DI STEFANO FELTRI
ilfattoquotidiano.it
SVIZZERA - LINEA DURA SULLA CINA E TIMORI PER LE IMPLICAZIONI MILITARI DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE: IL RACCONTO DEL MEETING PIÙ RISERVATO
Cinque anni fa i post sui social durante il meeting Bilderberg erano 20.000, nel 2019 sono stati poche centinaia.
I contestatori convinti che nell’hotel Fairmont a Montreux, in Svizzera, si prendessero decisioni segrete erano una decina di pacifici Gilet gialli e quattro blogger.
Eppure questo evento, il numero 67, continua a far discutere. Io ho partecipato, da giovedì sera a domenica. L’aspetto più dibattuto è la “segretezza”, anche se online viene pubblicata la lista sia dei partecipanti che degli argomenti.
I meeting del Bilderberg iniziano nell’omonimo hotel nel 1954 a Oosterbeek, su iniziativa del principe d’Olanda Bernardo. Durante la Guerra fredda si moltiplicano le iniziative per consolidare i rapporti tra élite di Europa e Stati Uniti in chiave anti-comunista.
Della maggior parte di questi programmi oggi resta poco, ma il Bilderberg resiste e fa discutere. Perché nessuno capisce bene cosa sia: non è un think tank, non produce documenti, non è neppure un’organizzazione (c’è solo una struttura amministrativa e un comitato per gli inviti), non si diventa “membri” come invece accade per l’Aspen Institute o il Rotary. È un evento che nasce e muore in un weekend.
Ogni anno vengono selezionati 130-150 partecipanti: alcuni sono vecchi saggi la cui opinione è sempre utile, come l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger o l’attivista per i diritti civili degli affroamericani e uomo d’affari Vernon Jordan, altri sono persone con un incarico di rilievo (il genero di Donald Trump e inviato per il Medio Oriente Jared Kushner), altri esperti dei temi in agenda (Nick Bostrom per l’intelligenza artificiale), altri ancora leader emergenti (Stacey Abrams, senatrice della Georgia). C’è anche qualche giornalista, da Lilli Gruber ai direttori di Bloomberg ed Economist. Alcuni membri facoltosi finanziano l’organizzazione, ciascuno dei partecipanti si paga viaggio e albergo (a cinque stelle).
E la segretezza?
Per rispondere bisogna spiegare cosa si “fa” al Bilderberg. Questi meeting sono l’apoteosi della cultura americana del networking. Non solo scambio di biglietti da visita, ma costruzione di rapporti personali come ponte tra culture, professioni e idee diverse.
Tutto è pensato per questo. Fin dalla prima cena con free sitting. I posti a tavola non sono assegnati, puoi trovarti accanto a Kissinger come a Patrice Caine, ad della Finmeccanica francese Thales o a Robert Rubin, ex segretario al Tesoro Usa. Il clima è informale, tutti parlano con tutti, anche con il re dell’Olanda Willem-Alexander.
Venerdì il primo panel comincia già alle 8 del mattino, l’ultimo finisce alle 19, un paio di pause caffè e un rapido pranzo a buffet.
Un moderatore, due-tre relatori, niente slide, mezzora di interventi e poi dibattito. Relatori e pubblico, tra un panel e l’altro, si scambiano di ruolo. Kissinger, a 96 anni, sale due volte sul palco, una volta da intervistato, l’altra da intervistatore.
Quando la domanda dal pubblico supera il minuto, scatta un lampeggiante rosso. I posti sono in ordine alfabetico: il mio vicino di banco è lo storico di Harvard, Niall Ferguson. Ci deve essere una qualche gerarchia segreta e implicita per le domande, lui riesce sempre a farsi dare la parola, io no.
Brexit, Intelligenza artificiale, minacce cyber e poi Cina, tanta Cina. Blogger e curiosi si chiedono: “Che cosa ha da dire il Bilderberg su questi temi?”.
La risposta è difficile. La platea è abbastanza omogenea (europei o americani, anglofoni, cosmopoliti), ma di rado ci sono due che la pensano allo stesso modo.
Ci sarà un secondo referendum in Gran Bretagna oppure ormai l’uscita dall’Ue è certa e bisogna solo auspicare che sia anche rapida?
La Russia di Vladimir Putin è un vero pericolo o è aggressiva per mascherare le sue fragilità?
Ognuno ha un’opinione diversa, nessuno sente l’esigenza di arrivare a una sintesi. Ne azzardo una io, a bilancio dei quindici panel. L’Europa è ai margini dei pensieri degli Stati Uniti, concentrati sulla Cina: gli americani hanno confidato per qualche anno che insieme al benessere a Pechino arrivassero riforme, democrazia e mercato.
Ora hanno capito che non succederà e reagiscono di conseguenza. L’Ue tentenna.
Nella sala conferenze dell’hotel Fairmont non c’è Greta Thunberg, ma banchieri, imprenditori e ministri sembrano consapevoli del fatto che il cambiamento climatico o si ferma ora o sarà troppo tardi.
E che le tecnologie verdi sono una opportunità di business, purché l’uscita dal carbone e dalle energie fossili avvenga senza troppi traumi.
Poi c’è l’intelligenza artificiale: “Non è una questione filosofica, ma militare”, riassume un partecipante. Ricorre l’analogia con il progetto Manhattan. Ma Enrico Fermi lavorava all’atomica per il governo Usa, non per aziende della Silicon Valley guidate da nerd che non hanno finito il college.
Alcune parole che riempiono giornali e tv non vengono mai citate: populismo, migranti, disuguaglianza.
E l’Italia? È nell’agenda di alcuni partecipanti, ma solo per le vacanze in Toscana. A cena, qualcuno chiede “che farà adesso Salvini?”. Altri se Matteo Renzi, qui ancora popolare, “avrà un futuro in politica”.
Renzi, che ha imparato l’inglese e continua a essere percepito come il giovane premier riformatore ma sconfitto, era al suo primo Bilderberg.
Ma torniamo alla segretezza.
La regola è “Chatam House”: si possono usare le informazioni, ma non attribuire virgolettati ai singoli partecipanti.
Nel caso del Bilderberg un principio standard per i seminari a porte chiuse viene contestato: i cittadini non hanno forse il diritto di sapere?
Due risposte.
Primo: tutti i partecipanti sono già attivi nel dibattito pubblico, dove però devono pesare le parole. Se un banchiere chiede informazioni sull’intelligenza artificiale, qualche analista penserà che vuole investire nel settore, se un ministro esprime un dubbio sull’Iran sembrerà una posizione dell’intero governo.
La formula del Bilderberg permette interlocuzioni senza conseguenze (e senza gaffe).
Ma c’è una seconda ragione: il meeting si regge proprio sul chiudere persone di mondi diversi insieme per qualche giorno, le discussioni iniziano al cocktail, proseguono nella sala conferenze, si sviluppano a cena, finiscono al bar dell’hotel con whiskey che gli esperti giurano essere notevoli.
Non c’è differenza tra “lavori” e pause. Quella che dall’esterno pare segretezza, da dentro risulta assenza di distrazioni e formalità. Manager, primi ministri e accademici che di norma non hanno cinque minuti per una telefonata, per un intero weekend si dedicano a riflessioni ad ampio spettro e incontri con persone che mai avrebbero incrociato altrove. La “selezione all’ingresso” dovrebbe garantire che non sarà tempo sprecato.
Di complotti, io non ne ho visti. A parte un bigliettino allungato con discrezione sospetta al mio vicino Niall Ferguson. Ma era solo l’invito a sedere a cena al tavolo di uno degli organizzatori.
L’ultima sera l’aperitivo è su una barca sul lago di Ginevra, la cena preparata servita in un castello. La riservatezza limita l’ostentazione, ma il Bilderbeg è eccome un appuntamento di élite.
Anzi, è il laboratorio di una nuova élite transatlantica oggi non più prodotta spontaneamente dalla globalizzazione.
Tra Brexit, Trump e caos nell’Ue, le due sponde dell’Atlantico sono più lontane ora che al tempo del primo meeting nel 1954.
Se il comitato che seleziona i partecipanti ha avuto fiuto, qualcuno dei presenti a Montreux accederà a posizioni ancora più alte. Magari il finlandese Erkki Liikanen prenderà il posto di Mario Draghi alla Bce, forse Stacey Abrams sarà la nuova stella dei Democratici Usa. O forse Renzi smetterà di fare discorsi a pagamento in giro per il mondo e fonderà un suo partito.
E allora le teorie del complotto potranno ricominciare
Stefano Feltri
Fonte: www.facebook.com
Link: https://www.facebook.com/TutticonMarcoTravaglioForever/posts/2560769710599862
4.06.2019
Rosanna 20 settembre 2019
Manlio Dinucci sembra di tutt'altro parere, vedi come alle volte le opinioni possono cambiare se si raccontano anche i fatti della storia... probabilmente a Stefano Feltri sono sfuggiti, era troppo intento a smentire qualsiasi complottismo: "Tre italiani sono stati invitati quest’anno alla riunione del gruppo Bilderberg, svoltasi a Montreux in Svizzera dal 30 maggio al 2 giugno. Accanto a Lilli Gruber, la conduttrice televisiva de La7 ormai ospite fissa del Bilderberg, è stato invitato un altro giornalista: Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio. Il «terzo uomo» scelto dal Bilderberg è Matteo Renzi, senatore del Partito Democratico, già presidente del Consiglio.
Il gruppo Bilderberg, costituitosi nel 1954 formalmente per iniziativa di «eminenti cittadini» statunitensi ed europei, fu in realtà creato dalla Cia e dal servizio segreto britannico MI6 per sostenere la Nato contro l’Urss. Dopo la guerra fredda, ha mantenuto lo stesso ruolo a sostegno della strategia Usa/Nato. Alle sue riunioni vengono invitati ogni anno, quasi esclusivamente da Europa occidentale e Stati uniti, circa 130 esponenti del mondo politico, economico e militare, dei grandi media e dei servizi segreti, che formalmente partecipano a titolo personale. Essi si riuniscono a porte chiuse, ogni anno in un paese diverso, in hotel di lusso blindati da ferrei sistemi militari di sicurezza. Non è ammesso nessun giornalista od osservatore, né viene pubblicato alcun comunicato. I partecipanti sono vincolati alla regola del silenzio: non possono rivelare neppure l’identità dei relatori che hanno fornito loro determinate informazioni (alla faccia della declamata «trasparenza»). Si sa solo che quest’anno hanno parlato soprattutto di Russia e Cina, di sistemi spaziali, di uno stabile ordine strategico, del futuro del capitalismo. Le presenze più autorevoli sono state, come al solito, quelle statunitensi: Henry Kissinger, «figura storica» del gruppo a fianco del banchiere David Rockfeller (fondatore del Bilderberg e della Trilateral, morto nel 2017); Mike Pompeo, già capo della Cia e attuale segretario di stato; David Petraeus, generale già capo della Cia; Jared Kushner, consigliere (nonché genero) del presidente Trump per il Medio Oriente e intimo amico del premier israeliano Netanyahu. Al loro seguito Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, che ha ricevuto un secondo mandato per i suoi servigi agli Usa. Per quattro giorni, in incontri segreti multilaterali e bilaterali, questi e altri rappresentanti dei grandi poteri (aperti e occulti) dell’Occidente hanno rafforzato e allargato la rete di contatti che permette loro di influire sulle politiche governative e sugli orientamenti dell’opinione pubblica. I risultati si vedono. Sul Fatto Quotidiano Stefano Feltri difende a spada tratta il gruppo Bilderberg, spiegando che le sue riunioni si svolgono a porte chiuse «per creare un contesto di dibattito franco e aperto, proprio in quanto non istituzionale», e se la prende con «i tanti complottisti» che diffondono «leggende» sul gruppo Bilderberg e anche sulla Trilateral.
Non dice che, fra «i tanti complottisti», c’è il magistrato Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione (deceduto nel 2018), che riassumeva così il risultato delle indagini effettuate: «Il gruppo Bilderberg è uno dei responsabili della strategia della tensione e quindi anche delle stragi» a partire da quella di Piazza Fontana, di concerto con la Cia e i servizi segreti italiani, con Gladio e i gruppi neofascisti, con la P2 e le logge massoniche Usa nelle basi Nato. In questo prestigioso club è stato ammesso ora anche Matteo Renzi. Escludendo che lo abbiano invitato per le sue doti di analista, resta l’ipotesi che i potenti del Bilderberg stiano preparando in modo occulto qualche altra operazione politica in Italia. Ci scuserà Feltri se ci uniamo così ai «tanti complottisti». (il manifesto, 4 giugno 2019)
https://www.change.org/p/la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale/u/24652801?recruiter=44956699&utm_source=share_update&utm_medium=facebook&utm_campaign=facebook