamare leader a vita. Ma come valida alternativa alla democrazia, Pechino ha qualcosa da offrire che né Mosca, né Budapest – per non parlare della Washington di oggi –  possono solo accennare : risultati concreti e coerenti che servono alla maggioranza della popolazione.

L’appeal  che esercita oggi il modello cinese cambia da poese a paese. Potrebbe semplicemente arrivare a lambire punti marginali della nostra stessa politica, ma faticherebbe a raggiungere il suo cuore. È molto più immediato nel piacere in quelle parti dell’Africa e dell’Asia dove la crescita economica va a catafascio  e dove risultati concreti sono una vera esigenza impellente. Uno sviluppo economico rapido insieme ad una autoritarietà nazionale  ha un’attrattiva evidente per quegli stati dove i risultati devono arrivare in un periodo di tempo relativamente breve. In questi posti, a scommettere sulla democrazia riserva sempre grossi rischi.

Nelle società occidentali, è improbabile che l’alternativa cinese attragga la fantasia degli elettori, anche se potrebbe offrire loro qualcosa che spesso manca.  Va detto però che il trionfo della democrazia liberale appare molto meno importante rispetto a trent’anni fa. La tentazione di provare qualcosa di diverso è reale, ma quell’alternativa che pare che oggi raggiunga i migliori successi rimane una prospettiva lontana per la maggior parte degli elettori.

Ci sono buoni motivi per preoccuparsi delle debolezze delle nostre democrazie. Il tipo di rispetto che prevedono può non bastare più per i cittadini del 21° secolo. Il premio che la democrazia attribuisce alla dignità personale si è sempre espresso estendendo i privilegi. Dare il voto alla gente è il modo migliore per far sapere che i cittadini contano. Ma quando quasi tutti gli adulti hanno diritto al voto, in teoria, se non in pratica, i cittadini cercano inevitabilmente altri modi per sentirsi maggiormente rispettati.

L’ascesa delle politiche di identità in Occidente indica che il diritto di votare alle elezioni non basta più alla popolazione. Gli individui cercano una dignità che derivi dall’essere riconosciuti per quello che sono. Non vogliono essere solo ascoltati, vogliono essere sentiti. I social network hanno aperto nuovi forum attraverso cui  queste richieste possono essere espresse e le democrazie stanno cercando di capire come poter andare loro incontro.

I politici che vengono eletti si muovono sempre più in punta di piedi nel campo minato della politica di identità, incerti su quale strada prendere, terrorizzati di offendere qualcuno, eccetto quando vogliono corteggiarlo. Ma sono diventati anche dipendenti dalle conoscenze tecniche – dei banchieri, scienziati, medici, ingegneri del software – per offrire altri vantaggi pratici. Man mano che i cittadini si ritroveranno con minor dignità personale in politica ed i politici si dimostreranno sempre meno capaci di produrre prosperità, quell’attrazione che ha tenuto insieme la democrazia per così tanto tempo, comincerà a dissiparsi. Rispetto + Risultati sono una combinazione formidabile. Quando se ne vanno ognuno per conto proprio, la democrazia perde il suo unico motivo di essere.

Anche il modello cinese deve affrontare delle sfide serie. In Cina la dignità personale rimane una opzione non realizzata, così come la voglia non osata di estendere i diritti di esprimersi in politica e di poter scegliere. L’uso da parte dello stato cinese dei social network per gestire e sorvegliare i suoi cittadini rappresenta un tentativo concertato di resistere alla forza della dignità democratica e di restare ancorato ad un controllo pragmatico e autoritario. Proprio come in occidente dove le tensioni nella dicotomia tra dignità e benefici materiali, col tempo, potrebbero non essere più sostenibili, lo stesso vale, a modo suo, anche in Cina.

Quel dolce punto, in cui due cose diventano una cosa sola, quello che Fukuyama aveva chiamato “fine della storia”, sembra essere sempre più remoto. Nessuno ha più il monopolio su Rispetto e su Risultati.

 

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Fonte: https://www.zerohedge.com

Link: https://www.zerohedge.com/news/2018-04-29/how-chinas-pragmatic-authoritarianism-and-russias-illiberal-democracy-have-averted 

20.04.2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

Pubblicato da Bosque Primario