UN FUTURO DA SCHIAVI

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DI FEDERICO ZAMBONI
ilribelle.com

Sudditi. Servi. Schiavi. Per dirla come un pubblico ministero, in un processo che metta sul banco degli imputati l’intera società occidentale degli ultimi decenni (e che di riflesso costringerà anche a interrogarsi sulla sincerità dei valori sbandierati dallo schieramento che è uscito vincitore dalla Seconda guerra mondiale, Inghilterra e Stati Uniti in testa), «la tesi che intendiamo dimostrare è che lo stesso intreccio economico e politico che ci ha già trasformati da tempo in sudditi, e che via via ci ha fatti sprofondare in una vita da servi, si accinge adesso a trasformarci in veri e propri schiavi. Ovverosia in individui, e in popoli, che avranno sempre minori possibilità di sfuggire alle pressioni e ai condizionamenti di un’esistenza tanto ottusa quanto affannata. Precaria sul versante materiale. Nevrotica su quello psicologico».Lo sappiamo benissimo: è una tesi molto drastica e va a impattare con delle fortissime resistenze ad accettare anche solo l’ipotesi che la situazione sia così drammatica, e che non sia per nulla casuale. Poiché la prospettiva fa spavento, e l’idea che qualcuno l’abbia coltivata scientemente fa orrore, ci si sottrae al dovere di guardarla in faccia e di giudicarla come merita. Si nega l’evidenza, e la si nega a priori. Si nega che quelle resistenze vi siano, preferendo riclassificarle, e assolverle, come barriere razionali alle tentazioni “complottistiche”. Ci si convince che esse rispecchino la lucidità di un pensiero logico e alieno da suggestioni emotive. In realtà è l’esatto contrario: quelle resistenze riflettono l’immensa paura, ovviamente inconscia, di scoprire fino a che punto siamo stati ingannati, a forza di bei discorsi sulla libertà politica, che sarebbe dimostrata al di là di ogni possibile dubbio dal perpetuarsi della democrazia parlamentare, e sulla libertà economica, che avrebbe la sua prova lampante nel mercato globale.

L’illusione è di avere “i piedi per terra”. Invece si ha soltanto “la testa nella sabbia”. Si crede di essere informati, perché si è aggiornati sulla cronaca di quello che accade in superficie. Invece si è solo manipolati.

Si è certi, e soddisfatti, di essere al passo coi tempi. E questa è l’unica cosa vera. Peccato che si sia così indaffarati a non restare indietro – nel lavoro, nel reddito, nella competizione con gli altri – che non ci si ferma mai a domandarsi chi accidenti è che detta il ritmo della marcia, e soprattutto la sua direzione.

Il cosiddetto passato

Dire “schiavi” sembra un’iperbole, ma solo perché siamo vincolati a un’idea macroscopica di schiavitù: quella, ereditata dal passato e proprio per questo archiviata alla stregua di una barbarie che, almeno qui in Occidente, è stata ormai sconfitta in via definitiva, in cui i segni esteriori sono talmente palesi da balzare all’occhio e da risultare inequivocabili. Le catene, in questa rappresentazione così tipica, e convenzionale, da sembrarci l’unica, non sono affatto delle metafore. Sono anelli di ferro che serrano le membra e che limitano i movimenti. Riaffermando la condizione di prigionia. Limitando al massimo il rischio di fuga. Rendendo manifesta, nell’impedimento fisico, la soppressione di ogni diritto a prendere decisioni autonome.

Nell’immaginario collettivo il modello prevalente non è nemmeno quello dell’antica Roma, in cui sussisteva l’opportunità dell’emancipazione a causa dei propri meriti e il raggiungimento dello status di liberto. È quello delle piantagioni americane prima della Guerra di Secessione. I negri strappati all’Africa e condotti oltreoceano, venendo trattati come e peggio delle bestie già durante i terribili viaggi in mare. Dopodiché, quelli che sopravvivevano (pari a circa due terzi del totale) erano venduti come animali, e utilizzati di conseguenza. Esseri subumani che avevano il solo scopo di sbrigare a bassissimo costo i lavori più pesanti.

Le regole erano semplici e rigide. Spesso brutali. Sempre inderogabili. Alzarsi la mattina e sgobbare fino alla sera. Ritirarsi a dormire nelle baracche, cioè nell’equivalente delle stalle, per recuperare le energie appena consumate. Giorno dopo giorno. Senza pause e senza fine. Una routine oscura e sfiancante che si sarebbe ripetuta sino alla morte, spesso prematura. Al massimo, poteva capitare di essere spostati altrove. O di essere ceduti a un altro proprietario. Oppure, nei casi peggiori, di finire uccisi o mutilati a seguito del tentativo di scappare, o addirittura di sollevarsi in massa.

Lo schiavo, detto in sintesi, non esisteva “per sé”, ma in funzione di un interesse che si reputava superiore. E che, guarda caso, coincideva con quello del padrone. Lo schiavo doveva attenersi agli ordini che gli venivano impartiti ed eseguirli col massimo dell’impegno, non foss’altro che per evitare di essere punito. Il “premio” della sua fedeltà, o piuttosto del suo rendimento, si esauriva nella mera sopravvivenza. Essendo appunto un costo, che per un verso era inevitabile ma che per l’altro andava a incidere sui profitti, l’obiettivo naturale era massimizzare la convenienza tra ciò che si spendeva e ciò che si otteneva in cambio.

Sul piano economico era logico. E il piano economico, in effetti, era l’unico a essere preso in considerazione.

Fase uno: le illusioni

Per alcuni decenni la promessa del liberismo è stata quella di un benessere crescente e pressoché automatico. In Europa, in particolare, ci si è aggiunta l’attrattiva delle reti di welfare, a cominciare dalla sanità pubblica e dai trattamenti previdenziali.

Il messaggio era nitido e seducente: chi sta al gioco verrà ricompensato. Sia pure all’interno di una forbice assai divaricata, che consentiva massicce sperequazioni di reddito, la vulgata era che il tenore di vita si sarebbe alzato per tutti. I poveri in senso stretto non potevano che scomparire, o ridursi a una minoranza del tutto marginale. L’aumento della scolarità avrebbe permesso di svolgere attività meno onerose, e comunque assai meglio retribuite. La tecnologia, oltre a sollevarci dalle fatiche più pesanti in ambito sia produttivo che domestico, si sarebbe riverberata in un continuo affinamento dei prodotti e persino in una riduzione dei prezzi.

Sembrava l’algoritmo perfetto. Una formula provvidenziale in cui il fattore tempo, secondo la classica lezione progressista, influiva positivamente su tutti gli altri, come un additivo che più lo usi e più dispiega i suoi effetti benefici. Un insieme di rapporti reciproci che assicuravano la combinazione vantaggiosa di elementi eterogenei e apparentemente contraddittori. Anzi: erroneamente ritenuti tali, ad esempio da Marx, e scioccamente considerati non solo inaccettabili in termini morali ma incompatibili ai fini pratici.

Viceversa, come attestava l’incessante aumento sia del Pil nazionale che degli standard di consumo, l’incontro-scontro delle diverse forze si risolveva in uno slancio complessivo che trainava l’intera società. Anche ammettendo che lo squilibrio ci fosse, si trattava pur sempre di uno squilibrio dinamico. La velocità del movimento controbilanciava le oscillazioni e le assorbiva in una traiettoria che rimaneva proiettata in avanti. Per quanto spezzata, e a tratti bizzarra, disegnava una rotta a senso unico: di sicuro erano gli armatori ad arricchirsi di più, e gli ufficiali superiori a ricevere le maggiori gratifiche, ma quando più e quando meno ce n’era abbastanza anche per l’equipaggio. Le ristrettezze dell’Ottocento o della prima metà del Novecento erano ormai alle spalle. La ciurma restava ciurma, per quanto riguardava le scelte importanti, e tuttavia non aveva troppo di che lamentarsi: cibo a sazietà, un guardaroba non più ridotto all’essenziale, un discreto gruzzolo da dilapidare a piacimento durante le soste intermedie nei diversi porti.

Andava bene? La generalità dei cittadini pensava di sì. Sarebbe andata meglio? La classe dirigente assicurava, o suggeriva, che la risposta era insita nelle premesse. Sì. Sì. Mille volte sì.

Fase due: la verità

Il peggioramento è sotto gli occhi di tutti, anche se i più continuano a non comprenderne l’effettiva natura. Invece di riflettere a fondo sulle cause, e sugli sviluppi, confidano che alla lunga se ne uscirà senza troppi danni. Al presente possono anche riconoscere la gravità delle circostanze, e piegarsi ai tantissimi sacrifici della diverse manovre succedutesi nel 2011 e culminate nella stangata “Salva Italia” di Monti. Al futuro, tuttavia, conservano un inguaribile ottimismo. O uno speranzoso fatalismo, come minimo.

Si potrebbe dire che si concentrano sull’oggi, e che incrociano le dita per il domani. Il dogma è che si tratti solo di una difficoltà transitoria, per quanto grave e persistente. La critica è a scartamento ridotto: la colpa dell’accaduto è dei partiti, o tutt’al più del groviglio di buone e cattive abitudini di noi italiani. Abilissimi nell’arrangiarci. Disastrosi nel gestire correttamente, e quotidianamente, la “res publica”. Ecco qua: abbiamo tirato troppo la corda e adesso ci tocca correre ai ripari. Un bello sforzo collettivo, una tantum, e passerà pure questa. Saremo pure indisciplinati, e talvolta cialtroni, ma quando è davvero necessario sappiamo riscattarci.

Come nel 1992, giusto? C’era da entrare nell’euro e ci siamo entrati. Figurati se oggi permetteremo che ci buttino fuori. Oggi che a Palazzo Chigi c’è un tecnico stimatissimo, anche all’estero, come Mario Monti. E al Quirinale, che Dio ce lo conservi, un galantuomo come Napolitano, così benvoluto anche a Washington. Soprattutto, a Washington.

Ergo, inutile angustiarsi troppo. E men che meno stare a mettere in discussione il sistema economico in quanto tale. Basta introdurre una serie di correttivi, per emendarci da taluni vizi del passato, e va da sé che usciremo dalle secche. Berlusconi non ha mica tutti i torti, quando afferma che non bisogna confondere i conti pubblici con quelli privati. L’Italia rischia il default. La gran parte delle famiglie no. Tireremo un po’ la cinghia, in attesa che tutto riparta, e anche questo sarà nulla di più che un brutto ricordo…

Poveri sciocchi. Se avessero la capacità di vedere al di là del loro naso scoprirebbero che la crisi non è affatto congiunturale, e che perciò le misure draconiane che si sono già adottate, e le altre che incombono, non costituiscono «le amare medicine» di cui ciancia Casini sostenendo che esse sono indispensabili «per evitare al paziente di morire», ma il veleno che si sta iniettando nel corpo sociale per completare la sua intossicazione. E, quindi, la sua dipendenza da certi palliativi che andranno acquistati sempre più a caro prezzo.

Le chiavi di volta dell’ormai prossima schiavitù sono due: la prima è l’indebitamento dello Stato, che abbatte fatalmente la spesa sociale per indirizzare le risorse al pagamento degli interessi sui titoli pubblici e che, con la scusa di un coordinamento e di una supervisione di rango superiore, erode la sovranità nazionale; la seconda è l’ultimo atto della riforma delle pensioni, che mira a falcidiare sia l’ammontare degli importi mensili, estendendo il metodo contributivo a tutti i nati dopo il 1951, sia la durata dell’effettiva erogazione, posticipando in vario modo il raggiungimento dei limiti di età per collocarsi a riposo.

Ed è proprio qui che si annida una trappola decisiva. Nel momento in cui si dovrà restare in corsa fino ai settant’anni, e accumularne oltre quaranta di versamenti, si sarà ancora più indotti a chinare la testa pur di trovare un’occupazione e di mantenerla a oltranza. Il che significa, visto che si sta affermando un iperliberismo a maglie strette e con una scarsa necessità di manodopera, ritrovarsi quasi tutti con le spalle al muro. O ci si adegua al modello imperante, assecondandone la logica fratricida e le dinamiche spietate, oppure si hanno fortissime probabilità di perdere, letteralmente, i mezzi di sopravvivenza materiale. Nessuno è insostituibile. I rompicoglioni lo sono meno degli altri.

Il ricatto esce dai posti di lavoro e si estende alla vita privata. Osservare le regole è un requisito tassativo, ma è ancora troppo poco. Ci vuole una fedeltà più ampia, più radicata, più indiscussa. Una sottomissione permanente, verificabile, monolitica. Ci vuole la certezza di un’appartenenza incondizionata ai nostri veri padroni: le forze economiche che detengono la ricchezza. E che, tramite il denaro, si assicurano il potere di governare qualunque processo sociale.

Le nazioni come recinti. I popoli come prigionieri. Gli esseri umani come schiavi.

Federico Zamboni

www.ilribelle.com
15.12.2011

Per gentile concessione de “La Voce del Ribelle”

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