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UN PAESE SENZA TERRA SOTTO I PIEDI

DI EDUARDO ZARELLI
ilribelle.com

Una esondazione di cemento. La cementificazione selvaggia ha colpito duramente il paesaggio, riducendolo ad un disordinato affastellarsi di capannoni industriali dismessi e ad un triste sequenza di nuovi ipermercati che stanno sradicando ogni idea di urbanità. È la fotografia scattata dal rapporto “Ecosistema rischio 2010”, realizzato da Legambiente e dal dipartimento della Protezione civile, che è stato recentemente diffuso: «l’Italia si scopre sempre più fragile», spiega il dossier, soprattutto a causa del «troppo cemento lungo i corsi d’acqua così come a ridosso di versanti franosi». Tanto che nell’82 per cento dei Comuni ci sono abitazioni costruite in aree a rischio frane o alluvioni, nel 54 per cento fabbricati industriali e nel 19 per cento strutture pubbliche sensibili come scuole e ospedali. Numeri che portano a ritenere che in Italia oltre 3 milioni e 500mila persone siano quotidianamente esposte al pericolo di frane o alluvioni, esondazioni, frane.Dal Veneto alla Calabria, bastano semplici temporali a provocare non solo allagamenti ma vere e proprie calamità, che mettono sotto assedio le città, piccoli comuni, servizi e attività primari. In attesa delle prossime intemperie l’Italia è completamente impreparata ad affrontare il maltempo stagionale, così come quello indotto dalla tropicalizzazione del Mediterraneo. Interi territori in stato di calamità, interi comuni distrutti.

Soltanto in Calabria, secondo i dati del Ministero dell’Ambiente e dell’Unione Province Italiane, sono esposte a rischio frana e alluvione almeno 185 mila persone. In Calabria il 100% dei comuni è a rischio frane e alluvioni. L’83% dei comuni ha abitazioni nelle aree golenali, negli alvei dei fiumi e in aree a rischio frana, il 42% delle amministrazioni presenta addirittura interi quartieri in zone a rischio, mentre il 55% ha edificato in tali aree strutture e fabbricati industriali, mettendo a rischio l’incolumità delle persone anche per gli eventuali sversamenti di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni. Inoltre, nel 26% dei casi, le strutture sensibili come scuole e ospedali sono presenti in zone a rischio. Ci spostiamo in Veneto e la situazione non cambia. Qui ci sono 161 i comuni con aree a rischio idrogeologico, pari al 28% del totale regionale, di cui 41 a rischio frana, 108 a rischio alluvione e 12 a rischio sia di frane che di alluvioni. Il primato negativo del rischio idrogeologico in questo territorio va alla provincia di Venezia che ha il 50% dei comuni ad elevato rischio. Anche quattro dei sette capoluoghi di provincia veneti sono considerati a rischio idrogeologico, restano fuori solo Venezia, Rovigo e Treviso.

Anno dopo anno le aree diventano sempre più fragili a causa degli effetti dei mutamenti climatici, con precipitazioni sempre più intense e concentrate in brevi periodi, ma soprattutto per una gestione dissennata del territorio. Il concetto stesso di “calamità naturali” in tal senso è fuorviante: la natura non è né buona né cattiva, fa il suo mestiere che è quello di far circolare aria e acqua sugli oceani e sui continenti, così come il “mestiere” dell’acqua piovana consiste nello scendere dalle montagne e dalle colline al mare lungo le strade di minore resistenza, i torrenti, i fiumi i fossi, con maggiore o minore velocità a seconda di quello che incontra sul terreno, cose ben note e prevedibili. I guasti vengono dal fatto che la civilizzazione urbanizza il territorio come se queste leggi non esistessero, costruendo strade e case, ponti e fabbriche dove torna utile, secondo piani che dovrebbero essere “regolatori”, cioè adatti a regolare le scelte sulla base delle leggi della natura, ma che invece non tengono conto di tali leggi, anzi generalmente operano contro di loro. L’unico sistema per evitare allagamenti e frane consiste nel predisporre sistemi per rallentare il moto delle acque con la vegetazione e i boschi e nel lasciare libero lo spazio di scorrimento delle acque nel loro cammino verso il mare. Purtroppo le valli sono spesso le zone più desiderabili per le costruzioni: i fondovalle sono stati occupati da strade e città a spese della vegetazione; sono state interrotte le strade naturali predisposte dalle acque per la loro discesa.

L’economista Giovanna Ricoveri, nel suo recente libro I beni comuni (Jacabook, 2010) ricostruisce il processo con cui si è formata la proprietà del suolo; in tempi medievali la terra era “del principe”, cioè della sovranità politica, che stabiliva dove dovevano o non dovevano essere costruite le città e i villaggi, come dovevano essere protetti o rinnovati i boschi, con leggi che sono arrivate spesso integre fino allo stato unitario, addirittura fino alla metà del Novecento. Queste leggi stabilivano che non si doveva costruire sulle rive dei fiumi e dei laghi perché si doveva lasciare spazio alle acque di muoversi nei periodi di piena che si manifestano in maniera abbastanza regolare e prevedibile. Rive, boschi, fiumi possono essere usati come beni comuni dal “popolo” ma sotto il controllo dello Stato che ne è l’unico padrone nel nome del popolo stesso.

Le opere di salvaguardia del territorio, di pulizia e controllo dei fiumi, sono venute meno; sono le stesse amministrazioni pubbliche che mettono all’incanto i beni collettivi cioè la base per la salvaguardia degli abitanti da alluvioni e frane, rilasciando senza ritegno concessioni edilizie secondo gli interessi dei proprietari privati dei suoli.

Il “riassetto del territorio”, in controtendenza, significherebbe in primo luogo, difesa del suolo contro l’erosione, almeno dove è ancora possibile farlo, regolazione e sistemazione e pulizia dei corsi di acqua, dai torrenti di montagna ai fianchi delle colline, ai grandi e piccoli fiumi, ai fossi di pianura, con l’unico imperativo di assicurare che l’acqua scorra senza violenza e senza ostacoli verso il mare, suo unico destino finale. Una politica del territorio e di “prevenzione civile”, che si ponga la questione delle cause e non insegua interessatamente gli “effetti”, all’opposto quindi di quella “distruzione creativa” che appalta opere per riparare guasti già avvenuti, ma che si sarebbero potuti prevenire, creando posti di lavoro secondo una progettualità “ecologica” e sostenibile. Soprattutto stimolerebbe comportamenti virtuosi perché la moralità verso la natura è premessa per l’etica privata e pubblica. L’opposizione è quella fra la logica riduzionistica del contrattualismo tra proprietà privata e Stato e quella fenomenologica, relazionale, partecipativa propria del comunitario. Soltanto quest’ultima supera il dualismo soggetto-oggetto e la conseguente alienazione dell’umano (soggetto astratto) al di fuori della natura. Il bene comune è una relazione qualitativa, noi non “abbiamo” un bene comune ma in gran misura “siamo” il bene comune, abitiamo un territorio di cui esprimiamo la sua identità essendone responsabili in termini di consapevolezza sociale (cultura, memoria, sapere, estetica). Il comunitario non è solo un oggetto (un corso d’acqua, una foresta, un ghiacciaio) ma è una categoria dell’essere. Espressione ecologico-qualitativa e non economico-quantitativa, per questo non è riducibile a un diritto (categoria dell’avere) ma è ad un tempo esperienza di soddisfazione soggettiva (libertà) e di partecipazione oggettiva (consapevolezza) all’essere. Senza tornare ad essere abitanti della Terra non daremo soluzioni alle contraddizioni dello stare in questo Mondo.

Eduardo Zarelli
www.ilribelle.com/
13.10.2011

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Pubblicato da Davide

  • daveross

    Ancora non si parla di adattamento al cambiamento climatico…

  • alvise

    Su questo argomento parlo per la mia città, Genova. Mi verrebbe da dire che abbiamo una giunta di incapaci, forse lo è, e l’ho scritto anche sul blog del nostro principale giornale, poi però è sopravvenuto un’altro pensiero, un fatto tangibile, che tutti potrebbero constatare se gli facessi da cicerone, cioè una cosa che succede in tutte le regioni d’italia. Il disprezzo dell’ecologia-geologia a fronte di mazzette, parlo dei permessi edilizi. Genova è abbarbicata su colline e discreti monti, poca pianura. Non c’è stato un filo d’erba collinare e montuoso che non sia stato cementificato. Penso che prima di costruire, la ditta costruttrice debba consultare un geologo, e solo se ritiene idoneo costruire rilascia il benestare, non so se funziona così, ma penso che ci sono vicino. Sempre secondo me, penso che il geologo debba considerare tutto: il tipo di terreno, il luogo dove dovrebbe sorgere la costruzione, l’agglomerato che c’è eventualmente intorno, ecc.A questo punto mi chiedo come possa un geologo stilare il benestare a costruire, quando si toglie terreno all’acqua che dovrebbe assorbire la pioggia. O è un incapace e allora bisogna cancellarlo dall’ordine, oppure la sua corruzione è tanto palese da doverlo incriminare, come quando succede un alluvione come nella mia città. Due alluvioni importanti in italia sono state nel 70′ nella mia città, e nel 66′ a Firenze, ma ora sto parlando della mia città. Seguendo il filo del mio ragionamento, qualcuno potrebbe obbiettare che nel 70′ non c’è stata tutta questa cementificazione come io denuncio. Vero, infatti tengo conto della quantità d’acqua scesa nello spaziotempo-millimetri.

    L’acqua scesa nel 70′ fu superiore di una misura che non saprei quantificare, però nel 70′ ero già grandicello, non ero un bambino da non saper giudicare, in più giravo per i quartieri per tentare di dare una mano come potevo, per cui posso giudicare che di acqua ne venne sicuramente il triplo di quella del 4-11-2011, per un motivo. NON CI FU QUARTIERE di Genova che fu risparmiato. Da Voltri a Nervi, 22km circa, era tutto un acquitrino, questo può bastare come termine di paragone? Infatti la grande devastazione è avvenuta in un perimetro di circa 1km-1,5km, dal punto di tracimazione dei torrenti, niente in contronto al 70′.Però la giunta comunale dice che non è colpevole per tutta l’acqua che arriva, è vero, ma lo è quando di acqua non ne è venuta come nel 70′, e se non avessero concesso permessi di cementificazione, il terreno avrebbe assorbito quel tanto da non creare alluvione, magari allagamenti, ma non certo alluvione, e non avrebbero sulla coscienza sette morti, tra cui DUE BAMBINI E LA LORO MAMMA.Senza considerare che nei greti dei nostri torrenti, tra cui il più grande, il Bisagno, hanno lasciato crescere letteralmente alberi, non lo dico per esagerazione, in tutti i nostri torrenti, i greti sono lasciati allo sbando, è anche questo, motivo di eventuale tracimazione ed alluvione o no? Se mettiamo insieme cementificazione e greti lasciati diventare come le foreste di tarzan, il connubio drammatico è bello e servito.Il problema è che gli amministratori di ogni PA di ogni regione, riescono sempre a cavarsela dalle loro responsabilità, perchè di fronte ad una denuncia per incapacità poi ci si scontra con i tecnici, che dovrebbero mettere insieme tante variabili: Quanta acqua deve scendere, anche se il terreno assorbe, perchè causi un’alluvione? Ed anche nel caso non assorba, qual ‘è la differenza in millimetri, da uno che assorbe?

    Che parametro si usa per constatare se quel terreno ha assorbito abbastanza oppure no, tanto da creare i presupposti per una alluvione? Per chi non lo sapesse, la differenza tra fiume e torrente è dovuto al fatto che; un fiume è alimentato da laghi, ghiacciai, montagne, un torrente è un corso d’acqua delle regioni montane o solitamente alimentato dalla pioggia, esattamente le nostre condizioni, visto che a Genova abbiamo solo torrenti. Per riassumere. Ove si constatasse che, per colpa del non assorbimento del terreno, la massa d’cqua piovana non avrebbe creato alluvione, chi potrebbe deciderlo in un eventuale processo? Nel libro “Il partito del cemento”, scritto da due giornalisti di Genova, con prove ampiamente documentate in molte pagine, abbiamo ancora le stesse persone alla conduzione della nostra povera città, dove un tempo Genova era definita LA SUPERBA. Oggi di superbo abbiamo solo una giunta di incapaci, e creano morti e distruzioni. Per il denaro si può uccidere in tanti modi, con i manovali delle mafie o con amministratori delle città corrotti, che sono la stessa cosa ma camuffati da una maschera. Un tecnico geologo, prima della costruzione della diga del Vajont, durante un suo sopraluogo ed analisi disse che la diga non doveva essere costruita perchè la morfologia del terreno era altamente pericoloso per una costruzione del genere. La diga fu costruita, con chissà quanti miliardi di mazzette, ed un intero paese sparì dalla faccia della terra. MALEDETTI BASTARDI, LE FIAMME DELL’INFERNO VI BRUCINO PER L’ETERNITA’

  • renato2712

    lungi da me difendere questa classe politica fatta nella migliore delle ipotesi di incapaci se non di delinquenti ladri e direi indirettamente assassini ma possibile che non si possa aprire la mente e chiedersi come mai che casi eccezzionali di piogge da 500 mm come sono avvenute nello spezzino e
    250 300 solo sopra Genova non possono certamente essere fermate modificando il terrritorio
    guardatevi l’articolo di massimo mazzucco al link
    http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3873
    poi andate su youtube e guardatevi i filmati estrapolati dalla nasa
    a quel punto ci potranno essere parecchie risposte
    altro che politici di m…..a
    piove governo ladro

  • maremosso

    Diciamo comunque che la Liguria e Genova sono territori morfologicamente difficili da salvaguardare perchè tutta l’acqua si concentra come in un imbuto quando le precipitazioni divengono intense. La responsabilità delle giunte comunali termina dove inizia quella dei cittadini. Investire nell’adeguamento della rete fognaria e fluviale significa perdere le elezioni perchè sono lavori che non si notano e drenano importanti risorse da dedicare all’organizzazione di eventi e alla realizzazione di opere minori. Fare una scuola nuova perchè mancava l’ascensore nella vecchia, allestire un paio di giardinetti, un selciato in porfido, una rotatoria, organizzare un concerto di Gigi D’Alessio, dei corsi di integrazione, i trasporti urbani semigratuiti, acquisire immobili storici e restaurarli, sovvenzionare associazioni e volontariato, sono tutte operazioni che costano un sacco di soldi ma donano grande visibilità politica locale ed accontentano la plebe. Gli elettori che alle consultazioni amministrative orientano le loro intenzioni pensando alle carenze nei canali di scolo sono effettivamente una esigua minoranza. Oltretutto in varie regioni si sono costituite solo recentemente le aziende consortili preposte alla progettazione esecuzione e manutenzione di condotte e collettori idrici surrogando i comuni ed ereditando da essi una immensa mole di lavoro a causa della decennale mancanza di investimenti per i motivi sopra citati.

  • maremosso

    Diciamo comunque che la Liguria e Genova sono territori morfologicamente difficili da salvaguardare perchè tutta l’acqua si concentra come in un imbuto quando le precipitazioni divengono intense. La responsabilità delle giunte comunali termina dove inizia quella dei cittadini. Investire nell’adeguamento della rete fognaria e fluviale significa perdere le elezioni perchè sono lavori che non si notano e drenano importanti risorse da dedicare all’organizzazione di eventi e alla realizzazione di opere minori. Fare una scuola nuova perchè mancava l’ascensore nella vecchia, allestire un paio di giardinetti, un selciato in porfido, una rotatoria, organizzare un concerto di Gigi D’Alessio, dei corsi di integrazione, i trasporti urbani semigratuiti, acquisire immobili storici e restaurarli, sovvenzionare associazioni e volontariato, sono tutte operazioni che costano un sacco di soldi ma donano grande visibilità politica locale ed accontentano la plebe. Gli elettori che alle consultazioni amministrative orientano le loro intenzioni pensando alle carenze nei canali di scolo sono effettivamente una esigua minoranza. Oltretutto in varie regioni si sono costituite solo recentemente le aziende consortili preposte alla progettazione esecuzione e manutenzione di condotte e collettori idrici surrogando i comuni ed ereditando da essi una immensa mole di lavoro a causa della decennale mancanza di investimenti per i motivi sopra citati.

  • Onilut

    H.A.A.R.P?

  • Onilut

    grazie Renato.

  • alvise

    Tu di dove sei?Se non sei di Genova probabilmente non conosci la situazione edilizia e idraulica. L’acqua non si concentra come un imbuto, l’acqua si concentra nei nostri tantissimi torrenti. Se conosci come si formano i torrenti l’immaginazione dovrebbe aiutarti a vedere che cosa succede quando piove molto.Il dragaggio degli alvei e la pulizia degli argini, seguendo il tuo punto di vista, porterebbero invece voti, visto l’annoso problema della nostra città. E non c’entrano la mancanza di fondi, perchè anche quando c’erano è sempre stato così da anni ed anni.L’unico vero problema è focalizzato su un fatto che forse non ho enfatizzato con sufficienza per attirare la tua attenzione, è cioè la smisurata, selvaggia, cementificazione.

    Genova ha una grande cintura montuosa, ed è risaputo che il terreno agisce come una spugna, se questa spugna è ridotta al lumicino è ovvio che da qualche l’acqua deve andare, e dove va a finire a Genova? Nei suoi innumerevoli torrenti, e dato che i torrenti, DA ANNI immemori non vengono mai messi in sicurezza, questa è la vera realtà di Genova e dei suoi amministratori incapaci. tanto incapaci da, dopo un’allerta 2, di non far chiudere le scuole, e così ci hanno rimesso la vita due bambini e la madre che era andata a prenderli a scuola. Come definiresti un sindaco così? Vero è che l’assesore è responsabile in primis se ha sbagliato, ma visto che un sindaco è il capo della giunta, visto che l’assessore non è votato dai cittadini ma scelto direttamente dal sindaco, il sindaco non è comunque colpevole di aver scelto un incapace? Il fatto di scegliere un incapace è una colpa o no? Io dico di si, se un sindaco è altrettanto un incapace, e lo dico senza demagogia. L’aspetto geologico, quello è l’unico problema che affligge tutta l’italia, calpestato, ignorato, sbeffeggiato, da amministratori corrotti che fanno costruire il costruibile. Ti invito a leggere il libro “IL PARTITO DEL CEMENTO”

  • alvise

    Ho già spiegato come Genova sia stata cementificata fino a dove c’era un filo d’erba libero. Se non fosse stao per un comitato che si è opposto, avrebbero persino tagliato gli alberi e distrutto un bel parco, uno dei pochi luoghi di verde della città, per che farne? Per farne un parcheggio a pagamento, questa è l’aria che si respira a Genova. La quantità d’acqua nello spazio del tempo c’entra, ovvio, ma quando il terreno non assorbe più, dove va l’acqua secondo te? L’alibi del fatto eccezionale non c’entra se entra in gioco il disprezzo per l’ecologia. Solo nel 70′ non do colpe dell’alluvione agli amministratori dell’epoca, perchè ne era venuta tanta, potessi spiegare quello che vedevo, in tanti minuti interminabili, una cosa impressionante, ma il 4 scorso non era così abbondante, molta si, i dati li sentite, ma se il terreno avesse assorbito, genova probabilmente avrebbe avuto solo allagamenti non alluvione?

  • Allarmerosso

    Voglio far presente che qui a Genova nei vicoli non è successo assolutamente nulla e parliamo di strade e palazzi del 1200 …. tengo a far presente a chi non lo sa che sotto i vicoli passano rii e fiumiciattoli praticamente sotto ogni strada , costruzioni fatte con intelligenza con conoscenza del territorio e rispetto parsimonioso della natura….ci sentiamo evoluti e tecnologicamente avanti ma la realtà è che abbiamo perso di vista il nostro contatto con quello che ci circonda , questa è una involuzione ed è inutile costruire torri alte 300 metri andare nello spazio , quando poi ai livelli più terra terra una pioggia ci distrugge …

  • castigo

    quale cambiamento climatico??
    quello dei dati taroccati dell’IPCC??

    P.S. prima di replicare con le solite amenità, fai una ricerca con google su climategate……

  • castigo

    anche io mi son visto tutte le alluvioni che ci sono capitate, e non posso far altro, da genovese, che concordare totalmente con quanto hai scritto.
    solo su una cosa dissento: non sono le fiamme dell’inferno che li dovrebbero arrostire, ma quelle dei nostri roghi……

  • Tao


    Una riflessione di Marino Badiale di quasi dieci anni fa e due articoli recentissimi dell’esperto di prevenzione idro-geologica Marco Martini descrivono la sostanza del grave problema rivelato dalle alluvioni in Liguria, un problema strutturale della politica del territorio in Italia.

    Marino Badiale nel 2002 scriveva:

    «Da diversi anni si ha in Italia il fenomeno che le normali piogge autunnali causano allagamenti e disagi. E’ un fenomeno che indica con chiarezza una netta e sorprendente incapacità, da parte di un paese avanzato come l’Italia, di affrontare alcuni problemi di base di gestione del territorio, di fronte a fenomeni meteorologici che non appaiono così eccezionali.

    Probabilmente ogni tanto le piogge autunnali sono un po’ più abbondanti del solito. Ma stiamo comunque parlando di piogge autunnali in un paese di clima temperato, non di uragani tropicali a Mondovì o dello scioglimento di tutti i ghiacciai della Terra o dell’innalzamento di dieci metri del livello dei mari. Ricordiamo adesso come, da qualche anno a questa parte, tutti i più importanti media esaltino i nuovi ritrovati delle tecnologie informatiche e le nuove possibilità che esse aprono all’economia e alla cultura. Ecco allora un’osservazione che si impone a chiunque si dia la pena di riflettere, e che la cultura di massa evita accuratamente di considerare significativa: com’è possibile che il progresso ci permetta di avere, per esempio, i cellulari collegati ad internet, ma non si riesca ad impedire che le piogge autunnali uccidano un certo numero di persone? Cos’è mai questo progresso, chi lo dirige, chi decide che su certi temi si investono soldi ed energie mentre altri problemi sono lasciati al caso e alla bontà del cielo?»

    (M. Badiale, da “Problemi tra scienza e cultura”, in “Koiné”, n.1/2, anno X, 2002).

    Il disastro delle Cinque Terre e i suoi responsabili

    di Marco Martini, geometra specializzato nella prevenzione dei dissesti idro-geologici, militante di Alternativa

    Gli ultimi tragici eventi occorsi in Liguria e in Toscana portano alla ribalta, per l’ennesima volta, la situazione allarmante in cui si trova il nstro Paese sul piano dei dissesti idrogeologici. Le cause hanno origini lontane – si pensi alla cementificazione selvaggia del boom economico di metà secolo scorso -e vicine, che partono da questioni di valenza globale (i cambiamenti climatici) e arrivano al locale, al “micromondo” degli entroterra urbani italiani.

    In quest’ultimo senso, almeno per quanto concerne numerose realtà nazionali, un ruolo fondamentale lo gioca l’abbandono delle campagne e la relativa assenza dei contadini, cioè di chi, traendo il proprio sostentamento dalla terra, ha sempre svolto un efficace compito di “sentinella”sul territorio in modo da prevenire gravi dissesti in grado di compromettere le proprie attività e, in senso più esteso, il benessere della comunità di appartenenza.

    La pulizia dei rivi e dei torrenti, con l’eliminazione degli arbusti, dei massi e di tutto ciò che può favorire l’esondazione dei corsi d’acqua durante le alluvioni, così come interventi murari di modesta entità ma utilissimi per il consolidamento dei fronti – un caso emblematico è la tradizione tutta ligure dei muri a secco, tramandatasi nei secoli – sono stati i semplici ed efficacissimi strumenti in mano alle comunità locali per scongiurare l’avvento di disastri di notevole impatto. Circa un anno fa, il quartiere genovese di Sestri Ponente, in seguito a un violento nubifragio, subì danni rilevanti a causa dell’esondazione dei suoi torrenti, i cui letti, nelle settimane precedenti, non erano stati sottoposti alle necessarie operazioni di manutenzione e pulizia.

    Si noti che la “pigrizia” di certe autorità comunali e provinciali nell’attuare efficaci opere di prevenzione è stata denunciata poco tempo fa da Legambiente, che ha analizzato le iniziative di mitigazione del rischio idrogeologico nei 54 comuni liguri monitorati. Il risultato assegna una valutazione positiva, ma solo sufficiente, ad appena 12 amministrazioni (il 26%) mentre è negativa per il restante 74%, con 24 comuni giudicati “scarsi” e 17 “insufficienti”. Tra i peggiori Legambiente indica Cogorno, Lavagna e Murialdo «che pur avendo la presenza di diverse strutture in zone a rischio non si sono efficacemente attivati per una concreta opera di contrasto».

    Naturalmente, con questo non si vuole ridimensionare quella che è probabilmente la causa principale dei dissesti idrogeologici italiani, ossia la cementificazione indiscriminata del territorio. In nome dello “sviluppo” il territorio italiano – di per sé difficile per la sua conformazione particolare – è stato letteralmente ricoperto da un’enorme colata di cemento, senza che si tenesse conto dei difficili equilibri ambientali che caratterizzano molte nostre regioni. Alla cementificazione “sviluppista” del secondo dopoguerra e dei “palazzinari” anni ’60, si è aggiunto e sovrapposto un diffuso abusivismo edilizio da parte dei privati,in molti casi anche semplici cittadini, del tutto incuranti dei danni che, in molti casi, stavano arrecando agli equilibri idrogeologici dei loro territori. Solo nel 1985 il legislatore ha cominciato a correre ai ripari, con la famosa Legge 431, nota anche come Legge Galasso, che ha posto divieti di edificabilità in ambienti particolari (aree d’alta quota, vulcani, paludi, vicinanze di corsi d’acqua o spiagge) e l’obbligo per le regioni di redigere Piani Paesistici allo scopo di tutelare i propri patrimoni ambientali. Ciononostante, l’abusivismo edilizio continua a prosperare nel nostro Paese, con particolari “punte” nelle aree maggiormente soggette ad infiltrazioni mafiose nelle pubbliche amministrazioni. A titolo di esempio si noti come, secondo i dati di Legambiente, il business del cemento ha prodotto solo in Campania 60.000 case abusive in 10 anni, e a spartirsi la torta dell’edilizia ‘a tutti costi’ ci pensano 64 clan camorristici. In 20 anni – dal 1991 a oggi – ci sono state nella regione 7 amministrazioni comunali su 10 (67%) sciolte per infiltrazione mafiosa, alla cui base c’e’ proprio l’abusivismo edilizio.

    Tornando ai disastrosi eventi di questi giorni, va evidenziato un altro dato allarmante, ossia la tipologia delle precipitazioni che ha colpito le Cinque Terre e le aree limitrofe. Si è trattato di un evento meteorologico di eccezionale gravità, con ben 500 millimetri di pioggia caduti in poche ore, che non trova precedenti nella storia di quelle zone. Un evento che si collega, a detta degli esperti, ai cambiamenti climatici a livello globale, e che potrebbe quindi risultare alla lunga un triste antefatto di molti altri eventi luttuosi per il nostro Paese, le cui “fondamenta” idrogeologiche, come abbiamo visto, sono state già messe in serio pericolo da un mix di incuria, illegalità e negligenza diffuse. Siamo, di fatto, nel pieno di una vera e propria emergenza nazionale continua e silenziosa, latente, ma dal potenziale devastante.

    http://alternativaliguria.blogspot.com/2011_10_01_archive.html

    Sull’alluvione a Genova

    di Marco Martini

    L’intero territorio italiano, o almeno buona parte di esso, e’ soggetto a dissesti idrogeologici. Il ripetersi di eventi luttuosi necessita risposte concrete e coraggiose, per far tornare “eccezionali” quegli eventi gravissimi che oggi, ormai, ci aspettiamo con regolarità ogni anno con l’approssimarsi della cattiva stagione. Cambiano i teatri, ma lo spettacolo offerto da una natura ferita è sempre il medesimo: danni ingenti, morte di cittadini inermi, e lo smascheramento inesorabile delle responsabilità umane. I punti da considerare sono relativamente pochi, benché di notevole importanza e con molte implicazioni.

    1) LOTTA SENZA TREGUA AL “PARTITO DEL CEMENTO”, che sia in merito alla costruzione di “grandi opere” dal notevole impatto sugli equilibri ambientali delle località coinvolte (si pensi al caso emblematico della TAV) o riguardo l’edificazione di nuovi quartieri residenziali con l’avvallo e il patrocinio delle varie amministrazioni locali. Il celebre architetto Renzo Piano, nel corso di un’intervista al Corriere Mercantile di venerdì 4 novembre, ha dichiarato: “L’esplosione delle città è già avvenuta nel Dopoguerra. Siamo nel secolo nuovo, è evidente che non si può continuare a costruire nuove periferie, spesso desolate e con costi sociali enormi […] ci sono due modi per far crescere una città: il primo è sostenibile, cioè per implosione, costruendo sul costruito, il secondo è insostenibile, cioè per esplosione. Lo sviluppo delle città per implosione è l’unico modo per evitare nuove periferie”. Restauro, ristrutturazione o ricostruzione del tessuto edilizio esistente, adeguandolo inoltre alle tecnologie esistenti per il risparmio energetico: questa è la “stella polare” dell’urbanistica sostenibile.

    2) LOTTA ALL’ABUSIVISMO EDILIZIO, inteso sia come metodo di “business” da parte delle organizzazioni di stampo mafioso (in particolar modo al Sud), sia come fenomeno di diffusa negligenza, imperizia e noncuranza da parte di privati. Nel primo caso è necessario svolgere una forte opera di contrasto attraverso la magistratura e le forze dell’ordine, nel secondo caso le autorità e le amministrazioni locali devono intervenire, anche con l’ausilio dell’Agenzia del Territorio, sia per punire chi ha compiuto abusi di grave entità o comunque pericolosi per gli equilibri idrogeologici, sia per diffondere la cultura del “ben costruire” e del rispetto delle norme vigenti, con tutti i vantaggi che ciò comporta a livello economico e sociale.

    3) RECUPERO DELLE TRADIZIONI DI PREVENZIONE che hanno garantito per secoli l’armonia tra le comunità umane e i loro ambienti, con l’eccezione sporadica di eventi incontrollabili ma comunque di scarsissima frequenza. La scomparsa dei “contadini” nelle campagne e negli entroterra urbani di molte città italiane sta mettendo a serio rischio la sopravvivenza di tecniche, si pensi a titolo di esempio ai “muri a secco” della Liguria, o semplici operazioni di buon senso (la pulizia dei letti dei torrenti) che, intervenendo a monte, permettono la messa in sicurezza anche delle zone di valle. Al recupero di queste tecniche tradizionali vanno associati, qualora necessari, quegli interventi di ingegneria naturalistica che permettono il recupero di fronti dissestati o in situazioni critiche con metodi a impatto nullo o ridottissimo sull’ambiente (un intervento tipico di ingegneria naturalistica consiste nella piantumazione di essenze dotate di radici robuste e profonde, in grado di “consolidare” il terreno).

    Questi interventi comportano dei costi, che al momento sembrano insostenibili a causa della crisi economica e delle sue note cause. Il sistema preferisce investire fiumi di denaro nel salvataggio del male che lo sta uccidendo, piuttosto che intervenire per proteggere le sue popolazioni civili. Lo vediamo continuamente: d’altronde, i tagli alla spesa pubblica riguardano anche gli interventi di “messa in sicurezza” e di prevenzione delle aree dissestate o ad alto rischio.

    Fonte: http://www.megachip.info
    6.11.2011

  • alvise

    Infatti ho specificato che nel 70′ l’alluvione ha colpito tutta Genova, e la prova che la natura non si rivolta contro chi la violenta, lo hai confermato tu, dove nel centro storico fortunatamente non si può costruire. In più, tutto il MONDO dovrebbe sapere che a Genova la nostra giunta incapace, se non ci fosse stata la resistenza del comitato di Agostini (non il pilota), avrebbe distrutto uno dei pochi luoghi di verde della città per costruirvi un più remunerativo parcheggio privato, dove il marito della vincenzi, Marchese (cognome), sicuramente ha una parte in questo. E’ il bello è, che ai compagni (non sono di destra, anzi non sono di niente) che difendono quella gentaglia, non gli viene in tasca nemmeno un centesimo, quella è il massimo della stupidità

  • castigo

    leggetevi un po’ questo elenco e fate 2 conti.
    vedrete che in oltre 40 anni si poteva fare molto per evitare i disastri attuali.
    ed il fatto che la sinistra, al governo a genova quasi ininterrottamente durante questo periodo, non abbia fatto una cippa di minchia dovrebbe far riflettere sui “valori” di questi personaggi….

    http://scuoleria.blogspot.com/2010/10/meteorologia-alluvioni-ieri-e-oggi-in.html