Trump e il suo ‘riposizionamento’ delle truppe: abbiate almeno il coraggio di chiamarla ‘ritirata’

Robert Fisk
independent.co.uk

Pochi riescono dimenticare le parole di una collaboratrice laburista di Tony Blair, poche ore dopo la distruzione del World Trade Center l’11 settembre. “Oggi è il giorno buono per liberarci di tutto ciò che vogliamo seppellire, aveva scritto Jo Moore.

Donald Trump, ovviamente, la pensa allo stesso modo.

Mentre la pandemia di coronavirus imperversa in lungo e in largo per l’America, ha ordinato alle truppe statunitensi di abbandonare tre importanti basi militari in Iraq, per risparmiare loro ulteriori attacchi da parte dei combattenti iracheni sciiti sostenuti dall’Iran.

Trump si è sempre vantato della necessità di un ripiegamento, ma questa è una ritirata bella e buona. La versione ufficiale, secondo la quale gli Stati Uniti stanno “riposizionando [sic] le truppe da alcune basi minori,” è quasi altrettanto ridicola quanto quella dell’abbandono definitivo di Beirut da parte degli Stati Uniti nel 1984, dopo che, per mesi, erano rimasti sotto il fuoco delle milizie sciite. Poco meno di quarant’anni fa, gli Americani avevano detto che stavano “riposizionando le navi in mare aperto.”

Come il “riposizionamento” di Napoleone da Mosca. O il “riposizionamento” britannico da Dunkerque. Ora le forze statunitensi si “riposizioneranno” dalle loro basi di al-Qaim, Qayyarah e dalla base K-1 vicino a Kirkuk, in Iraq. Come nel “riposizionamento” di George Washington da Brooklyn Heights nel 1776, suppongo, o nel “riposizionamento” britannico da Kabul nel 1842.

Nel 1984, il presidente Reagan aveva detto che gli Americani non avrebbero “tagliato la corda” dal Libano. Ma lo avevano fatto. Nel gennaio di quest’anno, Trump aveva detto, parlando dell’Iraq: “Se partiamo, ciò significherebbe che l’Iran avrebbe un punto d’appoggio molto più grande [sic].” Stava cercando di minimizzare una lettera scritta dal Generale di Brigata del Corpo dei Marines, William Seely, che aveva appena detto la verità sulla strategia degli Stati Uniti al vicecomandante del Comando iracheno per le operazioni congiunte, il maggiore generale Abdul Amir. La coalizione guidata dagli Stati Uniti, aveva scritto Seely alla sua controparte irachena, “riposizionerà le truppe nel corso dei prossimi giorni e settimane per prepararsi all’operazione successiva.”

Oops! I generali non dovrebbero dire sempre la verità. Seely, ovviamente un tipo onesto, non aveva usato perifrasi. Ma il Pentagono l’aveva fatto. Il capo dello Stato Maggiore Congiunto, Mark Milley, aveva definito la lettera di Seely un “errore.” E’, aveva detto, “mal formulata” e “implica un ritiro,” cosa che, secondo lui, non stava accadendo. Ora sappiamo che sta davvero accadendo.

Un ritiro è esattamente ciò che intendeva Seely. Lungi dall’essere mal formulata, la lettera di Seely era fin troppo precisa. Ma questa, immagino, è la vita del soldato sotto Trump. Di’ la verità, e il bugiardo alla Casa Bianca ti farà schiaffeggiare, prima ancora che tu possa dimostrare di essere sempre stato onesto.

Il ritiro da al-Qaim, come si vede in un filmato francese, è un’operazione abbastaza caotica, con i soldati americani che ripiegano tende impolverate accanto a vagoni merci delle ferrovie irachene dimenticati da tempo e deragliati durante i combattimenti di quindici anni fa. Qui, appena tre anni fa, le truppe statunitensi (e gli Iracheni schierati con loro) combattevano contro l’apocalittica ISIS. All’esterno, le forze di mobilitazione popolari sciite (PMF) (i cui alleati, Kataib Hezbollah e le brigate al-Totof, si erano battuti contro gli stessi Jihadisti), si coordinavano, tramite l’esercito iracheno, con gli Americani nella loro lotta contro l’Isis.

Erano ovviamente supportati dal Corpo di Guardia Rivoluzionaria Iraniana. Un reporter del canale della BBC che trasmette in persiano aveva visitato al-Qaim 15 mesi fa e aveva notato come la campagna circostante fosse decorata con le bandiere del PMF.

C’erano stati attacchi occasionali contro gli Americani, e poi, follia delle follie da parte dell’esercito americano in Iraq (perchè il suo compito era quello di addestrare l’esercito iracheno, che ora comprendeva anche il PMF), Trump, il grande comandante in capo che non si sarebbe mai ritirato dall’Iraq, aveva deciso di assassinare il comandante iraniano Qassem Soleimani e, cosa ancora più stupida, di spazzar via, insieme a Soleimani, il vice capo del PMF, Abu Mahdi al-Muhandis.

Così il Pentagono aveva ucciso, o assassinato, visto che i droni sono ora i liquidatori preferiti quando viene decretata la morte dei nemici dell’America, il leader della più importante milizia dell’esercito iracheno, i cui uomini, in quel momento, circondavano le basi statunitensi.

Tutti gli attacchi successivi contro gli Americani devono essere valutati in base alla morte di questi due uomini. Era stato ucciso un mercenario americano. Poi due soldati americani ed uno britannico alla base di Taji (non ancora nella lista dei ritiri). Gli Americani avevano quindi lanciato attacchi aerei contro Kataib Hezbollah, uccidendo più di una ventina dei loro uomini. Un attacco missilistico aveva poi ferito gravemente 34 Americani (tutti avevano subito “traumi cranici,” secondo il Pentagono) ma Trump aveva assicurato che nessun soldato era rimasto ferito. “Ho sentito dire che avevano mal di testa,” aveva osservato in seguito. Se un presidente degli Stati Uniti riesce ad ignorare così allegramente le ferite dei suoi stessi uomini, è ovvio che possa chiudere altrettanto facilmente una o due basi. O magari anche tre.

Per aggiungere ulteriori ferite, e morte, all’insulto, gli Americani avevano poi attaccato l’aeroporto di Kerbala, in costruzione per i futuri pellegrini in visita al santuario sciita [della città] e ad altri luoghi in tutto l’Iraq, uccidendo tre soldati governativi della 19a Divisione Commando dell’esercito iracheno, due poliziotti ed un civile. Gli stessi curatori del santuario, sacro agli imam Hussein e Abbas, avevano condannato l’attacco e il ministero degli esteri iracheno aveva presentato una denuncia al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Gli Americani avevano affermato che l’aereoporto era un deposito di armi della milizia sciita.

Mike Pompeo, il Segretario di Stato, aveva minacciato che “l’America non avrebbe tollerato altri attacchi,” ma, a quanto pare, sono state le milizie sciite a non aver tollerato ulteriori attacchi. Loro non si “riposizionano.” Sono gli Americani a farlo. E, quando un funzionario del dipartimento della difesa degli Stati Uniti aveva detto alla BBC che la vicinanza alla base di al-Qaim della principale milizia sciita era stato “un fattore chiave nella decisione di spostare le forze altrove,” avevamo saputo che gli Americani avevano perso.

Ma, nel mondo capovolto di Trumplandia, questa è un’altra vittoria. Come l’accordo Usa-Talebani di questo mese per il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, 8.500 di loro entro 135 giorni, in cambio di una promessa da parte dei loro nemici guerriglieri da 19 anni di tenere al-Qaeda, l’Isis e gli altri Jihadisti fuori dal paese. Gli Americani, ci viene detto, avranno ancora forze sufficienti per condurre “operazioni antiterrorismo” contro questi ultimi. Nel linguaggio del Pentagono, una lingua da sempre separata dalla vita reale (una cosa comune nel cimitero degli imperi): “USFOR-A [US Forces Afghanistan] è a buon punto per soddisfare i livelli di forza diretta mantenendo le capacità necessarie.” Bene, come si diceva una volta, andatelo a dire ai Marines.

Certo, se i Talebani manterranno la parola gli Americani ritireranno il resto delle loro truppe entro 14 mesi. E tutto questo, dobbiamo ricordarlo, in una nazione talmente divisa che i due presidenti rivali hanno tenuto a Kabul cerimonie di giuramento separate, proprio alla maniera degli imperatori romani, sebbene il paese possa a malapena contenere sia Roma che Bisanzio, beffando in questo modo tutte le pretese americane di creare la democrazia in Afghanistan.

Ricordo ancora il funzionario americano che, già nel 2002, dopo che i Talebani erano appena stati “distrutti“, ricordiamolo, aveva detto che questa nuova democrazia afgana avrebbe potuto anche essere “non-Jeffersoniana.” Ciò che quel particolare padre fondatore avrebbe fatto dell’accordo USA-Talebani è ancora da vedere. Avrebbe anche potuto manifestare la propria approvazione per le ragioni dei Talebani.

Ma il nocciolo della questione è mantenere l'”impronta” americana in Medio Oriente. Un momento lo si vede, un altro no. Dopotutto, non sono passate molte settimane da quando Trump aveva detto che non avrebbe abbandonato i Curdi siriani, e poi aveva abbandonato i Curdi siriani subito dopo che avevano finito di combattere e di morire per l’America nella campagna contro l’Isis. Poveri vecchi Curdi. Poveri vecchi Afgani. E poveri Iracheni. Non meritavano davvero gli Americani.

Gli Stati Uniti, in ogni caso, non hanno tempo per preoccuparsi di loro. Hanno un’altra guerra per le mani, contro un virus abbastanza fastidioso, pare. E non puoi “riposizionarti” lontano da quello.

Robert Fisk

Fonte: independent.co.uk
Link: https://www.independent.co.uk/voices/coronavirus-trump-iran-iraq-troop-withdrawal-afghanistan-a9412216.html
20.03.2020

Pubblicato da Markus

Un biologo, appassionato di montagna e di fotografia, che cerca, come può, di combattere contro i mulini a vento.
Precedente USA, le monete di platino da 1000 mld di dollari
Prossimo Spetsnaz medici della Russia salveranno l’Italia dalla morte