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LE POLTRONE SUL PONTE DEL TITANIC

FONTE: DEDEFENSA.ORG

Il Washington Blog dell’8 gennaio da grande spazio all’articolo di un economista famoso nel suo ambiente e nella costellazione del Sistema-Economia, Brad DeLong, professore di economia della prestigiosa università californiana di Berkeley (UCLA). Nello stesso giorno sul Huffington Post, DeLong pubblica un articolo dal titolo “Gli economisti del futuro chiameranno probabilmente questo decennio la “Depressione Più Lunga”; poi il testo si sviluppa citando e ricordando in modo ostentato ciò che Joe Stiglitz, altro famoso economista ma di una scuola antagonista a quella di DeLong e infaticabile accusatore del corso dell’economia attuale, scriveva nel 2009 dopo la crisi dell’autunno 2008, e a cui si opponeva DeLong; e DeLong scandisce oggi, sette anni dopo, sia per l’oggi, sia per il 2009, “Joe Stiglitz ha ragione”, “io avevo torto, egli aveva ragione”…

“L’economista Joe Stiglitz nel 2010 aveva avvertito che il mondo rischiava di scivolare in una “Grande Malattia” . Questa settimana ha fatto seguito a questa fosca previsione, dicendo: “Non abbiamo fatto ciò che era necessario, e siamo finiti proprio dove io temevo che saremmo andati a finire.” I problemi che abbiamo di fronte adesso, precisa Stiglitz, includono “un calo della domanda aggregata, causato da una combinazione di diseguaglianze crescenti, e da una insensata politica di austerità fiscale”. Afferma che l’unica cura è la crescita della domanda aggregata (1), una redistribuzione del reddito di vasta portata, e una profonda riforma del nostro sistema finanziario. Gli ostacoli a questa cura, scrive, “non hanno radici nell’economia, ma nella politica e nell’ideologia.

Senza dubbio Joe Stiglitz ha ragione.

Prima del 2008 insegnavo ai miei studenti che durante un’alterazione del ciclo economico saremmo tornati a un 40% della normalità nel volgere di un anno. La tendenza di lungo periodo dell’economia alla crescita, dicevo, era scarsamente influenzata da alterazioni di breve periodo del ciclo economico. Ci sarebbero sempre stati chiacchiere, allarmi, inflazioni e recessioni di breve periodo. Questi avrebbero spinto la produzione e l’occupazione fuori dalla tendenza di lungo periodo – fino a oscillazioni del 5%. Ma sarebbero stati transitori. Dopo un breve shock l’economia sarebbe rapidamente tornata alla normalità. La magica logica della domanda e dell’offerta, riportando l’equilibrio, avrebbe spinto ogni anno l’economia a chiudere due quinti del divario rispetto alla norma. Dopo quattro anni sarebbe rimasto solo un settimo del picco di oscillazione del ciclo.

In conseguenza del 2008, Stiglitz era senz’altro uno di quelli che ammonivano che io e gli economisti come me sbagliavano. Senza politiche straordinarie, durature e aggressive per riequilibrare l’economia,- diceva- non torneremo mai alla situazione che pensavamo fosse normale prima del 2008.

Aveva ragione. Io avevo torto.”

DeLong non è ancora sicuro di una cosa, sapere se il periodo dal 2007 a oggi, e aspettando i prossimi anni, sarà battezzato “La più grande Depressione” più che “la Più Lunga depressione”.
(“I futuri storici dell’economia potrebbero non chiamare il periodo iniziato nel 2007 “la più grande Depressione”. Ma fin da ora è molto probabile che la chiameranno “la Più Lunga Depressione”.)
Il solo ottimismo che gli si potrebbe riconoscere è di pensare che ci saranno in futuro degli “storiografi dell’economia” che ne daranno un giudizio, come se fosse sicuro che ci sarà un futuro per questa cosa in cui noi viviamo.

Il Washington Blog, da parte sua sembra più o meno convinto che sarà insieme “la Più Lunga” e la “più Grande Depressione”; già si possono mostrare delle statistiche molto significative per caratterizzare questi giudizi, mettendo l’accento sull’estrema pericolosità dell’attuale corso del 2016 dopo l’anno 2015. (2015, il primo anno pre-elettorale degli Stati Uniti dopo la Grande Depressione. [del ’29 n.d.T] in cui le borse hanno perso; gennaio 2016 la peggiore prima settimana dell’anno mai vista in Borsa, con il nuovo avvenimento drammatico della borsa cinese:
“Certo, lo scorso anno, dalla Grande Depressione in poi, è stato il primo anno precedente le elezioni presidenziali USA in cui ci sia stato un ribasso della Borsa. E certamente questa settimana è stata la peggiore settimana di apertura MAI vista in qualunque anno… “

Si può fare riferimento per intero ai due brani citati qui per avere più indicazioni, riferimenti economici, eccetera, per convincersi che il periodo è evidentemente di grande pericolo. Ma si tratta veramente di convincersi? E’ possibile che si sia potuto pensare per un secondo seriamente che dopo il 2008 la situazione economico-finanziaria potesse presto o tardi essere raddrizzata? E’ possibile, poiché il signor DeLong l’ha pensato, e con lui tanti altri. Tra questi “tanti altri”, oltre a DeLong, si ritrovano un bel po’ di coloro che entrano nell’ impressionante elenco che il Washingto Blog pubblica, di coloro che negli ultimi due anni hanno riconosciuto che potremmo stare vivendo – senza dubbio, possibile, ma piuttosto probabile, ecc.,- un periodo peggiore di quello della Grande Depressione, – magari contemporaneamente “La Più Lunga Depressione” e “La Più Grande Depressione” ; in breve tutto ciò che di peggio potete immaginare per concludere che è ancora peggio di tutto ciò che potete immaginarvi.

Ecco dunque l’elenco in oggetto… I nomi sono prestigiosi, e ci vengono in maggioranza, ed è tutto dire, dal Sistema, da quella costellazione economico-finanziaria di personalità che da decenni vantano le benemerenze della cosa, del sistema ovviamente; un elenco che è, diciamo, fuorviante, con dei Bernanke, dei Greenspan, dei Krugman, dei Soros…

“I seguenti esperti hanno detto – in qualche occasione nel corso degli ultimi 2 anni- che la crisi economica potrebbe essere peggiore di quella della Grande Depressione: il Presidente della FED Ben Bernanke ; l’ex-presidente della FED Alan Greenspan (qui e qui); l’ex-presidente della FED Paul Volcker; lo studioso di Economia ed ex Governatore della Federal Reserve (FED) Frederic Mishkin; il capo della Banca d’Inghilterra Mervyn King… l’economista Joseph Stiglitz vincitore del premio Nobel; l’economista Paul Krugman vincitore del premio Nobel, l’ex presidente della Goldman Sachs John Whitehead; i professori di Materie Economiche Barry Eichengreen e Kevin H. O’Rourke; il consulente per gli investimenti, esperto di rischio, e autore del libro “Cigno nero” Nassim Nicholas Taleb; Il ben noto Dottore in economia Marc Faber; l’analista di investimenti per la Morgan Stanley britannica, Graham Secker; l’ex direttore dell’ufficio crediti di Fannie Mae Edward J. Pinto; il finanziere miliardario George Soros; il ministro Britannico Ed Balls….” [in inglese nel testo- n.d.T]

Sembra diventato totalmente inutile tentare di dimostrare l’evidenza della catastrofica situazione finanziaria ed economica che non ha chiaramente precedenti; inutile per la più strana e scoraggiante delle ragioni: perché è già stato fatto dieci, cento volte e la maggior parte delle grandi personalità emerite del settore riconoscono senza dubbio le conclusioni di questa dimostrazione ripresa dieci, cento volte… Sembrerebbe totalmente inutile, anzi diciamo che è totalmente inutile tentare di dimostrare qualsiasi cosa…

Diciamo che è del tutto inutile tentare di dimostrare alcunchè perché l’evidenza della situazione al riguardo è tale che in mezzo alle teorie, alle affermazioni, alle previsioni lugubri, agli annunci di crollo per la tale o talaltra data, si è instaurato un sentimento di inaudita potenza; si deve ammettere che tutti sanno, o piuttosto che tutti noi sappiamo che non possiamo fare niente nelle attuali circostanze, con i mezzi disponibili, con le teorie che seguiamo, se non osservare l’evoluzione catastrofica, ineluttabile del collasso; questo semplicemente perché il naufragio è in corso, sotto i nostri occhio diciamo sotto i nostri piedi come quando si hanno i piedi posati sul ponte del Titanic, con questo superbo piroscafo messo come sappiamo. Allora, proporre di cambiare questo o quest’altro, ehh… come diceva bene il Generale Flynn poco tempo fa a Seymour Hersh in un ambito diverso da quello dell’economia e della finanza, “non voglio limitarmi solo a spostare le poltrone sul ponte del Titanic” (E’ in questo modo che ci sembra si debbano considerare queste notizie, che non sono più tali, ma che alla fine come tali son prese per fare notare comunque che le coscienze si evolvono mentre avanza la catastrofe e aumenta l’ inclinazione della grande nave che sta affondando in confronto a all’orizzonte pianeggiante e confortevole di una crociera che, giuravano, era indifferente alla presenza degli iceberg (indubbiamente tenendo conto del riscaldamento climatico). Tutto ciò non rassicura nè incoraggia, è anche terribilmente spaventoso; ma comunque fino a un certo punto, fino a che lo spirito si adatti a poco a poco all’ineluttabilità del nostro destino, e si capovolga anche lui nel suo modo di essere, come il Titanic, e capisca che quando viene l’ineluttabile non bisogna temere; perché questa ineluttabilità, nel cumulo di macerie della nostra contro-civiltà, non è che giustizia, necessità, e destino scritto in assoluto, e bisogna considerarla una salvezza.

Una volta capito questo, si scopre che questo rovesciamento della mentalità non è così difficile poiché l’alternativa è l’annientamento, o piuttosto la caduta nel nulla di un mondo a entropia costante. Quando il peggio è certo nella direzione che prende il mondo per la destinazione e per com’è il mondo, l’abbattimento di questa situazione non è una catastrofe senza speranza ma la sola catastrofe dentro la quale si nasconderà quel tanto di speranza che può ancora esistere, dove quello che ancora esiste di speranza si nasconde senza alcun dubbio. Non si può dire di più, ma bisogna almeno saperlo.

CIECHI E SORDI AI NOSTRI STESSI MITI

Riprendiamo la citazione del Generale Flynn riportata in precedenza, che ci parla della DIA come DeLong ci parla della “Più Lunga Depressione” come se fosse al contempo , – e lo è naturalmente- la “Più Grande Depressione”: “Mi accorgevo chiaramente che l’Amministrazione civile non voleva che le si dicesse la verità.” E’ la mossa della famosa “narrazione impenetrabile” (altra espressione di Flynn) che circonda la Casa Bianca per tenerla al riparo dai rapporti così preoccupanti della DIA, e ben venga che Flynn parli della “verità”, involontariamente sottolineando che per loro (“i nostri dirigenti”) la realtà è ridotta a narrazione, ovvero a ciò che ciascuno vuole accettare della “realtà”, quindi una realtà assolutamente sbriciolata, e che non esiste più.

Bisogna capire bene e interrompere i discorsi cavillosi di una mentalità sconvolta che affatica una ragione sfinita dal suo stesso sovvertimento, e ci parla di manovre, di una politica contorta che persegue un fine machiavellico, di un “complotto” permanente dei potenti di questo mondo (“i nostri dirigenti politici” e altri gruppi di burattinai). Costoro, “i potenti di questo mondo” – a parte alcune eccezioni conosciute- non vogliono più sapere niente, non solo della realta’-che-non-c’è-più, ma neppure della semplice verità. (Ovvero di quelle tante verità-dei-fatti che possiamo esplorare, che dobbiamo cercare di esplorare in modo da progredire nella ricerca del fine ultimo della Verità. E’ tempo di allontanare le macerie ingannevoli dei nostri “valori” per ritrovare le grandi idee che meritano l’iniziale maiuscola.) E neppure c’è motivo di indignarsi, esprimere le ipotesi più azzardate, dato che basta considerare lo stato del loro animo, tanto che senza scandalizzare o fare indignare nessuno si può avanzare come una cosa ovvia l’ipotesi che la capacità di una persona possa ridursi a produrre solo il Nulla e che tutto ciò sia attribuito alla funzione del Presidente degli Stati Uniti.

Il segnale più evidente di questa argomentazione, che non è certamente un’eccezione ma rappresentativa di uno stato d’animo generale, è il modo in cui essi sono diventati ciechi e sordi ai loro stessi miti. Lo diciamo ritornando all’inizio di questo testo, e al professor DeLong che si chiede se bisogna vedere nella nostra epoca solo la “Più Lunga Depressione” o anche la “Più Grande Depressione”. Come si vede questo tipo di riflessione è nello spirito delle persone di questo ambiente, poiché ci viene fornita una lista impressionante di grandi personaggi che fanno riferimento effettivamente alla “Grande Depressione”. E’ questo modo di dire che ci fa fermare, che è ormai di uso corrente nelle relazioni, nelle immagini, eccetera, almeno dal 2007-2008, per designare la
situazione che conosciamo, ovvero il tempo presente, come se si trattasse di una situazione normale.

… Nel caso in esame, di cui noi sottolineiamo fin d’ora l’aspetto mitico, bisogna sottrarre la definizione agli artigli degli economisti che ne limitano l’impatto. L’espressione “grande Depressione”, che ha avuto soprattutto un’eco considerevole negli Stati Uniti, ma che resta un punto di riferimento universale partendo dalla percezione che ne hanno gli USA, non designa solamente il periodo che per gli USA va dal 1932 al 1941, dal punto di vista strettamente economico; definisce anche e soprattutto il periodo storico che va dal 1929-1931 al 1945-1948 (si vedano le Note di Analisi del 2 settembre 2015 per la data del 1948) e che riguarda tutta la situazione del XX secolo, non solo gli USA, e contemporaneamente segna un rovesciamento cospicuo degli atteggiamenti psicologici e dei giudizi, insomma è un avvenimento che a conti fatti ha una dimensione metastorica. In questo caso la Grande Depressione non è più un avvenimento ordinario, diventa un mito fondamentale del XX secolo e della modernità, la mitizzazione stessa della catastrofe totale.. (Si potrebbe dire “catastrofe totale di tipo totalitario”, che impiega in senso ideologico tutti i mezzi possibili, tocca tutti i settori immaginabili, impressiona psicologicamente tutti, come si dice di una pellicola che è “impressionata” in senso qualitativo: “La sensibilità di un film è la sua attitudine ad essere impressionata da una quantità più o meno grande di luce.”.)

A questo va naturalmente aggiunto che il mito della Grande Depressione è effettivamente un mito nella misura in cui la rappresentazione metastorica, o piuttosto che pretende di essere metastorica, elaborata in questa circostanza, comprende la rinascita dopo la catastrofe totale. (Poiché è presumibilmente questo il caso, – anche se potremmo discutere indefinitamente per decidere se siamo veramente usciti dalla Grande Depressione; insomma, il mito è stato costruito in questa maniera ed è l’aspetto fondamentale del periodo: catastrofe totale e rinascita.) In questo la Grande Depressione è un mito, cioè in breve “una rappresentazione che si pretende spieghi e soprattutto sia fondamento di un comportamento sociale”, tanto quanto la civiltà diventata contro-civiltà (gli Stati Uniti al proposito) avrà sovrastato questa catastrofe totale: ha toccato il fondo dell’abisso e ne è riemersa. La percezione che abbiamo della “civiltà” attuale, o di quella cosa che pretende di essere tale, per quanto sono la sua statura, la sua potenza, la sua capacità di compiere il suo destino, dipende dal rispetto che questa stessa civiltà ha per i miti che la sostengono come delle travi maestre.

Altrettanto è (si può dire) della caratteristica più rimarchevole di questi tempi, che per l’appunto si è imposta dopo l’11 settembre 2001 e si è fissata in una sua propria “epoca” nell’autunno 2008, e che ci fa pensare che questa epoca stessa sia sottomessa a un destino totale, alla catastrofe generalizzata del crollo: la capacità di continuare a muoversi con questo punto di riferimento formidabile, uno dei più grandi miti contemporanei riutilizzato nella sua dimensione di “catastrofe totale”, senza che questo causi qualche tipo di allarme, senza apparente preoccupazione se non le narrazioni frettolosamente elaborate. Come si potrebbe mette una stoppa a caso dentro una falla senza più preoccuparsi dello stato della chiglia. Noi attraversiamo un’epoca che tutte le intelligenze in grado di valutarla tecnicamente paragonano senza la minima esitazione alla Grande Depressione, per proporne l’idea di una versione “più Lunga” o una versione “più Grande” o le due versioni insieme, sette anni dopo aver annunciato che “la crisi” era finita e che i “giovani germogli “ della primavera stavano tornando, – et voilà!: più nessuna inquietudine per adesso.

Per rilevare bene la dimensione della crisi e chiarire la sua complessità assoluta, cambiamo l’ambito dell’indagine pur restando entro i limiti del mito, e mostriamo che ciò che segnaliamo qui è ormai pratica corrente, ricordando subito che un fatto di questo genere si è prodotto con l’Ucraina. Quando il blocco-BAO [Blocco Atlantista Occidentalista – n.d.T.] si è trovato nella posizione di appoggiare in modo evidente e in piena cognizione di causa dei gruppi nazisti (Pravy Sektor e Company) che non nascondevano in alcun modo né la loro origine, né la loro ideologia, compresi anche i loro riferimenti ai gruppi ucraini che durante la guerra [la 2.a G.M. -n.d.T.] parteciparono con notevole zelo, a volte superiore anche a quello delle SS, allo sterminio degli ebrei, si è (anche) trovato in totale contraddizione rispetto al mito costruito intorno all’opposizione al Nazismo ed all’Olocausto. E’ ciò che facevamo notare il 3 ottobre 2014:

“Il punto di partenza principale di questo ragionamento è che ci è sembrato sempre straordinario nel quadro della crisi ucraina, e dopo che questa crisi è giunta a maturazione, che l’affermazione di una tendenza nazista comunicata in modo ben evidente con simboli, schieramenti in formazione, cerimonie, eccetera, potesse beneficiare del sostegno del blocco BAO. Nel blocco BAO il nazismo, con tutti i suoi simboli e le sue immagini, e soprattutto la responsabilità enorme e terribile che pesa su di lui, di avere concepito, organizzato ed eseguito l’Olocausto, costituisce un fatto comunicativo – sia politico, sia culturale, sia psicologico ecc.- di importanza enorme. La constatazione di quanto la cosa sia importante è evidente. Dianne Johnstone, in uno scritto del 18 giugno 2010 (Lettera aperta a Noam Chomsky) constatava la “sacralizzazione” della Shoah e di conseguenza il suo aspetto religioso: “Innanzitutto la Legge Gayssot ha contribuito alla consacrazione della Shoah, che è sempre meno trattata come un avvenimento storico, e sempre più come un dogma consacrato. In uno Stato laico dove la religione è esclusa dalla scuola della Repubblica, solo la Shoah esige l’adesione mentale ed emotiva che tradizionalmente è riservata alla religione… “Nel libro ‘ A un amico israeliano’ di Regis Debray, Elie Barnavi osservava: “La Shoah si è elevata al rango di religione civile dell’Occidente.”

Non c’è niente di politico o di polemico in questo, ma la semplice constatazione del disordine incredibile che al giorno d’oggi regna nel blocco BAO, in quanto rappresentante del Sistema. In questo caso il disordine è estremamente concettuale, come è nella politica, e come è nei diversi modi di funzionamento della contro-civiltà la cui super potenza impedisce che si presenti una qualsiasi alternativa, e anche che si sviluppi una qualsiasi riforma.

C’è l’incapacità di riconoscere le proprie radici, cecità nel guardare se stessi, e di conseguenza questo andare alla cieca. La “capacità” incredibile del blocco BAO, del Sistema e della nostra contro-civilizzazione di negare ogni rispetto ai miti che essi stessi si sono plasmati per la propria causa e per sostenere le loro ideologie, – checchè si pensi di questi miti e di come essi hanno poi utilizzato la Storia a questo riguardo, il problema non è certo a questo livello, – questa “capacità” è un indice preciso dello stato dell’insieme bloccoBAO/Sistema/Contro-civilizzazione, e soprattutto dello stato d’animo che vi presiede. E non si vede più nessun interesse a tentare di appoggiarsi alle basi più serie del Sistema (e di questo si dà una sensazione totale e continua), (è) il momento del flusso e dell’onda, del galleggiamento incerto che a volte sembra completamente allucinato, che riscontriamo anche nelle diverse politiche, anche in quelle che vengono descritte come distruttrici e caotiche in una maniera “ordinata” e machiavellica. Non c’è più spazio alcuno per una discussione interna per definire meglio la tattica per fare ciò che dev’essere fatto, in particolare per sostenere il Sistema e applicare la sua “politica di Sistema”, non c’è più spazio per nulla che possa assomigliare a una dimostrazione umana di analisi, di valutazione e di giudizio. Senza alcun dubbio, i termini e la descrizione scelti dai Russi per definire i vari rappresentanti del Sistema e del Blocco, sono perfettamente adeguati: i dirigenti del nostro Sistema, le élites del nostro Sistema, sono ridotti, nelle loro azioni, al rango di “zombies” che “bussano a una porta aperta.” E da loro non possiamo più aspettarci nessuna capacità di resistere alla tempesta che si infrange.

Siamo proprio sul ponte del Titanic, nessuno ne poteva dubitare, e bisogna dire che il battello è già assai inclinato…

E le poltrone non sono neanche riordinate, ma lasciate all’abbandono.

Fonte: www.dedefensa.org

Link: http://www.dedefensa.org/article/les-fauteuils-sur-le-pont-du-titanic

10.01.2016

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIAKKI49

(1) La domanda aggregata è la sommatoria della spesa in consumi e investimenti da parte delle famiglie, delle imprese e del settore pubblico. [da Okpedia -n.d.T.]

Pubblicato da Davide

  • Servus

    Che dire, oggi che anche le borse sono in caduta libera, e il mondo corre verso la guerra, possiamo tutti vedere che il battello più che inclinato è già mezzo allagato.

    Ma questo deLong che riconosce i propri torti, meglio tardi che mai, avendo sempre insegnato il contrario, è fra i piloti del battello che affonda.
  • Gtx1965

    un altro esempio di come siano completamente inutili stì economisti… hanno bisogno che l’acqua gli tocchi le palle per capire che stiamo affondando… il meglio tardi che mai qui non vale… dovrebbe autolicenziarsi immediatamente per evidenti incapacità intellettuali… ma io credo che se ne starà al calduccio a berkley ben parato da crisi che conosce solo per sentito dire… insomma si è capito dove lo mando senza bisogno che lo scriva…

  • Hamelin

    Questo è dovuto al fatto che la maggior parte degli Economisti Moderni di fama sono tutti Keynesiani .

    Gli Economisti della Scuola Austriaca non se li caga nessuno .

    Gli economisti Keynesiani sono completamente inutili ( infatti hanno questi grandi imbarazzi quando le cose non vanno secondo i modelli che creano loro e che ritengano possano funzionare ) .

    Questo perchè i  Keynesiani partono da modelli interpretativi ideologici mentre gli Austriaci dalla razionalità empirica .

  • Truman

    Forse un giorno mi deciderò a leggere metodicamente la “Teoria generale …” di Keynes, eppure la sensazione che ho è che il titolo sia falso, per quanto ho capito di Keynes si tratta di numerose osservazioni sparse raccordate con intelligenza e con metodo. Insomma la teoria keynesiana a me appare essere una cosiddetta teoria di fase più che una teoria generale.

    Comunque Keynes non lo conosco a sufficienza. Però Federico Caffè, di scuola keynesiana l’ho letto con cura, almeno per quanto riguarda la politica economica, e mi appariva molto sensato (ed eclettico).

    E allora ho il dubbio che di Keynes si sia preso giusto qualche aspetto paradigmatico (il deficit spending) per creare una scuola che era utile a interessi politici ben precisi, trascurando un possibile metodo di Keynes (il confronto con i fatti) e fossilizzando alcune sue idee selezionate.

    In queste condizioni, mi sentirei di dire che gli economisti di fama non sembrano rincoglioniti perchè sono keynesiani, ma piuttosto hanno deciso di essere keynesiani perchè questa era la corrente più utile per acquisire potere senza troppa fatica.

    In quanto alla scuola austriaca, dubito che sia priva di ideologia. Tutte le teorie economiche sono ideologie ed in quanto tali sono strumentali. Però è molto diverso usarle per confrontarsi con la realtà o usarle per cavalcare l’onda.

  • Hamelin
    Concordo con quanto da te espresso .

    Il problema di fondo è morale .

    Seguire una teoria in quanto giusta ma osteggiata e non remunerativa ha poco appeal .

    Non tutto Keynes è da buttare .

    Il mio appunto è nel metodo iniziale che fa da discriminante .
    Gli Austriaci come Mises partono dall’azione umana .
    I Keynesiani partono da un modello interpretative economico .

    Entrambe le Scuole hanno punti deboli e punti forti e come hai ben detto tu molti le usano per cavalcare l’onda piuttosto che per il fine del bene comune .

  • Gtx1965

    un mestiere inutile se non serve al bene comune come da me subito affermato…