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I SEGRETI DELLA GUERRA SIRIANA: OTTOBRE 2015

DI ISRAEL SHAMIR

unz.com

“I più grandi segreti: l’Occidente non ha forze sul campo in Siria per occupare i territori liberati; i Russi continuano a sperare nella collaborazione, Erdogan ha già ingoiato i suoi bocconi amari, e l’ISIS tutto sommato altro non è che un fantasma”.

I Russi si stanno proprio godendo la loro avventura siriana. A venti giorni dal suo inizio, la loro entrata nella guerra di Siria ha già ripagato i suoi dividendi. Hanno messo in mostra i loro giocattoli militari e decisamente impressionato tutti gli altri bambini nel parco giochi.

Dopo un lungo periodo di perdita di fiducia in sé stessi i Russi stanno riacquistando fiducia, si sentono finalmente molto meglio, come un malato dopo lunga convalescenza. Amano le foto dei loro piloti in abiti militari al top, stile americano, dei loro straordinari jet ultramoderni, della elegante audacia di questa campagna lontano da casa. Adorano tutta la pubblicità data alle loro operazioni militari, cosa senza precedenti per questo paese. I loro militari postano video che consentano a tutti di seguire gli attacchi in tempo reale.

Putin era già parecchio popolare prima della guerra, con un supporto dell’86% nei sondaggi e adesso la sua legittimazione pubblica sta proprio sfondando ogni soglia. La cosa migliore, dal punto di vista russo, è stato il coraggioso lancio dei loro 26 missili a lungo raggio Kalibr nuovi di zecca da una fregata nel Mar Caspio fino alla Siria sopra i deserti di Iraq e Iran. Nonostante Iraq ed Iran siano stati dovutamente avvertiti, non hanno passato l’informazione ai colleghi americani. I missili hanno centrato i bersagli alla perfezione. Gli esperti militari dichiarano che questa nuova classe di missili a lungo raggio consentirebbe alla Russia, se necessario, di sbarazzarsi delle installazioni di “scudo missilistico” degli USA nei paesi di confine in est Europa. I Russi erano felici come il giorno in cui mandarono in orbita il primo Sputnik.

La campagna siriana ha una tale popolarità che un tentativo di organizzare una dimostrazione anti-guerra è fallito in modo spettacolare: solo 150 persone si sono riunite in una città di oltre 15 milioni di abitanti come Mosca. Facendo un paragone, le dimostrazioni contro il coinvolgimento in Ucraina attirarono almeno qualche migliaio di persone a protestare.

Come previsto in altri articoli recenti, i Russi non sono eccessivamente preoccupati dall’ISIS (con l’eccezione di qualche raid su Raqqa, la presunta “capitale”) ma più nell’attacco ad altri gruppi di opposizione attorno a Damasco e Aleppo, puntando alla liberazione dell’intero Nord della Siria fino ai confini Turchi. Le operazioni di terra sono eseguite dall’esercito siriano, si pensa rafforzato da unità iraniane e dai guerriglieri di Hezbollah, coperti dal cielo dalle forze russe. Non sta andando tutto liscio però, l’opposizione è ancora in grado di mantenere posizioni ben difese, ma l’attacco è persistente e una opposizione frammentata non è avversario all’altezza di un esercito regolare con supporto aereo.

Il piano consiste nel chiudere il confine turco dal lato siriano, e così chiudere la principale arteria di rifornimenti ai ribelli (ISIS incluso), probabilmente lasciando aperta qualche via di fuga. L’Occidente ritiene che stiano bombardando dei ribelli moderati, ma i Russi negano fermamente che una opposizione del genere esista. Sono tutti jihadisti per loro. I Russi paragonano questa reazione al bombardamento dei ribelli (presunti “assets” della CIA) con la relativa scarsa reazione suscitata dal recente bombardamento USA su un ospedale di “Medici senza frontiere” in Afghanistan: “allora, l’ospedale è stato colpito per sbaglio, non importa e non c’è niente da commentare”, Sergey Lavrov ha riassunto con questo sarcasmo l’attitudine Occidentale verso questa atrocità perpetrata dagli USA.

In negoziati di contenuto riservato tra funzionari europei e russi di alto rango, i Russi sostengono che la cosiddetta FSA (“Free Syrian army”) si è disintegrata e non ha più peso pratico. Il suo nocciolo consisteva di disertori dell’esercito siriano, alcuni religiosi ed altri no, ma “quelli rasati, i non religiosi, sono scappati siccome quelli barbuti (jihadisti) li spaventavano”. Adesso, anche i giornali più simpatizzanti verso i ribelli come il Guardian hanno smesso di sostenere che esiste un’opposizione non jihadista definibile. Sostengono che i ribelli si distinguano in jihadisti e “unità non ideologiche”, bande. La popolazione ne ha paura e preferisce chiaramente affidarsi al Governo per ripristinare l’ordine. Bashar al Assad controlla il 20% del territorio ma l’80% della popolazione.

Ad un incontro con il leader dell’opposizione siriana Burhan Ghalioun a Parigi, il Ministro degli affari esteri russo ha detto bonariamente a questo uomo anziano: “Sei professore alla Sorbona, sai perfettamente tutto cento volte meglio di me. Hai dichiarato che Bashar Assad è un criminale di guerra. Capisci bene che se oggi fossi nominato Presidente della Siria l’ISIS combatterebbe contro te nello stesso modo in cui combatte contro Bashar al Assad. Vogliono stabilire il loro Califfato dall’Andalusia in Spagna fino al Pakistan e non tollererebbero neanche i fratelli Musulmani, e molto meno di loro intellettuali come te se si mettono in mezzo ai loro piani”.

Nelle intense negoziazioni diplomatiche mirate a convincere della legittimità dell’intervento russo, i Russi hanno ricordato ai loro partner europei che all’incontro del G8 in Irlanda del Nord tutte le parti concordarono sull’opportunità di usare le forza aeree contro l’eversione jihadista dal momento che rappresenta una minaccia alla sicurezza mondiale. Questo fu proposto a Hollande che rappresentava la Francia ed a Cameron per il Regno Unito, e appoggiato da Obama e Putin.

I francesi hanno eseguito qualche bombardamento, dicendo che c’erano 1600 cittadini francesi attivi nelle file dell’ISIS e quindi per loro era questione di autodifesa. Ottimo, hanno detto i Russi, se questo è un valido argomento ci sono oltre 2000 cittadini Russi lì ed allo stesso modo occorre occuparsi anche di loro. E’ autodifesa anche per noi.

I Russi hanno proposto ai Francesi di lasciargli fare il lavoro (presumo, cum grano salis) “diteci soltanto dove e chi dobbiamo colpire” ha chiesto l’ufficiale russo. La controparte francese in silenzio. “Bene allora diteci dove e chi desiderate che non bombardiamo” insistono i Russi. E l’ufficiale francese muto.

I Russi sospettano che l’Occidente non sappia le risposte e non abbia forze impegnate sul terreno per occupare territori liberati. Lo scandalo dei milioni di dollari spesi dagli USA per addestrare 4-5 guerriglieri ne è prova, sostengono. Questo spiega pure la lunga e futile campagna di bombardamento americana, oltre 7500 missioni prive di ogni risultato tangibile, a meno che non mettiamo in conto la centrale elettrica che provvedeva energia alla gente di Aleppo che hanno di recente distrutto.

Sergey Lavrov riferisce delle storie interessanti sui tempi precedenti all’invio dell’aviazione militare russa nell’area. Osservatori russi videro una colonna dell’ISIS su fuoristrada Toyota con bandiere nere muoversi nel deserto in direzione di Palmira, ma loro e i loro alleati siriani ricevettero una richiesta da parte degli USA di lasciarli passare indisturbati. In più gli Stati Uniti ammonivano Bashar Assad: ti colpiremo se provi a usare i bombardamenti americani per guadagnare terreno.

Al momento non esiste un’alternativa a Bashar Assad, sostiene Lavrov. Lui o l’anarchia. Non esiste un’opposizione unitaria capace di rappresentare un contrappeso all’ISIS, solo gruppetti sparsi: “lasciamo che l’opposizione si raggruppi e formi una coalizione. Che si uniscano e partecipino alla battaglia contro l’ISIS. Altamente improbabile che il suo suggerimento sarà accolto.

Il tono del dialogo russo-europeo è cambiato di recente. In precedenza i ministri europei si comportavano come arroganti padroni con dei selvaggi, adesso sono rispettosi, se non ossequiosi. Nonostante i voli dei Kalibr abbiano di certo cambiato la percezione, un altro contributo è sicuramente giunto dai rifugiati siriani. Gli Europei hanno capito che i Russi hanno più chances di pacificare la Siria e risospingere i Siriani verso casa.

In ogni caso c’è un ultimo importante elemento in causa nel conflitto, la Turchia di Erdogan.

Erdogan nei guai

Ho molta simpatia per il leader turco: ha moderato il potere dei generali, reso la Turchia più prospera, aiutato i poveri e parlato in favore dei Palestinesi. E’ sempre stato amico ed ottimo vicino per la Russia per il reciproco vantaggio dei due paesi. Nonostante questo, la sua politica siriana è stata disastrosa per la Siria, la Turchia e l’Europa.

Un ufficiale di alto rango mi ha fatto sapere che ai primi segnali di problemi in Siria Erdogan chiese che il Presidente Bashar Assad cedesse metà dei suoi posti di Governo ai fratelli Musulmani. Assad rifiutò e Erdogan sciolse i cani da guerra. I jihadisti, ossia i guerriglieri islamici di qualunque denominazione, entrarono in massa in Siria attraverso la Turchia. Le loro armi furono recapitate via Turchia. La Turchia è la loro rotta di traffico privilegiata per rivendere beni archeologici saccheggiati e petrolio prodotto illegalmente.

Erdogan aveva piani grandiosi di costituzione di un vasto impero costruito sulla fratellanza musulmana. Questi piani andarono in frantumi quando l’esercito egiziano rimosse il Presidente della Fratellanza Musulmana Mursi e prese il potere. Hanno fallito anche in Siria e ciò ha avuto grosse conseguenze.

Erdogan invitò i Siriani per un breve soggiorno in Turchia mentre si detronizzava Bashar Assad; il numero salì rapidamente fino a 2 milioni senza accennare a diminuire. I Turchi si spazientirono in quanto la loro sicurezza era messa a rischio, la qualità della vita peggiorata, la fragile prosperità ottenuta subì un regresso. E lo hanno dimostrato alle recenti elezioni: Erdogan sperava in una chiara maggioranza per operare riforme costituzionali ma non è stato in grado di poter formare un Governo e ha dovuto indire nuove elezioni.

Adesso Erdogan sta tentando di mobilitare i suoi elettori attraverso la minaccia della guerra. I Turchi sono gente patriottica, cresciuti nell’adorazione del loro eroe della prima guerra mondiale, il Generale Kemal Ataturk. Per loro (come numerosi altri paesi) il rischio di guerra è una chiamata all’unità nazionale ed all’appoggio al governo. E per questo motivo non si fa troppi scrupoli di spingere la Turchia alle soglie di una guerra con la Russia. Così sostiene il “gola profonda”, un informatore anonimo di reputazione confermata che invia tweets sotto il nickname di Fuat Avni https://twitter.com/fuatavni_f. Ha un credibile curriculum nel disvelamento di piani governativi non pubblici. Adesso sostiene che Erdogan avrebbe dato ordini di abbattere gli aerei russi che operano in Siria usando il pretesto del loro sconfinamento nello spazio aereo Turco.

Le forze Turche hanno già abbattuto un drone, sostenendo che fosse dei Russi. Al tempo stesso continuano a portare avanti operazione contro i Curdi in Turchia, gli alleati preferiti degli Americani. L’opposizione Turca insiste che il sanguinario attacco terroristico contro la manifestazione Curda per la pace (95 morti, 215 feriti) perpetrato dall’ISIS, è stato usato, o persino istigato da Erdogan. Tenendo a mente che Erdogan fu l’architetto di una nuova soluzione pacifica alle tensioni con i Curdi di Turchia, questo è uno sviluppo particolarmente spiacevole.

Erdogan ha perso i suoi alleati. Gli USA preferiscono i Curdi e li infastidisce che la Turchia li bombardi mentre dichiara che il suo obiettivo è l’ISIS, il maggior nemico dei Curdi. Non è chiaro se siano pronti a intervenire in favore della Turchia nell’eventualità di contrasti con la Russia.

Il suo unico momento felice c’e’ stato di recente quando la Merkel, cancelliere tedesco, gli ha dato 3 miliardi di euro per mantenere i rifugiati, alla condizione che ne fermi l’esodo. Ha promosso anche la rimozione dell’obbligo di visti per viaggiare in Europa ai Turchi ed altri piccoli favori per risollevargli il morale.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Scorrendo al passo dell’offensiva Russa in Siria, i jihadisti hanno iniziato la loro marcia all’indietro verso il confine Turco. Si tagliano le barbe e passano mentre il passaggio è ancora relativamente sicuro. Nonostante questo sia un bel sollievo per la Siria, la Turchia si ritroverà piena di questi soggetti. Alcuni osservatori si spingono a sostenere che la Turchia è destinata a divenire la prossima Siria.

In un incontro confidenziale, Erdogan ha minacciato Putin dicendogli che avrebbe mandato decine di migliaia di combattenti in Siria, abbastanza da vanificare ogni vantaggio sulla qualità degli armamenti che la coalizione a guida Russa può vantare. Può contare sui forzieri pieni dei Sauditi e forse una strizzatina d’occhio degli Americani. Se facesse quello che ha minacciato, una guerra su scala più ampia diverrebbe una possibilità concreta.

I Curdi rimangono una spina nel fianco e un cane sciolto all’ingresso della Turchia. Hanno connessioni di lunga data con America e Israele, nonché con la stessa Russia. L’ambasciatore russo ad Ankara ha di recente ricevuto lamentele perché degli ufficiali russi si sono incontrati di recente con rappresentanti Curdi a Parigi. I Russi stanno cercando, in modo cauto, di tirare i Curdi a sorpresa dentro il processo politico, ma è chiaro che sanno benissimo come loro rappresentino anche un costante pericolo per lo Stato Turco.

E’ meglio continuare a far rimbalzare la palla. I Russi non disprezzano Erdogan e le sue legittime preoccupazioni, hanno semplicemente altro a cui pensare e realizzare insieme, dai gasdotti a progetti di costruzione, con investimenti multimilionari in ballo da entrambi i lati e i Russi si augurano di certo di restare in buoni rapporti con la Turchia, nonostante un deciso riassestamento della posizione di Erdogan sulla Siria potrebbe essere in ogni caso necessario.

L’angolazione Scita-Sunnita

Istigata dai Britannici negli anni ’20 e dagli Americani nel 2003 nell’Iraq occupato, l’inimicizia tra Sciti e Sunniti aggiunge l’ennesima complicazione al problema. L’Iran è un alleato di Bashar Al Assad pronto ad intervenire, ma gli Iraniani (che sono Sciiti) hanno esitato, preoccupati del fatto che la loro presenza sul campo potesse essere sfruttata per spacciare il conflitto per uno scontro Scita-Sunnita.

L’arrivo dei Russi (chiaramente non Sciiti..) ha risolto la complicata equazione. Con loro al comando la coalizione non ha connotazione religiosa apparente. Ma gli Stati del golfo (controllati dalla Troika di Kuwait, Qatar e principi Sauditi) che erano tra i maggiori sponsor della ribellione Siriana, intendono giocarsi questa carta: “Il vostro supporto ad Assad verrà interpretato dalla gente come guerra contro un miliardo e mezzo di Sunniti”, così hanno detto minacciando senza mezzi termini Lavrov.

“Il forte stato Sunnita di Saddam Hussein mica lo abbiamo distrutto noi”, ha risposto il Ministro russo. Al contrario la Russia appoggiava l’Iraq di Saddam Hussein, mentre l’America l’ha attaccato e ne ha smantellato il Governo e l’esercito materializzando lo spettro dell’ISIS come risultato. I Russi non sono interessati alle differenze settarie: supportano l’Iraq con gli Sciti al governo come supportavano l’Iraq con i Sunniti al governo. Appoggiano la Siria con o senza Bashar Assad. Questo è parte della loro tradizione imperiale non settaria.

I gruppi estremisti Sunniti potrebbero giocarsi la carta del terrore. Un gruppo di guerriglieri ISIS ha viaggiato dalla Siria a Mosca pianificando un mega attacco terroristico alla linea metropolitana Moscovita. Furono arrestati prontamente con un ordigno di diversi chili nelle mani. A Mosca come in altre città della Russia operano numerosi agenti di sicurezza controllando la situazione in funzione antiterroristica, senza che comunque si respiri atmosfera di assedio.

I Russi tentano di non precipitare in antagonismi contro i Sauditi e gli altri principati del golfo. Hanno ricevuto adeguatamente il loro ministro della Difesa Mohammad Bin Salman, il giovane figlio dell’attuale Re Salman. Ha incontrato Putin in due occasioni e una visita reale è prevista per Novembre.

Ad ogni incontro tra i principi del golfo ed ufficiali russi, i principi tentano di avanzare due richieste: Assad se ne deve andare e l’Iran deve estromettersi dalla questione. I Russi rifiutano fermamente entrambe le richieste, sostenendo che non sta a loro dire ai Siriani chi deve essere il loro presidente e che si rifiutano di agire per via di imposizioni.

“Assad non farebbe comunque quello che diciamo noi. Se volete che se ne vada, parlateci voi, ha suggerito a mezze parole Lavrov. Proponetegli garanzie, residenza sicura, soldi. Ma chi è che prenderebbe le garanzie per buone dopo la debacle Ucraina dove il presidente Yanukovich aveva accettato tutte le condizioni dei ministri UE, firmato la resa, ricevute le garanzie e il giorno dopo è stato comunque costretto a fuggire all’ultimo minuto?”. Le recenti esperienze in Ucraina, Iraq e Libia rendono la situazione più complicata.

Partner e rivali

I Russi ci tengono ancora a rapporti amichevoli con gli Americani. Non c’è nulla di simile all’antiamericanismo viscerale tipico dei paesi del terzo mondo. Essendo molto conservatori di natura, i Russi preferiscono i conservatori Repubblicani agli “illuminati” democratici, nonostante apprezzarono Roosevelt e Kennedy. Hanno ammirato Reagan e probabilmente gli piacerebbe Donald Trump ancor di più. La Clinton non ha grosse chance di fare presa sui loro cuori e le loro menti. Se possono scegliere preferiscono avere gli USA come amici e partner nonostante allo stesso tempo non tollerino di essere trattati come sottoposti o che gli sia detto come devono agire, come i “Democratici del missile cruise”, come li definisce Justin Raimondo, sono portati a fare.

Anche adesso presentano l’avventura siriana come qualcosa che si svolge in partnership con gli USA. Ufficiali hanno riferito di aver avanzato proposte per un piano contingentale comune per soccorrere il pilota di un aereo abbattuto (Russo o USA non sappiamo), dal momento che entrambi i paesi conducono operazioni contro l’ISIS. Furono spiazzati dal freddo diniego degli Americani. Sostengono che stanno facendo il doveroso lavoro che gli Americani non hanno saputo fare, sradicare l’entità terroristica. Se sospettano che gli USA hanno un piano diverso si guardano bene da esprimere tali dubbi in pubblico.

I Russi hanno invitato una delegazione militare americana a Mosca per discutere dettagli tecnici delle operazioni in Siria: gli Americani hanno rifiutato l’invito. I Russi hanno proposto di inviare una delegazione al Pentagono, guidata dal Primo Ministro Medvedev; offerta snobbata. Dopo lunghe esitazioni gli Americani hanno trovato un accordo per evitare scontri tra gli aerei dei due paesi su suolo siriano. Sono palesemente scontenti dell’intervento russo, ma non hanno intenzione di agire attivamente contro di esso. Gli USA hanno eseguito qualche sgancio aereo di armamenti (perlopiù missili anticarro TOW) ai ribelli e probabilmente ne invieranno altri, nella loro prospettiva aspirando a un remake dello scenario in Afghanistan dove armavano i ribelli allo scopo di dissanguare i Russi.

L’ombra Afghana

E’ ormai dato comunemente accettato che furono gli USA ad attirare i Sovietici nella palude bellica dell’Afghanistan, che armarono i Mujahedeen con missili Stinger e dissanguarono i Sovietici fino al loro crollo e resa nella guerra fredda. Ma molte cose sono dati comunemente accettati.

In realtà la conquista Sovietica dell’Afghanistan era un’azione legale, in quanto domandata dal governo legittimo. Gli USA hanno catturato un centinaio di Stati con gli stessi criteri di legittimità ed in molti casi (come l’Afghanistan stesso occupato con la forza) con molti, molti meno elementi di legittimità.

Le perdite Sovietiche in Afghanistan sono state piuttosto moderate (meno di 15.000 uomini in 10 anni di guerra, se paragonati ai 50.000 Americani in Vietnam) il governo fu stabilizzato. Le donne ricevettero diritti e le condizioni di vita migliorarono rapidamente.

La decisione di Gorbachev impose ai Sovietici l’abbandono dell’Afghanistan, allo stesso modo che di Germania, Ucraina, Stati Baltici e Polonia. Non c’è ragione particolare di credere che la campagna di Afghanistan sia stata un fattore particolarmente pesante nel collasso Sovietico.

L’Unione Sovietica è collassata perché i suoi leader hanno preferito sciogliere l’unione, abbracciare il capitalismo ed entrare in quel sistema come partner uguali, sebbene “giovani”. Decisione strana, ma così sono andate le cose. Questo è perché i Russi non si considerano degli sconfitti nella guerra fredda. Se l’Occidente osservasse delle regole elementari del gioco, la Russia rimarrebbe un docile membro del primo mondo come Italia o Francia, che sia un bene o sia un male.

L’Afghanistan ha giocato un ruolo trascurabile negli eventi ed allo stesso modo è improbabile che l’avventura siriana ponga particolare stress alla Russia moderna.

Conclusioni

Quanto all’ISIS, la sua presenza siriana sarà probabilmente effimera. Creati dall’incapacità degli USA di mantenere da soli il territorio sottratto al regime di Damasco svanirà mentre Bashar Assad riguadagna terreno formando una coalizione aperta ai gruppi di opposizione.

L’ISIS in Iraq svanirà con la stessa facilità. Controlla grosse città come Mosul con i suoi 2 milioni di abitanti. Li però la soluzione può essere solo politica, attraverso il compromesso tra gli Sciiti del sud, i Sunniti al centro e i Curdi a Nord, se l’integrità dell’Iraq deve essere preservata, e qui bisogna vedere che ne pensano i Russi.

E come dato fondamentale i Russi se ne usciranno probabilmente con una base di forze navali, aeree e terrestri pienamente sviluppata a Laodicea sulla costa Mediterranea, la loro risposta alla mega base Americana in Kosovo ed una soluzione alle limitazioni del Bosforo. Sarà una nuova Sebastopoli, la più grande impresa russa di un intero secolo. Che ne pensate di Putingrad come nome ?

Israel Shamir

Fonte: www.unz.com/

Link: http://www.unz.com/ishamir/secrets-of-syrian-war-october-2015/

22.10.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CONZI

Pubblicato da Davide

  • Aironeblu

    Direi che Shamir ha fatto un buon quadro della situazione. Alla faccia di Erdogan, Salman e Obama.

  • makkia

    Tranne sull fatto che i russi ci tengano a rapporti amichevoli con gli USA.
    Se si ascoltano Putin, Lavrov, Shoigu (per quanto riservato sia), si percepisce una notevole impazienza. Sono stufi marci degli americani. E spesso si lasciano andare a commenti ironici e irrispettosi (pur nella correttezza formale della diplomazia).
    A me sembra che li abbiano tranciati via dal loro orizzonte operativo. Stanno solo pensando incessantemente a come neutralizzare le mosse di quelli che considerano imbecilli e barbari, decisamente loro inferiori intellettualmente.

    Mi sembra che si limitino a dire, ancora e ancora: se volete partecipare alla geopolitica dovete imparare le regole del diritto e rispettarle. Se fate questo benvenuti (come osservatori e neofiti) nella comunità internazionale.
    Ma si tratta di un invito di facciata. Che hanno la certezza gli USA non sono semplicemente in grado di accogliere.
    Così come gli inviti a coordinarsi militarmente: sanno che i cowboy non fanno niente se non sono loro a comandare.

  • Hadrian

    Ennesima chiara dimostrazione della figuraccia strategica dell’ impero USA, della scomparsa geostrategica delle colonie della euroZona, e devo dire della totale subalternità dei gekauften journalisten della stampa del regime imperiale e della stupidità di chi ancora crede che nella stampa mainstream e nei media tv esistana ancora verità, obbiettività e realtà.

  • mincuo

    Beh l’azione Sovietica in Afghanistan non fu per via "della richiesta del governo legittimo". Se uno dice che era una cosa ragionevole per una grande potenza per via dell’importanza geostrategica va bene.
    Come lo era sempre stato l’Afghanistan poi, dai tempi degli Inglesi.
    Come va bene dire che gli USA amarono i Mujahedeen e crearono Al Quaeda.
    Ma insomma l’aiuto chiesto dai fratelli Afghani….all’alba del 2015……

  • geopardy

    Sinceramente, ho il sospetto che la questione sia ben più complessa ed articolata (altrimenti Camerun non chiederebbe ai cinesi il permesso di bombardare in Siria). 

    Ben altri equilibri, insieme a quelli menzionati da Shamir, sono sicuramente in gioco.
  • makkia

    Non ho letto "fratelli afghani" nell’articolo, ma non era diverso da quello che oggi viene continuamente chiamato "fraterna amicizia" fra la Federazione Russa e paesi come Bielorussia, Kazakhstan, ecc e senza che nessuno ci trovi niente da ridere o ironizzare.

    C’era un governo laico e socialista, piuttosto autoritario (ma non più autoritario della precedente monarchia, almeno all’inizio), che portò avanti le riforme come detto nell’articolo.
    In effetti fece (in circa trent’anni) quello che ci è sempre stato detto che l’Afghanistan necessitava "così urgentemente" e che rendeva "etica" l’occupazione occidentale dopo l’11 settembre.
    – Deposizione della monarchia e creazione di una repubblica
    – Suffragio universale, anche alle donne
    – Fine del burka e dei matrimoni combinati
    – Scolarizzazione, infrastrutture moderne e fine del latifondi di stampo feudale

    Il problema era che queste riforme furono troppo brusche, pur nella loro trentennale gradualità. Non tanto nelle città (che le gradiva) quanto nelle campagne, dove era stanziata la maggioranza della popolazione, tradizionalista e profondamente religiosa.

    Cominciarono le prime opposizioni armate. E le relative repressioni.
    Il partito al potere pensò bene di accelerare le riforme, in modo da modernizzare la società afghana più in fretta possibile, con l’idea che la laicizzazione forzata avrebbe spento culturalmente l’opposizione. Generando invece ulteriore malcontento e radicalizzazione delle proteste in senso religioso.
    Prima il Pakistan, poi gli USA, cominciarono a supportare i combattenti islamici. I mujaheddin assassinavano tutti i "simboli di laicità" (insegnanti, medici, poliziotti) nelle zone dove il controllo governativo era debole.
    Le stesse forze armate afghane erano ancora profondamente religiose e ci furono vari ammutinamenti, spenti nel sangue.

    La situazione peggiorò fino al punto in cui sembrò che il governo potesse ridursi come è ridotto l’attuale governo afghano: a controllare solo le città di pianura.

    La presenza sovietica era sempre stata notevole. I rapporti di amicizia risalivano nientemeno che ai tardi anni ’20, quando i bolshevichi avevano supportato gli afghani contro gli inglesi. Le riforme erano state portate avanti quasi interamente a spese dei sovietici. La presenza sovietica era non solo diffusa, ma addirittura eccessiva, al punto che esistevano due partiti marxisti-leninisti (ovvero due correnti di partito, ciascuna con una sua sigla) che si alternavano/collaboravano al potere: uno voleva l’Afghanistan come non-allineato e meno legato all’URRS, l’altro era più fedele a Mosca.

    Ed esisteva un trattato di amicizia e reciproco aiuto militare praticamente da sempre, da quando ancora l’Afghanistan era una monarchia, ratificato in modo ancora più vincolante negli anni ’70.
    La presenza dell’armata rossa era tutto fuorché una novità in Afghanistan che era considerato un paese satellite a tutti gli effetti.

    La richiesta di aiuto non fu affatto una farsa inscenata dai russi per avere la scusa a intervenire, ma una vera richiesta a norma di un trattato.
    E Andropov esitò a lungo prima di accogliere la richiesta, lasciando precipitare la situazione. Passando sopra anche al massacro di un centinaio di cittadini sovietici, consiglieri militari e relative famiglie, durante una delle insurrezioni militari.
    Il problema, per Andropov (già piuttosto debole come leadership), era di immagine: il partito più filo-sovietico aveva decisamente preso il controllo, con taglio estremamente autoritario. Non si contavano più i morti tra gli esponenti del partito comunista moderato e delle altre opposizioni. Ma soprattutto la guerriglia era così dilagnte che per contrastarla si fucilava praticamente senza processo, a migliaia.

    L’intervento militare avvenne quando oramai la situazione era compromessa ed era chiaro che il blocco sovietico era lì lì per perdere uno degli stati-cuscinetto più importanti dello scacchiere.
     
    Peraltro, prima di considerare gli afghani solo come innocenti pedine di Mosca, o l’intervento come una specie di Ungheria centrasiatica, si potrebbe provare a riflettere su fatto che la guerra non sarebbe durata dieci anni se fosse stata portata avanti solo dall’Armata Rossa, senza che parte della società afghana fosse schierata con i sovietici.
    Tanto che la guerra durò altri 4 anni dopo il ritiro dei sovietici, con il solo appoggio in termini di fornitura di armi ai due contendenti.
    A dimostrazione che la fazione governativa non era affatto debole.
    Fu probabilmente Eltsin a decidere le sorti della guerra, "tagliando i viveri" all’Afghanistan, mentre i mujaheddin continuavano ad avere il sostegno pachistano e statunitense.