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LA POLITICA DIVIDE LA TURCHIA

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD

telegraph.co.uk

LA POLITICA DIVIDE LA TURCHIA, CHE DIVENTA LA PRIMA TESSERA DEL DOMINO COMPOSTO DAI PAESI EMERGENTI INDEBITATI

La valuta della Turchia è sprofondata al livello più basso di sempre, dopo che il voto per il cambiamento espresso dall’elettorato turco ha esposto l’indebitata economia del paese ad una forte minaccia “esistenziale”

La valuta turca [nuova lira istituita nel 2005] è precipitata al livello più basso di sempre, dopo che il paese è scivolato nel caos politico ed i suoi debiti esteri sono diventati tossici. La Turchia è la prima grande vittima della tempesta che si sta formando sui mercati dei paesi emergenti.

La lira [turca] è precipitata del 5%, a quota 2,81 nei confronti del dollaro, dopo che il Partito AKP del Presidente Recep Tayyip Erdogan ha perso la decennale maggioranza in Parlamento, lasciando il paese aspramente polarizzato e senza una chiara governabilità. Dal 2008 la moneta si è svalutata del 60%.

Le imprese turche sono fortemente esposte, alle prese con un debito in valuta forte a livelli record, lasciato dell’incontrollato boom del credito. L’indice azionario turco “Istanbul’s 100” ha ceduto il 6%.

“Quella che si avvicina sta diventando una ‘tempesta perfetta’”, ha sostenuto Neil Shearing di Capital Economics. Ed ha continuato: “Nei mercati emergenti è possibile cavarsela anche in presenza di cattivi fondamentali macro, se le politiche adottate sono “buone”, ma una volta che queste diventano “cattive” non è più possibile cavarsela. Pensiamo che la Turchia sia il più vulnerabile fra i paesi emergenti”.

I dati della “Banca dei Regolamenti Internazionali” [la cosiddetta Banca delle Banche] dimostrano che le passività estere della Turchia hanno raggiunto la cifra netta di 430 miliardi di dollari.

Le banche turche, da sole, devono rinnovare [roll-over: http://www.treccani.it/enciclopedia/rollover_%28Dizionario_di_Economia_e_Finanza%29/] 95 miliardi di dollari di debito estero nei prossimi 12 mesi. Potrebbero doversi rifinanziare proprio quando la Federal Reserve degli Stati Uniti comincerà ad alzare i tassi, per la prima volta in otto anni, e trasmettere lo shock della “stretta finanziaria” attraverso il sistema finanziario globale.

“Sarà una vicenda esistenziale, per i turchi, e temo che ci sia una crisi in arrivo”, ha dichiarato un esperto di hedge-funds. Che così ha continuato: “Hanno generato per anni degli enormi disavanzi nelle Partite Correnti [http://it.wikipedia.org/wiki/Conto_delle_partite_correnti], e ora hanno perso il controllo della situazione. Per uscire dall’impasse non possono svalutare, perché sarebbe ancor più difficile ripagare il debito, che è espresso in dollari. La Turchia è in trappola”.

Ahmet Akerli della Goldman Sachs ha detto che il fabbisogno finanziario lordo del paese verso l’estero si è allargato, quest’anno, fino a toccare il 26% del Pil, il peggior dato fra i paesi emergenti, subito dopo quello della Malaysia. La Turchia, quindi, rischia una ripetizione dei “Taper Tantrums” [turbolenze collegate all’ipotesi della Fed di cominciare a ridurre le dimensioni del QE] sperimentati a Maggio del 2013 e a Gennaio del 2014.

Le riserve della Banca Centrale sono di soli 35 miliardi di dollari e lasciano un margine di sicurezza sottilissimo, appena sufficiente a coprire le importazioni del paese per due mesi. Il rapporto “passività estere/riserve” ha raggiunto quota “12”, il doppio del Brasile, dell’Indonesia e del Sud Africa – nonostante che anche in questi paesi esso sia cresciuto.

La Banca Centrale ha cercato di stabilizzare la lira [turca] con un intervento diretto, ma gli analisti sostengono che questi sforzi sono inutili senza un forte aumento dei tassi d’interesse, che potrebbe a sua volta innescare una recessione.

La “Fitch Ratings” ha avvertito che lo stallo politico potrebbe portare a politiche di tipo “erratico”, incluso sia il “Fiscal Slippage” [http://www.investopedia.com/terms/s/slippage.asp] che l’esercizio di pressioni politiche sulla Banca Centrale: “L’ulteriore erosione della coerenza e della credibilità politica sarebbe negativo per il profilo di rischio del debito sovrano della Turchia”.

L’elezione è stata una vittoria sia per le forze liberali e laiche della Turchia che per i curdi. E’ diventato molto più difficile, per Erdogan, cambiare la costituzione e instaurare una forma di presidenzialismo autoritario.

Con il 41% dei voti, comunque, il suo Partito [AKP] è ancora quello dominante e può formare una coalizione con i nazionalisti di destra, una combinazione, però, che significherebbe “guai” per i creditori stranieri. E’ ancora al potere, ma dovrà governare un paese frantumato.

La vetrina costituita dalla “democrazia musulmana” di Erdogan ha perso la sua lucentezza molto tempo fa. Il suo regime è andato del tutto fuori dai binari nel 2013, quando la polizia ha sparato sui dimostranti nella Piazza Taksim di Istanbul, ma anche nelle altre città del paese, usando – come è stato riferito – proiettili veri, uccidendo sei persone e ferendone 8.000! Amnesty International ha segnalato violazioni dei diritti umani su “grande scala”.

Il Sig. Erdogan, poi, ha epurato Pubblici Ministeri, Giudici e Dirigenti di Polizia, respingendo gli avvertimenti lanciati dall’Unione Europea sul fatto che il suo Governo stesse violando i “Criteri di Copenaghen” [http://it.wikipedia.org/wiki/Criteri_di_Copenaghen] in materia di diritti democratici, gettando dei dubbi molto forti sulla sua richiesta di adesione [all’UE].

Il leader della Tusiad [organizzazione degli industriali turchi] fu accusato di tradimento quando affermò pubblicamente che le imprese venivano regolarmente messe sotto pressione dagli operatori di Erdogan attraverso l’abuso del sistema fiscale, avvertendo che lo Stato di Diritto si stava disintegrando.

In parallelo, le prospettive economiche della Turchia si sono deteriorate. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo ultimo “Article IV” [report periodico], ha sostenuto che il paese potrebbe trovarsi ad affrontare un “arresto improvviso” dei flussi di capitale, se le condizioni globali [della finanza] dovessero andare verso una “stretta”.

La posizione patrimoniale netta è peggiorata dal 2008 di 25 punti percentuali, al 54% del PIL, a causa sia del deficit commerciale che di un tasso di risparmio cronicamente basso – un caso da manuale di paese che vive al di sopra dei propri mezzi.

Il FMI ha detto che il tasso di cambio è sopravvalutato dal 10 al 20%. La dipendenza delle banche dai finanziamenti esteri è passata in cinque anni dal 5,5 al 18% del PIL: “Queste tendenze non sono sostenibili e, se non si pone un rimedio, la Turchia potrebbe subire un aggiustamento molto aspro, prima o poi”.

Il Sig. Akerli della Goldman ha detto che l’impetuosa crescita dei primi anni del decennio passato ha cominciato a rallentare quando la crescita dei “fattori di produttività” ha cominciato a diventare negativa, facendo scivolare il paese nella “trappola del reddito medio” [quando un Paese in via di sviluppo, dopo aver raggiunto un soddisfacente reddito medio, si ritrova improvvisamente davanti ad un arresto della crescita].

Questa è ormai una storia comune in molti paesi dell’America Latina, dell’Asia e del Medio Oriente, dove regimi populisti hanno fatto affidamento sulla crescita del credito per mascherare modelli di sviluppo obsoleti e mancanza di riforme.

Gli effetti dei tassi d’interesse “zero” e del Quantitative Easing negli Stati Uniti hanno mantenuto l’illusione che si potesse andare avanti per qualche anno ancora, dopo la crisi della Lehman, ma le deformità che essi generano stanno diventando piuttosto chiare in tutta una serie di paesi, tra i quali il Brasile, la Russia e, sempre di più, la Cina.

I mercati emergenti hanno preso in prestito 2.000 miliardi di dollari dopo la crisi della Lehman, spingendo il totale dei loro debiti in dollari a 4.500 miliardi. Gran parte di questa somma è stata presa in prestito a tassi d’interesse reali vicino all’1%.

Il FMI ha avvertito, nel mese di Aprile, che i paesi che più indiscriminatamente hanno “bevuto” dalla fonte generata dall’eccesso di liquidità potrebbero dover affrontare una stretta rovinosa – oltre che una “cascata di guai” – da due diversi fronti: se il dollaro dovesse apprezzarsi e se i tassi d’interesse dovessero tornare vicini agli standards storici.

Ambrose Evans-Pritchard

Fonte: www.telegraph.co.uk

Link: http://www.telegraph.co.uk/finance/economics/11660864/Turkey-becomes-first-domino-for-emerging-market-debtors-as-politics-split-country.html

8.06.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCO

Fra parentesi quadra [ … ] le note del Traduttore

Pubblicato da Davide

  • Toussaint

    Da quelle parti, in effetti, non c’è solo il problema della Grecia. C’è anche la "bomba" turca che, dovesse esplodere, finirebbe con il creare dei problemi drammatici, con ripercussioni sia sul Medio Oriente che sulla politica energetica mediorientale e russa (i gasdotti).

    E per quanto riguarda la Nato, poi? Smettessimo solo cinque minuti di guardare alla Grecia, scopriremmo che forse c’è qualcosa di più grave, da quelle parti, per gli equilibri geopolitici mondiali.