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E’ LA FINE DEL MONDO E LO SAPPIAMO…E VA TUTTO BENE

DI DANIEL SMITH

nytimes.com

Una notte dello scorso agosto, nelle terre gessose del sud dell’Inghilterra, Paul Kingsnorth si trovava in un campo vicino ad una vecchia foresta, con due rifugi e servizi igienici da compostaggio. Kingsnorth ha 41 anni, alto, magro e atletico, lunghi capelli castani e una barba rada. Porta degli occhiali senza montatura e una borchia d’argento all’orecchio. Parla con grande ardore, spesso scusandosi per aver parlato troppo o a voce troppo alta.

In questa occasione, Kingsnorth era silenzioso. Era l’ultima sera di “Uncivilization” (Inciviltà), un festival all’aperto gestito dal Progetto Dark Mountain, una rete molto estesa di artisti e scrittori con mentalità molto ecologica. Era in compagnia di decine di altri in attesa del rituale d’inizio del festival, atteso per la mezzanotte.

Nella foto: Paul Kingsnorth – di Kenneth O Halloran per il New York Times

Quel giorno Kingsnorth, uno dei fondatori del gruppo, aveva già preso parte a diverse sessioni: una dedicata alla scrittura contemporanea, un gruppo di lavoro dedicato alle iniquità dell’ assistenza psichiatrica tradizionale e una lettura di brani dal suo recente libro “The Wake” (La Veglia), romanzo ambientato nell’11° secolo e scritto in un “linguaggio-ombra” – un misto di inglese moderno e antico.

Aveva anche aiutato i suoi due giovani figli a montare un trenino, mentre tentava di organizzare le sue opinioni sul cambiamento climatico e il degrado ambientale, in un’era che Kingsnorth descrive come un tempo di rottura globale. La “macchina umana”, come lui dice a volte, è cresciuta fino a raggiungere dimensioni tali che la rottura è inevitabile. Cosa fare, dunque?

Nella radura, sopra un rogo, qualcuno aveva eretto un’alta scultura in vimini dalla forma di un albero. Quattro uomini mascherati erano inginocchiati ai piedi della scultura, nei quattro punti cardinali. Quando scoccò la mezzanotte un quinto uomo, con la testa liscia e rasata e con indosso un kimono, iniziò a camminare lentamente intorno a loro. Quando lui passava, ognuna delle figure mascherate accendeva una parte di rogo, fino a che, piano piano, il cerchio fu completo. La scultura iniziò a bruciare. Per un paio di minuti tutto fu tranquillo. Poi, quando il vimini era tutto bruciato, dalla folla si levò un canto sommesso, le parole divennero sempre più chiare: “Siamo riuniti. Siamo riuniti. Siamo riuniti.”

Dopo, scoppiò il disordine. Un uomo con una maschera di cervo arrivò nella radura e gridò: ” Venite! Giochiamo!” La folla si sciolse. Alcuni andarono a dormire. La maggioranza si diresse verso il bosco, verso un palco improvvisato formato da balle di fieno e coperto da un enorme paracadute di nylon. Ballavano, cantavano, ridevano, abbaiavano. Ringhiavano, muggivano, belavano e miagolavano, formando una specie di coro atavico e improvvisato.

Continuarono così fino a notte fonda, ognuno li poteva sentire stando nella propria tenda, passando di suono in suono, di animale in animale, di umore in umore.

La mattina dopo a colazione, Dougie Strang, un artista scozzese che fa parte del comitato direttivo di Dark Mountain, ha chiesto se anch’io c’ero stato. Quando lui se n’era andato, verso le 3 di notte, la gente era lì che si contorceva nel fango canticchiando una canzone per bambini, “Picnic Teddy Bears” (“Se oggi vai nel bosco, stai sicuro che troverai una bella sorpresa…”). “Non è stato incredibile??” ha detto Strang sorridendo. “Era proprio da pazzi, credo che abbiamo raggiunto davvero l’ “Inciviltà”.

Il Progetto Dark Mountain nasce nel 2009. Fin dall’inizio è stato piuttosto difficile da definire. Anche per via dei suoi membri. Se chiedete a un rappresentante del Sierra Club di descrivere la sua organizzazione, vi dirà che promuove un uso responsabile delle risorse della terra. Quando si chiede a Kingsnorth di Dark Mountain, lui ci parlerà di lutto, dolore e disperazione. Stiamo vivendo, egli dice, attraverso l’ “età dell’ ecocidio”, e come dopo una lunga vedovanza stordita, stiamo finalmente comprendendo a pieno l’entità della nostra perdita, che è nostro dovere affrontare.

Kingsnorth arrivò a questo circa sei anni fa, dopo quasi due decenni di attivismo appassionato. Aveva appena completato il suo secondo libro, “Real England”, un diario di viaggio sugli effetti della omogeneizzazione del capitalismo globale sulla cultura e sul carattere inglese. “Real England” è stato un grande successo – il primo della sua carriera. Tutti i principali quotidiani hanno recensito il libro; l’arcivescovo di Canterbury e David Cameron (allora leader dell’opposizione) lo hanno citato nei loro discorsi; Mark Rylance, applaudito attore shakespeariano, lo ha utilizzato come una specie di “bibbia” durante le prove del suo spettacolo di grande successo “Gerusalemme”. Eppure Kingsnorth era piuttosto diviso al riguardo: “Real England” è un libro doloroso da scrivere. Per mesi ha intervistato commercianti e contadini che lottavano per mantenere in piedi quelle piccole istituzioni inglesi tradizionali, vincenti o perdenti che fossero. Dovunque ha viaggiato, ha visto le forze di sviluppo, di agglomerazione e di privatizzazione appiattire il paese. Quando poi è riuscito a pubblicare i risultati delle sue ricerche, non era molto in vena di festeggiare.

Allo stesso tempo, sentiva scemare dentro di sé il suo lungo fervore di attivismo ambientale. “Ho avuto tanti amici che hanno scritto sui cambiamenti climatici e fatto un gran lavoro su di essi”, mi ha detto durante una pausa del festival. “Ascoltavo e osservavo i fatti che avvenivano e pensavo: diamine, siamo proprio fregati. Non riusciamo a fermare quello che sta accadendo.”

I fatti erano sempre più gravi. Il primo decennio del 21° secolo si è preannunciato come il più caldo della storia. Nel 2007, il ghiaccio marino artico si è ridotto a un livello mai visto negli ultimi secoli. Nello stesso anno, il climatologo della NASA James Hansen, che lanciò l’allarme climatico già nel 1980, ha annunciato che, per evitare conseguenze più devastanti, avremmo bisogno di mantenere l’anidride carbonica nell’atmosfera a un livello di 350 parti per milione. Ma avevamo già superato le 380, e la cifra continuava a salire. (Da allora ha raggiunto le 400 ppm). Nel frattempo, specie animali e vegetali si sono estinte a un ritmo preoccupante. Gli scienziati stavano cominciando ad avvertire che l’attività umana – emissioni di gas serra, urbanizzazione, diffusione globale di specie invasive – stava conducendo il pianeta verso un evento di “estinzione di massa”, cosa che è avvenuta solo cinque volte da quando la vita è iniziata, 3.5 miliardi di anni fa .

“Tutto è peggiorato” ha detto Kingsnorth. “Guardate a ogni cosa che gli ambientalisti come me hanno cercato di fermare negli ultimi cinquant’anni: ogni singola cosa è peggiorata. E ho pensato: non posso più farlo. Non posso restare qui a dire: “Sì, compagni, amici, dobbiamo agire! Abbiamo solo bisogno di una spinta in più, possiamo salvare il mondo!”. Io non ci credo, non ci credo! Cosa posso fare dunque?”

La prima cosa che ha fatto Kingsnorth fu quella di redigere un manifesto. Anche chiamato “UNCIVILIZATION”, era un intenso documento che sviliva in ogni senso il progresso. “Ci attende una caduta” annunciava “Dopo un quarto di secolo di compiacimento, in cui siamo stati indotti a credere in bolle che mai sarebbero scoppiate, in prezzi che non sarebbero mai scesi… HUBRIS ha conosciuto NEMESI”.

La tiratura iniziale di “Uncivilization” era di sole 500 copie. Eppure il manifesto guadagnò una diffusa attenzione. Il filosofo John Gray lo ha recensito nel “The New Statesman”. Professori e docenti l’hanno incluso nei loro programmi formativi. Uno spazio eventi del Galles ha invitato Kingsnorth e Dougald Hine, co-fondatore di Dark Mountain, a organizzare un festival; si presentarono 400 persone. Doug Tompkins, il miliardario che ha fondato l’azienda di abbigliamento outdoor, la North Face, e sua moglie, Kristine Tompkins, ex amministratore delegato di Patagonia, offrirono di finanziare l’evento e invitarono Kingsnorth e la sua famiglia a trascorrere due mesi in una tenuta di loro proprietà nel sud del Cile.

Ci sono stati altri, tuttavia, che hanno considerato il nuovo lavoro di Kingsnorth come un tradimento. Con i livelli delle acque in aumento, l’avanzare dei deserti e l’acuirsi di guerre per l’accaparramento delle risorse, come poteva lanciare un messaggio così sconsiderato e insensibile? Lui e i suoi simpatizzanti erano dei “pessimisti”, dei “nichilisti” e dei “folli maniaci del collasso totale” (definizione questa molto cara a Kingsnorth). Un critico, fautore della sostenibilità, ha pubblicato un saggio nel “The Ecologist” – una rivista a cui lo stesso Kingsnorth un tempo aveva collaborato – paragonando “Dark Mountain” ai personaggi compiacenti del romanzo di Douglas Adams “Il ristorante alla Fine dell’Universo”: commensali che assistono all’obliterazione della vita, dell’universo e del tutto mangiando una bella bistecca”.

Kingsnorth risponde a queste accuse con equanimità, opponendo soltanto che l’unica speranza che ha abbandonato è la falsa speranza. Il grande valore di Dark Mountain, ha affermato, è che si dà alle persone l’opportunità di fare la stessa cosa. “Ogni volta che sento la parola ‘speranza’ in questi tempi, corro ad afferrare subito la mia bottiglia di whisky”, disse nel 2012 a un suo intervistatore. “Mi sembra una cosa così vuota e inutile. Cosa significa? Cosa ci stiamo augurando? E perché siamo ridotti a una tale disperazione? Iniziamo forse a sperare solo quando siamo impotenti?”
Invece di tentare di “Salvare Il Mondo”, dice Kingsnorth, la gente dovrebbe iniziare a parlare di ciò che è effettivamente possibile. Kingsnorth ha ammesso un certo suo cinismo politico da ex-attivista e una sua preoccupante ambivalenza sul suo reale desiderio di preservare la “CIVILTA”, come essa appare oggi. Tuttavia insiste nel sostenere che non si oppone affatto alle azioni politiche, di massa e di altro genere, e che la sua indignazione sul degrado ambientale e sul capitalismo industriale, se non altro è più forte che mai. Tuttavia, nella maggior parte dei suoi scritti recenti critica duramente il modo in cui gli ambientalisti attirano simpatizzanti e adepti. Movimenti come 350.org di Bill McKibben, ad esempio, sono in grado di coinvolgere molte persone, sostiene Kingsnorth, ma non hanno alcuna possibilità di fermare il cambiamento climatico.

“Vorrei soltanto che fossimo tutti più onesti al riguardo” ha proseguito “perché in realtà movimenti come McKibben e altri stanno solo vendendo alla gente false speranze, Dicono “Se facciamo questo riusciremo a raggiungere il nostro obiettivo”. Ma se non si può, allora stanno mentendo alla gente. E queste persone… alla fine si ritroveranno disperate”.
Qualunque siano i meriti di questa diagnosi (“Sentite, non sono mica Pollyanna”, dice McKibben. “Ho scritto un libro originale sul clima per il grande pubblico con l’allegro titolo di “La fine della natura”), si è dimostrata influente. Secondo l’autrice e attivista Naomi Klein, che conosce Kingsnorth da molti anni, “Dark Mountain” ha dato alla gente l’opportunità di un forum in cui poter essere onesti sulle proprie paure e sul proprio futuro. “Di fronte al collasso ecologico, che non è un risultato scontato, ma ovviamente molto possibile, ci deve essere uno spazio in cui possiamo soffrire insieme“ Klein ha detto. “E allora sì che possiamo davvero cambiare”.

Kingsnorth sarebbe d’accordo sulla necessità di dolersi, ma non sull’idea che questo conduca al cambiamento – almeno non al tipo di cambiamento inteso dai tradizionali gruppi ambientalisti. “Cosa fai” mi ha detto “quando accetti che tutti questi cambiamenti stiano arrivando, che tutte le cose che più apprezzi stanno per scomparire, che stanno per succedere fatti terribili, che le cose a cui aspiravi diventano impossibili da raggiungere, e ciononostante devi convivere con tutto questo, ed esiste ancora la bellezza, e c’e’ ancora significato nelle cose, e ci sono ancora cose che puoi fare per rendere il mondo meno brutto? E queste sono domande che hanno risposta solo e soltanto nelle persone. Egoisticamente è un processo che io personalmente sto attraversando” ha detto ridendo. “E’ estremamente narcisistico da parte mia. Piuttosto che attraversare una crisi tutto da solo ho detto: “Ehi, venite a condividere questa crisi insieme a me!”.

Nel 2012, sulla rivista naturalistica Orion, Kingsnorth ha iniziato a pubblicare una serie di saggi che articolavano la sua nuova oscura visione ecologica. Pose le sue idee in contrapposizione a quello che lui definiva “neo-ambientalismo” – l’idea che, come diceva lui, “la civiltà, la natura e le persone possono essere ‘salvati’ solo con l’entusiasmo e abbracciando biotecnologia, biologia sintetica, energia nucleare, geoingegneria e quant’altro avesse quel prefisso “neo” che tanto infastidisce Greenpeace”. O, come ha detto Stewart Brand, il cosiddetto “settantacinquenne imprenditore sociale” meglio conosciuto come l’editore del” Whole Earth Catalog “, “Siamo dei, e in quanto tali dobbiamo fare del nostro meglio”.

Per Kingsnorth, l’idea che la tecnologia possa scongiurare gli effetti più catastrofici del riscaldamento globale non solo è sbagliato: è disgustoso – è una distorsione del giusto rapporto tra l’uomo e il mondo naturale, oltre ad essere la prova che, in preda alla crisi, molti ambientalisti abbiano abbandonato il principio che “la natura ha un certo suo intrinseco valore che va al di là di quello strumentale”. Se perdiamo di vista questo ideale in nome della salvezza dell’ umanità, sostiene lui, se permettiamo a noi stessi di erigere centrali eoliche su ogni montagna e pannelli solari in ogni deserto, sarebbe come se avessimo fatto un patto faustiano.

Quando Kingsnorth descrive in che modo sia giunto a questo modo di pensare, comincia quasi sempre con “…su un’antica collina gessosa fuori Winchester” non lontano dal luogo del recente festival di Uncivilization. Era il 1992, e il governo britannico conservatore stava per dare il via ai lavori per una vasta rete di autostrade in tutta l’Inghilterra.
Le autostrade erano state proposte tre anni prima da Margaret Thatcher, la cui amministrazione aveva annunciato che avrebbero costituito il “più grande programma di costruzione di strade dal tempo dei Romani.” Come poi accadde, avrebbero anche raso al suolo quelle aree che erano rimaste incontaminate dal tempo dei Romani. L’opposizione al programma iniziò su una collina chiamata Twyford Down, dove il governo aveva previsto di costruire un’autostrada a sei corsie. Scopo del tracciato era quello di ridurre gli spostamenti verso Londra a pochi minuti. Nel 1992, un piccolo gruppo di radicali che si facevano chiamare Dongas inscenarono una dimostrazione. Presto spuntarono come funghi proteste su strada in tutto il paese, con il sostegno degli hippies itineranti, delle classi lavoratrici e della nobiltà.

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Kingsnorth durante una protesta contro la costruzione di una bretella vicino a Bath nel 1994. Foto di Adrian Arbib

Gli studenti dei movimenti popolari spesso attribuiscono le manifestazioni di piazza degli anni 1990 alla radicalizzazione di una generazione dei giovani britannici. Questo è certamente vero per quanto riguarda Kingsnorth. Quando era a Oxford, trascorse diversi fine settimana a Twyford Down – in serrate, agitando cartelli, urlando slogan. Trovava inebriante mettersi in prima linea per una causa. A Twyford fu arrestato per la prima volta, per essersi incatenato, insieme con altri 50, per salvare un ponte. Questa cosa gli piacque. (In seguito citò in giudizio la polizia e ricevette 5000 dollari di risarcimento). Kingsnorth fu ulteriormente contagiato dalla fiera impraticabilità delle proteste. Il cuore delle proteste dei manifestanti non era tanto il fatto che le nuove strade avrebbero provocato un maggiore inquinamento atmosferico o provocato incidenti e distrutto comunità locali; era che alcune cose, come la natura e la bellezza erano – nonostante o forse proprio per la loro “inutilità” – più importanti del vantaggio, ad esempio, di arrivare prima al lavoro.

Queste motivazioni erano semplici, intuitive e molto, molto inglesi, nel loro amore wordsworthiano per il mondo arcadico. In un saggio intitolato “Confessioni di un ambientalista convalescente” Kingsnorth scrisse che dopo Twyford Down “…promisi a me stesso, solennemente, che quello sarebbe stato il lavoro della mia vita: salvare la natura dall’uomo. Prevenire la distruzione della bellezza e della purezza, parlare a nome dei piccoli e degli oppressi che non erano in grado di difendersi da sé”.

Si rivelò più facile fare questo giuramento a se stesso che agire di conseguenza. L’ostacolo principale era suo padre: un uomo con background di classe operaia, spinto dalla competizione a diventare il capo di un’azienda manifatturiera. Al padre di Kingsnorth non mancava l’amore per la vita all’aria aperta, ma si trattava sempre di un qualcosa di impegnativo, una specie di passione e di sfida da affrontare. Spesso portava Kingsnorth in lunghe ed ardue escursioni, costringendolo a trasportare zaini pesanti, nell’intento di addestrare il figlio alle virtù dell’indipendenza e della lotta.
Questi viaggi erano allo stesso tempo una prova e una rivelazione. Fu proprio con uno zaino in spalla insieme a suo padre nelle brughiere della Cornovaglia e in cima alle colline nel Nothumberland che Kingsnorth ebbe le sue prime esperienze catartiche della natura – esperienze che segnarono il corso della sua vita futura. Ma suo padre non vedeva di buon occhio questa cosa. “Ad Oxford andavo in giro in jeans e maglietta” dice Kingsnorth “poi iniziai a indossare quelle magliette con disegni a spirale, a farmi le treccine ai capelli e a mettermi gli stivali, come facevano i fichi impegnati…”
Kingsnorth raccontò al padre del suo arresto solo dieci anni dopo. Né avrebbe trovato il modo per eludere le aspettative in lui riposte. I suoi 20 anni furono un tempo di goffo e incerto mix di idealismo e ambizione – senza tanto successo. A Oxford fu redattore di Cherwell, il più antico giornale degli studenti universitari, dove scrissero al loro tempo Graham Greene, WH Auden e (su argomenti finanziari) Rupert Murdoch. Sfruttò quest’ onorevole posizione per entrare come ricercatore nel The Indipendent a Londra. Ma era infelice. Trovava il suo lavoro frivolo e i suoi superiori persone fuori dal mondo. Nel 1995, sette anni dopo la creazione del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici e sei anni dopo un trattato globale che disciplinava i CFC, dovette spiegare a un editore la differenza tra riscaldamento globale e strato di ozono.

Kingsnorth durò a Fleet Street meno di un anno. Rimase a Londra altri due anni lavorando per una non-profit malgestita, alla scrittura di un romanzo di protesta che nessuno volle pubblicare e iniziando a infastidirsi sempre più della confusione, del traffico e del rumore. Finalmente tornò a Oxford con l’idea di diventare un freelance. Gli affitti erano bassi e alla fine del 1990 i pub erano pieni di attivisti e scrittori verdi. Ma Kingsnorth non riusciva a restare fermo – un tratto, dice lui stesso, che aveva ereditato da suo padre. Nel 2001, affamato di viaggi, seguì il consiglio del suo agente di scrivere un libro sul crescente movimento anti-globalizzazione, che era venuto alla ribalta due anni prima, quando migliaia di persone si riunirono per protestare contro l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) a Seattle.
Per Kingsnorth, il movimento anti-globalizzazione fu sia un’opportunità sia una missione. Prese parte a proteste di massa a Praga, dove fu colpito per la prima volta dai gas lacrimogeni, e a Genova, dove la polizia sparò e uccise un giovane anarchico, due strade di là da dove Kingsnorth stava marciando. Queste esperienze lo radicalizzarono nuovamente. “Fu quello che provai durante le proteste di strada” mi disse. “Ecco qui milioni di persone che non amano questo modo di vivere il mondo, a me non mi piace questo modo di vivere, a me non piace questo modo di vedere il mondo.” Fece viaggi in quattro continenti, ponendo le radici del movimento e i suoi temi comuni.

Il suo tempismo non avrebbe potuto essere peggiore. Il suo libro uscì nel marzo 2003, durante la prima settimana della guerra in Iraq. Atterrò “con un tonfo impercettibile.” Tornò a Oxford e trascorse gli anni successivi a scrivere opuscoli, articoli e un altro romanzo (per il quale, ancora una volta, non riusciva a trovare un editore), e diede inizio a “Real England”.

Nell’agosto del 2007, mentre stava raccogliendo dei fiori nel piccolo giardino sul retro della sua casa, ricevette una telefonata che lo informava che suo padre si era ucciso. Il padre di Kingsnorth aveva vissuto a Cipro, in una specie di eremitaggio. Il suo matrimonio era andato in pezzi. Aveva avuto un esaurimento nervoso e trascorso del tempo in un ospedale psichiatrico. Una mattina, scrisse un amaro biglietto d’addio, entrò nella sua macchina e guidò a tutta velocità contro un camion parcheggiato.

La reazione di Kingsnorth alla morte di suo padre fu conflittuale. Aveva spesso avuto il sospetto che dietro quella sua spinta continua a essere sempre di più – diffondendo le sue opinioni in televisione e pubblicando i suoi scritti attraverso importanti case editrici e guidando movimenti di protesta – non era che un’inconscia necessità di soddisfare le aspettative più tradizionali di suo padre. Ora questa necessità non c’era più. Provò come un senso di liberazione, come se avesse avuto il permesso di dire quello che voleva dire, nel modo come lo voleva dire. Sentì finalmente di avere la coscienza pulita. “Vai fino alla fine”. Tutto quello che doveva fare era capire cosa ciò volesse dire.
“Sai cos’è il ‘primo seguace’?” Mi chiese Dougald Hine, co-fondatore di Dark Mountain. Era Venerdì al tramonto durante il festival Uncivilization, e avevamo cenato fuori nei boschi per parlare. Eravamo seduti su dei tronchi, i nostri piatti di carta in equilibrio sulle ginocchia.

Il primo seguace è un concetto introdotto dal musicista e imprenditore Derek Sivers in un breve discorso TED dal titolo “Come iniziare un Movimento”. Nel discorso, Sivers mostra un video amatoriale che inizia con un uomo a torso nudo che balla forsennatamente su una collina che domina quello che sembra essere un concerto. Per un po’ l’uomo balla da solo, dondolando i fianchi e le braccia come posseduto, o più probabilmente in estasi. Poi a un certo punto qualcuno si unisce a lui, e si tengono per mano e ballano insieme. Prima che se ne rendano conto, hanno dato il via ad una vera e propria festa danzante.
“Il punto è che” disse Hine “il primo seguace ti trasforma da un pazzo scatenato in qualcuno che ha dato il via a qualcosa”.

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Kingsnorth, su uno sgabello, insieme a Dougald Hine, in maglia rossa, al festival Uncivilization nel 2013. Foto di Bridget McKenzie

Per Hine, l’equivalente del danzatore solitario furono un paio di post sul blog che Kingsnorth scrisse alla fine del 2007. Il primo era uno sproloquio bilioso che annunziava il suo ritiro dal giornalismo. (“I media possono pure andarsi ad impiccare. Ho dato. Sono fuori.”) Il secondo, scritto dopo l’ennesima farfugliante conferenza internazionale sul clima, in cui esprimeva il suo “gioioso” abbandono della speranza che il riscaldamento globale potesse essere fermato. Hine ha appena superato i 30 anni, è un uomo con lo sguardo acceso, un po’ trasandato, con un cespuglio di capelli in testa e ha lavorato saltuariamente e infelicemente come giornalista radiofonico per la BBC. Come Kingsnorth, ha abbandonato il campo con disprezzo. Inoltre, sempre come Kingsnorth, ha sperimentato un’evoluzione dei suoi sentimenti sui cambiamenti climatici: prima una fase ossessiva di spegnimento di interruttori di luce e di minimo consumo elettronico; poi una scoraggiata “fase di Oskar Schindler di ‘ Non basta! Non basta!”; poi una fase di strana quiete. Un giorno scrisse a Kingsnorth e si presentò. Nell’autunno del 2008 s‘incontrarono in un pub di Oxford per discutere su come collaborare.
Durante il loro primo incontro, Kingsnorth e Hine trascorsero la maggior parte del tempo a scambiarsi le reciproche influenze – “mostrandoci le rispettive mappe”, come dice Hine. Hine parlò della sua passione per l’autore e critico John Berger, che negli ultimi quattro decenni aveva vissuto coltivando la terra in un piccolo villaggio francese, e poi del poliedrico sacerdote austriaco Ivan Illich, feroce critico della cultura occidentale. Kingsnorth, a sua volta, fece conoscere a Hine il poeta americano Robinson Jeffers, divenuto in poco tempo una sorta di stella polare per Dark Mountain.
Jeffers oggi è poco letto, ma è stato uno degli scrittori più celebri degli anni ’30 e ’40. Amico di Edward Weston e DH Lawrence, ha vissuto, come ha detto un critico, “come un solitario creatore di stelle del cinema” in una torre in pietra che si affaccia sul Pacifico, scrivendo centinaia di poesie pervase da uno spirito che definì “inumanismo”- uno spostamento di enfasi e di significati da uomo a non-uomo”. In un momento in cui la Grande Depressione stava distruggendo milioni di vite e l’Europa veniva rimilitarizzata per una nuova guerra, Jeffers vedeva la storia umana come una forza inesorabile inevitabilmente distruttiva. “La bellezza dell’Uomo/Moderno non è nelle persone” scrisse in “Riarmo”, una poesia che è diventata l’epigrafe per “Uncivilization, “ma nel Ritmo/Disastroso, le masse pesanti e mobili, le folle che danzano mosse dal/Sogno giù per la montagna scura”.

Le aspirazioni di Kingsnorth e Hine per il loro manifesto non erano rivoluzionarie, ma neanche nichiliste. Ogni uomo fa una distinzione tra un “problema”, che può essere risolto, e una “situazione,” che deve essere sopportata. “Uncivilization” era ferma nella convinzione che il cambiamento climatico e le altre crisi ecologiche sono situazioni difficili, e chiamava a raccolta un gruppo di scrittori che la pensavano allo stesso modo per “sfidare i concetti su cui si fonda la nostra civiltà: il mito del progresso, il mito della centralità umana e il mito della separazione dalla ‘natura’ “.
Scrittori che più o meno condividevano il contenuto del manifesto risposero alla chiamata di Kingsnorth e Hine. Nel 2010, lui e Hine pubblicarono il primo di quella che è diventata una serie di libri di Dark Mountain – essenzialmente riviste letterarie – ben rilegate e riccamente illustrate. Naomi Klein è certamente la più nota tra quelli che hanno contribuito ai lavori, ma la serie include anche lunghe interviste con l’ecologo culturale David Abram e il critico sociale Derrick Jensen.

Kingsnorth e Hine considerano i libri come il centro del lavoro di Dark Mountain. Se non fosse stato per l’ondata d’interesse che incontrò il manifesto, Kingsnorth si sarebbe fermato lì, ritirandosi a vita privata di padre e artista. Ritiro che poi seguì, o almeno lui pensava che sarebbe seguito. Nel 2009, lui e sua moglie, una psichiatra del Servizio Sanitario Nazionale, decisero di trasferirsi da Oxford nella Cumbria, nel nord dell’Inghilterra. Kingsnorth voleva trascorrere il suo tempo scrivendo; portando i suoi figli in escursioni sulle colline, come suo padre aveva fatto con lui; e migliorando le sue abilità con la falce, uno strumento che apprezzava per la sua semplicità ed efficienza. (Nelle ultime tre estati ha insegnato a gruppi di studenti a falciare nelle aree intorno alla sua casa.) E invece si è ritrovato a capo di una florida organizzazione che anche i suoi critici hanno ammesso che stava modificando il dibattito ambientale in Gran Bretagna e nel resto d’Europa. Era una posizione leggermente scomoda. Proprio quando Kingsnorth aveva pubblicamente abbandonato la fede nei movimenti, diventa il leader di uno nuovo.

La prima notte del festival Uncivilization, in un rifugio aperto ai lati fatto di tavole di compensato e frasche di cedro prese dai boschi circostanti, c’era un concerto. Un gruppo corale da Londra, il Coro Songlines, era posto di fronte a un ampio camino di argilla ed eseguì musiche da Capo Verde e Turchia, e anche un canto ispirato alla poesia contenuta nel terzo libro di Dark Mountain. La canzone girava intorno a un ritornello implorante: “Quello che conta è già qui.” Tutti i cantori erano vestiti di rosso fuoco. Più tardi, un cantautore di nome Marmaduke Dando – che si autodefinisce alternatamente un “cantante melodico vaudeville neo-pagano” e “bardo di disempire” – cantò un’amara ballata dal languido titolo “Amo il mio paese, odio il mio stato”.

Mentre assistevo al concerto dai bordi del rifugio, ho incontrato una giovane donna, Sarah Thomas, che aveva passato l’estate girando per l’Inghilterra, zaino in spalla. A metà dello show, abbiamo deciso di approfondire il progetto artistico di Strang, l’artista scozzese che pareva essere il più popolare del festival. Pioveva, camminammo su e giù per le colline al buio finchè giungemmo ad una piccola capanna con una porta rossa e con sopra un cartello rotondo di legno con la scritta: “Ossario per animali vittime della strada”.

La costruzione era ispirata a un saggio di Barry Lopez nel quale egli suggerisce che la gente deve mostrare rispetto verso le vite degli animali uccisi sulle strade e autostrade. (“Non puoi mai sapere,” scriveva Lopez, “quelli a cui dai una dignitosa sepoltura, a cui chiedi in qualche modo scusa, in una cultura parallela avrebbero potuto essere degli esseri sacri”. “E’ un atto di rispetto, una dimostrazione di autocoscienza”). La capanna era angusta e lugubre, decorata con le ossa di piccoli animali chiusi in contenitori in vetro illuminati. Una melodia da brivido si diffondeva da un iPod. Si superava una tenda, ci si sedeva e ci si metteva una maschera di cartapesta che raffigurava un tasso. Dritto di fronte a noi, seduta dietro una finestra aperta nella parete scura, c’era un’altra persona – un volontario – che indossava anche lui una maschera da tasso. Questi sedeva silenzioso e immobile, tranne quando ripeteva esattamente ogni movimento che noi facevamo, finchè, mossi dalla stanchezza, dall’emozione, dalla soddisfazione o dal disagio, si usciva.

Seduto nella capanna, in quell’aria stagnante e nella semi-oscurità, mi vennero in mente le parole che mi aveva detto prima Hine: “La gente pensa che se uno abbandona la fede, se uno abbandona il pensiero che se ce la mettiamo tutta riusciremo davvero a risolvere tutto questo caos intorno a noi, questa è una posizione nichilista” disse Hine. “Pensano che noi diciamo: ‘Chi se ne frega. Non c’importa più niente’. Ma, in realtà, stiamo tutti dicendo solo che: ‘Non facciamo finta di non essere disperati. Sediamoci un momento. Siamo sinceri con noi stessi e tra noi. E così, mentre i nostri occhi si abituano a queste tenebre, cosa iniziamo a vedere?”.

Hine comparava il fatto di dover affrontare il disastro ecologico a quello di dover accettare una malattia terminale. “All’inizio, la sensazione è un sentimento di disperazione, ma all’interno di quello spazio altre cose iniziano ad affiorare.” Tuttavia, per i seguaci di Dark Mountain non è facile raggiungere questo stato di acuta consapevolezza di “ciò che vale la pena fare col poco tempo che rimane”. “Alcune persone vengono qui”, mi ha detto Hine, “si entusiasmano nel vedere delle persone così ispirate e poi dicono: ‘Ok, va bene, qual è il piano?’ “. Hine e Kingsnorth hanno tentato con ogni sforzo di contenere questo impulso, considerando Dark Mountain come uno spazio in cui “si mettono da parte gli impulsi attivistici”, come dice Kingsnorth.

Ma non è stato sempre così. Al primo festival, nel 2010, Kingsnorth si comportava nel modo in cui pensava si dovesse comportare il leader di un movimento. Era concentrato a fare proseliti. Teneva conferenze. Fece un discorso che oggi riassume in “Ecco cosa c’è di sbagliato nell’ambientalismo, e questo è quello che bisogna fare per cambiare!” Ma presto capì che un tono didattico era inadeguato per il nuovo gruppo. Dark Mountain aveva molte più cose in comune con l’anarchismo di Occupy Wall Street che con il collettivismo di 350.org: tutti dovevano trovare un loro percorso per agire. Recentemente, Kingsnorth e Hine hanno deciso di non fare più festival. Vogliono concentrare le loro energie limitate nella pubblicazione più frequente di libri, ma soprattutto non vogliono che le loro riunioni si cristallizzino nel format di una festa annuale dal programma prevedibile.

Per gli attivisti più tradizionali, l’insistenza di Dark Mountain a restare poco pratica non solo potrebbe disorientare, ma anche risultare fastidiosa. George Monbiot, uno dei più influenti giornalisti ambientalisti inglesi, è tra i più vecchi amici di Kingsnorth. Nel 2009, dopo che il manifesto è stato pubblicato, lui e Kingsnorth tennero un dibattito sul The Guardian, per il quale Monbiot è editorialista. Fu uno scambio molto acceso. Kingsnorth sosteneva che la civiltà si stava avvicinando al collasso e che era il momento di fare un passo indietro e parlare di come attraversare questa crisi con dignità e onore. Monbiot rispose che “fare un passo indietro di azione politica diretta equivaleva a un disconoscimento quasi criminale del proprio dovere morale”. “Quante persone credete che il mondo potrebbe sostenere senza né combustibili fossili o un investimento equivalente in energie alternative?” Chiese. “Quanti potrebbero sopravvivere senza la moderna civiltà industriale? Due miliardi? Un miliardo? Secondo il tuo punto di vista miliardi di persone perirebbero. E tu mi vieni a dire che non abbiamo nulla da temere.”

Naomi Klein vede nella posizione di Kingsnorth anche una preoccupante abdicazione. “Mi piace Paul, ma ora sta dicendo chiaramente che sta rinunciando” mi ha detto. “Dice che dobbiamo essere onesti su ciò che possiamo fare, che dobbiamo considerare nella nostra mente la possibilità di un fallimento. Ma noi non dobbiamo accettare il fallimento. Le cose possono peggiorare in diversi modi, a diversi livelli. Davvero, ci sono livelli e livelli”.

In superficie, potrebbe davvero sembrare che Kingsnorth si sia arreso. La scorsa settimana, lui e sua moglie hanno realizzato il loro trasloco lungamente pianificato nell’Irlanda rurale, dove intendono coltivare gran parte dei loro alimenti e educare i loro figli a casa – decisione, spiegò, che derivava in parte da un desiderio di prendere le distanza dalla civiltà tecnologica e in parte dal voler insegnare ai loro figli quelle abilità e competenze di cui presto tutti avranno bisogno in un mondo più “caldo”. Tuttavia Kingsnorth non ha mai avuto l’intenzione di ritirarsi del tutto. Negli ultimi tre anni, ha trascorso buona parte del suo tempo tentando di contrastare con ogni mezzo la costruzione di un grande ipermercato ad Ulverston, nel nord dell’Inghilterra. “Perché faccio questo” mi ha scritto in un’e-mail, anticipando le mie domande, “quando so che in un contesto nazionale un altro supermercato in più non farà alcuna differenza per nessuno, e quando so che non riesco a fermare le attuali tendenze nell’economia locale, e quando so che probabilmente non vinceremo in ogni caso?” Lo fa, dice, perché il significato di ciò che per lui è prezioso e buono possa riecheggiare e diffondersi in tutte le catene di quei supermercati. “Sono sempre più attratto dall’idea che ci siano almeno delle isole, degli spazi in cui sia preservato il significato della vita e della bellezza. Se riuscissi a preservare anche solo uno di questi posti dalla distruzione, sarebbe sufficiente. Sicuramente sarebbe più di quello che la gente faccia normalmente.”

E’ questa un’etica che si riflette nel romanzo che ha appena pubblicato. Quando era uno studente, mi ha raccontato Kingsnorth, i suoi insegnanti descrissero la conquista normanna, nel 1066, come una rapida trasformazione. Un esercito di soldati normanni e francesi, proveniente da oltre la Manica invase l’Inghilterra spazzando via in poco tempo la civiltà anglosassone. Le antiche tradizioni furono spazzate via ed emerse un nuovo mondo. Fu sorpreso di apprendere, molto più tardi, che un movimento di resistenza diede del filo da torcere ai conquistatori per oltre un decennio. Questi che resistevano erano conosciuti come i “Selvatici” o “uomini selvaggi”. Alla fine Guglielmo il Conquistatore li stanò dai boschi e li uccise uno a uno. Sapevano di essere condannati fin dall’inizio. Ma questo non gli aveva impedito di lottare.
Secondo l’interpretazione di Kingsnorth, quello non gli impedì neanche di fermarsi e chiedersi se era giusto o meno continuare a lottare. Il pomeriggio successivo al concerto, in piedi nel rifugio di legno, ha illustrato il contenuto del suo romanzo che riguarda sia la caduta di una civiltà sia il crollo delle certezze a lungo accarezzate di cosa significhi essere civilizzati. Le sue osservazioni introduttive erano vivaci e divertenti, ma anche nervose, come se fosse riluttante a iniziare. In seguito mi ha detto che era la prima volta che leggeva in pubblico parti del suo libro. Scelse un brano curioso, una specie di visione onirica di un giovane ragazzo che interroga un cervo. “Non so davvero dire quale parte del mio subconscio mi abbia condotto a scrivere queste cose” mi scrisse in seguito “ma la conversazione che nasce tra i due è molto simile alle conversazioni che faccio con me stesso quando mi chiedo che diavolo possiamo ancora fare per renderci ancora in qualche modo utili a tutti”:

“Quando sarò libero?” Chiese il giovane al cervo.
E il cervo disse: “tu non sarai mai libero”
“E quando sarà libera l’Inghilterra?”
“L’Inghilterra non sarà mai libera”
“E dunque cosa posso fare?”
“Vivi, e sii sincero.
Sii più sincero che puoi.
E’ tutto lì.
Sii sincero.

Sii sincero.“Spero che queste divagazioni vi siano in qualche modo utili!” Concluse. “Ora mi verserò un bel bicchiere di vino e cercherò di non preoccuparmi troppo”.

Daniel Smith è autore di “Mente da Scimmia: Memorie di Angoscia”. Occupa la cattedra Critchlow di lingua e letteratura Inglese al College di New Rochelle.

Fonte: www.nytimes.com

Link: http://www.nytimes.com/2014/04/20/magazine/its-the-end-of-the-world-as-we-know-it-and-he-feels-fine.html?_r=0

17.04.2014

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura d SKONCERTATA63

Redattore: Sheila Glaser

Una versione di questo articolo è apparsa il 20 aprile 2014 sulla pagina MM28 del Sunday Magazine con il titolo: “E’ la fine del mondo e lo sappiamo… e tutto va bene”.

Pubblicato da Davide

  • albsorio

    Bho, come si dice il modo è bello perché è vario, poi le previsioni io non le conosco.

  • maremosso

    magari avrà anche scritto cose interessanti ma l’articolo è troppo lungo, non ho tempo per leggerlo

  • Primadellesabbie

    Oxford costituisce un bel rebus. Sforna tipi così o Primi Ministri.

  • clausneghe

    Sono riuscito con fatica ad arrivare alla fine dell’articolo anche se  ben scritto e col cuore, ma non ho trovato il più piccolo accenno alla corresponsabilità delle guerre attuali dalle quali il mondo è sempre più contagiato, nell’approssimarsi della fine ingloriosa della nostra specie, la quinta o la sesta che ha fallito il mandato, sembra. Bravo, bel discorso, ma il clima è solo la punta dell’iceberg.Cambiamento per altro indotto anche dagli stessi militari, come arma non convenzionale. Vedere attuali inondazioni spaventose in Siberia, dove dovrebbe esserci freddo e ghiaccio..o in Serbia, dove sono andati sotto i tre quarti del territorio pianeggiante.

  • clausneghe

    Mi correggo: Leggendo meglio HO trovato in effetti un piccolo, piccolissimo accenno alle guerre per accaparrarsi le risorse, lui le chiama.

  • pacoloco
    Mi sembra alquanto ambiguo, forse spaventato dai suoi stessi pensieri. Ma perdere la speranza mai! pensare che tutto è perduto sarebbe tirarsi una zappa sui piedi invece di utilizzarla a ben altro scopo. Essere realistici sulla gravita della situazione (Fukushima solo per cominciare) è invece il requisito indinspensabile per agire nel modo miglior possibile, cominciando da oqni nostra azione quotidiana ed dalle coseguenze di queste.  L’ indipendenza alimentare ed energetica portano anche all’ indipendenza dal sistema che (tuttora) necessita di noi per vivere e quindi ad un stile di vita salutare dove non bevi la coca-cola per boicottare la multinazionale (nobile sentimento, ma fuorviante), ma perchè dannosa alla salute! neanche ti passerebbe per la testa di comprare del cibo, meno in un supermercato!
    E.Fromm scrive in  "essere o avere": 
    "Coloro che inconsciamente disperano ma indossano la maschera dell’ottimismo non è detto che siano saggi; ma coloro che non hanno rinunciato alla speranza possono riuscire soltanto a patto di mostrarsi tenaci realisti, di far gettito di tutte le illusioni e di valutare appieno le difficoltà. Questa lucidità mentale costituisce l’elemento che distingue gli "utopisti" presenti a se stessi e gli "utopisti" che sognano ad occhi aperti."
    Insomma bisogna cominciare a cambiare noi stessi, altrimenti è il solito cane che si morde la coda.