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UN ATTACCO DELLO YUAN CINESE PUO’ CAMBIARE LA GEOPOLITICA

DI ALAN WHEATLEY

reuters.com – Corrispondente Global Economics –

 “La moneta è nostra e il problema è vostro” disse il segretario al Tesoro USA  John Connally, a proposito del dollaro, in una suo famoso discorso nel 1971. Più di 40 anni dopo, la Cina sta facendo qualcosa di simile.
Stufi di quella che viene interpretata come una negligenza ostile di Washington per come si serve del dollaro, la Cina sta promuovendo attivamente, anche all’estero, l’uso della propria valuta, lo yuan, noto anche come renminbi.

L’obiettivo è strettamente commerciale – per ridurre i costi delle transazioni di esportatori e importatori cinesi – e ampiamente strategico.

L’accantonamento del dollaro, dice Pechino, potrà ridurre la volatilità dei prezzi del petrolio e delle materie prime e con il tempo intaccare il ‘privilegio esorbitante’ che gli Stati Uniti godono come paese che emette la moneta che si trova al centro di una architettura finanziaria internazionale, che ora viene vista come irrimediabilmente fuori moda.

Zha Xiaogang, un ricercatore dell’Istituto per gli Studi Internazionali di Shanghai, ha detto che Pechino vuole vedere un sistema monetario internazionale più equilibrato, costituito almeno da dollaro, euro e yuan e forse altre valute come lo yen e la rupia indiana.

La concorrenza tra i paesi che emettono le più importanti valute ed una scelta più ampia, quando si investe, si negozia o si fa ricerca, produrrebbe risultati migliori per l’economia mondiale- ha dichiarato Zha.

Le deficienze dell’attuale sistema monetario internazionale costituiscono una grande minaccia per l’economia della Cina”, ha detto. “Con più alternative, il margine per gli Stati Uniti sarebbe molto ridotto, cosa che certamente indebolirebbe la base del potere degli Stati Uniti”.

Zha ha presentato i suoi commenti in un seminario a Baharain, in un documento sulla geopolitica delle valute, organizzato dall’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici.

LE SABBIE MOBILI

La grande crisi finanziaria, oltre alla scalata della Cina e degli altri mercati emergenti e alla minaccia esistenziale dell’euro, sta spingendo i politici dell’Occidente a mettere in discussione anche l’ordine monetario costituito. Il cambiamento è nell’aria.

Ma senza nessuna ovvia alternativa al dollaro per ora, la tempistica e l’attuazione di eventuali spostamenti nell’ordine esistente sono intrinsecamente imprevedibili, proprio come i tassi di cambio.

Mentre Pechino vede una opportunità nell’utilizzo dello yuan fuori dai suoi confini, altri ci vedono un rischio – non da ultimo un  rischio in arrivo proprio dalla Cina: pochi e approssimativi controlli sui capitali stranieri, che possono reinvestire i loro yuan, accumulati in Cina, con il mercato dei titoli,  sono diventati una delle precondizioni per diventare valuta di riserva.

Eppure, il consentire ai flussi di denaro, che arrivano dal mercato, di condizionare cambi e tassi di interesse indebolirebbe lo stretto controllo che esercita il Partito Comunista su due delle principali leve economiche, che potenzialmente possono minare una instabilità che il Partito vede come il fumo agli occhi.

John Williamson, uno dei più importanti accademici sui tassi di cambio, è tornato alle origini ed ha dibattuto l’ipotesi che lo status di “valuta di riserva” conferisce grandi benefici.

Considerando che Cina, Brasile e altri paesi hanno criticato aspramente gli Stati Uniti per il deprezzamento deliberato del dollaro, ottenuto grazie a politiche monetarie disinvolte, Williamson ha sostenuto che la flessibilità del tasso di cambio degli Stati Uniti è in realtà limitata, perché il dollaro è l’ancora che tiene fermo tutto il sistema. Sono altri paesi che regolano i loro cambi, il dollaro quindi si deve solo riaggiustare per riequilibrare la parte  “residua”.

Naturalmente, gli Stati Uniti arrivano a finanziare i propri disavanzi con una spesa minore per la domanda di dollari richiesta dai gestori delle riserve di altri paesi, ma questo potrebbe non essere sufficiente per compensare la perdita di libertà di gestire il proprio tasso di cambio.

“Non sorprende che molti economisti abbiano pertanto concluso che il ruolo di  valuta di riserva non sia conveniente”, ha detto Williamson, esperto del Peterson Institute for International Economics di Washington.

Ha idencato due sole ragioni per cui il potere degli Stati Uniti nell’economia mondiale è stato rafforzato per il ruolo dominante esercitato dal dollaro, ruolo che non si prevede sia messo in discussione almeno nel prossimo quarto di secolo.

In primo luogo, i 3.200 miliardi di dollari in riserve ufficiali, che la Cina ha accumulato per tenere il cambio dello yuan quasi-fisso, permette al dollaro di tenere stretto il nodo che lega le mani alla politica di Pechino. Questo perché ogni gesto ostile, visto come una minaccia di mandare dollari all’estero, potrebbe distruggere la ricchezza dei cinesi.

In secondo luogo, per il forte uso privato che fanno del dollaro a livello mondiale, gli Stati Uniti sono in grado di imporre un blocco finanziario, come quello ora diretto contro l’Iran.

“Ho l’impressione che il potere nazionale supplementare che deriva dall’amministrare una moneta internazionale tenda ad essere esagerato dai pensatori strategici”, ha scritto.

TENDENZE ASIATICHE

Yuriko Koike, ex ministro della difesa giapponese, guarda il potere delle valute attraverso un prisma diverso. Ha detto che la Cina già sta usando il suo potere economico per costruire un “nuovo modello di imperialismo mercantile” in Africa.

Per quanto riguarda l’Asia, Koike ha detto che l’ascesa della Cina probabilmente continuerà a creare ancora molte paure e molte speranze. Il peso economico di Pechino è stato un motivo in più per spingere il Giappone a mettere in ordine al più presto il suo sistema finanziario.

“Fino ad ora, gli acquisti cinesi di titoli di Stato giapponesi sono stati trascurabili, ma il potenziale per la Cina di guadagnare influenza sul Giappone con questo strumento è reale e dovrebbe essere preso in seria considerazione” ha commentato Koike, che non era presente alla lettura del suo documento.

Non si è sorpreso, Zha, il ricercatore di Shanghai, che ha visto germogliare lo yuan fino a diventare la moneta che ha segnato una crescita pacifica della Cina in politica estera.

In breve tempo, il renminbi diverrà “de facto” la valuta comunitaria di una Asia orientale più integrata nell’economia e nella finanza, che così parlerà con una sola  voce “più orientata” verso un interesse regionale comune negli affari internazionali. Il consenso, afferma, sarà  dimostrato dalla Cina, la cui economia, entro un decennio,  diventerà almeno il doppio di quella giapponese.

Harsha Vardanha Singh, vice direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha detto :

“ Lo yuan è la valuta che ha la maggior possibilità di acquisire lo status di valuta di riserva negli anni a venire. Ma, visti i cambiamenti dei modelli commerciali e l’allungamento delle catene di approvvigionamento, altre valute importanti nel commercio regionale assumeranno un significato molto più grande sulla scena mondiale”. “Questi sviluppi in vari campi creeranno un mondo monetario molto più ampio,  multipolare e diverso da quello che si era previsto”.

LA GUERRA E LA PACE DELLE MONETE

Che cosa significa tutto questo per i mercati?

La “guerra delle valute” è una frase che inevitabilmente viene in mente quando le economie emergenti mostrano il loro risentimento verso gli operatori storici, in particolare gli Stati Uniti, che ricorrentemente fanno ricorso a qualsiasi stimolo monetario faccia loro comodo, senza preoccuparsi delle ricadute globali.

Surjit Bhalla, economista indiano, crede effettivamente che la sottovalutazione dello yuan sia stato uno dei motivi principali per la crescita della Cina e dei profondi squilibri economici che hanno portato alla crisi finanziaria asiatica del 1997-1998 e al crash globale del 2008.

Ma Bhalla, autore di un nuovo libro “Devaluing to Prosperity”, è convinto che la Cina si stia togliendo la sua pelle mercantilista per passare dal modello di sviluppo prodotto dalle esportazioni ad un modello di crescita guidata verso un consumo interno.

Vede poco merito in un maggior uso internazionale dello yuan, ma si aspetta che Pechino aumenterà il tasso del cambio reale del 3-5 %  l’anno per aiutare la crescita dei consumi privati fino ad almeno il 50 % della produzione nazionale che oggi ne consuma solo il 35 %.

Il risultato, ha detto in un’intervista a margine della conferenza, sarebbe smettere di parlare di guerre valutarie e di aumento della crescita globale sia nelle economie avanzate che nei mercati emergenti, come la Cina.

“Questa sarà una delle più notevoli situazioni “ win-win” degli ultimi tempi”, ha detto Bhalla, Presidente di Oxus Investments,, un nuovo hedge fund di Delhi. “La pace delle monete sta scoppiando. Ci sono state guerre valutarie, ma è giunto il momento di godersi la pace.”

Alan Wheatley
Fonte: http://www.reuters.com
Link: http://www.reuters.com/article/2012/10/03/us-economy-global-currencies-idUSBRE8920Q820121003
3.10.2012

Traduzione per www.ComeDonChisciotte.org a cura di ERNESTO CELESTINI

Pubblicato da Bosque Primario

  • Ercole

    IL capitalismo e alla frutta prima guerre commerciali , poi guerre monetarie ,poi la guerra mondiale , e la sola strada percorribile per uscire dalla crisi,la nostra risposta ,prepararci alla rivoluzione la crisi del 1929 , ha fatto scuola ,i cervelli degli economisti sono in tilt parlano di casistiche ,previsioni , ma non trovano soluzioni.prepariamoci alla lotta di classe,e un percorso obbligato,il riformismo ha fallito.

  • nigel

    Credo che parlare di destra e di sinistra e di lotta di classe appaghi il veterocomunismo ma, allo stato attuale, sia un non senso. Il vero problema è l’assenza della politica e degli Stati, sostituiti da liberismo selvaggio, finanziarie e multinazionali.

  • aNOnymo

    Williamson dice cose vere a metà perchè sa bene che se dicesse apertamente la realtà dei fatti allora la sua scrivania salterebbe nel giro di un quarto d’ora. Gli Stati Uniti sono l’unico impero nella storia dell’uomo che è riuscito a tassare tutto il mondo. Nel 71 aggancia il dollaro all’unica vera materia prima che muove l’economia globale, il petrolio. Dopo essere usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale hanno sempre dettato le regole della finanza. Hanno obbligato il mondo intero a comprare petrolio e le principali materie prime solo ed ESCLUSIVAMENTE in dollari. Questo ha fatto si che la moneta statunitense diventasse la moneta di riserva mondiale e ha essenzialmente fatto crescere il valore del dollaro negli anni. Ma i petroldollari non vi dicono niente? Di tutto ciò ne ha beneficiato solamente l’America. Oggi Nazioni come l’Iran, che ha creato l’Iranian Oil Bourse dove e’ possibile commerciare petrolio ed altre materie prime in differenti valute, vengono mediaticamente demonizzate ma soprattutto gli vengono imposte sanzioni internazionali ingiuste, con l’unico scopo di farla desistere dal sovvertire il potere DITTATORIALE del dollaro. Ecco uno dei motivi principali del perchè gli Stati Uniti sono stati la prima potenza mondiale del secolo scorso. Lo scontro con la Cina e la Russia sarà inevitabile perchè non credo proprio che l’elite Occidendale(Statunitense) vorrà cederre il suo status di prima potenza mondiale

  • mincuo

    Gli USA hanno fatto nè più nè meno quello che hanno fatto tutti gli Imperi. Da quello Romano fino a quello Inglese. Tra le 4 cose fondamentali c’è quella di imporre una valuta di riserva.
    Tra parentesi la Sterlina (che lo precedeva) è rimasta in parziale competizione almeno fino a metà anni 50.
    Il petrolio poi c’entra molto poco, nel senso che ogni materia prima, ogni transazione finanziaria e la quasi totalità degli assets sono denominati appunto in quella valuta, e i profitti sono riciclati per la maggior parte in quella valuta. Per forza. Non per scelta.

  • albsorio

    La Cina è costretta a questa mossa visto che la crisi frena il modello basato sulle esportazioni e l’1% cinese non vuole ridistribuire il surplus creando un mercato interno. Poi cito: ” L’accantonamento del dollaro, dice Pechino, potrà ridurre la volatilità dei prezzi del petrolio…” non esiste la volatilitá, semplicemente gli USA decidono il prezzo e non c’entra l’incrocio tra domanda e offerta, i cinesi vogliono rompere il monopolio USA usando la borsa indipendente iraniana e forse accordi futuri magari col Venezuela, così magari si vendicano dell’incidente e dell’ingerenza nelle elezioni.

  • aNOnymo

    Secondo la mia opinione ti sbagli a pensare che il petrolio centra poco se parliamo di dollari. Ti spiego. Io Italia voglio acquistare complessivamente 100 miliardi di euro di petrolio. Cosa devo fare con i miei cash EURO. La soluzione è unica e imposta. Dato che il petrolio si commercia solo in 3 borse al mondo( NY , Londra, Chicago) e solo ed esclusivamente in dollari io per acquistarlo dovrò cambiare i miei euro in dollari( o utilizzare i dollari che ho in riserva, che comunque dovro poi ricomprare). Quindi mi chiedo chi stampa dollari? Vado alla FED con una borsa piena zeppa di euro e la FED mi da in cambio dollari, MA c’è un piccolo particolare. Quando vado ad acqustare dollari la FED mi da l’equivalente di 100 miliardi in piu vuole un tasso d’interesse. Quindi io pago 100 miliardi di euro + interessi. ECCO questi interessi sono la tassa di cui parlavo. Ora chiediti, perchè se devo acquistare petrolio e materie prime per il mio paese devo pagare gli interessi ad un terzo paese(USA) che non centra nulla. A me sembra proprio una tassa questa!! A te no?