UN DETTAGLIO NON DA POCO

Come Don Chisciotte - Informazione indipendente dal 2003

DI PAOLO BARNARD


Avete letto in questo sito un mio pezzo dal titolo “Il tradimento degli intellettuali”, dove cito, fra le tante cose, un commento di Marco Travaglio sulla tragedia di Gaza. Quel commento mi giunse da un mio lettore che lo aveva ricevuto dalla casa editrice Chiarelettere, cui si era rivolto per far pervenire a Travaglio una sua mail con richiesta di un’opinione del noto cronista sui fatti di Gaza, e con una critica a lui rivolta. Eccovi la mail del mio lettore:

“Gentile Paolo Barnard le invio la risposta di Marco Travaglio alla mia email di critica alla sua posizione pro Israele:

Cordiali saluti, Ciro Xxxx

‘Israele non sta attaccando i civili palestinesi. Israele sta combattendo un'organizzazione terroristica come Hamas… (la nota mail di Travaglio, nda).’”

Il commento di Travaglio è ora su decine di siti o blog italiani. Ieri mi giunge una mail da una dirigente della casa editrice Chiarelettere che dice quanto segue:

“Gentile Barnard,

Le chiedo, così come farò con il Sig. Ciro Xxxx, di togliere ogni riferimento alle parole di Travaglio su Gaza dal suo blog o da qualunque altro sito. Come Lei forse non sa, la risposta di Travaglio al Sig. Xxxx era di natura prettamente privata, inviata tramite un indirizzo e-mail - il mio - che è altrettanto privato, e che invece adesso è, contro la mia volontà, diventato di pubblico dominio. Non si tratta quindi di "un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere" - cito testualmente dal suo blog, ma del contenuto di una e-mail privata che non può essere in nessun modo presa e pubblicata sul web se non violando i più basilari diritti alla privacy.

La ringrazio e La saluto, Xxxx”

La mia risposta alla dirigente:

“Gentile Xxxx, lei ha mandato una risposta di Marco Travaglio a un suo lettore, il quale vi aveva interpellato come casa editrice secondo le seguenti modalità:

‘Messaggio inoltrato ----------

Da: ciroxxxx@xxxx

Date: 8 gennaio 2009 16.07

Oggetto: Israele e Travaglio

A: mailto:[email protected]

Gentile Redazione chiedo gentilmente di girare a Marco Travaglio le poche righe scritte di seguito perchè non ho la sua email:

Caro Marco Travaglio premetto che non perdo un suo articolo… ecc.’



Voi gli avete risposto secondo le seguenti modalità:



‘----Messaggio originale----

Da: [email protected]

Data: 08/01/2009 17.15

A: ciroxxxx@xxxx

Ogg: Re: Israele e Travaglio

Gentile Sig. Xxxx,

Le inoltro la risposta di Marco Travaglio alla sua mail.

Cordialmente, La redazione di chiarelettere.it (segue il pezzo di Travaglio, nda)… ecc.’

Le faccio notare che lei firma la risposta come "La redazione di Chiarelettere", non come privata cittadina, e che non accenna minimamente al fatto che quell'indirizzo sia privato. Come poi, un indirizzo chiarelettere@xxxx, possa essere privato me lo deve spiegare. L'errore comunque lo ha fatto lei che non ha specificato nulla, noi non ne siamo responsabili, poiché non siamo veggenti.

La sua pretesa che io elimini dal mio sito "ogni riferimento alle parole di Travaglio su Gaza" è prepotente e assurda. Non ha basi nel codice deontologico della nostra professione, visto che Travaglio è personaggio pubblico e che ciò che dice è di pubblico interesse. Toglierò "un commento su Gaza, diramato dalla sua casa editrice Chiarelettere" dal mio sito, ma non altro, e mi rammarico che proprio voi, proprio Chiarelettere, si renda protagonista di una intimidazione, perché questo è, che tiene buona compagnia ai modi dei Previti e Geronzi. Bravi. Ora portatemi in tribunale, proprio voi.

Paolo Barnard”

Fate attenzione. La dirigente di Chiarelettere pretende che sparisca dal mio scritto “ogni riferimento alle parole di Travaglio su Gaza” (e da ogni altro sito!), perché contenute in una mail "privata". Travaglio divulga per mari e per monti la sua opinione sui fatti di attualità, giustamente, anzi, ha fatto del suo essere un ‘opinion leader’ la sua fama e carriera; la sua opinione è di pubblico interesse perché Travaglio è un potente formatore di pubblica opinione, e quello che dice conta assai; ma soprattutto Travaglio risponde a migliaia di italiani ogni anno, e nella Storia del giornalismo italiano non si è mai udito di lettere di giornalisti in risposta ai loro lettori e che trattano esclusivamente di attualità da considerarsi come privatissimi affari. Ora, questa particolare mail però (inviata a un lettore da un indirizzo di una casa editrice, ribadisco) è di colpo un fatto di inviolabile privacy. Chissà perché proprio questa, che ci dice così chiaramente l'opinione del noto cronista sul "genocidio del popolo palestinese" (genocidio: cito il Prof. Francis A. Boyle, docente di Diritto Internazionale Università dell'Illinois, USA).

E io dovrei assolutamente eliminarla quell'opinione, pena che? “Violando i più basilari diritti alla privacy” puzza molto di avvocati e rogne legali, ahimè io lo so bene. Infine, perdonate il sarcasmo, chi è che in Italia si fa forte del diritto alla privacy per bloccare le sue esternazioni di pubblico interesse ma un pelo controverse o criticabili?

Questo è un piccolo episodio nell'oceano di disperazione per quanto accade in Palestina, è un dettaglio, ma non da poco. E' parte integrante del "Tradimento degli intellettuali" e dei loro metodi. Si chiama Metere a Tacere, con scusanti pretestuose e minacce più o meno velate di ritorsioni legali. E che questo venga da Chiarelettere poi...

Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=90
13.01.2009

Commenti (58)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. mikaela 25 gennaio 2009

      Barnard non
      si mette sullo stesso piano di Grillo,
      lui non dice parolacce.
      Legga nel sito di Barnard( Alcune Considerazioni su-------)------------------------------------------
      (E gli umili erediteranno.....)------------------------------------

    1. mikaela 25 gennaio 2009

      Cosi navigando in internet da un blog filo/israeliano camuffato
      le riporto quanto sotto.--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
      "Poi stride che Travaglio si occupi così massicciamente della “questione morale” - in linea con il personaggio per carità - e ciò facendo fa il gioco di disinformazione dei media che hanno inventato la questione e il “terremoto di Napoli” come metodo di “scomparsa dei fatti” che erano: le indagini di Woodcock sulla cupola internazionale della Total, arrivando su su fino ad Albert Frère, azionista di maggioranza di Suez Gaz de France e socio in affari di BNP Paribas (BNL), degli amministratori Total Italia e delle loro malefatte in Basilicata. Funziona così: i riflettori si spostano dal vero scandalo e creano una questione morale - che per carità esisterà pure - ma come metodo per “bruciare” dei politici il cui “sacrificio” mediatico serve a coprire i veri responsabili e i veri centri di potere, spesso oltralpi, e i veri meccanismi di potere stecnocratici.
      Così nel silenzio e dietro le quinte, i poteri forti internazionali hanno il tempo di soffocare l’affaire, che era organizzazione a delinquere con turbativa d’asta nella vicenda Centro Oli di Tempa Rossa (scambio di buste per la gara) di cui Total partecipa al 50% assieme a Shell ed Esso grazie alla complicità di Eni che le ha venduto il 25% della sua quota, creazione di una società con faccendieri PD e i dirigenti (Juguet e Lehva i pezzi grossi d Total Italia) per pilotare gli appalti, acquisizione di terreni agricoli FUORI MERCATO con la complicità di un funzionario comunale a 6 euro al metro quadrato pena l’espropriazione a 2 euro, contratto anticoncorrenziale che assicurava 15 milioni di introiti alla Total stipulato con il faccendiere locale di turno e garanzia di apprvvgionamento unicamente presso la Total da parte della stessa società bidone. Ne avete sentito parlare oltre a qualche dispaccio stampa scritto il 16 dicembre? No, oscurato ad arte dalla “questione morale.”---------------------------------------------

    1. mikaela 25 gennaio 2009

      ------------------------------------¿E le sue di argomentazioni dove sono arrivate?
      E' solo grazie a giornalisti come Barnard che siamo riusciti ha sapere qualche cosa vera in Italia.
      Sfortunatamente siamo ancora in pochi e questo per colpa di lettori di archivio ,giornalisti "stridenti" come Travaglio.--------------------------------------------------------------------------------------------Credo che Barnard sia ancora all'aperitivo.

    1. mikaela 25 gennaio 2009

      ---------------------------------------Nessun "atto di fede" a un giornalista "stridente" come Travaglio--------------------------------------
      Grazie Barnard per quello che ci fai sapere in rete.

    1. mikaela 25 gennaio 2009

      LEI E' UN GRANDE IGNORANTE ,
      QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI BISOGNA RIMANERE IN SILENZIO.
      SI VERGOGNI!
      --------------glie lo dice una che ha vissuto venti anni con un "paranoico maniale".

    1. mikaela 24 gennaio 2009

      Grazie per questo post.

    1. mikaela 24 gennaio 2009

      Paolo Barnard e' un giornalista che scrive...................
      Marco Travaglio e' uno che legge.........................................................

      ....... ..................Travaglio = Grillo.......... non a caso si sono accoppiati
      ............Ma lei lo sa gia'!

    1. mikaela 24 gennaio 2009

      Salve Maria
      Legga questa Considerazione di PAOLO BARNARD forse capira' perche' e' nato "il non buon rapporto"
      grazie--------------------------------------------
      E GLI UMILI EREDITERANNO.........................------------------------------------------------------.......--

      Poco meno di vent’anni fa lessi sul quotidiano inglese The Guardian un editoriale dal titolo curioso: “I miti erediteranno un bel nulla”. Un chiaro riferimento all’evangelico passaggio “Beati i miti, perché erediteranno la terra”, e alle parole pronunciate molto prima dal re d’Israele, Davide, quando disse “Gli umili erediteranno la terra”. L’autore era l’americano Noam Chomsky, che col suo pungente sarcasmo illustrava alcune delle più tragiche ingiustizie globali a scapito dei poveri del Sud del mondo.

      Quel titolo toccò delle corde profonde in me, e non solo nella direzione di una pietas per i miliardi di sfruttati e derelitti del pianeta, ma anche per quello che vedevo qui, a casa mia, in questa Italia. Vedevo un altro ordine di miti e di umili, presenti e numerosissimi fra noi, mentre a fargli da controcampo cresceva un ‘partito’ deteriore stabilitosi nel Paese da un ventennio pressappoco, rilanciato dai media e nei forum civici, e cioè quella che si potrebbe definire la supremazia dei colti televisivi, l’aristocrazia degli informati, la cupola degli esperti e carismatici capipopolo, sempre padroni di tutto lo scibile politico, economico, storico e oltre. Non che fossero una novità in sé, ma erano diversi dai loro omologhi sempre esistiti lungo la Storia, e per due cose: primo, spadroneggiavano in televisione, nelle piazze dei manifestanti, nelle sale dei dibattiti, su quotidiani, periodici e (da lì a poco) su Internet. Secondo, si dichiaravano, contrariamente al passato, interamente dalla parte della gente, devoti alla loro informazione, o al loro servizio come rappresentanti eletti, e non più elites manifestamente verticiste, classiste e padronali.

      Ebbene, osservare costoro all’opera dava i brividi. Colpiva la violenza con cui usavano il loro sapere, in tv soprattutto, per sbaragliare, per prevalere, per umiliare, per sbeffeggiare l’avversario; non v’era pietà per il vinto, e il vincitore era subito Star, personaggio, eroe di quello o quell’altro schieramento; alternativamente la cultura di cui disponevano serviva a creare seguiti di massa secondo una struttura rigorosamente verticale, dove il ‘sapiente’, il super informato, era leader indiscusso e incriticabile, per la mole stessa del suo superiore sapere. In questo ruolo si ritrovavano filosofi, docenti, giornalisti, scrittori, intellettuali, persino attori e artisti vari, o chiunque riuscisse a posizionare il proprio titolo culturale sotto i riflettori dei media. Siamo cresciuti in quegli anni assieme a una ridda di questi soggetti, senza renderci conto di quanto tutto ciò fosse scandaloso e del danno che ci stavano facendo. Il dramma, in particolare, fu che eravamo nell’era della prima massificazione del sapere dagli albori della Storia, e cioè nel momento in cui il connubio fra benessere economico, riduzione delle barriere di classe senza precedenti e scolarizzazione di massa avrebbero reso possibile per la prima volta nella Storia la diffusione per tutti dell’amore per la cultura, finalmente intesa come non come strumento di supremazia, ma come aiuto alla crescita di ciascun individuo nella sua autostima e indipendenza intellettuale, in una società di cittadini forti e protagonisti, di pari. Si sarebbe potuto sperare in una concezione del ‘sapere’ di vera utilità sociale, dove chi per qualsiasi motivo ne deteneva di più poteva lavorare con umiltà e delicatezza per cederne ad altri senza mai intimidire, anzi, il contrario.

      E invece, proprio in quel magico momento fiorivano e straripavano dai media questi arroganti e/o teppisti della cultura, questi molossi della conoscenza, solo capaci di intimidire chiunque per trarne un potere personale. Sfruttarono l’esplosiva miscela dell’inevitabile soggezione che sempre incute chi ne sa di più, con la propulsione offerta dalla Cultura della Visibilità (leggi Vip), e nessuno li ha più fermati. “Studia capra!” fu il latrato dell’apripista Sgarbi, sempre sbattuto in faccia ai pochissimi che osavano contraddirlo. Altri non arrivavano a simili estremi, ma di fatto il messaggio era il medesimo per i milioni che ne seguivano le gesta. E la conseguenza fu devastante: il pubblico sempre più intimidito, sempre meno capace di proporsi, sempre più sfiduciato nella propria capacità di elaborare la realtà, e soprattutto sempre più avverso al ‘mostro ipertroficoì, cioè la conoscenza, così impossibile da scalare e padroneggiare, vista la schiacciante superiorità di coloro che la possedevano.

      Inutile dire che le cose sono solo peggiorate da allora. Ed eccoci a oggi. I satrapi super informati, super colti, super esperti hanno banchettato fino a scoppiare di potere risucchiato a noi persone comuni. Onnipresenti, avvinghiati alle poltrone dei talk show, straripanti a sgomitate gli uni contro gli altri negli scaffali delle librerie, in radio, nelle riviste, essi erano poi imitati da loro repliche minori, altrettanto attive a tutti i livelli sociali fino al circolo culturale di provincia o alla compagnia di amici. Hanno fatto scuola, infatti l’uso sciagurato della superiore conoscenza per imporre il proprio potere è rimasto diffusissimo. Ed eccoci agli umili, ai miti.

      Essi erediteranno nulla da questo sistema. Non solo. La loro sconfitta è straziante a vedersi. Sono milioni di esseri umani del tutto degni e dignitosi la cui unica parte nella commedia della dittatura dei colti è, quando va bene, di essere pubblico, o più di norma inesistenti. Guardate ad esempio i volti delle platee dei talk show televisivi. Zitti, attenti, inerti, scattanti solo al comando dell’applauso, indistinti individui che formano solo una massa di chiome varie a far da coreografia all’ospite esperto, divo, personaggio. Sono identità minori schiacciate sullo sfondo. Eppure sono esseri umani complessi, hanno una storia, sono unici anche loro. E tutti gli altri inesistenti? Quelli che in questo sistema sciagurato stanno a Scalfari o a Galli della Loggia, a Travaglio o a Pannella come un sasso sta all’Everest? Ma anche quelli che stanno al saputello del gruppo locale, della compagnia, del bar, come il sasso sta alla montagna?

      La cosa disperante è che tutte queste persone non ci provano neppure più, si certificano battute ancor prima di tentare, poiché sono state convinte che il divario fra loro e i padroni del sapere è talmente incolmabile, e che la sconfitta nel paragone sarebbe talmente catastrofica, da neppure considerare un tentativo nella controcassa del cervello. Letteralmente si auto consegnano al buio dell’ignoranza di politica, di storia, di economia, di arte, di religione, tanto è inutile, non possono competere coi grandi, coi medi, e neppure coi piccoli satrapi della conoscenza; si auto eliminano, si pongono da soli e senza disturbare sul ciglio della strada, si mettono di loro spontanea volontà nel sottoscala della vita partecipativa. Questa è una tragedia.

      Sono tantissimi, masse enormi che vengono lasciate indietro e di cui nessuno fra i divi del sapere si occupa, se non talvolta con malcelato disprezzo evocando concetti come ‘il popolo bue’ o ‘quelli del Grande Fratello e degli Outlet’, ‘l’Italia da bar’, ecc. L’unica chance che gli è concessa per acquisire una sorta di conoscenza è il passaggio nella scuola. Non lo commento neppure, mi sono già espresso su quella scandalosa istituzione e sui danni che infligge in altri scritti che trovate nel sito. Nella mia attività ormai quasi trentennale sono venuto in contatto con tantissimi di questi umili. E’ accaduto in mille situazioni, nel mio volontariato, nel lavoro, negli incontri pubblici, o semplicemente per caso. Per il ruolo che ho ricoperto, il giornalista, ero automaticamente iscritto al club dei colti, ero un autorevole informato, e non potete immaginare cosa ho visto da quello scranno, bastava solo voler vedere, avere l’umanità per farlo. In particolare negli ospedali, dove ho lottato per anni a fianco degli ammalati e delle loro famiglie: gente quasi il doppio della mia età che subiva e subiva, con un coraggio immenso, e subivano cose oscene ma non fiatavano davanti al ‘professore’ e neppure davanti all’infermiere. Era solo quando dalla loro parte si schierava ‘il giornalista’ che improvvisamente si sentivano forti, anche solo perché io sapevo parlare con tonalità da colto, perché avevo le conoscenze per contrastare l’altro colto, quello che fino a poco prima non li considerava neppure i lamenti dell’ammalato. Nelle occasioni di dibattito pubblico, infinite volte ho dovuto assistere a persone che con la voce tremula dall’emozione osavano dire la loro, ma solo dopo aver premesso e ri-premesso che "io non sono nessuno, per carità…", che "sicuramente dico una sciocchezza, mi perdoni,…". Persone ai miei occhi degne e sacre per il solo fatto di essere, eppure così conciate.

      Ma è stato soprattutto nel contesto di gruppo, cene, discussioni, riunioni di associazioni, che il destino dei miti mi appariva in tutta la sua ingiustizia. Nei gruppi ci sono sempre gli informati, quelli che hanno titolo per esprimersi, quelli più carismatici e colti, a qualsiasi livello, dal consesso di professionisti borghesi e altamente istruiti alla compagnia del bar. E ci sono gli altri, che magari sono persone meravigliose ma non sanno un accidenti di politica, meno che meno di Storia o di attualità e cultura, o di sport e mondanità. Se ne stanno un po’ da parte, mentre i pezzi grossi animano e sgomitano per parlare. Talvolta queste ‘ombre’ si inseriscono nel bailamme con una opinione, e accade quasi sempre questo: gli sguardi dei pezzi grossi si soffermano per pochi attimi su quelli del mite che sta dicendo la sua, poi fuggono alla ricerca del contatto visivo e dell’attenzione di un loro pari per poter ripristinare l’interesse e l’adrenalina della discussione, che infatti continua con voci accavallate. Il mite o la mite rimangono sostanzialmente a finire il proprio discorso da soli, o al massimo nella direzione dell’unica persona di tutto il gruppo che ha avuto la bontà di rimanergli/le attento. Questo è così profondamente ingiusto, discriminatorio, demolitore.

      Questo uso della conoscenza è odioso. So, perché l’ho visto mettere in pratica e mi ci sono impegnato di persona, che un’altra via c’è, che funziona, ma soprattutto che è drammaticamente necessaria oggi. E’ la via dell’accoglienza dell’altro alla pari, sempre e a prescindere, dove il sapere superiore viene usato, se c’è, con infinita delicatezza, ma sempre dopo aver valorizzato chi ti sta di fronte a prescindere, perché persona degna del 100% della tua attenzione. E’ la via dove chi ne sa anche tanto di più valorizza però nell’altro lo sforzo nell’esprimersi in campi a lui ostici, innanzi tutto, e non importa quanto corredato da informazioni, dati, citazioni, non importa quanto interessante; dove nell’altro si incoraggia l’affidamento alla sua sintesi di pensiero poiché degna in sé sempre. E chi è trattato così, si sente bene, invogliato a dire ancora, e di conseguenza a sapere di più. Si sente accolto come persona capace di dare un contributo senza dover passare esami, competere, essere a livello di chissà chi o che cosa. Chi è trattato così non rinuncia più, e soprattutto impara ad amarsi. Diviene vivo e attivo. Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno in questo mondo così iniquo: persone attive a qualsiasi livello di status sociale o di cultura, cittadini pieni che dal ciglio della strada ritornino nel mezzo di essa, alla pari con tutti, per dare il meglio ciascuno nei suoi limiti e senza graduatorie.

      Il mio messaggio ai strapi odierni del sapere, a quelli che smaniano nel Sistema come nell’Antisistema, a quelli cioè che usano la loro conoscenza per divenire divi irraggiungibili e adorati, o per prevalere in un qualsiasi gruppo, è: vi maledico. Perché condannate i miti a ereditare nulla da voi. Quando invece potreste essere così utili, se solo li amaste gli umili, i miti.

    1. mikaela 24 gennaio 2009

      Legga questa Considerazione di PAOLO BARNARD forse capira'
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      E GLI UMILI EREDITERANNO...................................................................-----------------------------------

      Poco meno di vent’anni fa lessi sul quotidiano inglese The Guardian un editoriale dal titolo curioso: “I miti erediteranno un bel nulla”. Un chiaro riferimento all’evangelico passaggio “Beati i miti, perché erediteranno la terra”, e alle parole pronunciate molto prima dal re d’Israele, Davide, quando disse “Gli umili erediteranno la terra”. L’autore era l’americano Noam Chomsky, che col suo pungente sarcasmo illustrava alcune delle più tragiche ingiustizie globali a scapito dei poveri del Sud del mondo.

      Quel titolo toccò delle corde profonde in me, e non solo nella direzione di una pietas per i miliardi di sfruttati e derelitti del pianeta, ma anche per quello che vedevo qui, a casa mia, in questa Italia. Vedevo un altro ordine di miti e di umili, presenti e numerosissimi fra noi, mentre a fargli da controcampo cresceva un ‘partito’ deteriore stabilitosi nel Paese da un ventennio pressappoco, rilanciato dai media e nei forum civici, e cioè quella che si potrebbe definire la supremazia dei colti televisivi, l’aristocrazia degli informati, la cupola degli esperti e carismatici capipopolo, sempre padroni di tutto lo scibile politico, economico, storico e oltre. Non che fossero una novità in sé, ma erano diversi dai loro omologhi sempre esistiti lungo la Storia, e per due cose: primo, spadroneggiavano in televisione, nelle piazze dei manifestanti, nelle sale dei dibattiti, su quotidiani, periodici e (da lì a poco) su Internet. Secondo, si dichiaravano, contrariamente al passato, interamente dalla parte della gente, devoti alla loro informazione, o al loro servizio come rappresentanti eletti, e non più elites manifestamente verticiste, classiste e padronali.

      Ebbene, osservare costoro all’opera dava i brividi. Colpiva la violenza con cui usavano il loro sapere, in tv soprattutto, per sbaragliare, per prevalere, per umiliare, per sbeffeggiare l’avversario; non v’era pietà per il vinto, e il vincitore era subito Star, personaggio, eroe di quello o quell’altro schieramento; alternativamente la cultura di cui disponevano serviva a creare seguiti di massa secondo una struttura rigorosamente verticale, dove il ‘sapiente’, il super informato, era leader indiscusso e incriticabile, per la mole stessa del suo superiore sapere. In questo ruolo si ritrovavano filosofi, docenti, giornalisti, scrittori, intellettuali, persino attori e artisti vari, o chiunque riuscisse a posizionare il proprio titolo culturale sotto i riflettori dei media. Siamo cresciuti in quegli anni assieme a una ridda di questi soggetti, senza renderci conto di quanto tutto ciò fosse scandaloso e del danno che ci stavano facendo. Il dramma, in particolare, fu che eravamo nell’era della prima massificazione del sapere dagli albori della Storia, e cioè nel momento in cui il connubio fra benessere economico, riduzione delle barriere di classe senza precedenti e scolarizzazione di massa avrebbero reso possibile per la prima volta nella Storia la diffusione per tutti dell’amore per la cultura, finalmente intesa come non come strumento di supremazia, ma come aiuto alla crescita di ciascun individuo nella sua autostima e indipendenza intellettuale, in una società di cittadini forti e protagonisti, di pari. Si sarebbe potuto sperare in una concezione del ‘sapere’ di vera utilità sociale, dove chi per qualsiasi motivo ne deteneva di più poteva lavorare con umiltà e delicatezza per cederne ad altri senza mai intimidire, anzi, il contrario.

      E invece, proprio in quel magico momento fiorivano e straripavano dai media questi arroganti e/o teppisti della cultura, questi molossi della conoscenza, solo capaci di intimidire chiunque per trarne un potere personale. Sfruttarono l’esplosiva miscela dell’inevitabile soggezione che sempre incute chi ne sa di più, con la propulsione offerta dalla Cultura della Visibilità (leggi Vip), e nessuno li ha più fermati. “Studia capra!” fu il latrato dell’apripista Sgarbi, sempre sbattuto in faccia ai pochissimi che osavano contraddirlo. Altri non arrivavano a simili estremi, ma di fatto il messaggio era il medesimo per i milioni che ne seguivano le gesta. E la conseguenza fu devastante: il pubblico sempre più intimidito, sempre meno capace di proporsi, sempre più sfiduciato nella propria capacità di elaborare la realtà, e soprattutto sempre più avverso al ‘mostro ipertroficoì, cioè la conoscenza, così impossibile da scalare e padroneggiare, vista la schiacciante superiorità di coloro che la possedevano.

      Inutile dire che le cose sono solo peggiorate da allora. Ed eccoci a oggi. I satrapi super informati, super colti, super esperti hanno banchettato fino a scoppiare di potere risucchiato a noi persone comuni. Onnipresenti, avvinghiati alle poltrone dei talk show, straripanti a sgomitate gli uni contro gli altri negli scaffali delle librerie, in radio, nelle riviste, essi erano poi imitati da loro repliche minori, altrettanto attive a tutti i livelli sociali fino al circolo culturale di provincia o alla compagnia di amici. Hanno fatto scuola, infatti l’uso sciagurato della superiore conoscenza per imporre il proprio potere è rimasto diffusissimo. Ed eccoci agli umili, ai miti.

      Essi erediteranno nulla da questo sistema. Non solo. La loro sconfitta è straziante a vedersi. Sono milioni di esseri umani del tutto degni e dignitosi la cui unica parte nella commedia della dittatura dei colti è, quando va bene, di essere pubblico, o più di norma inesistenti. Guardate ad esempio i volti delle platee dei talk show televisivi. Zitti, attenti, inerti, scattanti solo al comando dell’applauso, indistinti individui che formano solo una massa di chiome varie a far da coreografia all’ospite esperto, divo, personaggio. Sono identità minori schiacciate sullo sfondo. Eppure sono esseri umani complessi, hanno una storia, sono unici anche loro. E tutti gli altri inesistenti? Quelli che in questo sistema sciagurato stanno a Scalfari o a Galli della Loggia, a Travaglio o a Pannella come un sasso sta all’Everest? Ma anche quelli che stanno al saputello del gruppo locale, della compagnia, del bar, come il sasso sta alla montagna?

      La cosa disperante è che tutte queste persone non ci provano neppure più, si certificano battute ancor prima di tentare, poiché sono state convinte che il divario fra loro e i padroni del sapere è talmente incolmabile, e che la sconfitta nel paragone sarebbe talmente catastrofica, da neppure considerare un tentativo nella controcassa del cervello. Letteralmente si auto consegnano al buio dell’ignoranza di politica, di storia, di economia, di arte, di religione, tanto è inutile, non possono competere coi grandi, coi medi, e neppure coi piccoli satrapi della conoscenza; si auto eliminano, si pongono da soli e senza disturbare sul ciglio della strada, si mettono di loro spontanea volontà nel sottoscala della vita partecipativa. Questa è una tragedia.

      Sono tantissimi, masse enormi che vengono lasciate indietro e di cui nessuno fra i divi del sapere si occupa, se non talvolta con malcelato disprezzo evocando concetti come ‘il popolo bue’ o ‘quelli del Grande Fratello e degli Outlet’, ‘l’Italia da bar’, ecc. L’unica chance che gli è concessa per acquisire una sorta di conoscenza è il passaggio nella scuola. Non lo commento neppure, mi sono già espresso su quella scandalosa istituzione e sui danni che infligge in altri scritti che trovate nel sito. Nella mia attività ormai quasi trentennale sono venuto in contatto con tantissimi di questi umili. E’ accaduto in mille situazioni, nel mio volontariato, nel lavoro, negli incontri pubblici, o semplicemente per caso. Per il ruolo che ho ricoperto, il giornalista, ero automaticamente iscritto al club dei colti, ero un autorevole informato, e non potete immaginare cosa ho visto da quello scranno, bastava solo voler vedere, avere l’umanità per farlo. In particolare negli ospedali, dove ho lottato per anni a fianco degli ammalati e delle loro famiglie: gente quasi il doppio della mia età che subiva e subiva, con un coraggio immenso, e subivano cose oscene ma non fiatavano davanti al ‘professore’ e neppure davanti all’infermiere. Era solo quando dalla loro parte si schierava ‘il giornalista’ che improvvisamente si sentivano forti, anche solo perché io sapevo parlare con tonalità da colto, perché avevo le conoscenze per contrastare l’altro colto, quello che fino a poco prima non li considerava neppure i lamenti dell’ammalato. Nelle occasioni di dibattito pubblico, infinite volte ho dovuto assistere a persone che con la voce tremula dall’emozione osavano dire la loro, ma solo dopo aver premesso e ri-premesso che "io non sono nessuno, per carità…", che "sicuramente dico una sciocchezza, mi perdoni,…". Persone ai miei occhi degne e sacre per il solo fatto di essere, eppure così conciate.

      Ma è stato soprattutto nel contesto di gruppo, cene, discussioni, riunioni di associazioni, che il destino dei miti mi appariva in tutta la sua ingiustizia. Nei gruppi ci sono sempre gli informati, quelli che hanno titolo per esprimersi, quelli più carismatici e colti, a qualsiasi livello, dal consesso di professionisti borghesi e altamente istruiti alla compagnia del bar. E ci sono gli altri, che magari sono persone meravigliose ma non sanno un accidenti di politica, meno che meno di Storia o di attualità e cultura, o di sport e mondanità. Se ne stanno un po’ da parte, mentre i pezzi grossi animano e sgomitano per parlare. Talvolta queste ‘ombre’ si inseriscono nel bailamme con una opinione, e accade quasi sempre questo: gli sguardi dei pezzi grossi si soffermano per pochi attimi su quelli del mite che sta dicendo la sua, poi fuggono alla ricerca del contatto visivo e dell’attenzione di un loro pari per poter ripristinare l’interesse e l’adrenalina della discussione, che infatti continua con voci accavallate. Il mite o la mite rimangono sostanzialmente a finire il proprio discorso da soli, o al massimo nella direzione dell’unica persona di tutto il gruppo che ha avuto la bontà di rimanergli/le attento. Questo è così profondamente ingiusto, discriminatorio, demolitore.

      Questo uso della conoscenza è odioso. So, perché l’ho visto mettere in pratica e mi ci sono impegnato di persona, che un’altra via c’è, che funziona, ma soprattutto che è drammaticamente necessaria oggi. E’ la via dell’accoglienza dell’altro alla pari, sempre e a prescindere, dove il sapere superiore viene usato, se c’è, con infinita delicatezza, ma sempre dopo aver valorizzato chi ti sta di fronte a prescindere, perché persona degna del 100% della tua attenzione. E’ la via dove chi ne sa anche tanto di più valorizza però nell’altro lo sforzo nell’esprimersi in campi a lui ostici, innanzi tutto, e non importa quanto corredato da informazioni, dati, citazioni, non importa quanto interessante; dove nell’altro si incoraggia l’affidamento alla sua sintesi di pensiero poiché degna in sé sempre. E chi è trattato così, si sente bene, invogliato a dire ancora, e di conseguenza a sapere di più. Si sente accolto come persona capace di dare un contributo senza dover passare esami, competere, essere a livello di chissà chi o che cosa. Chi è trattato così non rinuncia più, e soprattutto impara ad amarsi. Diviene vivo e attivo. Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno in questo mondo così iniquo: persone attive a qualsiasi livello di status sociale o di cultura, cittadini pieni che dal ciglio della strada ritornino nel mezzo di essa, alla pari con tutti, per dare il meglio ciascuno nei suoi limiti e senza graduatorie.

      Il mio messaggio ai strapi odierni del sapere, a quelli che smaniano nel Sistema come nell’Antisistema, a quelli cioè che usano la loro conoscenza per divenire divi irraggiungibili e adorati, o per prevalere in un qualsiasi gruppo, è: vi maledico. Perché condannate i miti a ereditare nulla da voi. Quando invece potreste essere così utili, se solo li amaste gli umili, i miti.

    1. pistorius 15 gennaio 2009

      Quoto su Travaglio.

    1. pistorius 15 gennaio 2009

      Barzellette le racconterai tu.
      Forse viviamo in due universi distanti, nel mio, sul pianeta Terra, in Italia, nessun giornalista tranne qualcuno della sinistra radicale (e non alla tv), ha mai parlato di crimine per descrivere la guerra a Gaza. E' triste il mio universo, ma quello è.

    1. BarnardP 14 gennaio 2009

      E ti ri-rispondo. Ciao e grazie! Barnard

    1. Earth 14 gennaio 2009

      Fai attenzione a Giulietto Chiesa perche' non e' sempre coerente, sicuramente essendo un giornalista anti impero e' da ascoltare e anche da appoggiare, visto che l'impero sia che ha ragione o torto ne ha fatte troppe e deve essere distrutto. lo seguivo tantissimo, poi ho scoperto tante incoerenze di Giulietto Chiesa su questo sito, il quale e' fazioso sicuramente, ma Chiesa ne dice tante... -----------http://complottismo.blogspot.com/ ------- E' plausibile che travaglio fuori dal suo campo non conosce molto, ma la cosa e' strana e mi puzza, cioe' e' un giornalista... come si informa un privato si informa anche lui, anzi lui decisamente di piu' visto che lo fa per mestiere, anche se non e' la sua specializzazione.

    1. Lestaat 14 gennaio 2009

      Si solo.
      Sono anni che milioni di persone si sgolano in ogni dove per affermare che i media sono sotto totale controllo di un potere sovranazionale internazionale, sono decenni che ci si sgola per la collusione con la criminalità organizzata da parte dello stato, sono decenni che ci si sgola per mostrare il ruolo della massoneria nel potere, sono secoli che ci si sgola per strillare che dio, semmai esiste, è ben lontano dalla religione del vaticano....
      Eppure mi pare che non cambi un cazzo.
      Le parole di Barnard servono soltanto a sminuire quanto di intelligente viene detto anche dai comodi protestatori Grillo e Travaglio, cui non do un soldo di fiducia, ma almeno quando parlano l'uno di processi, l'altro della casta hanno tutte le ragioni del mondo e contribuiscono come chiunque altro strilli all'agitar di acque che, da solo non serve a nulla, ma se tutti agitano si fa un maremoto.
      I duri e puri che non fanno che criticare gli altri sono solo vittime del loro stesso ego, e purtroppo, in quell'ego, ingabbiano anche una valanga di gente intelligente che li trasforma in guru, quando solo soltanto gente normale.

    1. gx2 14 gennaio 2009

      solo lo stolto

      solo? a me risulta essere la maggior parte, basta guardarsi intorno.

      Grillo e travaglio sono la valvola di sfogo concessa dai potenti al popolino,
      anche se in modi più o meno condivisibili, barnard fa bene a far capire in che tipo di personaggi gli "stolti" ripongono le speranze per un paese più giusto. Sono come inceneritori assorbono le speranze ma producono solo fumo. Sono solo ingranaggi del sistema putroppo, quindi non servono a far cambiare le cose, non facciamoci prendere in giro.

    1. Lestaat 14 gennaio 2009

      Ma "certi progressisti" sono gli stessi che parlano di reazione sproporzionata e non di genocidio.
      Che senso ha continuare a parlare addosso al teatrino mediatico cui ormai fa affidamento solo lo stolto?

    1. Eli 14 gennaio 2009

      Grande Paolo Barnard, ti leggo sempre volentieri e sei una mia fonte d'informazione continua, assieme a Paolo Franceschetti, Fulvio Grimaldi e Giulietto Chiesa. Travaglio è un ometto del sistema, ha fatto i soldi ed io sono felice per lui. Ma è un giornalista giudiziario. Al di fuori del suo campo mi sa che non conosce molto, ed ha poche idee ma confuse.
      Grazie per il tuo lavoro. Sei l'unico giornalista cui ho inviato una mail e mi ha risposto!

    1. Jack-Ben 14 gennaio 2009

      Sembra una barzelletta questo tuo scritto....

      forse tutto l'Universo conosciuto e non ....

      si è accorto di questo Crimine contro l'Umanità.

      è difficile credere di essere credibili quando si usano F16 e Carriarmati , e bombe al fosforo per dialogare.

    1. Jack-Ben 14 gennaio 2009

      Assolutamente no... ha dovuto difendersi... infatti ho scritto resistenza e non Assassini ... i Macellai sono i Katz

    1. cloroalclero 14 gennaio 2009

      no Lestaat. Io sonceramente, prima di legger Paolo Barnard non lo sapevo che Tavaglio fosse un sionista sfegatato.
      E comunque è importante parlarne, non per far processi politici o per "epurare" ma perchè fare controinformazione significa anche questo: scarnificare mediaticamente un personaggio pubblico e di successo presso certi progressisti come Travaglio.
      Poi ognuno decida liberamente.

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