TI RICORDI FALLUJA ?

Tre mesi dopo l’offensiva americana e la presa di questo bastione sunnita, appena il 20% della popolazione è tornata. Qualche abitante sopravvive tra le rovine. La Croce Rossa tenta di aiutare, mentre l’esercito iracheno pattuglia e saccheggia ciò che resta.

DI MICHEL BOLE_RICHARD, Le Monde _ Osservatorio Iraq

8 febbraio 2005 – Tre mesi dopo l’offensiva americana contro Fallujah, che è iniziata l’otto novembre 2004, la città ribelle, situata ad una cinquantina di chilometri ad ovest di Baghdad, è una città sinistra, svuotata, sepolcrale.

“Come dopo un terremoto di terra, uno tsunami di fuoco e di bombe che non ha praticamente risparmiato nulla, neanche le moschee”, racconta lo sceicco Taghlib Al- Alusi, presidente della Choura, l’assemblea dei dignitari religiosi.

La città delle cento moschee non è più che l’ombra di se stessa. “E’ una tragedia! Io ho pianto come un bambino”, spiega il responsabile della moschea, Hazrah Mouhammedia, che, dopo la fine dei principali combattimenti, all’inizio di dicembre, è ritornato tre volte in quello che fu un bastione sunnita. Le lacrime gli arrivano agli occhi mentre evoca lo stato attuale della città di 400.000 abitanti sul bordo dell’Eufrate. “Praticamente non una casa è stata risparmiata. Il 20% sono state bruciate e almeno il 10% totalmente distrutte”, afferma questo ingegnere, che denuncia i bombardamenti massicci degli americani ogni volta che i marines si trovano di fronte ad una qualche resistenza.

Cheickh Taghlib non ha assistito ai combattimenti. E’ partito prima. Al contrario, Abu Ahmed ha vissuto l’inferno, asserragliato in una moschea da cui gli americani lo hanno fatto uscire con altre persone per seppellire i morti che ricoprivano le strade. “Ce n’erano ovunque, corpi bruciati, decapitati, mutilati. Alcuni avevano ancora le cinture esplosive. Altri erano stati sorpresi dalla morte nella loro vettura. Bisognava fare attenzione a tutto. Li si metteva in dei sacchi e poi nei camion per portarli al cimitero o seppellirli così come si trovavano, senza gli usuali preparativi, nello stadio. Quelli che erano con me non hanno resistito, a eccezione di un sudanese”.

Nel corso di questo viaggio, Abu Ahmed ha ritrovato dei sopravvissuti rintanati nelle loro case, che uscivano guardinghi con delle bandiere bianche. Racconta la storia di una giovane donna, Souad, che gli aveva telefonato all’inizio dell’assalto e che lui ha salvato dalla paura e dalla follia dopo dieci giorni di terrore. “Io non auguro a nessuno di provare questo”, aggiunge. “I soldati scrivevano una X sulle case già perquisite, una X circondata da un cerchio su quelle che bisognava far esplodere e un teschio su quelle dove c’erano dei cadaveri. Posso assicurarvi che ce ne sono ancora tra le macerie”.

Controllo dei marines

Per Cheick Taghlib è difficile dire quante persone sono morte. Ipotizza qualche cifra: “1800, 2000 forse 2500. Non so se lo si saprà, un giorno”.

Fallujah è ormai una città fantasma. Una piccolissima parte della popolazione è tornata, senza dubbio meno del 20%, per la maggior parte poveri che non hanno i mezzi per vivere a Baghdad o non hanno trovato posto altrove. Sopravvivono in uno scenario da apocalisse, in mezzo a rovine e strade sbarrate o ingombre di vetture bruciate e mucchi di calcinacci.

I negozi sono vuoti, saccheggiati. Gli ospedali danneggiati e chiusi. Le scuole e i mercati sono deserti. L’elettricità e l’acqua cominciano a malapena a tornare. Le macchine sono solo eccezionalmente autorizzate ad entrare in città. Gli abitanti vivono come dei nomadi.

La Croce Rossa tenta di venire incontro ai bisogni e dei mercanti ambulanti portano qualche genere di sussistenza in questa città morente che i marines continuano ad occupare e controllare con barricate.

L’esercito iracheno si è installato sulla piazza principale e pattuglia. Composto essenzialmente da sciiti e peshmerga (combattenti kurdi) compie razzie nelle case, saccheggiando, sparando sulla mobilia, sui muri, sugli elettrodomestici, come raccontano diversi testimoni delle scene. “Prendono i computer e li gettano per terra. Li ho visto con i miei occhi, come li ho visti aprire i rubinetti del gas e dare fuoco. Giocano a distruggere quello che non è ancora distrutto”, si indigna un abitante che non vuole dare il suo nome.

Ogni giorno, degli ex abitanti ritornano sul luogo che è stato la loro dimora. Per far questo, bisogna essere muniti di una carta di identità rilasciata dagli americani e affrontare ore di attesa ai punti di passaggio prima di poter penetrare nella città sotto alta sorveglianza, al fine di constatare i danni e di preservare quello che ancora lo può essere. La maggior parte riparte il giorno stesso.

Ritornano a Baghdad, Ramadi e Habbania e in tutti i campi che sono stati aperti alla periferia di Fallujah, nelle fattorie, in ricoveri di fortuna e sotto delle tende.

Migliaia di famiglie si sono così sistemate nell’attesa della partenza dei soldati. Tutta una città in esilio reclama di poter ritornare in quello che resta delle sue mura per poter ricostruire quello che la guerriglia aveva trasformato in una roccaforte salafita e che le autorità americane hanno messo a ferro e fuoco.

Secondo i testimoni, i mudjahidin sono fuggiti a Mosul o altrove. Alcuni, come i cecchini o i kamikaze, tentano ancora qualche incursione in quello che fu il loro feudo. Nessuno ha mai visto Abu Mussab Al Zarqawi, il giordano di Al Qaeda, che gli americano hanno sempre localizzato a Fallujah.

“Per noi, è un fantasma. Gli americani lo hanno fabbricato perché hanno bisogno di un nemico per giustificare le loro azioni”, dice Cheick Taghlib. Oppositore dei salafiti, questo dignitario spiega come ha tentato di salvare la città dai combattimenti. Ha spiegato che era inutile venire alle mani, che era “una trappola tesa dagli americani”, che “non bisognava combattere gli americani come loro volevano che fosse fatto”. “Noi non vogliamo la guerra”. Nessuno lo ha ascoltato.

Di fronte ai campi di rovine, si domanda come e quando Fallujah potrà rinascere da questo caos. Abu Ahmed è disperato. “Vorrei che non si vedessero più americani, ne qui né su tutta la Terra” dice. “Ma sono troppo vecchio e gli americani sono troppo forti. Vogliono colonizzare l’Iraq in vent’anni o più, perché noi abbiamo il petrolio. Non so se partiranno un giorno”.

MICHEL BOLE_RICHARD
Fonte: www.uruknet.info?p=9525
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8.02.05

Traduzione di Paola Mirenda, Osservatorio Iraq

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