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L'ECONOMIA CINESE E' DAVVERO NEI GUAI ?

DI EAMONN FINGLETON

unz.com

Non puoi sperare di corrompere – grazie a Dio! – un giornalista inglese. Tuttavia, vedendo quel che è capace di fare da uomo libero, non ce ne sarà l’occasione.

Così scriveva agli inizi del ‘900 lo spiritoso Humbert Wolfe. La sua opinione in merito ai giornalisti americani non venne mai documentata ma, quando le questioni cruciali si fecero preoccupanti, probabilmente rivelarono una ingenuità di gran lunga maggiore rispetto ai loro colleghi britannici.

Raramente la stoltezza dei giornalisti americani è stata più imbarazzante di adesso, in merito all’andamento dell’economia cinese.

Al momento probabilmente è l’economia d’esportazione di maggior successo della storia, ma i giornalisti americani sono in qualche modo convinti che versando in condizioni così terribili avesse bisogno di una svalutazione. La CNBC, per esempio, ha riferito l’altro giorno che “i migliori esperti” ritengono che lo yuan sia sopravvalutato di un buon 10%. Questo nonostante il fatto che negli ultimi due anni la valuta cinese sia già calata di oltre l’8% nei confronti del dollaro.

Le esportazioni reali della Cina sono state poco brillanti di recente, ad esempio quelle di novembre sono diminuite del 3,7% in yuan e il calo è stato notevolmente maggiore in dollari. Ciò che non si dice spesso però è che le esportazioni cinesi rappresentano uno dei settori più instabili nell’economia globale.
Battute d’arresto nel breve termine fino al 20% o più sono indicatori comuni e straordinariamente indicativi dello stato di salute dell’economia cinese. Ciò che conta è la tendenza a lungo termine, ossia un tasso di crescita dei proventi delle esportazioni, in dollari, che è stato in media superiore al 17% all’anno nell’arco degli ultimi 15 anni. Si tratta di un valore veramente straordinario e la sua precisione è attestata dalle importazioni delle altre nazioni.

È quasi superfluo dire che, a parte quello che riferiscono le fonti “esperte” della stampa, la teoria della svalutazione non regge ad un esame sommario. Dopo tutto, l’obbiettivo dei tassi di cambio è quello di garantire che il commercio venga condotto in condizioni eque e reciprocamente vantaggiose. Eppure, per una generazione lo yuan è stato talmente sottovalutato che ha scatenato il caos in quel poco che è rimasto della una volta imperante industria Americana.

Il risultato del 2014 è stato che il Deficit Commerciale Bilaterale dell’America con la Cina ammonta a 348 miliardi di dollari. Questo ha influito sulla maggioranza di tutto il deficit delle partite correnti degli USA con il mondo, che è pari a 389 miliardi (il Conto Corrente è la misura più ampia e significativa del commercio di una Nazione). Nel frattempo la Cina ha goduto di un avanzo delle partite correnti di ben 220 miliardi.

Anche di fronte a ciò, la stampa ha spesso marcato negativamente le notizie in merito all’economia cinese. Molti giornalisti si sono spinti a tal punto da prendere in considerazione suggerimenti – provenienti in ultima analisi da una frangia di Sociologi estremisti- che sosterrebbero che il miracolo economico cinese è solo fumo negli occhi e che in realtà la Cina è in bilico tra l’orlo di un disastro politico o economico, o entrambi.

Le conseguenze politiche sono difficili da estremizzare. Ipotetici rapporti di difficoltà economica in Cina non solo assecondano i desideri dell’americano medio, ma forniscono una scusa per procrastinare misure a lungo termine per reprimere le condotte commerciali disoneste cinesi. Nel frattempo il tutto viene messo in cattiva luce da personaggi come Donald Trump che mantengono una linea dura nei confronti della Cina.

In tali circostanze le autorità di Pechino non potrebbero che trarne vantaggio e sembra chiaro che per molti anni queste abbiano silenziosamente promosso e sostenuto la diffusione di cattive notizie. (Come anche il Giappone, ma questa è un’altra storia.)

La radice del problema per quanto riguarda la stampa risiede nella povertà delle proprie fonti. Invece di operare attivamente per la ricerca di fonti indipendenti, affidabili, i giornalisti spesso si fossilizzano attorno a chiunque si ritrovino a portata d’orecchio. Troppo spesso questo significa affidarsi a fonti appositamente collocate in posizioni di rilievo dalle lobby cinesi.

Ciò che è chiaro è che molti dei migliori sinologi accademici sembrano essere congenitamente pro-Pechino. Alcuni sono solo ambiziosi di un buon posto in una ipotetica futura amministrazione Presidenziale, perciò devono evitare di dire cose che potrebbero disturbare le lobby Cinesi. Queste lobby, tra l’altro sono finanziate in gran parte da aziende Americane che spostano gran parte della loro produzione nel loro Paese.
Uno degli obiettivi più evidenti delle lobby è stato quello di mantenere lo yuan basso, con tutto ciò che ha comportato per il futuro dell’Industria manifatturiera Americana. Come sono le lobby che controllano le tranche di denaro finalizzate alla promozione degli studi e della ricerca.

Per quanto riguarda le altre fonti principali, gli analisti dell’economia cinese e quelli bancari sono generalmente ancora meno affidabili dei sociologi accademici. Essi sono chiaramente vincolati dalla necessità di soddisfare i loro clienti più redditizi ed esigenti, tra i quali ritroviamo diverse leve finanziarie del sistema cinese che hanno da tempo acquisito posizioni privilegiate. (La Cina è ora un vasto esportatore di capitali, che è, ovviamente, vantaggioso per le società di Wall Street che privilegiano dell’alleanza con Pechino.)

Naturalmente, alcune fonti che vengono spesso citate, senza dubbio credono a quello che stanno dicendo. In particolare vi è una minoranza di osservatori di estrema destra cinese che amano predicare il laissez-faire dei libri di testo americani, apparentemente ottenebrati da Pechino. Questa è l’ala conosciuta anche come il “Tea Party” della sinologia americana. I suoi membri sembrano essere particolarmente carenti di capacità di ascolto che sono essenziali per la comprensione di un luogo come la Cina (dove in pratica va focalizzata l’attenzione su ciò che non viene detto, qualcosa che loro probabilmente considerano solo un ossimoro).
Naturalmente, proprio perché tali sinologi spesso sbagliano, sono visti a Pechino come utili idioti che lavorano meravigliosamente al mantenimento della confusione nell’opinione pubblica Americana.

Mentre possiamo raramente dire con certezza se un particolare osservatore della Cina è alla mercé di Pechino, la maggior parte sappiamo che lo sono senza dubbio. Anche se si spaventerebbero a essere identificati in tale modo, il loro ordine del giorno è abbastanza esplicativo del modo in cui si auto-censurano. Invece di parlare delle barriere commerciali con la Cina, del furto di proprietà intellettuale e dello yuan sottovalutato, solitamente tendono ad allontanarsi in punta di piedi da discussioni di questo tipo.

Diamo ora uno sguardo più da vicino ad alcune delle figure più problematiche della Sinologia.
Ci vuole ben più che una sommaria ricerca su internet per scoprire di osservatori cinesi che hanno invano predetto l’eclisse, se non il collasso, del Middle Kingdom nel corso degli anni.
In un attimo troveremmo Gordon Chang, che si aggiudica il titolo di Re del “collasso Cina”, ma prima prendiamo in considerazione un paio di pretendenti al trono.

Una fonte citata spesso è il professore e analista Michael Pettis. Anche se il tono dei commenti di Pettis varia di frequente, si è sempre comportato con eccessiva accondiscendenza.

Ecco come in questo caso, per esempio, ha descritto l’economia cinese all’Associated Press nel 2007:
“In questo momento siamo ad un buon punto. Non ci aspettiamo che cose positive per il futuro…
Si può ipotizzare una crisi nel momento in cui si presenteranno tutte le condizioni per uno shock. Là fuori, c’è molto più debito di quanto pensiamo.”

Ogni politicante degli Stati Uniti che si fece convincere da ciò sarebbe stato accecato dagli eventi successivi. Per esempio, nei sette anni seguenti le esportazioni cinesi aumentarono più di tre volte in termini di dollari.

Al di là di tutti i sostenitori pro-Cina, pochi sono più espliciti di Arthur Waldron, professore presso l’Università della Pennsylvania e membro del Council on Foreign Relations. Già nel 2002, ha affermato che la crescita dell’economica cinese è stata una finzione. Scrivendo sul Washington Post, ha esposto una teoria folle che sostiene che invece di crescere di circa il 6%, come viene dichiarato ufficialmente, l’economia cinese si è in realtà contratta per tutti i quattro anni precedenti. Ha concluso che la politica industriale della Cina è “una ricetta per la crescita, ma non per il collasso economico.”

Un altro sinologo che ha svolto un ruolo fuori misura nel processo di confusione dell’opinione pubblica americana è Susan Shirk. Come Ho Miu Lam, Professore di Relazioni Pacifiche presso l’Università di California, San Diego, Shirk rimane quella che è stata piu’ a lungo considerata “amica della Cina”. Una nota esplicativa del suo stile la ritroviamo nel 1994, quando pubblicò “Come la Cina aperto le sue porte: il successo politico del Commercio Estero della Repubblica popolare cinese e la riforma degli Investimenti”. Ha poi continuato come Vice Assistente del Segretario di Stato nell’amministrazione Clinton giocando un ruolo chiave nei negoziati che hanno portato la Cina ad acquisire lo status di Nazione Commerciale Favorita.

La sua pretesa al posto come sostenitrice pro-Cina è riscontrabile in un suo libro pubblicato nel 2007: ”Cina: Superpotenza Fragile: Come la la politica interna Cinese potrebbe far deragliare la sua ascesa pacifica”. Il libro postulò come una rivoluzione popolare avrebbe potuto rovesciare gravemente il regime Cinese. Le conseguenze, ha suggerito, potrebbero essere devastanti non solo per la Cina, ma anche per l’Occidente. Ha esortato l’Occidente non solo ad accordarsi con i leader cinesi esosi di rispetto ma anche ad adottare una politica esplicita per mantenerli al potere. Tra le altre misure che presumibilmente minerebbero a boicottare le denunce sulle politiche commerciali Cinesi.

Praticamente ogni aspetto di questa analisi può essere smentito, ma una confutazione completa richiederebbe più spazio di quello concessomi in questo articolo. La prima cosa da notare è che lei ha affermato che la sua analisi si sarebbe basata su conversazioni con numerosi alti dirigenti cinesi. Questo potrebbe essere così – ma evidentemente non si chiese cosa avessero scelto di non raccontare loro. Dopo tutto, hanno affinato la loro tecnica nel mantenere segreti al loro stesso popolo. Perché dovrebbero confessare tutto ad una straniera (per di più ingenua)?

Per ora facciamo solo notare che per millenni, i leader cinesi si sono generalmente dimostrati straordinariamente abili a stroncare sul nascere eventuali segni di rivoluzioni incipienti. Il Leader supremo Deng Xiaoping ha perpetuato la tradizione così brutalmente da rompere le proteste di Tiananmen nel 1989.

I leader di oggi sembrano peraltro più innocui rispetto ai loro predecessori in quanto sono dotati di moderni metodi di sorveglianza elettronica che possono fornire loro un avvertimento preventivo in casi di rappresaglie interne, rispetto al passato.

Adesso consideriamo David Shambaugh, politologo presso la George Washington University.
Dopo aver sottolineato che l’Esercito di Liberazione del Popolo è una cosiddetta ‘tigre di carta’, è diventato apertamente pessimista riguardo il sistema politico cinese negli ultimi anni. Un suo saggio recente, pubblicato sul National Interest nel 2014, è stato intitolato “L’illusione del potere cinese”.

Poi nel marzo 2015 convinse i redattori del Wall Street Journal a pubblicare un commento intitolato “L’incombente crack cinese.”

Egli scrisse: “Il finale di partita del regime comunista cinese è iniziato, credo, e ha compiuto maggiori progressi di quanto molti pensano”.

Riferendosi al ruolo del Partito comunista, ha aggiunto: “La sua morte è probabile che venga protratta, disordinatamente e violentemente. Io non escluderei la possibilità che il signor Xi verrà deposto in una lotta di potere o un colpo di Stato.”

La sua analisi fu formulata così melodrammaticamente che attirò numerose critiche, tra cui una confutazione punto per punto dal commentatore di Forbes.com Stephen Harner (che, a differenza di Shambaugh, può vantare di aver trascorso gran parte della sua carriera in Cina).

Il punto centrale della supposizione di Shambaugh era che gli sforzi del presidente Xi Jinping per frenare la corruzione stessero pericolosamente infastidendo i rivali al potere.

Come misura in vista di un presunto indebolimento della presa del presidente Xi, Shambaugh riportò che in una recente visita di un campus in una libreria non vi erano in circolazione alcuni volantini riguardanti Xi e la sua campagna. Questo, ovviamente, sarebbe come se un turista cinese giudicasse l’andamento della campagna presidenziale di Hilary Clinton basandosi unicamente sulla distribuzione dei suoi volantini presso la Columbia University.

Shambaugh ha inoltre sottolineato che un numero crescente di studenti cinesi ultimamente scelgono di studiare all’estero. Questo, ha suggerito, è imputabile principalmente a una paura morbosa nei confronti dell’instabilità politica presente nel paese. L’idea che spiegazioni meno sensazionali sarebbero bastate a rispondere a quella domanda non lo sfiorò nemmeno. Dopo tutto, stando agli ultimi dati, i coreani sono in proporzione quasi sette volte i cinesi che probabilmente studiano negli USA – e i taiwanesi più di quattro.

Dobbiamo davvero credere che il rischio di un “crack up” sia maggiore in Corea del Sud e in Taiwan piuttosto che in Cina? La verità è che gli studenti dell’Asia orientale studiano all’estero per una serie di motivi piuttosto banali, in particolare la possibilità di migliorare il proprio inglese. Questa tendenza è stata fortemente stimolata non solo aumentando la ricchezza orientale, ma con anche i progressi del trasporto aereo e delle comunicazioni che generalmente favoriscono anche il processo di globalizzazione.

Forse il punto più importante della tesi di Shambaugh era che molte famiglie facoltose cinesi stessero acquistando abitazioni all’estero. Ma, come ha sottolineato Stephen Harner, questa non è certo una novità. I cinesi hanno fatto così per generazioni. L’unica differenza è che adesso hanno molti più soldi da spendere. Questo, naturalmente, attrae e addirittura viene riportato sui giornali.

Probabilmente il singolo membro più ampiamente pubblicizzato del club del “Collasso della Cina” è Gordon Chang, un avvocato sino-americano. Da quando nel 2001 pubblicò “L’incombente collasso della Cina”, non ha avuto piu’ buone parole da spendere circa le prospettive economiche della Cina. Eppure, tra il 2001 e il 2014, la Cina ha incrementato le sue esportazioni da 267 miliardi a 2331 miliardi di dollari – quasi otto volte il guadagno iniziale con un tasso di crescita annuo di un incredibile 18,1%. Questo significa un tasso di crescita di produttività sostenuta che poche, se non pochissime, altre nazioni hanno raggiunto.

Contattato recentemente, Chang ha professato di essere ancora sostenitore della Cina. Ma se la Cina è riuscita a sfuggire all’Armageddon economico concomitante alla pubblicazione del suo libro quattordici anni fa, cosa è cambiato davvero? Nella sua ultima riformulazione, l’argomentazione di Chang verte sul fatto che la Cina si trova a dover affrontare una devastante concorrenza con l’India. Proprio come l’ascesa della Cina ha raso al suolo l’economia degli Stati Uniti, un’ascesa del’India potrebbe minare alla supremazia dell’economia cinese.

Per un non-economista, e in particolare uno che non ha familiarità con l’Asia, questo potrebbe sembrare non del tutto plausibile. In realtà la tesi di Chang si basa su una delle più fallimentari teorizzazioni dell’ economia, ossia l’idea che il successo (in ambito economico) è un gioco a somma zero. La sua ipotesi implicita è che se alcune nazioni trionfano altre sono necessariamente costrette a perdere. Questo è malthusianesimo puro e trascura il fatto che in condizioni moderne la crescita economica è un universo in espansione. Si pensi, per esempio, alla crescita della Scandinavia. Anche se la Norvegia, la Svezia e la Danimarca, ora si collocano vicino o in cima alla classifica del reddito mondiale, questo non ha tutto sommato posto problemi ad una nazione come la Germania.

Quello che Chang sembra suggerire è che l’India si sia accordata per usare gli stessi metodi super aggressivi per accanirsi sull’Industria Cinese che la Cina stessa ha utilizzato per minare quella Americana. Non riesce a notare tuttavia, che Washington è stata tagliata fuori, con il risultato che la Cina è riuscita a farla franca dopo quello che può venire rinominato come un omicidio economico.

In particolare la Cina ha estorto una cornucopia di avanzate tecnologie di produzione dagli USA. Alle società statunitensi è stato detto che per vendere i loro prodotti in Cina avrebbero dovuto produrli lì e esportare le migliori tecnologie da loro conosciute.

A dire il vero, questi diktat calpestano gli impegni della Cina nell’ambito degli accordi commerciali internazionali. L’India è improbabile che possegga un consenso di quel tipo per utilizzare tecniche di estorsione simili contro la Cina.

In realtà l’unica cosa che India e Cina hanno in comune è la matrice asiatica. Per quel che riguarda i fondamenti economici e politici, sono come il giorno e la notte. Nel commercio, per esempio, l’India rimane una forza trascurabile, nonostante i molti anni di chiacchiere in Occidente. Secondo le ultime stime ci è dato sapere non solo che le esportazioni della Cina possiedono un vantaggio di nove a uno, ma anche che la Cina sembra stia man mano accrescendo il suo vantaggio. (Misurate nel 2006, le esportazioni indiane sono quasi raddoppiate, mentre quelle Cinesi sono quasi quadruplicate.)

Fondamentalmente il tasso di risparmio del’India tocca poco più della metà di quello della Cina. Peggio ancora, alle autorità indiane sembrano mancare gli strumenti autoritari necessari per aumentarlo. (In “Nella morsa del Drago”, un libro che ho pubblicato nel 2008, ho mostrato come la Cina utilizza controlli autoritari in maniera rigida e automatizzata per reprimere il consumo, favorendo così il tasso di risparmio.)

Un’altra differenza fondamentale è che, mentre la Cina ha gestito enormi eccedenze di conto corrente per decenni, la bilancia dei pagamenti indiana rimane ostinatamente in rosso.

Un’ altra argomentazione portata avanti da Chang è che la fuga di capitali minaccia di distruggere l’economia cinese.
Anche se questo può ancora impressionare un non-economista, qui c’è ancora una spiegazione logica.
Tanto per cominciare, la Cina è un enorme esportatore di capitali a seguito delle sue eccedenze delle partite correnti (è semplice aritmetica, ogni dollaro di eccedenza rappresenta un dollaro di capitale che, volenti o nolenti, va esportato).

Per sicurezza i leader cinesi hanno spesso parlato come se fossero preoccupati per la fuga di capitali. Lo scopo di questi discorsi, però, sembrò essere solo quello di distogliere l’attenzione dalla Banca popolare Cinese da interventi di mercato che avrebbero mantenuto lo yuan sottovalutato.

Ciò che è chiaro è che, se le autorità di Pechino possono controllare internet e la stampa, a maggior ragione possono controllare la fuga di capitali (che richiede principalmente solo una presa salda su una manciata di grandi banche, la maggior parte delle quali sono, nel caso della Cina, di proprietà dello Stato).

Quello che sappiamo per certo è che, storicamente, le nazioni con una tradizione molto più liberale – il Regno Unito della metà del XX secolo, per esempio – hanno avuto pochi problemi a mantenere il controllo sui propri capitali effettivi.
Inoltre, nel caso degli investimenti, per gli inglesi ottenere i loro soldi in quel periodo era di gran lunga più semplice in confronto alla Cina di oggi. Dopo le performance economiche della Gran Bretagna tutto rimaneva costantemente anemico, mentre il tasso di crescita attuale della Cina, intorno al 6%, rimane uno dei più alti del mondo. Nell’improbabile eventualità che la fuga di capitali cinese divenga davvero un problema, le autorità hanno disponibili una serie di rimedi, addirittura un sistema orwelliano di spionaggio elettronico molto più invadente di qualsiasi cosa conosciuta in Occidente oggi, figurarsi il Regno Unito del 1960.

Allora, cosa ci rimane? Sono finiti i tempi in cui la stampa americana commemorava il suo tradizionale impegno per il raggiungimento di un equilibrio – ed ha recuperato il suo buon senso. Fortunatamente, non tutti i giornalisti sono incapaci di trarre insegnamenti dalle proprie esperienze. 
Lascio l’ultima parola a Gedeone Rachman del Financial Times, che nel 2012 ha raggiunto il nocciolo della questione in un pacato intervento.

Scrive:

È indubbiamente vero che la Cina ha enormi sfide politiche ed economiche davanti. Ma l’instabilità del futuro è diffiicile che riesca a compromettere l’ascesa della Cina. Qualunque sia il pio desiderio di alcuni in Occidente, non stiamo improvisamente scoprendo che il miracolo cinese è stato, infatti, un miraggio. 

Il mio scetticismo circa la Cina è temperato dalla consapevolezza che gli analisti in Occidente hanno predetto la fine del boom cinese quasi dal suo inizio. A metà degli anni 1990, come corrispondente per l’Asia dell’Economist, venivo spesso a conoscenza di storie circa l’instabilità intrinseca della Cina -che fossero fosche previsioni circa la fragilità del sistema bancario, o rapporti di lotta selvaggia nella parte superiore del partito comunista. Nel 2003 ho acquistato un libro molto acclamato, Gordon Chang, “L”incombente collasso della Cina” – che prevedeva che al miracolo cinese rimanessero al massimo 5 anni. Così ora, quando ho letto che le banche cinesi sono vicine al collasso, che la campagna è permeata di un inquieto fermento, che le città sono sull’orlo del disastro ambientale e che le classi medie sono in rivolta, sono tentato di sbadigliare e voltare pagina. Ho davvero sentito tutto prima.

Eamonn Fingleton

Fonte: www.unz.com

Limk. http://www.unz.com/efingleton/is-the-chinese-economy-really-in-trouble/

11.01.2016

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GABRIELE URSINO

Pubblicato da Davide

  • GioCo

    Emergo ora da una delle mia scorribande che mi ha portato a scoprire l’acqua calda, ovvero Yann Arthus-Bertrand, meglio noto come l’autore del docufilm Home, coprodotto con il famoso regista Luc Besson, quello di Nikita e Leon per intenderci. Film forti, aggressivi, ma anche ottimo concime per rinaimare un poco la mente ordinariamente morta dell’uomo occidentale medio.

    Yann ha fondato la goodplanet.org con cui ha prodotto molti altri docufilm. Uno di questi, meno noto di Home ma molto infinitamente più importante, è "Planet Ocean", che non credo sia necessario tradurre.
    In questo docufilm sono riportati alcuni passi essenziali per capire la Cina, il mercato globalista e il punto di vista delle élite che contano.

    La questione non è secondaria e il film è limpidamente centrato: siamo di fatto i padroni dei destini della vita, di tutta la vita, di questo pianeta, ma ci stiamo comportanto come un super-super-predatore. Aggiungo un particolare che il film non chiarisce: come una specie aliena invasiva.
    Se infatti in ogni punto della catena alimentare si osserva (come sottolinea il film) sempre che un’altra specie interveniene per ridurne la prolificità (come un predatore o un virus) perché alla natura "non piacciono gli eccessi".

    Quando non succede questo? L’unico caso osservato è esattamente quello che continuo a riportare, cioé quello delle specie aliene invasive. Aliene perché si moltiplicano senza freni in un habitat che non è quello da cui provengono e che diventa improvvisamente accessibile. Invasive perché in condizioni normali non dovrebbero soppravvivere, cosa che può quindi accadere solo in condizioni alterate. Noi siamo l’unico esempio di specie che altera tutti gli habitat simultaneamente lavorando come specie invasiva, contemporaneamente. Alteriamo e prolifichiamo dentro ogni habitat. Nemmeno i virus sono così efficienti, perché dopo un po’ mutano geneticamente verso una abbassamento della loro capacità aggressiva. In altre parole praticano una specie di apotposi, si auto-estinugono. I virus paiono essere quindi più intelligenti di noi.

    Al crescente degrado di tutti gli habitat, che non è necessariamente un problema inscrivibile al surriscaldamento, ma principlamente dovuto alla dispersione indiscriminata di sostanze tossiche attraverso l’aumento costante dello scarto -rifiuto- (ovviamente connesso all’aumento della produzione) che è in assoluta maggioranza industriale e delle multinazionali, fa da contrappeso la richiesta di una popolazione (in costante aumento) di entrare a buon diritto nel secolo del "miracolo modernista". Ovviamente senza criterio legalizzabile, cioé su base crimale (semplicemente perché nessu’altro criterio può incentivare o inibire il fenomeno di questa portata e profondità sociale).

    Ma la criminalità non è mai stata molto brava a gestire i fenomeni sociali emersi, nasce infatti principalmente per porsi di travero, metterli in crisi, ad esempio con il brigantaggio, il bracconaggio e il contrabbando. Oggi la gestione dei rifiuti è un business irrinunciabile per la criminalità organizzata, che si è organizzata come ombra delle multinazionali e per fornire supporto alla stessa, con respiro mondiale, sia economico che sociale. Ma la criminalità ha finito per erodere dall’interno la struttura trainante del liberismo mercantile, cioè lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili. Come la vita da cui dipende l’ossigeno che respiriamo o il cibo che mangiamo.

    A questo punto abbiamo un élite eminentemente criminale che rappresenta l’umanità nel suo complesso, cioé la "testa sociale pensante" dell’indiscusso predominio umano sul resto del sistema geopolitico e che prende decisioni sul futuro dell’uomo su questo pianeta. Ma c’è anche un altro problema: in nessun punto nevralgico questo sistema può sperare al suo vertice di cambiare le politiche esistenti. Perché ci siamo NOI, gli altri sette miliardi di anime umane, che premono costantemente per avere la propria fetta di diritti e di benessere esaltati dai media e dai successi tecnofrenici.
    E’ come un immenso ciclone umanodonte, un golgottiano, composto da un orda di cani famelici attaccati alla propria coda che non sanno più fare altro che girare su se stessi e i propri desideri, fino alla morte.

    C’è qualcosa che si può fare? Io mi oriento decisamente tra i pessimisti, credo d’essere qui a osservare solo il crepuscolo dell’Uomo. Ma posso sbagliare e in fondo lo spero. Le due scuole ottimiste, si dividono: élite maggioritarie contro una pletora di rappresentanze di pensieri disperse nei quattro angoli del pianeta. Le élite è logico facciano un discorso umano diretto a preservare la loro posizione sociale: siamo qui, siamo quelli in posizione per poter fare qualcosa su scala planetaria, ma non possiamo agire senza aver ridotto l’umanità prima a livelli accettabili di prolificità. Come i virus, possiamo agire per limitare l’impatto umano. I sistemi per ottere tecnicamente il risultato, anche senza i campi di sterminio nazisti, si sprecano e sono da decenni sperimentati ovunque. Il condom è solo un minuscolo esempio tra questi.
    L’altra fetta è variamente orientata, anche se tende verso una generale crescita della coscienza collettiva. L’idea è che attivando il senso critico, nella massa si possa trovare la risorsa necessaria a mettere in equilibrio l’esitenza umana con l’ambiente.

    In mezzo ci stanno poi un infinita varità di umanità di passaggio, tutte più o meno boicottate (non sempre a torto). Tra queste ci sono quanti riversano le loro speranze nelle energie rinnovabili e in quelle non convenzionali che ci toglierebbero dalla dipendenza dei carburanti fossili. Ma non dal produttismo e quindi dalla pattumiera prodotta, ne tantomeno dallo sfruttamento senza criterio della vita animale e vegetale. Altri cercano di puntare sulla chiusura del ciclo produttivo, in modo che le aziende producano solo ciò che può essere remmesso nel circuito produzione-consumo, a ciclo infinito. Questo ci renderebbe parzialmente autonomi dallo sfruttamento delle materie non rinnovabili, come le terre rare, ma non in un sistema a crescita perpetua e non se la crescita demografica umana non cessa definitivamente. Inoltre non sarebbe comunque garantita l’assenza di scarto, dato che la massa più preocccupante deriva dagli imballi e non dai prodotti.

    Per concludere, la minaccia futura all’impero globalista non è solo data dagli attori emergenti dello scenario internazionale, come la Russia o i movienti no-global o no-nato, ma soprattutto dalle pressioni interne date da un ecosistema ormai morto. Signori e signori, l’ecosistema è morto. Siccome ci stiamo pappando il cadavere, non è ancora chiara la portata della faccenda, ma non tarderà a farsi sentire. Nel frattempo allacciate le cinture, il volo globalista non ha ancora raggiunto il touchdown. Ma il suo processo disgregativo (=putrefazione) è già in corso.