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UNA NUOVA GUERRA FREDDA FRA CINA E USA A CAUSA …

…DELLE RISORSE PETROLIFERE AFRICANE

DI WILLIAM F. ENGDAHL
Global Research

Sin dagli anni 80, la politica USA verso il Sudan è
stata di continuare ad
armare le varie fazioni nella regione per perpetuare
l’instabilità politica
attraverso il conflitto militare. “Invece di
lavorare per la pace nel Sudan,
gli USA hanno essenzialmente promosso una
continuazione della guerra,” ha
detto l’ex presidente Jimmy Carter nel 1999. La
politica estera degli Stati
Uniti nei riguardi del Sudan è coerente con la
decennale politica estera USA
in tutta l’Africa: istigare conflitti, armando in
modo evidente una sola
parte, e armando segretamente gli altri per
perpetuare l’instabilità
politica e sociale fra le nazioni africane mentre
depreda le loro risorse
naturali. Recentemente, il Presidente G.W. “Bush” ha
commentato il
“genocidio” che sta continuando in Sudan e vuole
inviare più armi ed altri
strumenti di guerra nella regione. Mentre la Casa
Bianca prova a decidere se
“genocidio” è il termine corretto e i media
che controllano la mente
fingono che le ostilità in Sudan siano scoppiate
solamente negli ultimi due
anni, lo scrittore/storico Bill Engdahl ci fornisce
un’adeguata base su cui
formare i nostri pareri per quanto riguarda le
atrocità in Darfur.

Per parafrasare la famosa battuta durante i
dibattiti per la presidenza
degli Stati Uniti del 1992, quando uno sconosciuto
William Jefferson Clinton
disse all’allora Presidente George Herbert Walker
Bush, “E’ l’economia,
stupido”, l’attuale preoccupazione
dell’amministrazione in carica a
Washington per il Darfur nel Sudan meridionale non
è, se osservassimo molto
attentamente, genuina preoccupazione per il
genocidio contro la gente in
quella che è la più povera parte della parte più
povera di un settore
dimenticato dell’Africa.

No. “E’ il petrolio, stupido.”

E c’è dell’altro di appropriato alla dimensione
cinica dell’amministrazione
di Washington che non ha mostrato alcun riguardo per
il suo proprio
genocidio in Iraq, quando è implicato il controllo
su importanti riserve di
petrolio. Cos’è in gioco nella battaglia per il
Darfur? Il controllo sul
petrolio, molto, tantissimo petrolio.

Il caso del Darfur, uno sgradevole brandello di
appezzamenti di terra
seccati dal sole nella parte meridionale del Sudan,
ci mostra la nuova
guerra fredda per il petrolio, in cui il drammatico
aumento della richiesta
di petrolio della Cina per alimentare il suo
sviluppo esponenziale ha
portato Pechino ad imbarcarsi in una politica
aggressiva di – ironicamente –
diplomazia del dollaro. Con le sue riserve di oltre
1.3 trilioni
principalmente in dollari USA nella Banca Nazionale
del Popolo della Cina,
Pechino si sta inserendo nella geopolitica attiva
del petrolio. L’Africa è
un obiettivo principale e, in Africa, la regione
centrale fra il Sudan ed il
Chad è prioritaria. Ciò sta definendo un nuovo
importante fronte in quella
che, dall’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003,
è una nuova Guerra
Fredda fra Pechino e Washington per il controllo
delle principali fonti di
petrolio. Finora Pechino ha giocato le sue carte in
maniera più intelligente
di Washington. Il Darfur è uno dei principali campi
di battaglia in questa
gara dalla posta altissima per il controllo del
petrolio.

La diplomazia del petrolio della Cina

Negli ultimi mesi, Pechino ha intrapreso una serie
di iniziative destinate
ad assicurarsi fonti di lunga durata di materie
prime da una delle regioni
più dotate del pianeta – il subcontinente africano.
Nessuna materia prima ha
attualmente per Pechino una priorità superiore
all’assicurarsi forniture di
petrolio di lunga durata.

Oggi la Cina ricava circa il 30 % del suo petrolio
greggio dall’Africa. Ciò
spiega una straordinaria serie di iniziative
diplomatiche che hanno fatto
infuriare Washington. La Cina sta usando a fondo
perduto crediti in dollari
per accedere all’ampia ricchezza di materie prime
dell’Africa, “lasciando
fuori al freddo” il classico gioco di controllo di
Washington attraverso la
Banca Mondiale ed il FMI (Fondo monetario
Internazionale). Chi ha bisogno
della dolorosa medicina dei prestiti del FMI quando
la Cina concede
condizioni facili ed in aggiunta costruisce strade e
scuole?

Nel novembre dell’anno scorso Pechino ha ospitato
uno straordinario summit
di 40 capi di stato africani. I Cinesi hanno
letteralmente srotolato il
tappeto rosso per i capi di parecchi stati Africani
fra cui l’Algeria, la
Nigeria, il Mali, l’Angola, la Repubblica
Centrafricana, lo Zambia ed il
Sudafrica.

La Cina ha appena stretto un accordo sul petrolio,
che unisce la Repubblica
Popolare Cinese alle due più grandi nazioni del
continente – la Nigeria ed
il Sudafrica. La Chinese National Oil Company (CNOC)
estrarrà petrolio in
Nigeria, attraverso un consorzio che include anche
la South African
Petroleum Co. Dando alla Cina l’accesso a qualcosa
come 175.000 barili al
giorno entro il 2008. È un affare da 2.27 miliardi
di dollari che dà all’azienda
a controllo pubblico CNOC una quota del 45% in un
grande campo petrolifero
off-shore della Nigeria. Precedentemente, la Nigeria
era stata considerata
da Washington come un bene delle major del petrolio
anglo-americane,
ExxonMobil, Shell e Chevron.

La Cina è stata generosa nell’erogazione dei suoi
prestiti preferenziali
senza interesse e perfino contributi integrali ad
alcuni dei più poveri
stati debitori dell’Africa. I prestiti sono andati
alle infrastrutture
incluse autostrade, ospedali e scuole, un rigido
contrasto alle brutali
richieste di austerità della Banca Mondiale e del
FMI.

Nel 2006 la Cina ha investito più di 8 miliardi di
dollari in Nigeria,
Angola e Mozambico, contro i 2.3 miliardi della
Banca Mondiale in tutta
l’Africa Subsahariana. Il Ghana sta negoziando un
prestito cinese di 1.2
miliardi di dollari per l’elettrificazione. A
differenza della Banca
Mondiale, uno strumento de facto della politica
economica estera degli Stati
Uniti, la Cina furbescamente non pone legami ai suoi
prestiti.

Questa diplomazia cinese collegata al petrolio ha
portato alla bizzarra
accusa di Washington che Pechino stia cercando di
“assicurare il petrolio
alle fonti”, qualcosa di cui la politica estera di
Washington ha dovuto
preoccuparsi per almeno un secolo.

Nessuna fonte di petrolio è stata più il centro del
conflitto per il
petrolio tra Cina e U.S.A. che il Sudan, patria del
Darfur.

Le risorse petrolifere del Sudan

La China National Petroleum Company, CNPC di
Pechino, è il più grande
investitore straniero del Sudan, con circa 5
miliardi di dollari nello
sviluppo di campi petroliferi. Dal 1999 la Cina ha
investito almeno 15
miliardi di dollari nel Sudan. Possiede il 50 % di
una raffineria di
petrolio vicino a Khartoum assieme al governo del
Sudan. I campi petroliferi
(guardate la mappa) sono concentrati nel sud, luogo
di una guerra civile che
ribolle da lungo tempo, parzialmente finanziata in
segreto dagli USA, per
spezzare il sud dal nord islamico con centro a
Khartoum.

La CNPC ha costruito un oleodotto dai suoi blocchi
di concessioni 1, 2 e 4
nel Sudan del sud, fino ad un nuovo terminale a Port
Sudan sul Mar Rosso
dove il petrolio è caricato sulle petroliere per la
Cina. L’8% del petrolio
cinese ora proviene dal Sudan meridionale. La Cina
prende dal 65 % all’80 %
dei 500.000 barili al giorno della produzione di
petrolio del Sudan. Il
Sudan l’anno scorso è stato la quarta maggiore fonte
straniera di petrolio
della Cina. Nel 2006 la Cina ha sorpassato il
Giappone diventando il secondo
maggiore importatore di petrolio al mondo dopo gli
Stati Uniti, importando
6.5 milioni di barili di oro nero al giorno. Con la
sua richiesta di
petrolio che cresce circa del 30 % all’anno, la Cina
sorpasserà gli USA nell’importazione
di petrolio in pochi anni. Tale realtà è il motore
che guida la politica
estera di Pechino in Africa.

Uno sguardo alle concessioni petrolifere del Sudan
meridionale (guardate la
mappa) indica che la CNPC cinese detiene i diritti del
blocco 6 che attraversa
il Darfur, vicino al confine col Chad e la
Repubblica Centroafricana. Nell’aprile
2005, il governo del Sudan ha annunciato di aver
trovato il petrolio nel
Darfur del sud che si stima possa, una volta
sviluppato, pompare 500.000
barili al giorno. La stampa mondiale si è
dimenticata di segnalare questo
fatto vitale nella discussione sul conflitto nel
Darfur.

L’uso delle accuse di genocidio per militarizzare la
regione petrolifera del
Sudan

“Genocidio” è la descrizione preferita
dell’amministrazione Bush dei recenti
sviluppi nel Sudan. Stranamente, mentre tutti gli
osservatori riconoscono
che il Darfur ha visto un grande esodo umano, una
miseria umana e decine di
migliaia o forse fino a 300.000 morti in molti anni,
solo Washington e le
ONG vicine a lei usano il pesante termine
“genocidio” per descrivere il
Darfur. Se riescono ad ottenere un’accettazione
popolare dell’accusa di
genocidio, si apre la possibilità dell’intervento
della NATO per un
“drastico cambio di regime” e l’intrusione de facto
di Washington negli
affari sovrani del Sudan.

Il tema del genocidio è stato usato, con l’appoggio
in grande scala di pop
stars di Hollywood come George Clooney, per
orchestrare il caso per
un’occupazione de facto della regione da parte della
NATO. Finora il governo
del Sudan ha rifiutato con veemenza, e non
sorprende.

Il governo degli Stati Uniti usa ripetutamente il
“genocidio” per riferirsi
al Darfur. È l’unico governo a farlo. L’Assistente
Segretario di Stato USA
Ellen Sauerbrey, capo dell’Ufficio per la
Popolazione, i Rifugiati e gli
Immigrati , ad esempio, durante un’intervista online
a USINFO il 17 novembre
scorso, ha detto che “il genocidio continuato in
Darfur, Sudan – un’enorme
violazione dei diritti umani – è fra i principali
argomenti internazionali
di preoccupazione per gli Stati Uniti.”

L’amministrazione Bush continua a insistere che il
genocidio sta continuando
in Darfur dal 2003, nonostante il fatto che la
missione di un team dell’ONU
di cinque persone guidato dal giudice italiano
Antonio Cassese nel 2004
abbia riferito che non si era commesso alcun
genocidio nel Darfur,
piuttosto, che erano stati commessi gravi abusi dei
diritti umani. Hanno
richiesto un tribunale per crimini di guerra.

Mercanti di morte

Gli Stati Uniti, agendo tramite alleati sostitutivi
nel Chad e stati
confinanti, hanno addestrato e armato il Sudan Peoples’
Liberation Army, guidato
da John Garang fino alla sua morte nel luglio 2005.
Garang è stato
addestrato alla Scuola per Forze Speciali di Fort
Benning, in Georgia.

Riversando armi prima nella parte orientale del
Sudan del sud e, dopo la
scoperta del petrolio in Darfur, pure in quella
regione, Washington ha
alimentato il conflitto che ha portato a decine di
migliaia di morti ed
parecchi milioni di persone costrette a fuggire
dalle loro case. L’Eritrea
ospita e sostiene il Sudan People’s Liberation Army,
il gruppo di
opposizione paravento della National democratic
Alliance ed i ribelli del
Fronte Orientale e del Darfur.

Ci sono due gruppi di ribelli che combattono nella
regione sudanese del
Darfur contro il governo centrale di Khartoum del
Presidente Omar
Al-Bashir – il Justice for Equality Movement ed il
più grande Sudan
Liberation Army (SLA).

Nel febbraio del 2003, lo SLA ha lanciato attacchi
alle postazioni
governative sudanesi nella regione del Darfur. Il
Segretario Generale dello
SLA Minni Arkou Minnawi ha chiamato alla lotta
armata, accusando il governo
di ignorare il Darfur. “L’obiettivo dello SLA è di
creare un Sudan
democratico unito.” In altre parole, cambiamento di
regime in Sudan.

Il Senato degli Stati Uniti ha adottato una
risoluzione nel febbraio 2006,
che richiedeva truppe della NATO in Darfur, come
pure una più forte forza
ONU di pacekeeping con un forte mandato. Un mese
dopo, anche il presidente
Bush ha richiesto forze NATO supplementari in
Darfur.

Genocidio? O petrolio?

Il Pentagono è stato molto impegnato ad addestrare
ufficiali militari
africani negli Stati Uniti, in modo molto simile
all’addestramento che ha
fatto per decenni di ufficiali Latinoamericani. Il
suo Programma
Internazionale di Istruzione ed Addestramento
Militare (IMET) ha fornito
addestramento ad ufficiali militari di Chad,
Etiopia, Eritrea, Camerun e
Repubblica Centrafricana, in effetti ad ogni paese
al confine col Sudan.
Gran parte delle armi che hanno alimentato lo
sterminio nel Darfur e nel sud
è stata introdotta tramite torbidi, protetti
“mercanti di morte” privati
come il famoso ex operativo del KGB, ora con ufficio
negli USA, Victor Bout.
Bout è stato ripetutamente citato negli ultimi anni
per aver venduto armi in
tutta l’Africa. I funzionari governativi USA
lasciano stranamente inviolati
i suoi affari in Texas e Florida nonostante il fatto
che sia sulla lista dei
ricercati Interpol per riciclaggio.

L’aiuto USA per lo sviluppo a tutta l’Africa
Subsahariana, incluso il Chad,
è stato pesantemente tagliato negli ultimi anni
mentre il suo sussidio
militare è aumentato. Il petrolio e la lotta per le
materie prime
strategiche è il chiaro motivo. La regione del Sudan
meridionale dal Nilo
Superiore fino ai confini del Chad è ricca di
petrolio. Washington lo sapeva
molto prima del governo sudanese.

Il progetto del 1974 della Chevron per il petrolio

Le major del petrolio USA sapevano dell’abbondanza
di petrolio del Sudan
dall’inizio degli anni 70. Nel 1979, Jafaar Nimeiry,
capo di stato del
Sudan, ruppe con i Sovietici ed invitò la Chevron a
sviluppare il petrolio
in Sudan. Quello fu forse un errore fatale.
L’ambasciatore all’ONU George
H.W. Bush aveva riferito personalmente a Nimeiry di
foto satellitari che
indicavano petrolio nel Sudan. Nimeiry abboccò
all’amo. Da allora la
conseguenza sono state le guerre per il petrolio.

La Chevron ha trovato grandi riserve di petrolio nel
Sudan meridionale. Ha
speso 1.2 miliardi di dollari per trovarle ed
esaminarle. Quel petrolio ha
innescato ciò che si definisce la Seconda Guerra
Civile del Sudan nel 1983.
La Chevron fu obiettivo dei ripetuti attacchi e
omicidi e sospese il
progetto nel 1984. Nel 1992, vendette le sue
concessioni di petrolio
sudanese. Poi nel 1999 la Cina ha iniziato a
sviluppare i campi abbandonati
della Chevron con notevoli risultati.

Ma la Chevron oggi non è lontana dal Darfur.

Politica del Chad per petrolio e oleodotti

La Chevron di Condoleeza Rice è nel vicino Chad,
insieme all’altro gigante
del petrolio USA, ExxonMobil. Hanno appena costruito
un oleodotto da 3.7
miliardi di dollari che trasporta 160.000 barili al
giorno da Doba nel Chad
centrale vicino al Darfur del Sudan, attraverso il
Camerun, a Kribi
sull’Oceano Atlantico, destinato alle raffinerie
degli Stati Uniti.

Per farlo, hanno lavorato con il “Presidente a vita”
del Chad, Idriss Deby,
un despota corrotto che è stato accusato di fornire
armi USA ai ribelli del
Darfur. Deby si è unito all’iniziativa di Washington
per il Pan Sahel
condotta dal Comando USA-Europeo del Pentagono, per
addestrare le sue truppe
a combattere il “terrorismo islamico.” La maggior
parte delle tribù nella
regione del Darfur sono islamiche.

Dotato di aiuto militare, addestramento e armi USA,
nel 2004 Deby ha
lanciato il colpo iniziale che ha messo in moto il
conflitto nel Darfur,
usando membri d’elite della sua Guardia
Presidenziale originari della
provincia, fornendo uomini con ogni tipo di veicolo
terrestre, armi e
cannoni anti-aereo ai ribelli del Darfur che
combattevano il governo di
Khartoum nel sud-ovest del Sudan. Il supporto di
militari USA a Deby,
infatti, era stato l’innesco per il bagno di sangue
in Darfur. Khartoum
aveva reagito e la seguente debacle si è
tragicamente scatenata a tutta
forza.

Le ONG spalleggiate da Washington ed il governo USA
invocano un genocidio
non dimostrato come pretesto per introdurre alla
fine truppe ONU/NATO nei
giacimenti di petrolio del Darfur e del Sudan
meridionale. Il petrolio, non
la miseria umana, sta dietro il rinnovato interesse
di Washington per il
Darfur. La Campagna per il “Genocidio nel Darfur” è
iniziata nel 2003, nello
stesso tempo in cui iniziava a fluire il petrolio
nell’oleodotto tra Chad e
Camerun. Gli USA ora hanno una base in Chad per
correr dietro al petrolio
del Darfur e, potenzialmente, associarsi le nuove
fonti di petrolio della
Cina. Il Darfur è strategico, nella sua posizione di
collegamento fra
Repubblica Centroafricana, Egitto e Libia.

Secondo Keith Harmon Snow: “gli
obiettivi militari USA dentro
il Darfur – e più ampiamente nel corno d’Africa –
attualmente sono stati
serviti dal sostegno di NATO e USA alle truppe in
Darfur della African
Union. Lì la NATO fornisce supporto terrestre ed
aereo per le truppe dell’AU
che sono categorizzate come ‘neutrali’ e ‘mediatori
di pace.’ Il Sudan è in
guerra su tre fronti, con ogni paese – Uganda, Chad ed
Etiopia – con una
significativa presenza militare USA e programmi
militari USA in svoglimento.
La guerra in Sudan coinvolge sia operazioni segrete
USA che fazioni
“ribelli” addestrate dagli Stati Uniti che entrano
dal Sudan meridionale,
dal Chad, dall’Etiopia e dall’Uganda.”

Anche Deby del Chad guarda alla Cina

Il completamento dell’oleodotto dal Chad alla costa
del Camerun finanziato
dagli USA e dalla Banca Mondiale è stato progettato
come parte di uno schema
ben più grande di Washington per controllare le
risorse petrolifere
dell’Africa Centrale dal Sudan all’intero Golfo di
Guinea.

Ma l’ex amichetto di Washington, il Presidente a
vita del Chad, Idriss Deby,
ha iniziato ad essere insoddisfatto della sua
piccola parte di profitti del
petrolio controllato dagli USA. Quando lui ed il
Parlamento del Chad
all’inizio del 2006 hanno deciso di prendere di più
dai redditi del petrolio
per finanziare le operazioni militari e rinforzare
il proprio esercito, il
nuovo Presidente della Banca mondiale ed architetto
della guerra in Iraq,
Paul Wolfowitz, si è mosso per sospendere i prestiti
al paese. Quell’agosto
Deby, dopo aver ottenuto la rielezione, ha creato
una compagnia petrolifera
del Chad, la SHT ed ha minacciato di espellere la
Chevron e la malese
Petronas per non aver pagato le tasse dovute,
richiedendo il 60 % di
partecipazione all’oleodotto del Chad. Alla fine si
è accordato con le
compagnie petrolifere, ma stanno soffiando venti di
cambiamento.

Deby inoltre affronta una crescente opposizione
interna da parte di un
gruppo ribelle del Chad, il Fronte Unito per il
Cambiamento, conosciuto
sotto il suo nome francese come FUC, che lui afferma
essere segretamente
finanziato dal Sudan. Il FUC ha la sua base nel
Darfur.

In questa instabile situazione, Pechino si è
presentata in Chad con un baule
pieno di aiuti finanziari a disposizione. Alla fine
di gennaio, il
presidente cinese Hu Jintao ha fatto una visita di
stato in Sudan, Camerun
ed altri stati africani. Nel 2006, i leader cinesi
hanno visitato non meno
di 48 stati africani. Nell’agosto 2006 Pechino ha
ospitato il Ministro degli
Esteri del Chad per dei colloqui e la ripresa dei
convenzionali collegamenti
diplomatici troncati nel 1997. La Cina ha iniziato
ad importare petrolio dal
Chad come dal Sudan. Non molto petrolio, ma se
Pechino ci sa fare, ciò
presto cambierà.

Questo aprile, il Ministro degli Esteri del Chad ha
annunciato che i
colloqui con la Cina per una maggior partecipazione
cinese nello sviluppo
petrolifero del Chad stavano “progredendo bene”. Si
è riferito alle
condizioni che la Cina richiede per lo sviluppo
petrolifero, definendole,
“associazioni molto più paritarie di quelle che
eravamo soliti avere”.

La presenza economica cinese in Chad, ironicamente,
può essere più efficace
nel placare il combattimento e l’esodo nel Darfur di
quanto potrebbe
qualsiasi presenza di truppe ONU o dell’African
Union. Ciò non sarebbe
gradito a qualche persona a Washington ed al
quartier generale della
Chevron, poichè non si ritroverebbero più petrolio
che gli cola sulle loro
grasse mani insanguinate.

Il Chad ed il Darfur non sono che una parte
dell’ampio sforzo della Cina per
assicurarsi “il petrolio alla fonte” in tutta
l’Africa. Il petrolio oggi è
anche il principale fattore della politica USA in
Africa. L’interesse di
George W. Bush in Africa include una nuova base USA
a Sao Tome/Principe –
124 miglia al largo del Golfo di Guinea – da cui può
controllare i
giacimenti di petrolio del Golfo di Guinea
dall’Angola al Sud del Congo, nel
Gabon, nella Guinea Equatoriale, nel Camerun ed in
Nigeria. Sembrano essere
proprio le stesse zone in cui si è concentrata la
recente attività cinese di
investimento e diplomazia.

“Il petrolio dell’Africa occidentale è diventato di
interesse strategico
nazionale per noi” ha dichiarato l’Assistente al
Segretario di Stato USA per
l’Africa, Walter Kansteiner, nel 2002. Il Darfur ed
il Chad non sono che
un’estensione della politica “con altri mezzi”
degli USA in Iraq – il
controllo del petrolio ovunque. La Cina sta sfidando
quel controllo
“ovunque”, in particolare in Africa. Ciò equivale ad
una nuova Guerra Fredda
per il petrolio non dichiarata.

F. William Engdahl è autore del libro, “Un secolo di
guerra: la Politica
petrolifera Anglo-Americana, Pluto Press Ltd. Il suo
prossimo libro, “Semi
di distruzione: Il lato scuro dell’ingegneria
genetica” (Global Research
Publishing) sarà pubblicato a giugno. Potete
contattarlo sul suo sito Web,
www.engdahl.oilgeopolitics.net.

Titolo originale: “China and USA in New Cold War over Africa’s Oil Riches”

Fonte: http://www.globalresearch.ca
Link
20.05.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FILMARI

Pubblicato da Das schloss

  • lucamartinelli

    bellissimo articolo, complimenti. risalta infatti molto bene la differenza che intercorre tra le diplomazie U.S.A e Cinese. credo davvero che tra pochi anni la Cina sara’ la prima potenza del mondo. in silenzio, con intelligenza, senza sfruttare altri popoli come lo sono stati per decenni dagli occidentali, i cinesi stanno pianificando il loro e nostro futuro. saluti a tutti