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UN FINALE INEVITABILE

In questo articolo Avnery analizza il libro di William Polk Violent politics, recentemente pubblicato negli Stati Uniti, il cui autore era in Palestina nel 1946, all’epoca della lotta contro l’occupazione britannica e da allora ha studiato la storia delle guerre di liberazione. In Violent politics Polk confronta varie insurrezioni, dalla rivoluzione americana alle guerre in Afghanistan, e Avnery ne trae le conseguenze applicandole al conflitto israelo-palestinese.
La Voce del Gongoro

DI URI AVNERY

Ho un interesse speciale in questo argomento. Quando entrai nell’Irgun all’età di 15 anni, mi venne detto di leggere dei libri sulle precedenti guerre di liberazione, particolarmente su quella polacca e quella irlandese. Lessi diligentemente ogni libro su cui potei mettere le mani ed ho da allora seguito le insurrezioni e le guerriglie nel mondo intero, come quelle in Malaya, nel Kenia, nello Yemen del sud, in Sudafrica, nell’Afghanistan, nel Kurdistan, nel Vietnam ed altre. In una di esse, la guerra algerina di liberazione, ho avuto una certa partecipazione personale.

Quando appartenevo all’Irgun, lavorai nell’ufficio di un avvocato istruito ad Oxford. Uno dei nostri clienti era un alto funzionario britannico del governo del Mandato. Era una persona intelligente, piacevole e divertente. Mi ricordo che una volta, quando se ne andò, un pensiero mi attraversò la mente: come possono delle persone tanto intelligenti condurre una politica così insensata?

Da allora, più sono stato assorbito da altre insurrezioni, più forte è diventata questa meraviglia. È possibile che la situazione stessa dell’occupazione e della resistenza condanni gli occupanti ad un comportamento stupido, trasformando persino i più intelligenti in idioti?
Determinati anni fa la BBC trasmise una lunga serie sul processo di liberazione nelle ex colonie britanniche, dall’India alle isole caraibiche. Dedicò un episodio ad ogni colonia. Gli ex amministratori coloniali, gli ufficiali degli eserciti di occupazione, i combattenti per la liberazione ed altri testimoni oculari erano intervistati a lungo. Molto interessante e molto deprimente.

Deprimente, perché gli episodi si ripetevano quasi esattamente. I governanti di ogni colonia ripetevano gli errori fatti dai loro predecessori nell’episodio precedente. Nutrivano le stesse illusioni e soffrirono le stesse sconfitte. Nessuno imparò alcuna lezione dal suo predecessore, anche quando il predecessore era stato egli stesso – come nel caso degli ufficiali di polizia britannici che furono trasferiti dalla Palestina nel Kenia.

Nel suo denso libro, Polk descrive le principali insurrezioni degli ultimi 200 anni, le paragona a vicenda e ne trae le ovvie conclusioni.

Ogni insurrezione è, naturalmente, unica e differente da tutte le altre, perché i contesti sono differenti, come lo sono le culture dei popoli occupati e degli occupanti. I britannici differiscono dagli olandesi ed entrambi dai francesi. George Washington era diverso da Tito ed Ho Chi Minh da Yasser Arafat. Tuttavia malgrado ciò, c’è una stupefacente somiglianza fra tutte le lotte di liberazione.

Per me, la lezione principale è questa: nel momento in cui il grande pubblico abbraccia i ribelli, la vittoria della ribellione è assicurata.

Questa è una regola ferrea: un’insurrezione sostenuta dal pubblico è destinata alla vittoria, indipendentemente dalle tattiche adottate dal regime di occupazione. L’occupante può uccidere indiscriminatamente o adottare metodi più umanitari, torturare a morte i combattenti per la libertà catturati o curarli come prigionieri di guerra: niente fa differenza a lungo termine. L’ultimo degli occupanti può imbarcarsi su una nave con una cerimonia solenne, come l’alto commissario britannico a Haifa, o combattere per un posto nell’ultimo elicottero, come gli ultimi soldati americani sul tetto dell’ambasciata americana a Saigon: la sconfitta era certa dal momento in cui l’insurrezione aveva raggiunto un certo punto.

La vera guerra contro l’occupazione avviene nelle menti della popolazione occupata. Di conseguenza, il compito principale del combattente per la libertà non è di combattere contro l’occupazione, come può sembrare, ma di vincere i cuori della sua gente. E dall’altro lato, il compito principale dell’occupante non è di uccidere i combattenti per la libertà, ma di impedire alla popolazione di abbracciarli. La battaglia è per i cuori e per le menti della gente, i loro pensieri ed emozioni.

Questa è una delle ragioni per le quali i generali quasi sempre falliscono nella loro lotta contro i combattenti per la liberazione. Un ufficiale militare è la persona meno adatta per questo compito. Tutta la sua educazione, il suo intero sistema di pensiero, tutto ciò che ha imparato è opposto a questo compito centrale. Napoleone, il genio militare, fallì nel suo tentativo di sgominare i combattenti della libertà in Spagna (dove la parola guerrilla, piccola guerra, è stata coniata originariamente), non meno del più stupido generale americano nel Vietnam.

L’iconico Che Guevara ben definì le fasi che attraversa una classica guerra di liberazione: “inizialmente, c’è una banda parzialmente armata che prende rifugio in un certo luogo remoto [o in una popolazione urbana, aggiungerei] e difficile da raggiungere. Realizza un colpo fortunato contro le autorità ed alcuni dei coltivatori più scontenti si uniscono ad essa, giovani idealisti, ecc. … si mette in contatto con i residenti ed esegue leggeri attacchi “colpisci-e-fuggi”. Quando nuove reclute ingrossano le fila attacca una colonna nemica ed elimina i suoi elementi guida… Dopodiché la banda installa accampamenti semi-permanenti… ed adotta le caratteristiche di un governo in miniatura… ” e così via.

Per avere successo fino in fondo, gli insorti hanno bisogno di un’idea che infiammi l’entusiasmo della popolazione. Il pubblico si unifica intorno a loro e fornisce aiuto, riparo e informazioni. Da questa fase in poi, tutto ciò che le autorità di occupazione faranno sarà di aiuto agli insorti. Quando i combattenti per la libertà vengono uccisi, molti altri li sostituiscono ed ingrossano i loro ranghi (come io stesso ho fatto nella mia gioventù). Quando gli occupanti impongono una punizione collettiva alla popolazione, rinforzano semplicemente il loro odio e la loro mutua assistenza. Quando riescono a catturare o uccidono i capi della lotta di liberazione, altri capi prendono il loro posto – come la Hydra della leggenda greca cui crescevano nuove teste per ognuna che Ercole tagliava via.

Frequentemente le autorità di occupazione riescono a causare una spaccatura fra i combattenti della libertà e la considerano un’importante vittoria. Ma tutte le fazioni combattono separatamente l’occupante, competendo a vicenda, come Fatah e Hamas stanno facendo adesso.

È un peccato che Polk non abbia dedicato un capitolo speciale al conflitto israelo-palestinese, ma non è in realtà necessario. Possiamo scriverlo noi stessi secondo la nostra comprensione.

Per tutti i 40 anni dell’occupazione, i nostri capi politici e militari hanno fallito nella lotta contro la guerriglia palestinese. Non sono né più stupidi né più crudeli dei loro predecessori – gli olandesi in Indonesia, i britannici in Palestina, i francesi in Algeria, gli americani in Vietnam, i sovietici in Afghanistan. I nostri generali possono superarli tutti soltanto in arroganza – la loro convinzione di essere i più astuti e che la “testa ebrea” inventerà dei nuovi brevetti che tutti quei Goyim non avrebbero mai potuto immaginare.

Dal momento in cui Yasser Arafat riuscì a vincere i cuori della popolazione palestinese e ad unirli intorno al bruciante desiderio di sbarazzarsi dell’occupazione, la lotta era già stata decisa. Se fossimo stati saggi, avremmo cercato allora un accordo politico con lui. Ma i nostri politici e generali non sono più saggi di tutti gli altri. E così continueremo ad uccidere, bombardare, distruggere ed esiliare, nell’insensata convinzione che se soltanto colpiamo ancora una volta, la vittoria a lungo attesa apparirà alla fine del tunnel – soltanto per accorgerci che l’oscuro tunnel conduce ad un tunnel ancora più oscuro.

Come accade sempre, quando un’organizzazione di liberazione non raggiunge i suoi obiettivi, un’altra più estrema si genera al suo fianco o al suo posto e vince i cuori della gente. Le organizzazioni di tipo Hamas sostituiscono quelle di tipo Fatah. Il regime coloniale, che non ha raggiunto in tempo un accordo con l’organizzazione più moderata, è alla fine costretto ad accordarsi con quella più estremista.

Il gen. Charles de Gaulle riuscì a fare la pace con i ribelli algerini prima di raggiungere quella fase. Un milione e un quarto di coloni sentì una mattina che l’esercito francese stava preparandosi ad andare a casa in una certa data. I coloni, molti di loro di quarta generazione, corsero per le loro vite senza ottenere alcuna compensazione (diversamente dai coloni israeliani che lasciarono la striscia di Gaza nel 2005). Ma noi non abbiamo un de Gaulle. Noi siamo condannati a continuare ad infinitum.

Se non per le terribili tragedie a cui assistiamo ogni giorno, potremmo sorridere alla patetica inettitudine dei nostri politici e generali, che corrono in circolo senza sapere da dove dovrebbe arrivare la loro salvezza. Che fare? Farli morire tutti di fame? Quello ha condotto al crollo della parete sul confine Gaza-Egitto. Uccidere i loro capi? Abbiamo già ucciso lo sceicco Ahmed Yassin ed innumerevoli altri. Eseguire la “Grande Operazione” e rioccupare l’intera striscia di Gaza? Abbiamo già conquistato due volte la striscia. Questa volta incontreremo guerriglieri molto più capaci, ancor più radicati nella popolazione. Ogni carro armato, ogni soldato si transformerà in in un obiettivo. Il cacciatore può diventare la preda.
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Quindi cosa possiamo fare che non abbiamo già fatto?

In primo luogo, convincere ogni soldato e politico a leggere il libro di William Polk, insieme ad uno dei buoni libri sulla lotta algerina.

In secondo luogo, fare quello che tutti i regimi di occupazione hanno fatto alla fine in tutti i paesi in cui la popolazione è insorta: raggiungere un accordo politico che entrambi i lati possano accettare e trarne profitto. E venirne fuori.

Dopo tutto, la fine non è in dubbio. L’unica domanda è quante ancora uccisioni, quanta distruzione, quanta sofferenza dev’essere ancora causata prima che gli occupanti giungano all’inevitabile conclusione.

Ogni goccia di sangue versata è una goccia di sangue sprecata.

Versione originale:

Uri Avnery
Fonte: www.antiwar.com
Link: http://www.antiwar.com/avnery/?articleid=12347
12.02.08

Versione italiana:

Fonte: http://gongoro.blogspot.com/
Link: http://gongoro.blogspot.com/2008/02/un-finale-inevitabile.html
18.02.08

Pubblicato da Davide