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UN’ALTRA PUNTATA DEL GREAT GAME

DI CARLO BERTANI

“Fanatico è colui che non può cambiare idea, e non intende cambiare argomento.”
Winston Spencer Churchill

In questi giorni, come tanti, ho scorso gli articoli sul Tibet ed ho guardato i filmati su Youtube: della TV mi fido sempre meno. Ho un certo riserbo a parlare del Tibet, giacché vivo quasi una sorta di “conflitto d’interesse”: sono buddista da circa vent’anni.
A prima vista, sarebbe semplice chiudere la vicenda esortando tutti a sostenere le sacrosante libertà dei tibetani, ma sarebbero parole al vento.

Riflettiamo che, durante la recente visita in Italia di S.S. il XIV Dalai Lama – Tenzin Ghiatzo – l’unico uomo “politico” – per così dire – che ebbe il coraggio di parlare con lui fu Beppe Grillo. Se qualcun altro lo ha ricevuto e non ne sono a conoscenza me ne scuso, ma è acclarato che nessuno dei leader politici e delle figure istituzionali ha osato parlare con questa persona, che rappresenta soltanto le istanze di un governo in esilio.

Dispiace ascoltare voci che, in qualche modo, avallano la conquista cinese oppure accusano i tibetani di chissà quali nequizie per la spedizione “geografica” che i nazisti fecero in Tibet nel 1939. Sono affermazioni di chi conosce poco la storia tibetana, di là delle cronache della David-Neel e di qualche orientalista: in realtà, abbiamo iniziato a conoscere il vero Tibet solo dopo la diaspora, dai profughi che si sono insediati in Europa e negli USA.

Iniziamo con il raccontare che i primi a violare i sacri confini della terra dei Lama furono i britannici, nel 1904, al comando di Francis Younghusband , i quali non ebbero difficoltà – durante la loro avanzata, nei pressi di Phari, a Chumi Shengo[1] – ad accettare la resa di un contingente tibetano armato con fucili ad acciarino. Appena i tibetani s’arresero e furono ben visibili, i britannici scaricarono loro addosso nastri e nastri di mitragliatrice, compiendo un massacro. British honour.
Perché gli inglesi e quella data? Se riflettiamo un attimo sulle date, ci rendiamo conto che era lo stesso anno nel quale l’ammiraglio russo Rozhedestvensky cercava di raggiungere il Giappone con la flotta del Baltico, dopo gli esiti rovinosi della battaglia dello Shantung, nella quale i giapponesi avevano distrutto la flotta russa del Pacifico, di base a Port Arthur. L’anno dopo, ci sarebbe stato l’epilogo a Tsushima. Dunque, un momento di debolezza per la Russia, già minata al suo interno dai latenti moti rivoluzionari.
La Cina, a sua volta, era nel bel mezzo di una buriana, ovvero la rivolta dei Boxer e – in definitiva – era alle prese con l’ultimo atto delle sue millenarie dinastie.
Gli altri protagonisti del Great Game nell’Asia Centrale, dunque, erano alle corde: la Gran Bretagna cercò semplicemente d’approfittarne.
Quando Younghusband entrò in Lhasa, non fu considerato proprio un visitatore amichevole, anche se i tibetani – vista la potenza britannica – fecero di necessità virtù.
La ragione della fretta inglese nel porre una sorta di “prelazione” sul regno tibetano era dovuta all’intraprendenza dell’altro competitore del Great Game d’inizio secolo, ossia la Russia degli zar. Il rivale di Younghusband era il colonnello russo Grombtchevski, che era stato inviato su quelle montagne per lo stesso scopo: garantire “amicizia” e “collaborazione”[2]. Nell’attesa di riuscire a farne un sol boccone.
Gli inglesi lasciarono quasi subito il Tibet, formulando una soluzione furbesca: riconobbero il diritto di protettorato della Cina sul Tibet, una questione controversa, che affonda le sue radici dai tempi di Gengis Khan. Perché lo fecero?
Probabilmente per complicare le cose ai russi, giacché conoscevano bene le condizioni disastrose nelle quali versava il morente Impero Cinese. Come si potrà facilmente capire, la complessità di quelle vicende richiederebbe ben altre analisi, che prendessero in considerazione tutte le velleità delle potenze dell’epoca, ma un articolo rimane pur sempre un articolo, e non un libro.
Sarebbe dunque lungo ricordare la complessità del Great Game nell’Asia Centrale d’inizio secolo: sottolineiamo solo che gli attori erano tre – britannici, russi e cinesi – e che la Prima Guerra Mondiale e la guerra civile in Cina posero fine alle ambizioni sul Tibet[3].
A margine, possiamo notare come la situazione tibetana del 1900 fosse straordinariamente simile a quella dell’odierno Afghanistan: una terra non molto importante per le ricchezze naturali, quanto per la sua posizione geo-strategica. Difatti, sono decenni che ci si scanna nelle pietraie afgane, per un territorio che – di per sé – vale poco o nulla.
L’ultimo “sussulto” del Great Game fu però cinese: nel 1910, le truppe manciù cinesi entrarono in Lhasa ed il XIII Dalai Lama dovette fuggire in India. Durò poco: lo scoppio della guerra civile in Cina condusse alla ritirata, nel 1912. Per rendere più agibile la collocazione degli eventi, ricordiamo che l’ultima (e molto discussa) imperatrice cinese, Ci Xi, morì nel 1908, lasciando come erede un bambino, Pu Yi, la storia del quale è narrata nel film “L’ultimo imperatore” di B. Bertolucci.
Le guerre mondiali del ‘900 portarono – paradossalmente – tranquillità sull’Himalaya: inglesi, cinesi e russi erano occupati a scannarsi, in patria e per il mondo, e nessuno si ricordava del Tibet.

Nessuno, a parte i tedeschi (nazisti), che inviarono una spedizione nel paese nel periodo 1938-39 (come la parallela missione in Amazzonia, alla ricerca di segreti esoterici): in quale Tibet giunsero il dott. Ernst Schäfer, biologo e zoologo (ed ufficiale delle SS), e gli altri componenti della spedizione?
Il XIII Dalai Lama – Thubten Ghiatzo – era morto nel 1933 e, nel 1934, la reggenza era stata assunta dall’abate del monastero di Reting, Reting Rimpoche. L’attuale Dalai Lama (il XIV) – Tenzin Ghiatzo – nacque nel 1935 e fu ufficialmente riconosciuto come sua precedente incarnazione nel 1940 (1939 secondo altre fonti).
I tedeschi giunsero quindi in un momento delicato, come tutte le reggenze, e furono ben accolti dal reggente, che fece loro dono di parecchie, antiche scritture buddiste. La spedizione terminò nel 1939 e, il 4 Agosto del 1939, l’aereo che li riportava in patria atterrò all’aeroporto di Berlino.
Una seconda spedizione partì nel 1939, ma fu interrotta dagli eventi bellici: Heinrich Harrer (alpinista, prima appartenente alle SA e poi alle SS) e Peter Aufschnaiter (agronomo), partiti per scalare il Nanga Parbat[4], furono internati dagli inglesi poiché di nazionalità austro-tedesca, ma riuscirono a fuggire ed a raggiungere Lhasa nel 1946. Rimasero parecchi anni nella capitale, dove Aufschnaiter lavorò come agronomo, cartografo e per la sistemazione di canali ed impianti idroelettrici. Harrer divenne amico dell’allora giovane Dalai Lama, e le sue vicende sono raccontate nel famoso libro Sette anni nel Tibet (poi divenuto un non esaltante film).
Questi sono gli unici e documentati contatti fra la Germania nazista ed il Tibet dei Lama: un po’ pochino, a mio avviso, per far gridare a Fulvio Grimaldi che “il Dalai Lama flirtava con i nazisti, nel segno della comune purezza ariana”. In primis, nessun Dalai Lama ebbe a che fare con la prima spedizione: sulla seconda – che spedizione non era più, perché non esisteva più la Germania nazista quando i due giunsero a Lhasa – riflettiamo che il Dalai Lama era un ragazzino di dieci anni.
La figura del reggente – Reting Rimpoche – fu invece discussa, al punto che la condotta non proprio “monacale” dell’abate lo costrinse a dare le dimissioni nel 1944. Nel 1946, volle riprendersi il potere, ma fu fermato ed imprigionato nelle carceri del Potala, dove morì (qualche fonte afferma avvelenato, ma non ci sono certezze). La vicenda di Reting Rimpoche è però tutta interna al Tibet ed ai suoi equilibri, e nulla ha a che vedere con i nazisti.
Heinrich Harrer e Peter Aufschnaiter rimasero in Tibet fino al 1951, quando il giovane Dalai Lama (dichiarato maggiorenne a sedici anni per l’invasione cinese) fuggì ai confini del paese, verso l’India, per poi tornare a Lhasa e cercare un accordo con i cinesi. I due tedeschi, invece, tornarono in patria.
Cos’era successo, nel frattempo?

La fine del processo rivoluzionario in Cina, aveva riaperto i giochi: russi ed inglesi erano poco interessati al Tibet – i primi affaccendati con la nuova Guerra Fredda, i secondi che cercavano di salvare il salvabile dell’Impero – e la Cina ebbe tutte le vie aperte per conquistare Lhasa.
Sulle ragioni dell’intervento cinese, ci sono varie ipotesi. Di natura geostrategica nei confronti dell’India, oppure per una sorta di “frattura” nelle relazioni con l’URSS (durante la cosiddetta fase della “destalinizzazione”) che s’evidenziò alla fine degli anni ’50: forse, la principale ragione fu la pura e semplice conquista territoriale.
Il Tibet non era certo uno stato florido, ma i cinesi del dopoguerra erano praticamente alla fame: alcuni monaci tibetani, imprigionati, raccontarono che il cibo, per i prigionieri, era quasi “simbolico”. Nemmeno le guardie, però, avevano di che scialare: addirittura, però, gli stessi cinesi Han affamati s’avvicinavano ai “campi di rieducazione” in cerca di cibo. La carestia, in quegli anni, in Cina era quasi la regola e non l’eccezione.
Era quindi una situazione poco comprensibile per noi occidentali, quando il “ricco” è colui che detiene un semplice sacco di cereali.
Le razzie nei monasteri condussero ad accumulare oro e preziosi, ma anche il legname ed altri prodotti naturali furono depredati e spediti in Cina: il solito copione di una guerra di conquista, questa volta operato dal più straccione degli imperialisti che si possa immaginare.

Qual era la situazione interna del Tibet, in quegli anni?
La società tibetana era feudale fino al midollo, con un rilevante potere ecclesiale che aveva voce in capitolo su quasi tutto, anche se le cariche pubbliche erano “sdoppiate”, ovvero in ogni amministrazione c’era un pari grado, civile ed ecclesiastico.
Siccome, spesso, i grandi abati dei monasteri provenivano da importanti famiglie aristocratiche, il potere si “saldava” nelle mani del “primo e secondo stato” quasi in ogni luogo. La grande nobiltà, generalmente, preferiva dimorare a Lhasa, mentre i nobili in sottordine accettavano di fare i governatori (bon-po) nelle aree più lontane: a ben vedere, nulla di diverso dalla struttura russa, cinese o d’alcuni stati dell’Italia pre-risorgimentale.
Le condizioni economiche della popolazione erano naturalmente improntate ad una generale povertà, resa meno evidente rispetto ad altri luoghi dalla specificità dell’ambiente ecologico tibetano: grazie all’altitudine, la ridotta carica batterica nell’aria consentiva di conservare i cereali, in apposite torri, per quasi un secolo, mentre la carne seccata e salata rimaneva intatta per un anno intero.
Per questa ragione, è giusto affermare che nel Tibet (almeno, negli ultimi due secoli) non c’erano state gravi carestie, ma è altrettanto vero che la disparità di ricchezza fra la nobiltà e la popolazione rurale era enorme.
Uno dei cardini dell’ordinamento tibetano era l’ereditarietà dei debiti, sia nei confronti dei privati, sia con lo Stato, e questa era la vera “maledizione” dei contadini tibetani, sempre in ritardo con pagamenti e rimesse. Fu la prima riforma che introdusse, appena riconosciuto come capo di Stato, l’attuale Dalai Lama, nel 1951: cancellò l’ereditarietà dei debiti.
Il clero non viveva nel lusso, ma i monaci in Tibet erano decine, forse centinaia di migliaia, e questo era un aggravio che pesava tutto sulla popolazione rurale, priva di qualsiasi protezione sociale da parte dello Stato.
Sulla supposta protervia degli ecclesiastici, non abbiamo molte fonti attendibili: possiamo soltanto immaginare che ci fossero i più svariati comportamenti, secondo il feudatario – civile od ecclesiale – che governava quella regione. Il Tibet abolì la pena di morte già nel XIX secolo (poiché in contrasto con il dettato buddista), ma mantenne – come qualsiasi società feudale – le pene corporali. Insomma, nei giudizi che possiamo formulare, dobbiamo ricordare che parliamo di una nazione medievale proiettata nel XX secolo.
Ciò che – a mio avviso – molti commentatori non hanno compreso, è che eravamo di fronte ad una società feudale come le nostre del XVII-XVIII secolo, catapultata – grazie all’isolazionismo cercato fino all’inverosimile, ed alle due guerre mondiali che avevano posto in seria difficoltà gli eventuali colonialisti – nella seconda metà del XX secolo.
Nel 1951 – potremmo quasi affermare – un mondo che aveva appena attraversato mezzo secolo terrificante, e che aveva tratto da quelle esperienze (in positivo ed in negativo) una nuova impostazione sociale, si trovò improvvisamente di fronte un paese vasto come mezza Europa, popolato da 6-8 milioni d’abitanti (le cifre sono approssimative, e comprendono l’intero Tibet, Amdo e Kham inclusi) che vivevano secondo tradizioni ancestrali.
L’impatto, fu tremendo.

E’ mia opinione che, se non ci fossero stati gli imperialisti cinesi, quel mondo sarebbe franato ugualmente: falce e martello o Coca-Cola, il Tibet medievale era condannato.
Se ne resero conto, a posteriori, anche parecchi Lama tibetani giunti in Occidente, i quali ammisero d’essersi illusi di poter continuare a vivere nel loro “nido samsarico[5]”, come se il resto del pianeta non li riguardasse.

Nel Tibet esistevano già prima dell’invasione cinese cellule comuniste, simpatizzanti per la Rivoluzione Cinese, ma erano individui che credevano di riuscire a coniugare il grande principio della Compassione buddista con l’uguaglianza di matrice marxista. Dopo pochi anni, s’accorsero che quella sintesi era solo ideale, cancellata dalla brutalità delle truppe cinesi.
Nel decennio 1950-1960 ci fu il tentativo, da parte cinese, di cooptare il giovane Dalai Lama e l’altrettanto giovane Panchen Lama al marxismo leninismo, con viaggi in Cina e nomine – soltanto simboliche – nell’organigramma cinese. Intanto, in Tibet avvenivano tragedie.
Nel 1959 – e qui ci sono opinioni discordi su chi fomentò o diresse i disordini – il Dalai Lama fuggì da Lhasa per raggiungere l’India: recentemente, due scrittori statunitensi hanno raccontato che la fuga fu organizzata dalla CIA, ma non possiamo affermarlo con certezza. Se si crede agli americani, si crede loro sempre, anche quando sbatacchiano fialette di presunto antrace all’ONU, non solo quando fa comodo.
E’ invece accertato che gli USA eseguirono lanci d’armi[6] (solo di fabbricazione inglese, e molto vecchie, per non inimicarsi troppo la Cina) ai resistenti tibetani che, in ogni modo, non impensierirono mai l’esercito cinese.
Addestrarono piccoli gruppi di tibetani alla guerriglia, ma non appoggiarono mai con forza la causa tibetana: perché?

Nel 1951, quando avvenne la prima occupazione, gli USA erano impegnati in Corea e non se la sentivano d’aprire un altro fronte. Soprattutto, temevano un eventuale fronte contro la Cina in un Paese che non era toccato dal mare: la potenza anglo-americana è sempre stata fedele a Nettuno.
L’appoggio aereo fu probabilmente scartato per le esperienze della Seconda Guerra Mondiale, quando in Cina combattevano le famose “Tigri Volanti” di Charlie Chennault: il problema era rifornirli partendo dall’India.
Gli americani scoprirono quanto fosse difficile sorvolare l’Himalaya, perché le cime svettano oltre i 25.000 piedi d’altitudine, quote molto elevate per gli aerei da trasporto dell’epoca. Difatti, parecchi equipaggi si dovettero lanciare per problemi meccanici e presero terra anche in Tibet.
L’ultima ragione che non portò Washington ad un evidente appoggio alla causa tibetana fu la stessa che condusse a sospendere i rifornimenti alla guerriglia: la politica sorretta da George Bush (padre), quando era ambasciatore a Pechino, era quella di creare legami in chiave antisovietica. In quegli anni, Cina ed URSS giunsero addirittura a confrontarsi militarmente sui fiumi Amur ed Ussuri – per questioni di confini – e tutto ciò mandava in brodo di giuggiole Washington. E Taiwan? Quando mai gli USA accettarono che l’isola si dichiarasse completamente indipendente dalla grande Cina? Una indipendenza de facto poteva anche passare, mentre quella de iure avrebbe condotto a fratture con Pechino: il Tibet, a ben vedere, valeva ancora di meno.

Di conseguenza, gli USA hanno usato più che sorretto la causa tibetana, ed anche gli ultimi avvenimenti sembrano confermarlo.

Liberi da ogni ingerenza esterna (incubo della politica cinese, dai tempi della parziale occupazione europea d’inizio ‘900) i cinesi si dedicarono alla “modernizzazione” del Tibet.
I cinesi non compresero – abituati ai grandi numeri – che la società tibetana era un microcosmo assai fragile: la richiesta di 2.000 tonnellate d’orzo per sfamare le truppe d’occupazione e gli animali al loro seguito – fatta da un generale cinese al governo tibetano nei primi anni – provocò quasi ilarità: non c’era, nell’intero paese, un simile quantitativo di granaglie!
Abituati al frumento, i cinesi non gradivano l’orzo: collettivizzarono le terre ed imposero la coltivazione del grano, al posto del tradizionale orzo.
Il frumento, in Tibet, cresce soltanto nella bassa valle del Brahamaputra – nei pressi di Shigatse – mentre nel resto del paese l’altitudine non consente che l’orzo, le patate e poco altro.
I cinesi “liberatori”, grazie a questa bella invenzione, inflissero ai tibetani la più grave carestia che gli abitanti ricordassero a memoria d’uomo. Obbligarono anche ad adottare, in tutto il Paese, l’ora di Pechino: chi difende l’operato cinese contro i “Lama nazisti”, queste cose dovrebbe raccontarle.
Sull’altro piatto della bilancia, i cinesi hanno modernizzato il Paese costruendo strade, ferrovie, aeroporti, ecc, ma hanno trasferito decine di milioni di cinesi Han in terre, per loro, poco ospitali: i cinesi Han sono una popolazione di pianura, abituata ai grandi fiumi e che mal s’adatta a vivere a 3.500 metri d’altitudine.

La situazione odierna vede alcune decine di milioni di cinesi Han (intorno ai 40 milioni) convivere con circa 6,5 milioni di tibetani e con una minoranza musulmana (da secoli presente in Tibet), chiamati Hui.
Devo confessare che i filmati della recente rivolta mi hanno lasciato alquanto perplesso, per la violenza con la quale sono stati portati avanti – indubbiamente – dalla minoranza tibetana, poco avvezza a questi scenari di guerriglia urbana. Sembrava quasi d’osservare Gaza o Beirut.
Riflettiamo che lo stesso Dalai Lama – più volte – ha affermato che l’indipendenza del Tibet dalla Cina non è più in agenda: quello che chiede è il rispetto delle tradizioni e del credo buddista. Il quale – nonostante si siano fatti vivi i soliti “avvoltoi della storia”, che non esitano ad imputare sommosse o guerre per altre ragioni alla religione – non ha mai fomentato guerre nel mondo. Di certo, cristiani, musulmani ed ebrei hanno ben altro su cui meditare.
Inutile qui ricordare che la minoranza Tamil dello Shri Lanka è sì buddista, ma le ragioni della contrapposizione sono politiche, e non c’entrano niente con il buddismo. Come se la ragione delle guerre in Medio Oriente fossero l’Islam o l’Ebraismo! Cerchiamo dalle parti del petrolio, che è meglio.
Quei manifestanti di Lhasa mi hanno colpito perché erano straordinariamente violenti, organizzati, efficaci nei loro attacchi di guerriglia urbana. Qualcosa che stride con il carattere dei tibetani.
Ho il sospetto che – ancora una volta – non fosse in agenda la libertà del Tibet, ma qualcos’altro. Forse l’enorme debito che gli USA stanno accumulando nei confronti della Cina? O i dollari che i cinesi cercano subito di rivendere, perché è come essere pagati con monete di ghiaccio, che si sciolgono con il trascorrere del tempo? Una rivolta con un copione “globalizzato”, che sembra avere il giusto marchio per essere sbattuto sui principali media planetari. Dopo i tanti fallimenti delle due presidenze Bush, un po’ di Tibet in rivolta può risollevare le quotazioni di Washington. La speranza, nello Studio Ovale, è l’ultima a morire.

La rivolta di Lhasa non condurrà a nulla di buono per i tibetani, tanto che lo stesso Dalai Lama ha subito lanciato un appello per la fine delle violenze da entrambe le parti.
Chi, oggi, può pensare d’infastidire la Cina con delle manifestazioni di piazza? I cinesi reagiranno come sempre, ovvero con la forza bruta, e non hanno rivali.
Solo qualche sprovveduto nostrano va in piazza a gridare libertà per il Tibet: facile farlo a Roma, un po’ più arduo farlo a Lhasa, dove ti prendi le fucilate cinesi.
Qualcuno, ancora più fesso, non s’è accorto di compiere una discriminazione senza remore: difendiamo strenuamente la libertà dei palestinesi e dei curdi, e che i tibetani vadano a farsi fottere. Di questo passo, potremo dissertare se i curdi sono “buoni” quando combattono i turchi e “cattivi” quando appoggiano gli USA in Iraq. Oppure giocarci ai dadi chi dovrà ammazzare l’altro in Kosovo, serbi od albanesi: è un vicolo cieco, che si chiama nazionalismo.
Il vero internazionalismo passa sopra a razze e religioni, nel nome della comune appartenenza alla razza umana. Non declina le rime delle alleanze fra le borghesie finanziarie, perché sono quelle stesse borghesie – arabe, europee, russe, ecc – che recitano i versi della guerra per raggiungere i loro scopi di dominio sul proletariato: cinese e tibetano, inglese ed irlandese, armeno e turco, basco e spagnolo.
Chi si sente profondamente internazionalista, inorridisce nel vedere le sofferenze di questo o di quel popolo “tirate per la giacchetta” per miseri scopi di bottega: nella guerra del 1982, con chi ci si doveva schierare, con gli imperialisti britannici o con i fascisti argentini?
Non provo e non trovo contraddizioni fra il pensiero marxista e molti assiomi delle principali religioni: scopro invece terribili compromessi e macchinazioni – fra sedicenti idealisti, dottrinari e dottrinali – per cercare d’essere domani il nuovo padrone, al posto di quello che oggi ci schiaccia. Ora, nessun cane abbaia tanto perché gli sia cambiata la catena.
E, fra un padrone americano ed uno cinese, forse sceglierei ancora quello made in USA: se non altro, perché è senz’altro più fesso, ed avrei qualche speranza di batterlo.

Carlo Bertani
[email protected]
www.carlobertani.it
http://carlobertani.blogspot.com/
26.03.2008

Note

[1] Chumi Shengo, in tibetano, significa sorgenti termali. Patrick French – Oltre le porte della città proibita – Sperling & Kupfer – 2000.

[2] Patrick French, op. cit.

[3] Ho cercato di riassumere qualche aspetto di quegli importantissimi avvenimenti nel mio libro “Europa Svegliati” – Malatempora – 2003.

[4] Heinrich Harrer era un valente alpinista, ed aveva fatto parte della cordata che aveva scalato per la prima volta la parete Nord dell’Eiger.

[5] Il Samsara, nella filosofia buddista, rappresenta i sei regni della rinascita (Inferi, Spiriti, Animali, Uomini, Semidei, Dei) che gli esseri percorrono infinite volte, prima di giungere alla condizione di Liberato (Arhat) od Illuminato (Buddha).

[6] Tenzin Ghiatzo – La libertà nell’esilio – Sperling & Kupfer – 1998

Pubblicato da Davide

  • Lestaat

    Ecco qua. Dalla terribile oppressione si è passati alla scelta del meno peggio. Complimenti Bertani.
    E poi “governo in esilio”, la “sacra terra dei lama” con “la minoranza tibetana, poco avvezza a questi scenari di guerriglia urbana”….ma andiamo!!!!!
    Di quale governo parliamo? Del governo che veniva imposto alla popolazione dal clero come prima dell’arrivo della Cina? I “poco avvezzi” che hanno devastato e incendiato a più non posso durante la rivolta armata ?
    Sarebbe molto bello se il buddismo fosse quello di Bertolucci, ma purtroppo non è così. La Cina si comporta da “padrone” confortandosi con qualche ragione geopolitica e storica dato che il Tibet è sempre stato per lo più cinese, i tibetani vorrebbero la propria sacrosanta indipendenza fomentati da una casta sacerdotale che rivorrebbe i propri privilegi come un tempo e da svariate organizzazioni occidentale, molte in buonissima fede, e molte con uno scopo preciso. La ragione non sta da nessuna parte, è vero, ma continuare a dipingere i monaci come gli angioletti va soltanto ad unirsi al coro ipocrita dell’intero mondo mediatico occidentale. Fuffa!

  • fengtofu

    quasi completo accordo con le puntualizzazioni, basta col peloso buddismo radical-chic all’americana, ma pure col ridicolo progressismo di chi ancora crede alla religione marxista, peraltro ormai gloriosamente mutata nell’obiettivo finale di tutti i comunisti e i capitalisti: l’adorazione del Soldo. viva l’indipendenza delle piccole Patrie, lo Slow Way of Life dei popoli tradizionali secondo il proprio costume, e se vogliono la religione che hanno se la tengano….alla faccia degli imperialisti del Progresso, della Coca Cola e di Mao.

  • silviu

    Egregio professor Bertani, se altro articolo dello stesso tema la invitavo ieri >>E, comunque, Bertani & Co., farebbero bene a farsi un giretto su Carmilla dove c’è un articolo (vecchio ma sempre valido) della celebre sinologa Enrica Collotti Pischel che rimette le cose nella giusta prospettiva. Il link: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/03/002584.html
    A me delle olimpiadi e dello sport (professionistico) non me ne può importare di meno, ma non leggere in quello che succede solo una manfrina politico-geostrategica…Fermo restando che la Cina mi fa schifo tanto quanto gli USA!

  • Marcusdardi

    Mi trovo pienamente d’accordo con Carlo Bertani sul titolo dell’articolo.
    Chissà perchè proprio vicino alle olimpiadi viene fuori la storia del Tibet, è un po’ come per l’alitalia sotto elezioni.
    Questi sono dei marpioni e le studiano tutte per distogliere l’opinione pubblica o meglio, per far pensare all’opinione pubblica quel che conviene di più in un preciso momento.
    Sono anche d’accordo che tra americani e cinesi non preferisco nessuno ma con gli americani è più facile dialogare e con un po’ di furbizia si riesce a renderli innoqui coi cinesi no!!!!
    Marcusdardi

  • albertgast

    Fra americani e cinesi sarebbe molto difficile scegliere. Potendo non sceglierei nessuno dei due, e non sono nemmeno d’accordo che con gli americani sia più facile dialogare. Andiamolo a chiedere agli iracheni: 100 morti solo in questi ultimi giorni, chissà quanti dall’inizio della guerra.
    Ci sono alcune cose che stridono in questa vicenda: le immagini della rivolta dei tibetani chissà perchè mi hanno ricollegato alle immagini del G8 di Genova. Con la differenza che stavolta i”distruttori” erano i buoni. Mah….E io che avevo sempre pensato che i tibetani fossero non violenti.
    Anche l’occasione mi ha fatto pensare, così vicina alle olimpiadi.
    Più leggo e meno ho le idee chiare.
    L’unica cosa su cui dubbi non ce n’erano e non ce ne sono è la violenza della repressione cinese. Tutti ricordiamo lo studente che voleva fermare il carro armato, e quello che successe là.
    Ora da più parti si chiede di boicottare le Olimpiadi, ma francamente nè chi lo propone nè chi lo osteggia ha, a mio parere, argomenti inconfutabili.
    Anche perchè, se non è lo sport, cosa può ancora in questo mondo matto riuscire ad avvicinare popoli lontani, geografocamente e non solo?
    Quale delle due soluzioni (boicottaggio oppure no) porterebbe maggiori effetti positivi per spingere in qualche modo la Cina ad avere più rispetto per i diritti umani?

  • CarloBertani

    Un consiglio a Lestaat ed a tutti i sostenitori del “grande balzo” cinese, contro i perversi e nazisti (sullo schiavismo, poi…) monaci tibetani. Anche le “sinologhe” (defunte) che scrissero sul Manifesto le “veline” della CIA mettono a mezzo: io, Richard Gere me lo sono risparmiato, perché non ho niente da spartire con lui.
    Esercizio:
    Portarsi di fronte ad uno specchio. Recitare quindi, ad alta voce, queste parole: “Sono disposto a combattere finché avrò fiato per l’indipendenza del popolo palestinese, iracheno ed afgano. Sono altresì al fianco dell’Esercito Popolare Cinese, nella sua sacrosanta missione di sgominare la cricca del Dalai”. Accertarsi d’avere un bagno a portata di mano: i conati di vomito arrivano improvvisi.
    Quando mai, la sinistra stalinista, riuscirà a staccarsi da Peppone? Ve lo dice uno che militava nello PSIUP nel 1969. Adesso, divertitevi pure a sciacallare.
    Carlo Bertani

  • Lestaat

    Un consiglio a Lestaat ed a tutti i sostenitori del “grande balzo” cinese, contro i perversi e nazisti (sullo schiavismo, poi…) monaci tibetani. Anche le “sinologhe” (defunte) che scrissero sul Manifesto le “veline” della CIA mettono a mezzo: io, Richard Gere me lo sono risparmiato, perché non ho niente da spartire con lui. Esercizio: Portarsi di fronte ad uno specchio. Recitare quindi, ad alta voce, queste parole: “Sono disposto a combattere finché avrò fiato per l’indipendenza del popolo palestinese, iracheno ed afgano. Sono altresì al fianco dell’Esercito Popolare Cinese, nella sua sacrosanta missione di sgominare la cricca del Dalai”. Accertarsi d’avere un bagno a portata di mano: i conati di vomito arrivano improvvisi. Quando mai, la sinistra stalinista, riuscirà a staccarsi da Peppone? Ve lo dice uno che militava nello PSIUP nel 1969. Adesso, divertitevi pure a sciacallare. Carlo Bertani

    Se c’è una cosa che trovo alquanto irritante è quando si viene etichettati in modo del tutto fuorviante, volto per di più a rafforzare delle vuote parole contro i mulini a vento.
    Caro Bertani, è comodo. Se avesse la pazienza di fare un bel respiro e rileggere il mio commento noterà che non vi è scritto nulla di tutto ciò che lei ha appena elencato.
    Non ho sostenuto che la Cina abbia fatto fare un grande balzo al Tibet, anche se, le dovessi dire, da un punto di vista prettamente sociale lo è statop senza dubbio, ma non è certo un motivo per cui essere felici di una cosa che resta pur sempre un occupazione. E su questo non c’è di certo nessun dubbio.
    Così come non vi è dubbio alcuno che i metodi che vengono usati dal governo cinese non siano degni di un paese civile, ma capirà anche se a me va automaticamente la memoria ad un Luglio 2001 non troppo lontano, a Carlo Giuliani, agli scontri di Gotheborg, Napoli…e non mi pare di vedere una civiltà così’ diversa.
    Resta però un punto fondamentale. E il punto è, caro Bertani, che il piccolo e tenero governo in esilio del Tibet, è composto da quelle stesse persone che parteciparono in passato ad atti ben più terribili di quelli odierni. I tibetani sono oppressi, certo, ma purtroppo non si stanno battendo per la libertà, ma per cambiare padrone. Ed anzi, le dirò di più. Viste la situazione geopolitica odierna non le nascondo certo che in un certo qual modo preferirei che il Tibet restasse cinese. E non lo dico per puro cinismo ideologico, ma anche per un naturale istinto alla sopravvivenza, e vista la catastrofe finanziaria, preferirei che ci fosse un antagonista sia agli Stati Uniti, che ad eventuali cambiamenti di rotta dell’atteggiamento russo. E le ripeto, se il Tibet si libera, tra 5 o 10 anni siamo d’accapo, perchè non pongo certo fiducia in un movimento che non viene finanziato ed aiutato da buone e brave persone che non se ne approfitteranno, ma dalla stessa gentaglia del PNAC che in questa situazione a dir poco di merda ci ha messo. Quindi mi facci ameno moralismi e cerchiamo di dire le cose per intero, sono sicuro che è quello che preferisce la gente intelligente, che è perfettamente in grado di capire anche le sfumature, senza attaccarsi all’emotività come i reality show.
    La saluto.

  • Lestaat

    mi sono incasinato con il copia incolla, sorry

    Carlo Bertani Se c’è una cosa che trovo alquanto irritante è quando si viene etichettati in modo del tutto fuorviante, volto per di più a rafforzare delle vuote parole contro i mulini a vento. Caro Bertani, è comodo. Se avesse la pazienza di fare un bel respiro e rileggere il mio commento noterà che non vi è scritto nulla di tutto ciò che lei ha appena elencato. Non ho sostenuto che la Cina abbia fatto fare un grande balzo al Tibet, anche se, le dovessi dire, da un punto di vista prettamente sociale lo è statop senza dubbio, ma non è certo un motivo per cui essere felici di una cosa che resta pur sempre un occupazione. E su questo non c’è di certo nessun dubbio. Così come non vi è dubbio alcuno che i metodi che vengono usati dal governo cinese non siano degni di un paese civile, ma capirà anche se a me va automaticamente la memoria ad un Luglio 2001 non troppo lontano, a Carlo Giuliani, agli scontri di Gotheborg, Napoli…e non mi pare di vedere una civiltà così’ diversa. Resta però un punto fondamentale. E il punto è, caro Bertani, che il piccolo e tenero governo in esilio del Tibet, è composto da quelle stesse persone che parteciparono in passato ad atti ben più terribili di quelli odierni. I tibetani sono oppressi, certo, ma purtroppo non si stanno battendo per la libertà, ma per cambiare padrone. Ed anzi, le dirò di più. Viste la situazione geopolitica odierna non le nascondo certo che in un certo qual modo preferirei che il Tibet restasse cinese. E non lo dico per puro cinismo ideologico, ma anche per un naturale istinto alla sopravvivenza, e vista la catastrofe finanziaria, preferirei che ci fosse un antagonista sia agli Stati Uniti, che ad eventuali cambiamenti di rotta dell’atteggiamento russo. E le ripeto, se il Tibet si libera, tra 5 o 10 anni siamo d’accapo, perchè non pongo certo fiducia in un movimento che non viene finanziato ed aiutato da buone e brave persone che non se ne approfitteranno, ma dalla stessa gentaglia del PNAC che in questa situazione a dir poco di merda ci ha messo. Quindi mi facci ameno moralismi e cerchiamo di dire le cose per intero, sono sicuro che è quello che preferisce la gente intelligente, che è perfettamente in grado di capire anche le sfumature, senza attaccarsi all’emotività come i reality show. La saluto.

  • Drachen

    ma che cosa c’entra Carlo Giuliani? ma lasciamo stare va….
    bisogna saper contestualizzare le cose e bisogna saper discernere le motivazioni che portano polizia e popolazione (o cricche invasate) a scontrarsi.

    Tutte le guerre sono fatte per cambiare padrone. Il problema piuttosto è: quale padrone garantisce un modello di vita più consono e accettato dalla popolazione? Soprattutto: l’identità di un popolo è legata al suo territorio?
    Per me si.
    Ma non si può generalizzare. Anche se gli esempi che ha portato Bertani sono simili. Afghanistan e Palestina hanno il diritto di autodeterminarsi visto che sono popoli invasi da un paese straniero… ed il Tibet non fa eccezione.
    Altro discorso merita il Kosovo, che invece è uno stato fasullo creato a doc.

    Dire che son meglio i cinesi perchè i monaci viveano in un feudalesimo
    oppressore significa ragionare da yankee (o italiota medio) per cui ciò che è bene per me deve essere per forza bene anche per gli altri.

  • Lestaat

    Ma mi faccia il piacere.
    Carlo Giuliani non c’entra nulla con il Tibet ma è sicuramente una chiara dimostrazione che non c’è un modello “più consono”, ma al massimo il colore delle divise di quelli con il manganello. E non mi tiri fuori l’identità di un popolo perchè è prima di tutto fuffa retorica priva di significato per la vita delle persone, e in secondo luogo è alquanto sciocco parlare di identità di un popolo che da due secoli e mezzo è cinese. E anche lei scade in un modo di fare emotivo e vuoto perchè come ho detto e ripetuto nonostante io pensi che comunque la Cina abbia portato un minimo di civiltà in Tibet resto convinto si tratti di una occupazione e di metodi indegni, anche se lei fa finta di non averlo letto nel mio post. E non ho mai detto che sono meglio i cinesi. Quindi eviti di farmi la paternale e darmi insegnamenti sciocchi. Se c’è un “meglio” è del tutto relativo alla situazione contingente, per quanto triste sia, e se mai le capita di informarsi un pochino su chi sta dietro ai movimenti del tibet di oggi, nomi e cognomi, vedrà che c’è quasi da averne più paura che della Cina. Il Tibet oppresso è una realtà, certo, ma è bene raccontarla tutta senza ipocriti perbenismi, quelli si, molto yankee.

  • trotzkij

    Mao sul Dalai

    Vorrei parlare qui della questione del Dalai. Budda è morto 2.500 anni fa, adesso il Dalai e i suoi vogliono andare in India a rendergli omaggio. Bisogna lasciarlo andare o no? Il Comitato centrale è dell’avviso che sia meglio lasciarlo andare, non farlo sarebbe sbagliato. Partirà tra qualche giorno. Lo abbiamo esortato a prendere l’aereo ma non ha voluto, vuole andare in auto passando per Kalimpong, una località dove si trovano spie di ogni paese e agenti segreti del Kuomintang. Dobbiamo valutare la possibilità che il Dalai non ritorni e che, in aggiunta, ci ricopra ogni giorni di insulti, con affermazioni del tipo “il Partito comunista aggredisce il Xizang (Tibet, ndr)” o che addirittura dall’India proclami “l’indipendenza del Xizang”; è anche possibile che spinga i reazionari degli strati superiori tibetani a lanciare appelli per provocare gravi disordini in modo da sbatterci fuori, affermando poi che lui non era presente sul posto e non è responsabile dell’accaduto. Questa possibilità va tenuta presente pensando all’ipotesi peggiore. Se si verificasse una situazione del genere io ne sarei contento. Il nostro Comitato di lavoro per il Xizang e le nostre truppe devono tenersi pronti, costruire fortificazioni e accumulare maggiori riserve di cereali e di acqua. Noi non abbiamo che quei pochi soldati, comunque sia ognuno è libero di fare come crede, se vogliono battersi noi staremo in guardia, se vogliono attaccare ci difenderemo. In ogni caso noi non attaccheremo per primi, lasceremo che siano loro a farlo, poi sferreremo un contrattacco e infliggeremo una dura sconfitta agli assalitori. Dovrei affliggermi perché fugge un Dalai? Ma non mi sentirei afflitto neanche se gli se ne aggiungessero altri nove e scappassero in dieci. (…) Non si può combinare un matrimonio legando insieme un uomo e una donna. Se non ama questo posto e vuole scappare, fatelo scappare. Che danno ci fa? Nessuno, tuttalpiù ci lancerà delle ingiurie. Noi comunisti siamo stati ingiuriati per 35 anni, sempre con la stessa solfa, i comunisti “sono capaci delle peggiori nefandezze”, “mettono in comune i beni e le mogli”, “sono spietati e inumani”, ecc. Se al coro si aggiunge il Dalai o chicchessia che importanza ha? Se continuano a ingiuriarci per altri 35 anni, in tutto faranno solo 70. Secondo me non è positivo il fatto che uno abbia paura di essere ingiuriato.

    (Mao, dal discorso alla II Sessione plenaria dell’VIII CC del PCC, 15 novembre 1956)

  • WONGA

    Alcuni appunti:
    ho notato alcuni curiosi parallelismi tra le calunnie riservate ai palestinesi e quelle riservate ai tibetani.
    Nel 1939 infatti lo sceicco palestinese Haj Amin al-Husseini si recò nella Germanaia nazista per chiedere a Hitler che le ss impedissero l’immigrazione degli ebrei in Palestina.
    La foto con la quale viene immortalato l’incontro campeggia in bella vista nello Yad Vashem,il museo dell’olocausto e grazie ad essa gli israeliani(eredi di Vladimir Jabotinsky,il fascista fondatore del likud peraltro)hanno gioco facile a propagandare che ”i palestinesi sono nazisti o amici del nazismo”.
    L’islamofascismo servito su un piatto d’argento,60 anni fa.
    Ottima occasione per fare propaganda e per presentare a chi non conosce i fatti una versione a proprio uso e consumo della storia.
    Infatti quelle foto campeggiano qua e là in siti chiaramente proisraeliani,con scritte del tipo L’ISLAM ANTISEMITA,oppure ISLAMOFASCISMO ecc…
    Vi ricorda qualche cosa che avete appena letto,per caso?
    Non siete stati in grado di riconoscere la pretestuosità di quelle accuse quando sono state formulate nei confronti dei Tibetani.
    Nazibuddhismo?
    E Gandhi anch’egli in visita presso Mussolini nel 1931?
    Indofascista?
    Vi rendete conto di come nel bene o nel male con questi artifici retorici possono essere raccontate le palle più grosse?

    Dunque facciamo attenzione a parlare di monaci filonazisti e liberatori dalla teocrazia.

  • Lestaat

    Non tirare in ballo continuamente quella frase poco felice di Grimaldi solo per avvalorare le tue idee.
    Prima di tutto sai benissimo che sono due cose completamente diverse dato che da un parte c’è uno stato che c’era e che non c’è più per il volere dei paesi occidentali, dall’altra un paese che non c’è mai stato e che invece vorrebbe giustamente esserci. Nessuno vuole discutere la sacrosanta idea che ha il popolo tibetano del proprio destino, ad essere in discussione è il chi sta spingendo questo movimento di protesta e con quali scopi. Cosa come sono liberissimo di dire che mi infastidisce non poco l’ingerenza siriana in Libano nonostante l’immensa simpatia che provo nei confronti degli Hezbolllah, oppure di dire che mi sta immensamente sui cosiddetti che l’Iran abbia pesanti responsabilità nella destabilizzazione dell’Irak, voglio sentirmi anche libero di dire che il movimento per la liberazione del tibet è una stramaledetta facciata per la destabilizzazione della Cina da parte degli Usa, e, seguendo il loro solito e rodato sistema, sta sponsorizzando la parte peggiore del movimento, fatta da tutte quelle stesse persone che già utilizzarono in passato per lo stesso scopo e che si sono dimostrate delle merde tanto quanto i cinesi. E smettetela di buttare tutta la faccenda sull’emotività che se chi vi legge è persona intelligente, risultate soltanto ridicoli. Sappiamo tutti e condividiamo il fondamentale valore dell’autodeterminazione dei popoli, ma qui non è questo quello che c’è in ballo, e state anche attenti a giudicare così diversi gli atteggiamenti del governo cinese rispetto agli stessi nostri governi, è un grosso e spaventoso segno di un senso di superiorità implicito nel vostro modo di pensare, che vi fa sotto sotto pensare che, in ogni caso, starebbero meglio se fossero come noi…certo, con il proprio governo che segue i dettami di WTO, FMI…e via dicendo che, come già sappiamo da altri paesi sottosviluppati, vuol dire la fame per la povera gente, uno stato di polizia permanente dato che gran parte della popolazione in Tibet è CINESE, e tutte le conseguenze che già conosciamo bene perchè sotto gli occhi di tutti. Quindi BASTA retorica, per favore, e non raccontiamoci palle.