Apriamo gli occhi sulla vivisezione

Gli aspetti fondamentali dell’antivivisezionismo che esamineremo
in questa breve panoramica sono: l’aspetto etico e storico, quello
scientifico e quello legislativo. Per ciascuno di essi è
disponibile materiale di approfondimento, sia in forma di opuscoli
che di libri.

L’aspetto etico e storico

La parola “vivisezione” significa, letteralmente,
“sezionare da vivo”, cosa che non avviene certo in
tutte le ricerche compiute sugli animali. Chi esegue esperimenti
sugli animali preferisce usare il termine meno cruento di “sperimentazione
animale” che non richiama altrettanto l’idea della violenza
e della tortura anche se, in realtà, la sofferenza e la
violenza sono presenti in modo forte e talvolta in misura anche
maggiore dove non avviene la dissezione vera e propria (se eseguita
in anestesia). In questo opuscolo, i termini “vivisezione”
e “sperimentazione animale” verranno usati come sinonimi.

Esaminiamo dapprima alcuni dati statistici, per farci un’idea
di quanto diffusa sia questa pratica. Si stima che in Gran Bretagna
muoiano ogni anno nei laboratori circa tre milioni di animali;
in Italia circa un milione; negli Stati Uniti circa 17 milioni.
In tutto il mondo, almeno 300 milioni. Va però notato
che l’unica nazione a rendere di pubblico dominio, già
da molti anni, le “cifre della vivisezione”, è
la Gran Bretagna. In Italia, tali dati sono stati pubblicati
per la prima volta sulla Gazzetta Ufficiale soltanto nel 1995,
ma con molte mancanze ed imprecisioni. E’ comunque sempre molto
difficile procurarsi dati e notizie sulla vivisezione, perché
tutto avviene in un alone di segretezza, al chiuso dei laboratori.

Gli animali utilizzati appartengono alle più svariate
specie; vengono usati soprattutto topi, ratti e cavie, ma anche
molti conigli, cani, gatti, maiali, scimmie, uccelli, pesci ed
anche mucche e vitelli. Questi animali in alcuni casi vengono
catturati, prelevati dal loro ambiente naturale. Molti di essi,
i più fortunati, muoiono durante la cattura o il trasporto.
Quelli che sopravvivono sono tenuti, per mesi o anni, in gabbie
di ridottissime dimensioni, spesso impossibilitati ad ogni contatto
sociale con i loro simili. Gli altri animali provengono invece
da allevamenti appositi e conoscono quindi da sempre una vita
fatta solo di reclusione.

I campi d’applicazione della vivisezione sono molteplici:
il 59% degli animali vengono impiegati in esperimenti di farmacologia;
una percentuale più bassa è utilizzata per la “ricerca
medica”, cioè per lo studio delle malattie; una parte
è impiegata negli esperimenti per i test sui cosmetici;
un’altra parte in esperimenti di psicologia e una percentuale
più bassa per i test bellici o didattici. Gli esperimenti
di tossicità sono “trasversali” a questa classificazione
perché vengono effettuati in campo farmacologico, medico,
cosmetico, etc. In Italia, il 75% dei test su animali riguardano
la tossicità. I luoghi in cui questi esperimenti avvengono
sono per circa il 60% (dati britannici) industrie e laboratori
privati, per il 33% università e scuole di medicina, mentre
il restante 7% si suddivide tra laboratori pubblici e dipartimenti
governativi.

Gli animali vengono devocalizzati per impedire loro di urlare;
vengono avvelenati, ustionati, accecati, affamati, mutilati,
congelati, decerebrati, schiacciati, sottoposti a ripetute scariche
elettriche attraverso elettrodi conficcati nel cervello, infettati
con qualsiasi tipo di virus o batterio, anche quelli che non
colpiscono gli animali, come il treponema pallidum per
la sifilide o l’HIV per l’AIDS. Tutti i test sono dolorosi per
l’animale; non vi sono mai casi in cui non ci sia sofferenza;
la prigionia in sè è già una tortura significativa.

Inoltre, il 63% degli esperimenti (dati britannici) viene
compiuto senza anestesia, un altro 22% con anestesia solo parziale.
Gli esperimenti di psicologia sono particolarmente crudeli, perché
sottopongono gli animali ad ogni forma di stress fisico e psicologico,
nel tentativo assurdo di riprodurre e studiare le malattie mentali
degli esseri umani e le loro cause. Si compiono, ad esempio,
migliaia di esperimenti sulla “deprivazione materna”,
sull’isolamento e sull’aggressività.

Da un punto di vista etico non può esserci alcuna giustificazione
a questo massacro legalizzato. Chi sostiene la vivisezione accusa
chi la combatte di “sentimentalismo” nei confronti
degli animali, e chiede spesso: “preferite salvare un topo
piuttosto che un bambino?”, facendo leva, egli stesso, sulle
emozioni (ma di verso opposto). La risposta giusta a questa domanda
è: “preferiamo salvare sia il bambino che il topo”
perché, al di là delle spiegazioni scientifiche,
che leggerete dopo, secondo cui la sperimentazione sull’animale
può causare la morte anche del bambino, è importante
capire che una scienza in cui si adotti il principio che “il
fine giustifica i mezzi” è una scienza malata, in
cui qualsiasi atrocità, anche sull’uomo, potrà
essere legittimata, come ci insegna il triste passato dei lager
nazisti.

E’ importante rilevare come non si possa accettare che esistano
da un lato, la “vivisezione giusta” (quella per scopi
medici) e dall’altro, la “vivisezione sbagliata” (ad
esempio, quella per i cosmetici). La vivisezione è sempre
ed in ogni caso inaccettabile, sia dal punto di vista scientifico
che da quello etico.

Occorre escludere la sperimentazione animale, così
come ogni altra forma di tortura, anche perché vi è
sempre un’altra via, con basi scientifiche e senza violenza:
è quella che va esplorata e allargata, è quella
che concretamente porta i risultati migliori per l’uomo. La vivisezione,
definita da Gandhi “il crimine più nero tra i neri
crimini commessi dall’uomo”, va avanti per una forma di
inerzia culturale, perché non ci si oppone agli interessi
che la sostengono e che impongono come dogma che “la vivisezione
è necessaria”. Noi lottiamo contro questa inerzia,
questi anacronistici retaggi del passato, per liberare la scienza
da un grave errore di metodo e dalla violenza.

E’ significativo, a questo proposito, il fatto che ancora
oggi si usi, come test di tossicità, il “Draize test”,
che misura l’irritabilità di una sostanza versandola negli
occhi e sulla pelle di decine di conigli, lasciandola lì
per ore o giorni, finché non avvenga la necrosi dell’organo.
Ebbene, questo test, inventato nel 1944, continua ad essere usato,
immodificato; è una della tante dimostrazioni di come
queste pratiche proseguano solo per inerzia e di come non si
voglia realmente progredire verso metodi più scientifici.
Lo stesso discorso vale anche per il test LD50, utilizzato per
la prima volta nel 1927, in cui si somministrano dosi crescenti
di una sostanza a diversi animali fino alla morte del 50% di
essi.

Il pensiero occidentale non è mai stato particolarmente
benevolo verso gli animali, visti quasi sempre come creature
poste al servizio dell’uomo. Si può dire che fino a pochi
anni fa la visione antropocentrica del mondo sia stata quasi
universalmente accettata, anche se, già nell’antichità,
si siano fatte sentire voci di dissenso a questa impostazione,
come quelle di Pitagora, Porfirio, Plutarco, Celso.

A questa visione si oppose anche Kant, il quale, pur non riconoscendo
agli animali diritti derivanti dalla loro condizione di esseri
viventi e senzienti, riteneva che l’uomo dovesse rispettare gli
animali perché la crudeltà nei loro confronti predisponeva
ad uguale comportamento verso i nostri simili.

Solo alla fine del 1700 il filosofo utilitarista Jeremy Bentham
iniziò, per la prima volta, a porre le basi per il riconoscimento
dei diritti animali. Egli disse: “il problema non è
‘possono ragionare?’, né ‘possono parlare?’, ma: ‘possono
soffrire?'” (in un essere umano sottoposto a torture analoghe
a quelle della vivisezione, essere cerebroleso o, al contrario,
dotato di un alto quoziente di intelligenza, non modificherebbe
certo la dimensione della sua sofferenza).

Agli inizi degli anni ’70 cominciò ad organizzarsi
un vero e proprio movimento per il riconoscimento dei diritti
degli animali. Alla base delle argomentazioni vi è il
concetto di specismo: l’uomo mette in atto comportamenti crudeli
verso gli animali soltanto perché non appartengono alla
sua stessa specie. Allo stesso modo, i razzisti discriminano
in base alla razza ed i sessisti in base al sesso. Riconoscere
agli animali diritti quali la vita, il benessere, un equo trattamento
e il rispetto della propria specificità, rappresenta quindi
la logica conseguenza del riconoscimento dei diritti umani.

In sintesi, la vivisezione, dal punto di vista etico, deve
essere abolita perché rappresenta un esempio di comportamento
specista, gravemente lesivo di tutti i diritti che le più
avanzate correnti di pensiero filosofico riconoscono agli animali;
essa è un crimine in qualsiasi modo si tenti di giustificarla:
che la si compia credendo di “far del bene all’umanità”,
o che la si compia, come spesso avviene, solo

per interessi personali e di carriera.

L’aspetto scientifico

I medici antivivisezionisti partono dalla semplice ed oggettiva
constatazione che gli animali non sono modelli sperimentali adatti
all’uomo, perché troppo diversi da noi. Ogni specie animale
è infatti biologicamente, fisiologicamente, geneticamente,
anatomicamente molto diversa dalle altre e le estrapolazioni
dei dati tra una specie e l’altra sono impossibili. Un numero
sempre crescente di medici non accetta più la validità
della vivisezione come dogma e considera antiscientifici gli
esperimenti sugli animali.

Questi esperimenti non portano ad alcuna reale conoscenza
sugli effetti di una eventuale sostanza da provare (come ad esempio
un farmaco), perché animali di specie diverse, come pure
di razze diverse o addirittura di ceppi della stessa specie,
rispondono in modo diverso ad un dato stimolo. E’ sufficiente
dire che il 60% delle risposte dei topi differisce da quelle
dei ratti, specie a loro molto simile. E, dunque, se il risultato
ottenuto sul topo è diverso da quello ottenuto sul gatto,
diverso da quello ottenuto sul cane ed anche da quello ottenuto
sul ratto, a chi somiglierà di più l’uomo: al topo,
al gatto al cane o al ratto? La risposta non si può sapere
a priori. Solo dopo aver sperimentato sull’uomo si scoprirà,
volta per volta, a quale specie e razza egli assomigli di più
in quel particolare caso.

Risulta quindi chiaro che la vivisezione è dannosa
per l’uomo, per due ragioni principali: si sperimentano direttamente
sull’uomo sostanze che non hanno subito alcun vaglio preventivo
(dal momento che il risultato della sperimentazione sugli animali
non è in alcun modo predittivo per l’uomo) e si corre
il rischio di scartare sostanze che potrebbero essere invece
di grande aiuto per l’uomo, per il solo fatto che su di una particolare
specie sono risultate tossiche.

I vivisettori sanno comunque, (ma lo dicono solo nei casi in
cui fa loro comodo) che ciò che vale per un animale può
benissimo non valere per l’uomo e molto spesso, una sostanza
risultata tossica per una o più specie viene ugualmente
sperimentata sull’uomo.



Vale la pena di sottolineare che la sperimentazione sugli animali
fornisce ai produttori

di farmaci la possibilità di selezionare la risposta,
variando la specie animale o semplicemente le condizioni dell’esperimento,
con il fine di commercializzare, in un’ottica di profitto, migliaia
di farmaci che, una volta in commercio, si rivelano spesso inutili
e talvolta dannosi. La sperimentazione animale fornisce così
una comoda (ma per noi pericolosa)

tutela giuridica alle aziende farmaceutiche. Esistono circa 200.000
specialità farmaceutiche in commercio nel mondo, mentre
quelle ritenute utili dall’Organizzazione Mondiale della Sanità
sono soltanto 300-400.

Ecco alcuni tra i moltissimi esempi di sostanze che hanno
effetti opposti sull’uomo e sull’animale: la pecora ed il porcospino
possono ingoiare quantità cospicue di arsenico, notoriamente
velenoso per l’uomo. La stricnina lascia indifferente la cavia,
il pollo e la scimmia in dosi sufficienti ad uccidere un’intera
famiglia umana. L’amanita phalloides, fungo velenosissimo
di cui pochi grammi sono per noi letali, è del tutto innocua
per gatti e conigli. L’insulina provoca malformazioni nelle galline,
nei conigli e nei topi, ma non nell’uomo. La stessa penicillina
è letale per le cavie da laboratorio (ma fu una enorme
fortuna per l’umanità che fosse stata sperimentata sui
topi, come dichiarò lo stesso Florey, uno degli scopritori
insieme a Fleming).

Questo è il percorso che solitamente seguono le scoperte
biomediche: esse nascono da uno studio epidemiologico (ossia
dall’osservazione e lo studio statistico di gruppi di persone)
oppure da un’osservazione clinica casuale. Poi si cerca di ottenere
sugli animali lo stesso fenomeno già riscontrato sull’uomo,
sperimentando su varie specie, fino a trovare, di volta in volta,
la razza ed il ceppo che diano quella determinata risposta. La
scoperta verrrà accreditata dalla medicina ufficiale solo
dopo che l’esperimento sugli animali è risultato positivo.
La vivisezione ha dunque portato gravi danni in tutti quei casi
in cui un risultato già noto sull’uomo non è stato
considerato valido perché non poteva essere riprodotto
su alcun animale: così gli effetti dannosi dell’alcool,
del fumo di sigaretta, dell’amianto, del metanolo, etc. non sono
stati considerati “provati scientificamente” per moltissimi
anni, con grave danno per la salute umana.

Per quale ragione, allora, si esperimenta ancora sugli animali?
Lo si fa in grande parte per favorire le carriere universitarie,
basate sul numero di pubblicazioni prodotte, essendo gli esperimenti
sugli animali (non importa se già effettuati migliaia
di volte) la via più facile e veloce. Inoltre, come già
illustrato, la sperimentazione sugli animali costituisce per
le industrie una sicura tutela giuridica per ogni eventuale contenzioso.
Eppure, in Italia, in undici anni sono state ritirate per inidoneità
o perché pericolose oltre 22.000 specialità farmaceutiche,
la cui efficacia ed innocuità era stata garantita dalla
sperimentazione animale. Il General Accounting Office

statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209
commercializzati tra il 1976 e il 1985 ed ha trovato che, il
52% di essi presentavano “gravi rischi emersi dopo l’approvazione”
che i test sugli animali non avevano previsto. Del resto, si
è saputo che negli Stati Uniti le malattie iatrogene (provocate
dai farmaci) costituiscono la quinta

causa di morte.

Un dossier pubblicato recentemente su “Scientific American”
apre un primo spiraglio nel mondo scientifico “ufficiale”
alla posizione critica verso la sperimentazione animale. Un altro
articolo di “The Sciences” (organo della New York Academy
of Sciences) commenta come la notizia dei presunti successi della
cura Folkman per il cancro (sperimentata solo sui topi) che utilizza
l’angiostatina e l’endostatina, abbia acceso molte false speranze:
“…anche se qualsiasi sostanza oggi in uso per la cura
del cancro è stata provata per la sua efficacia sui topi,
la relazione tra gli effetti benefici dei farmaci sui topi e
gli effettivi benefici riscontrati clinicamente sui pazienti
è circa del 10%. Questa percentuale così bassa
porta a due considerazioni. La prima è che l’angiostatina
e l’endostatina, fino ad oggi provate solo sui topi, potrebbero,
entro breve, raggiungere la lunga lista delle vantate “cure”
per il cancro che facevano meraviglie sui topi, ma sono fallite
con i pazienti umani. La seconda è quella fatta da alcuni
ricercatori per il cancro, che infine hanno iniziato a chiedersi
se delle cure promettenti possano essere andate perse, perché
risultate non efficaci sui topi”.

I metodi sostitutivi

I ricercatori che abbiano a cuore la vera ricerca scientifica
e non la propria carriera, hanno a disposizione metodi migliori
dei test sugli animali:

a) innanzitutto la ricerca clinica: la maggior parte delle scoperte
mediche (i cui successi vengono spesso attribuiti alla sperimentazione
animale) sono dovute infatti ad un’osservazione clinica (sull’uomo)
di un particolare fenomeno, che solo in seguito i ricercatori
tentano di riprodurre negli animali, inducendo in essi delle
patologie artificiali. Essi variano le condizioni dell’esperimento,
così come la specie di animale utilizzata, fintanto che
il risultato non coincida con l’indicazione fornita dall’uomo;

b) l’epidemiologia e la statistica. L’epidemiologia studia la
frequenza e la distribuzione dei fenomeni epidemici e quindi
delle malattie nella popolazione; la statistica è invece
la disciplina che si occupa del trattamento dei dati numerici
derivanti da un gruppo di individui. Sono stati l’impiego della
epidemiologia e della statistica che hanno permesso di riconoscere
la maggior parte dei fattori di rischio delle malattie cardiocircolatorie
quali l’ipertensione arteriosa, il fumo, il sovrappeso, l’ipercolesterolemia.

c) lo studio diretto dei pazienti, tramite i moderni strumenti
di analisi non-invasivi. Questi metodi consentono di ottenere
ottimi risultati, come è stato riscontrato per le malattie
cardiache;

d) autopsie e biopsie: le autopsie sono state cruciali per la
comprensione di molte malattie; con le biopsie si possono ottenere
molte informazioni

durante i vari stadi della malattia. Per esempio, le biopsie
endoscopiche hanno dimostrato che il cancro al colon deriva da
tumori benigni chiamati adenomi. Questo è in contrasto
con il modello animale più usato, in cui non vi è
la sequenza adenoma-carcinoma;

e) colture in vitro di cellule e tessuti umani;

f) simulazioni al computer;

Infine, per quelle sostanze già entrate in commercio,
una sorveglianza durante le vendite consentirebbe una sperimentazione
di seconda fase. Attraverso l’informatica è oggi possibile,
infatti, mantenere registrazioni dettagliate degli effetti collaterali:
una banca dati centralizzata consentirebbe la rapida identificazione
di farmaci pericolosi, e al tempo quella di effetti collaterali
imprevisti, anche positivi (in passato, farmaci concepiti per
alcune patologie sono talvolta serviti a curarne altre).

L’aspetto legislativo

In Italia esiste un decreto legislativo (n. 116, del 1992)
che regola lo svolgimento degli esperimenti sugli animali. Vi
sono però anche altri aspetti legislativi da considerare:

1. la legge sull’obiezione di coscienza alla vivisezione;

2. la questione della sperimentazione didattica, direttamente
collegata alla legge di cui al punto 1;

3. le direttive CEE che obbligano ad eseguire sugli animali i
“test di tossicità”;

4. le direttive CEE in materia di test per i prodotti cosmetici;

5. la direttiva CE relativa all’immissione sul mercato dei biocidi
(disinfettanti, insetticidi, acaricidi, etc.), che prevede ancora
altri test su animali e che dovrà essere recepita entro
il maggio 2000.

In Italia, la precedente legge sulla sperimentazione animale
risaliva al 1931, e quella attuale ne rispecchia in gran parte
l’impostazione. La legge del 1931, in sostanza, consentiva la
vivisezione “per il progresso della biologia e della medicina
sperimentale”. Nel 1992, il Decreto Legislativo n.116, che
recepisce la direttiva CEE sull’argomento, abroga tutte le disposizioni
della vecchia legge, tranne l’articolo 1, che recita: “La
vivisezione e tutti gli altri esperimenti sugli animali a sangue
caldo

(mammiferi e uccelli) sono vietati quando non abbiano lo scopo
di promuovere il progresso della biologia e della medicina sperimentale
e si eseguono negli istituti e laboratori scientifici della Repubblica
sotto la diretta responsabilità dei rispettivi direttori
(…). Gli esperimenti che richiedono la vivisezione a semplice
scopo didattico, sono consentiti

soltanto in caso di inderogabile necessità, quando, cioè,
non sia possibile ricorrere ad altri metodi dimostrativi”.

Occorre qui sottolineare due aspetti: l’espressione “progresso
della biologia e della medicina sperimentale”, che sembra
così restrittiva, non pone in realtà alcuna limitazione:
non c’è esperimento, anche il più palesemente assurdo
ed aberrante, che non venga presentato dai vivisettori come utile,
o addirittura indispensabile, e come tale accettato. Ma ancora
non basta: all’art. 3, comma 4, viene ammessa anche la ricerca
“di base”, ossia qualsiasi sperimentazione che non
abbia un fine immediato, prevedibile, o predeterminato: ciò
significa che tutto quanto può passare per la mente del
ricercatore, in cerca di finanziamenti, titoli o pubblicazioni,
può essere accettato.

Questo decreto pone inizialmente molte norme restrittive sull’utilizzo
degli animali nella ricerca: vieta gli esperimenti su cani, gatti
e scimmie, quelli senza anestesia e quelli didattici. Purtroppo,
vengono tutti riammessi con le norme derogatorie. Si raccomanda
che gli esperimenti siano quanto meno dolorosi possibile, che
l’anestesia venga praticata, e via dicendo; ma si lascia giudicare
allo sperimentatore stesso se l’esperimento “richieda necessariamente”
di derogare a tali disposizioni e, in sostanza, lo sperimentatore
è lasciato libero di agire come più gli aggrada.
Inoltre, le sanzioni previste dal decreto legislativo 116/92
hanno comunque soltanto carattere amministrativo e non penale.
In ogni caso, gli esperimenti su cani, gatti e scimmie, quelli
senza anestesia e quelli didattici, devono essere espressamente
autorizzati dal Ministero della Sanità. Inoltre, dal 1991,
i cani (e gatti) dei canili pubblici non possono essere ceduti
ai laboratori di vivisezione e gli animali usati per gli esperimenti
devono provenire da appositi allevamenti.

Nonostante i vivisettori abbiano così ampia libertà
di azione, sono ancora molti gli illeciti compiuti in questo
campo, che si possono punire anche a norma di legge. Nel numero
di luglio 1998 di “Impronte”, il periodico della LAV,
è stato pubblicato l’elenco dei centri di ricerca in cui
si praticano esperimenti su animali, ottenuto dal Ministero della
Sanità soltanto dopo una causa vinta in tribunale (sentenza
471/97, prima sezione bis del Tribunale Amministrativo Regionale
del Lazio). Con questo elenco vi è la dimostrazione che
l’attuale normativa sulla vivisezione, oltre ad essere una semplice
farsa (dato l’enorme potere discrezionale che, come abbiamo visto,
essa concede ai vivisettori), viene anche sostanzialmente disattesa.

La normativa non prevede la concessione da parte del Ministero
della Sanità di una autorizzazione per ogni singolo esperimento
su animali. E’ sufficiente che i cosiddetti “stabilimenti
utilizzatori”, ottenuta l’autorizzazione generica all’esercizio
della loro attività, inviino una semplice comunicazione
al

Ministero stesso, che in tal modo non ha più il compito
di sindacare sull’opportunità degli esperimenti compiuti.
Il Ministero della Sanità avrebbe invece il compito (art.
15) di raccogliere e pubblicare ogni tre anni “i dati statistici
sull’utilizzazione di animali a fini sperimentali (…), sulla
base delle comunicazioni degli stabilimenti utilizzatori”.
Quanto imprecise siano queste statistiche è dimostrato
dal fatto che, i dati forniti dal Governo Italiano per il 1992
alla Comunità Europea differivano da quelli pubblicati
in Italia sulla Gazzetta Ufficiale: 84.772 animali in più,
fra cui 11.994 cani. Il fatto si è ripetuto per il 1996,
con una differenza questa volta di 22.937 animali. Come rivela
anche l’elenco pubblicato dalla LAV, gli stabilimenti autorizzati
spesso non specificano né il numero né la specie
degli animali utilizzati.

Se a ciò si aggiunge che, pur essendo il Ministero
della Sanità formalmente responsabile dei controlli, questi
vengano di fatto delegati agli stessi stabilimenti utilizzatori
(che si dovrebbero in tal modo autocontrollare), si può
capire quanta libertà venga lasciata ai vivisettori da
questa legge.

Una drastica riduzione del numero degli animali uccisi, sarebbe
possibile evitando le ripetizioni degli esperimenti già
compiuti. Occorrerebbe dunque un Centro di Elaborazione Dati
al quale far affluire i risultati di tutti gli esperimenti compiuti,
come minimo, in tutta Europa. Invece, il decreto 116/92 si limita
a definire, come unico obbligo per il Ministero della Sanità,
la raccolta di dati statistici sul “numero e specie di animali
utilizzati in esperimenti” e viene anche precisato che non
saranno pubblicate le informazioni pervenute quando esse “rivestono
un particolare interesse commerciale”. Come dire che non
si saprà mai niente degli esperimenti compiuti dalle industrie
farmaceutiche.

La legge 413/93 sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione
animale

Alla fine del 1989, 27 tecnici di Radiologia medica dell’Istituto
Rizzoli di Bologna, in previsione dell’apertura all’interno dell’ospedale
di un laboratorio, in cui sarebbero stati usati conigli, suini,
ovini, cavie e ratti, si dichiararono obiettori di coscienza
a questo tipo di sperimentazione. Nello stesso periodo, si verificava
un caso analogo presso la USL n. 4 di Chieti. In poco tempo,
giunsero presso i due istituti migliaia di lettere e fax di sostegno
agli obiettori. Questo fu lo stimolo per la presentazione in
Parlamento, da parte dell’on. Gianni Tamino, membro del Comitato
Scientifico

Antivivisezionista (di cui è oggi presidente), del disegno
di legge per l’obiezione alla vivisezione, poi portato avanti
dalle senatrici Annamaria Procacci e Carla Rocchi e dal deputato
Stefano Apuzzo. La legge fu approvata nel 1993 quasi all’unanimità.

Si tratta della legge n. 413, del 16 ottobre 1993 (Gazzetta
Ufficiale n. 244), dal titolo “Norme sull’obiezione di coscienza
alla sperimentazione animale”, che riguarda studenti, docenti,
ricercatori, medici, personale sanitario, tecnici, infermieri,
in strutture pubbliche o private. La domanda di obiezione di
coscienza va presentata per i dipendenti, all’atto d’assunzione
e, per gli studenti, al momento dell’inizio del corso. Le strutture
hanno l’obbligo di pubblicizzare la possibilità di obiezione
di coscienza (nel caso delle università il compito spetta
ale segreterie di facoltà) e devono predisporre un modulo
da compilare per quanti vogliano presentare domanda. Ogni discriminazione
è vietata. Devono essere previsti dei laboratori sostitutivi
per gli studenti obiettori.

Sulla carta, questa legge è una grande ed importante
conquista. Nella realtà, invece, la possibilità
di obiettare, ben lungi dall’essere pubblicizzata, molto spesso
non viene neppure menzionata nella “Guida dello studente”
delle varie facoltà scientifiche. I laboratori sostitutivi
spesso non esistono, e gli studenti che decidono di avvalersi
del diritto all’obiezione, vengono discriminati dagli insegnanti.
La legge esiste, dunque, ma non ne vengono applicati né
la lettera né lo spirito.

La sperimentazione didattica

Abbiamo già visto come nella legge 116/92 la sperimentazione
didattica sia ammessa “soltanto in caso di inderogabile
necessità e non sia possibile ricorrere ad altri sistemi
dimostrativi”. Ma in moltissime facoltà esistono
ancora laboratori didattici in cui vengono effettuati esperimenti
su animali. Lo studente generalmente non lavora su animali vivi:
è il docente o uno degli assistenti che, prima dell’inizio
dell’esercitazione, uccide l’animale (le specie più utilizzate
sono vermi, rane, roditori, molluschi e crostacei) non troppo
tempo prima per evitare l’insorgere della necrosi. Le prove didattiche
sono in genere molto semplici; si tratta normalmente della dissezione
e della successiva osservazione dell’anatomia e fisiologia dell’animale.

L’associazione MOUSE (Movimento Universitario Europeo Obiettori
alla Sperimentazione animale) ha pubblicato un rapporto sull’utilizzo
degli animali nelle università, mettendo in luce l’inutilità
e la non convenienza di tali esperimenti didattici, sotto diversi
punti di vista: legislativo, scientifico, economico, organizzativo.
Sotto l’aspetto scientifico, esistono metodologie di cui gli
studenti possono avvalersi, che sono ben più utili dei
ripetitivi esperimenti sugli animali:

modelli riproduttivi animali e umani, simulatori di pazienti,
film e video, simulazioni computerizzate (interattive e personalizzabili,
in cui lo studente può eseguire i test da solo e valutare
la propria preparazione), libri di fotografie, esperimenti su
microrganismi, colture cellulari e tissutali.

Ma, al di là di ogni valutazione, la sperimentazione
didattica dovrebbe essere immediatamente vietata perché
presenta una contraddizione legislativa. La legge 413/93 consente
infatti agli studenti di dichiararsi obiettori. Ciò significa
che la sperimentazione sugli animali non è necessaria,
come invece richiesta dall’articolo 8 della legge 116/92. Inoltre,
poiché l’insegnante deve prevedere sistemi dimostrativi
e corsi alternativi per gli studenti obiettori, è falso
il fatto che non sia possibile ricorrere ad altri sistemi sostitutivi,
come richiesto sempre dall’art. 8 della legge 116. Il permesso
di effettuare esperimenti didattici sugli animali non dovrebbe
essere pertanto mai concesso.

Esiste infatti una proposta di legge, portata avanti dai membri
del Comitato Scientifico Antivivisezionista e da varie associazioni,
supportata anche da una petizione popolare, che richiede di vietare
esplicitamente ogni sperimentazione didattica sugli animali.

I test di tossicità

L’immissione sul mercato di ogni sostanza nuova potenzialmente
pericolosa è disciplinata dalla Direttiva 92/32 CEE del
30/4/1992. Essa si applica a sostanze destinate alla preparazione
di prodotti cosmetici e specialità medicinali e, tra le
altre cose, obbliga la ditta che intende commercializzare una
nuova sostanza a rendere noti i risultati delle prove tossicologiche
ed ecotossicologiche, in cui vengono utilizzati gli animali.

Per classificare una sostanza viene effettuata la valutazione
della tossicità acuta, ossia della dose che, con unica
somministrazione, provoca la morte del 50% degli animali (LD50).
Sono definite quattro categorie: “molto tossico”, “tossico”,
“nocivo” e “non nocivo”, in base alla specie
dell’animale utilizzato ed al rapporto mg di sostanza/kg di peso
corporeo. Tali parametri sono del tutto arbitrari perché,
come sappiamo, una stessa sostanza fornisce risultati diversi
per specie diverse, o anche per la stessa specie in condizioni
ambientali diverse. Tale metodo non ha quindi alcun valore scientifico.
Sono inoltre previste prove di tossicità ripetuta e cronica
(dosi più piccole per periodi più lunghi, che vanno
dalle 2 settimane a tutta la vita dell’animale), prove di mutagenesi
(capacità della sostanza di alterare il codice genetico)
e prove di tossicità connessa con il ciclo riproduttivo.
Anche in questo caso, l’animale viene usato come modello per
l’uomo, postulato scientificamente inaccettabile.

E’ stata fatta una raccolta di firme per una petizione indirizzata
al Ministro della Sanità, che chiedeva l’abolizione dell’obbligo
legale dell’utilizzo di animali nei test di tossicità.
Infatti, un ricercatore che voglia utilizzare metodi scientifici
sostitutivi, è comunque

obbligato dalla legge a compiere anche i test sugli animali.
Mentre una sostanza provata solo sugli animali con gli obsoleti
test LD50, LC50, etc., già ritenuti non affidabili dalla
stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, può
essere messa in commercio senza alcun altro obbligo.

La battaglia è importante perché il 75% degli animali
uccisi dalla vivisezione viene immolato nei test di tossicità.

Le specialità farmaceutiche sono invece poste in commercio
seguendo la Direttiva 83/570 della CEE, la quale prevede che
una sostanza per uso medicinale debba essere provata prima sugli
animali, poi su persone sane e, da ultima, su persone malate.
Ma, anche nella seconda fase, sull’uomo, questa procedura non
rispetta né dei criteri scientifici (l’uomo sano dà
una risposta diversa da quella del malato), né dei criteri
etici, perché non vengono tutelati i diritti delle persone
sottoposte alla sperimentazione.

La sperimentazione umana

Per qualsiasi nuova cura o nuova sostanza è inevitabile
che alla fine vi debba esssere la sperimentazione sull’uomo.
Tuttavia, perché questa sperimentazione corrisponda alle
caratteristiche di scientificità e di eticità,
essa dovrebbe rispettare i seguenti principi:

1) essere fatta solo dopo che tutte le prove scientifiche possibili
(dunque non sugli animali) siano state portate a termine (su
cellule e batteri, con simulazione al computer, ecc);

2) essere fatta solo su persona portatrice della malattia in
esame, escludendo i “volontari” sani (spesso chiamati
volontari anche quando illecitamente retribuiti);

3) essere fatta su paziente consenziente, adeguatamente informato
e che possa in qualunque momento interrompere la sperimentazione;

4) venire applicata solo quando non esistano altre terapie ritenute
più idonee per il paziente e quando lo sperimentatore,
anche in presenza delle autorizzazioni richieste, risponda in
prima persona degli eventuali danni.

La sperimentazione fatta in precedenza sugli animali non sarà
mai utile a tutelare in qualche modo la persona umana, o a farne,
anche orientativamente, prevedere la risposta.

La questione dei cosmetici

Dal 1976 anche in Italia, a seguito della direttiva europea
76/768/CE (e poi la 92/32/CE) è obbligatorio per legge
sperimentare su animali gli ingredienti dei prodotti cosmetici.
Non è richiesta invece questa sperimentazione sul prodotto
finito e per questo motivo diverse ditte possono definire i loro


prodotti “non sperimentati su animali”. Tale dicitura
che non si riferisce però ai singoli ingredienti.

La normativa non è ancora intervenuta chiaramente sulla
validità delle diciture e dei simboli che si possono trovare
sui cosmetici riguardo all’assenza di test su animali.

Tutti gli oltre 8.000 ingredienti usati in cosmetica sono stati
testati su animali, compresa l’acqua (!) ma abbiamo la possibilità
di non incrementare i test su animali preferendo i prodotti di
quelle ditte che utilizzano solo ingredienti in uso prima dell’emanazione
della direttiva nel 1976 (BWC, Lakshmi, Pure Plant, Progetto
Gaia), oppure ingredienti in uso prima del cambiamento di politica
delle ditte stesse. Queste ultime (circa 150) hanno sottoscritto
uno Standard Internazionale, rappresentato in Italia dalla LAV
e promosso da cinquanta tra le più importanti associazioni
animaliste al mondo. Le aziende che aderiscono si impegnano a
non prendere parte a nessun test su animali, né a commissionarlo
ad altri, né a comprare materie prime da fornitori che
effettuano o fanno effettuare esperimenti su animali. La lista
completa è consultabile sul sito www.mclink.it/assoc/lav
oppure chiamando la LAV allo 064461325.

Le associazioni antivivisezioniste hanno agito per eliminare
gli esperimenti per la cosmesi, non certo perché questi
test siano “più inutili” o più condannabili
degli altri dal punto di vista etico o scientifico, ma perché
meno giustificabili dal “sentire comune”. Questa battaglia
è stata combattuta senza perdere comunque di vista l’obiettivo
finale, che è quello dell’abolizione totale della vivisezione.

Il risultato ottenuto è stato la direttiva 93/35/CE,
che ha imposto la cessazione dei test cosmetici sugli animali
a partire dal 1 gennaio 1998. Questa data è slittata,
purtroppo, con la direttiva 97/18/CE, al 30 giugno 2000, perché
non sono stati ancora “validati” metodi sostitutivi,
(e vi è chi si sta adoperando per farla slittare ancora…).

Occorre chiedersi perché i test sostitutivi non siano
stati ancora validati. La risposta è semplice: attualmente,
un test si definisce “valido” quando fornisce gli stessi
risultati che si ottengono nelle prove su animali. Ma poiché
queste prove per le numerose ragioni già esposte non sono
scientifiche e sono soggette ad infinite variabili, nessun metodo
sostitutivo, che ha basi scientifiche, può dare gli stessi
risultati. Vanno quindi cambiati i parametri di validazione e
va soprattutto denunciato il fatto che il metodo di sperimentazione
animale, per tanti considerato ancora un dogma, non è
mai stato validato.

Gli animali transgenici

Le nuove conoscenze nal campo della genetica hanno consentito,
negli ultimi 20 anni, di modificare l’informazione genetica degli
organismi viventi, “inventando”, con quelle che vengono
chiamate “manipolazioni genetiche”, nuove forme di
vita. In particolare, nel campo della ricerca, sono stati creati
animali, chiamati transgenici, in cui sono stati inseriti geni
umani, per tentare di renderli più “simili”
all’uomo, più validi scientificamente… Questo tentativo
di “umanizzazione” della cavia ha contribuito a dimostrare
il fallimento della ricerca fatta con gli animali ed a dimostrare
allo stesso tempo l’ostinazione della scienza odierna nel perseverare
in una strada errata: la strada che assimila l’organismo vivente
ad una macchina, i cui pezzi possono essere smontati, sostituiti
e rimontati; la strada che rifiuta di riconoscere l’enorme complessità
delle relazioni che legano tra di esse le varie parti di un organismo
vivente e che legano un essere vivente al suo ambiente di vita
(è su tale visione che si basa la sperimentazione animale).

Tralasciando il discorso sull’assurdo diritto che l’uomo si
sta arrogando di “creare” la vita e di interferire,
con le manipolazioni genetiche, negli equilibri naturali del
pianeta (discorso troppo ampio per essere affrontato in questa
sede), va detto che l’animale transgenico si sta rivelando anch’esso
del tutto inutile per il progresso scientifico. L’oncotopo, brevettato
nell’88 in USA, nel cui DNA era stato inserito un gene umano
in grado di far sviluppare un tumore alla mammella, e che avrebbe
dovuto rappresentare il modello ideale per la ricerca, a distanza
di più di 10 anni, non ha portato ad alcun progresso scientifico
nel campo della comprensione dei meccanismi di insorgenza dei
tumori o della loro cura. Perché l’oncotopo continua ad
essere per il 99% un topo e quindi a comportarsi in maniera significativamente
diversa rispetto all’uomo.

Che cosa potete fare voi?

Se dopo aver letto questo opuscolo vi chiedete che cosa vi
sia possibile fare per combattere la vivisezione, ecco alcuni
suggerimenti:

– Documentatevi, non rifiutatevi di leggere libri e articoli
di informazione scientifica o etica sull’argomento. Se siete
studenti di scuole superiori, chiedete ai vostri insegnanti o
al vostro preside di poter organizzare una conferenza sull’antivivisezionismo
scientifico.

– Distribuite materiale informativo e parlate del problema con
quante più persone potete.

– Chiedete ai medici che incontrate qual’è la loro posizione
e se sono favorevoli ad iscriversi al Comitato Scientifico Antivivisezionista.

– Non perdete occasione per esprimere pubblicamente la vostra
condanna (intervenendo nei dibattiti, scrivendo lettere ai giornali).

– Aiutate le associazioni che si battono contro la vivisezione
con contributi economici oppure offrendo la vostra disponibilità.

– Boicottate quanti sono coinvolti nella vivisezione.

– Se possibile, mettete a disposizione la vostra professionalità
(medici per conferenze, avvocati per denunce, insegnanti per
parlare nelle scuole, tipografi per stampare materiale informativo,
etc.).

– Non aiutate le associazioni che finanziano la ricerca medica,
a meno che esse siano in grado di dimostrare che non contribuiscono
ad alcuna ricerca fatta sugli animali.

Fonti

· Bollettini del Comitato Scientifico Antivivisezionista;

· Opuscolo “Obiezione alla Vivisezione” a cura
di G. Felicetti, distribuzione LAV;

· Opuscolo “Come e perché, in base alle attuali
normative, si possono abolire gli esperimenti su animali per
scopi didattico- dimostrativi”, MOUSE;

· Opuscolo “A critical look at animal experimentation”,
MRMC, New York, 1998;

· Articolo “Una vittoria importante”, di M.
Lorenzi, pubblicato nel n. 41 de “La Voce dei senza voce”,
periodico edito dalla LeAL;

· N. 64 di “Impronte”, periodico edito dalla
LAV;

· Articolo apparso su “Le Scienze”, aprile 1997,
intitolato “Dispendiosa e inattendibile”, di Neal D.
Barnard e Stephen R. Kaufman;

· Articolo apparso su King-Kong n. 7 (secondo trimestre
1992), di A. Pontillo, intitolato “è arrivata la
nuova legge – Sessant’anni dopo – La vivisezione continua”;

· “Tossicità legale 2” di Massimo Tettamanti;

· “Gli animali e la ricerca” di Stefano Cagno;

· “Vivisezione o scienza – una scelta” di Pietro
Croce;

· “Zampe pulite – dei doveri dell’uomo, dei diritti
degli animali” di S. Apuzzo, ed. Costa & Nolan, Milano,
1997.

Per ulteriori approfondimenti

· Hans Ruesch, “Imperatrice nuda”, Garzanti,
Milano, 1977 – Testo storico e fondamentale del movimento antivivisezionista:
ha denunciato per la prima volta al mondo intero tutti gli aspetti
aberranti della sperimentazione sugli animali;

· Pietro Croce, “Vivisezione o scienza”, edito
da: Movimento Nazionale Ecologico, Firenze, 1988 – Testo base
dell’antivivisezionismo, che approfondisce più d’ogni
altro l’aspetto scientifico;

· Stefano Cagno, “Gli Animali e la ricerca – viaggio
nel mondo della vivisezione”, Franco Muzzio Editore, ARIES
S.r.l. Gruppo Editoriale, 1997 – L’argomento “vivisezione”
trattato in maniera divulgativa sotto tutti gli aspetti (scientifici,
etici, legislativi, storici, sociali);

· Massimo Tettamanti, “Tossicità legale”
e “Tossicità legale 2”, (OIPA, 1996 e ATRA-AGSTG,
1998) – Informazioni sui test di tossicità che non fanno
uso di animali (in Italia, il 75% degli esperimenti su animali
riguardano i test di tossicità);

· Robert Sharpe, “L’inganno crudele”, Borla,
Roma, 1992 – Confutazione della validità scientifica degli
esperimenti sugli animali.

Stefano Cagno è Dirigente Medico
Azienda Ospedaliera Vimercate (MI)

e Membro del Comitato Scientifico Antivivisezionista.

Opuscolo scritto,stampato e distribuito dal

CSA, Comitato Scientifico Antivivisezionista,

in collaborazione con il

gruppo
VASA, Volontari per l’Abolizione della Sperimentazione
sugli Animali.

Per informazioni, proposte e richieste

delle sopracitate pubblicazioni:

Gruppo VASA, tel. 333/6970350; e-mail: [email protected]

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