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TELECOM-PLOTTO

DI RITA PENNAROLA
La Voce Della Campania

La tragica fine di Adamo Bove (nella foto), il supermanager della security Telecom “suicidato” con un volo di 40 metri lo scorso 21 luglio, potrebbe essere solo l’ultimo atto del duro scontro fra poteri finanziari (e paramassonici) occulti per il controllo del colosso italiano di telefonia e, forse, del futuro delle telecomunicazioni in Europa. Vediamo gli inediti assetti del potere in Telecom, fra uomini di area Opus Dei , faccendieri e piduisti.

Adamo Bove, il manager della security Telecom volato già il 21 luglio scorso da un ponte della Tangenziale di Napoli, era tra i professionisti di fiducia dell’Opus Dei. Il suo nome e la sua foto – con la scritta “deceduto” e la data sbagliata, 27 luglio – figurano ancora oggi fra i docenti degli Elis Fellows, i corsi professionali ad alto livello messi in campo dalla Prelatura romana con l’obiettivo di formare la nuova classe dirigente del Paese. Per entrare a far parte del prestigioso organigramma occorrono requisiti ben precisi: «I Fellows sono persone che sanno dare “valore e valori” ai giovani che frequentano Elis – si legge nella presentazione ufficiale – ed aderiscono al nostro Manifesto». Vale a dire il documento che sancisce la nascita di Elis dentro la compagine religiosa fondata da Escrivà. Più che esplicita, dunque, l’appartenenza dell’intero apparato formativo alla potente “famiglia” guidata da monsignor Javier Echevarría. Inoltre, «chi frequenta l’Opus Dei sa bene – dice un ex alunno – che non è ammesso alcun docente privo di solide “referenze” nel vasto milieu della compagine cattolica». Ma la presenza di big targati Telecom, nei corsi Opus Dei, non si limita al solo Bove. La corposa lista dei professionisti fellows, anzi, vede di gran lunga in prima fila uomini chiave del colosso di Marco Tronchetti Provera. A cominciare da Rocco Mammoliti, ingegnere, altro supermanager della information security Telecom, e poi Attilio Achler, responsabile Network Operations, Giovanni Chiarelli (Technical Information Services), Maurizio Gri (Sviluppo e Formazione area Marketing), Luigi Ernesto Marelli (responsabile del Personale divisione RETE), Matteo Mille (pianificazione acquisti IT), Franco Moraldi (Sviluppo e Formazione area Tecnology), Stefano Nocentini (Innovation & Engineering), Pietro Pacini (Telecontact Center), Lorenzo Roberti Vittory (Risorse Umane – Management Services). Tutti folgorati dal Verbo di san Escrivà. O, quanto meno, fedeli a quei principi.

«Al di là degli aspetti morali o religiosi – fanno sapere alcuni dissidenti – Telecom Italia è entrata da qualche anno nel Dna dell’Opus Dei con la nascita del Consorzio Consel, che permette agli affiliati un accesso diretto alle principali aziende di Stato poi privatizzate». Non c’è infatti solo Telecom fra i membri del consorzio fondato in Italia dall’Opus: fra gli altri, figurano giganti come Vodafone, Wind, Autostrade, Acea, Siemens. Ma a far la parte del leone è proprio Telecom con il suo management. E’ stato organizzato ad esempio dal duo Elis-Telecom il corso di formazione biennale (2005-2007) intitolato non a caso “Next Generation Network – Telecommunication Manager” per perfezionare le abilità nel settore di “Gestione e sicurezza delle reti Full IP”. A patrocinare l’iniziativa, il ministero per le Comunicazioni, gestito all’epoca dal nazional alleato Maurizio Gasparri. «Il motivo che portò Telecom Italia a dar vita al Cedel fu la possibilità di promuovere azioni formative dirette a giovani meritevoli, in una modalità integrata scuola-impresa», si legge nella pubblicità dell’iniziativa. Anche perchè «Telecom Italia ha sempre apprezzato il livello qualitativo dei corsi realizzati, assumendo circa il 60% dei diplomati dalla Scuola di Formazione Elis». Per garantire questo costante flusso delle nuove professionalità opusdeiste nei colossi finanziari italiani, l’accoppiata Elis-Telecom ha dato vita ad un apposito comitato scientifico. Del quale facevano parte lo scomparso Adamo Bove, in quota Tim, e l’altro uomo ombra in Telecom del general manager security Giuliano Tavaroli, vale a dire Fabio Ghioni. Tutti e tre fianco a fianco con protagonisti della galassia Opus Dei nel Campus Biomedico o nelle tante altre filiazioni di Elis.

CAPPUCCI IN CAMPO

Ma Telecom non è “solo” Opus Dei. Proprio a partire dalla tragica fine (tuttora avvolta nel mistero) di Adamo Bove è possibile intravedere l’inedito scontro in atto fra superpotenze occulte per il controllo del colosso telefonico italiano e, forse, del futuro delle telecomunicazioni in Europa. L’ombra della massoneria si allunga infatti sui destini di Telecom attraverso Emanuele Cipriani, il detective a capo della società investigativa Polis d’istinto, arrestato con Tavaroli su ordine del gip milanese Paola Belsito con l’accusa di intercettazioni illecite. Tra i due esisteva – secondo la ricostruzione degli inquirenti – un patto scellerato, una «gestione dei rapporti patrimoniali quantomeno anomala e difficilmente compatibile con quanto dovrebbe accadere in un settore rilevante di una grossa multinazionale». Oltre 2 milioni di euro fra il 2004 e il 2005: queste le parcelle versate da Telecom all’agenzia di Cipriani, inserita fra i consulenti per la sicurezza Telecom. Ma secondo gli investigatori quelle indagini, «piuttosto che un interesse immediato e diretto del gruppo Pirelli Telecom», servivano a «far lavorare i privati su indagini di interesse dei Servizi, o semplicemente già note ai Servizi, facendone ricadere il costo su Pirelli Telecom». Per creare, alla fine, soprattutto fondi neri.

Chi è veramente Cipriani? Dell’antico legame con la famiglia Gelli lui stesso non fa mistero: «da oltre 15 anni – dichiara – sono amico di Raffaello Gelli e di sua moglie Marta». Al punto che risulta essere stato ospite per lungo tempo in un appartamento dei Gelli a Montecarlo: «i soldi che sono stati ritrovati all’estero – racconta l’investigatore fiorentino ai pm – sono tutti miei… Per quanto riguarda le mie disponibilità presso Monaco, inizialmente indicai la domiciliazione presso l’abitazione dei signori Gelli e ciò quando gli stessi erano residenti a Montecarlo… I rapporti con la famiglia Gelli sono esclusivamente di amicizia…».

Della venerabile coppia la Voce si era già occupata a dicembre 2005, rivelando che a partire dal 2001 entrambi erano stati membri di una commissione umanitaria all’interno dell’Onu. Più di recente ritroviamo i due alle prese con la querelle su Villa Ada, nella capitale: all’interno del mestoso parco pubblico lady Marta Sanarelli Gelli lo scorso anno si proponeva infatti di realizzare, attraverso la società Antiqua 2001, un mega ristorante, poi bloccato dalle proteste dei comitati civici.

FAMIGLI CRISTIANI

Intanto, grazie all’amico Cipriani, decine di migliaia di dossier su vip e gente apparentemente comune cominciano ad essere elaborati e passare di mano in mano fra l’agenzia fiorentina, i servizi segreti e il vertice Telecom. A coadiuvare il lavoro della Polis d’istinto erano, fra gli altri, due giornalisti: Guglielmo Sasinini e Francesco Silvestri, sempre in tandem, attivi a Famiglia Cristiana e, in precedenza, collaboratori della rivista ufficiale dei carabinieri. Entrambi si erano fatti vivi con la Voce: la prima volta dopo la pubblicazione sul nostro giornale dell’inchiesta sul rapimento delle due Simone. Ci chiedevano altri materiali: rispondemmo che, come sempre, tutto quanto risultava documentato era già stato pubblicato. Poco più d’un anno fa Sasinini richiamò per domandarci se avessimo notizie su un imprenditore. Il tono misterioso della telefonata ci indusse a rifiutare ogni forma di normale scambio fra colleghi.

Trait d’union fra i giornalisti del popolare settimanale religioso e l’agenzia fiorentina era stato proprio un uomo Telecom. Secondo la testimonianza resa al gip Belsito dalle ex segretarie di Cipriani, infatti, Sasinini era stato visto frequentemente in compagnia di Tavaroli e di Adamo Bove. Nel 2002 il giornalista stipula con Cipriani il primo contratto di consulenza su input del comune amico Giuliano Tavaroli, che era in procinto di transitare, insieme allo staff riservato di Tronchetti Provera, dalle segrete stanze Pirelli a quelle di Telecom. Il passaggio avviene nel 2004; un anno dopo Sasinini rinnova il contratto non più con Polis d’istinto, ma direttamente con Telecom. «Per quelle attività – dicono in ambienti vicini al giornalista – Sasinini percepiva un compenso annuo pari a 160 mila euro, compresi gli onorari derivanti dalla direzione del nuovo mensile Noi Security».

SICURI DI “NOI”

A che doveva servire e, soprattutto, che cosa era veramente quel periodico? Intanto, nasceva probabilmente da una costola di Noi., il mensile di casa Telecom diretto da Cinzia Vetrano con Gian Carlo Rocco di Torrepadula come responsabile “Communication and Image”. 63 anni, Rocco di Torrepadula è presente nell’organigramma di Telecom Italia spa in veste di procuratore così come Gustavo Bracco, capo delle risorse umane, che della pubblicazione risultaba direttore editoriale. Quanto a Noi Security, dalle esigue tracce che si possono rinvenire oggi appare innanzitutto come un organo informativo ufficiale di casa Telecom. Lo conferma l’immagine che pubblichiamo in apertura: è ripresa dal sito della FTI, Forum per la Tecnologia dell’Informazione, che ancora il 2 gennaio 2006 riporta un brano tratto dalla newsletter di Noi.Security, la cui scritta campeggia sul logo Telecom. Ed è solo un caso che il bollettino abbia preso l’identico nome della società di vigilanza Noi Security Agency, che negli Stati Uniti ha vinto appalti «per garantire la sicurezza dal terrorismo – scrive il pacifista Aldo Capitini – di complessi per l’edilizia popolare a Pittsburgh, Filadelphia, Los Angeles, Brooklyn, Chicago, assicurandosi in pochi anni 20 milioni di dollari di fatturato, ma anche incappando in disavventure finanziarie e giudiziarie causate dall’eccessivo amore degli agenti per auto di lusso e ragazze»?

Forse una coincidenza, dovuta al fatto che il direttore responsabile dell’omonimo giornale di casa Telecom, Sasinini, è riconosciuto da tempo come giornalista esperto di terrorismo mediorientale. Un uomo, comunque, che vive da anni sotto scorta. Nel 1999 la Padania, riportando la cronaca dell’aggressione subita nella sua casa milanese dalla compagna di Sasinini, scrive che il giornalista, «caporedattore e inviato di Famiglia Cristiana, esperto di terrorismo islamico e profondo conoscitore delle Br», viveva già «da cinque anni sotto scorta». Chi pagava questa scorta – assai prima dell’11 settembre – e perchè? Il quotidiano della Lega aggiungeva poi alcune ipotesi sulla matrice dell’aggressione nella casa di Sasinini «che fa parte del gruppo Libera, quello di Caselli, che lavora per il sequestro dei beni dei Corleonesi». «Sasinini fu l’unico a pubblicare due lettere scritte da Moro durante la prigionia al nipote. Allora si credette che fosse in possesso dell’interno memoriale. Sasinini – concludono – ieri ha ricordato di aver ricevuto minacce a tal proposito anche dai vertici del governo. “Tutti mi chiamano Mino e loro, per intimidirmi, mi rammentavano la fine fatta da Mino Pecorelli”». Dalla stessa matrice antimafia provengono poi sia la moglie di Sasinini Katia Re che il suo alter ego giornalistico Francesco Silvestri, entrambi collaboratori, a inizio anni duemila, del periodico Narcomafie.

QUESTIONE D’ISTINTO

Sentito dal gip Belsito come persona informata sui fatti, Sasinini racconta nel dettaglio i suoi rapporti di consulenza con Tavaroli e soprattitto con Emanuele Cipriani, vale a dire il personaggio intorno al quale ruotano praticamente tutte le quattrocento e passa pagine dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Una ricostruzione tanto minuziosa da risultare inquietante per gli stessi magistrati, che definiscono questo sistema di investigazioni illecite come «un possibile ed evidente strumento di pressione, di condizionamento, di minaccia, se non addirittura di estorsione nelle mani di un ristretto gruppo di persone». Al punto che gli inquirenti non mancano di sottolineare che il sistema creato da Tavaroli e Cipriani è «una struttura la cui esistenza genera certamente un notevole allarme». Nessuna traccia comunque è finora emersa, dal lavoro dei magistrati, su coloro che detengono quote nella Polis d’istinto srl insieme allo stesso Emanuele Cipriani (20.000 euro sui 100 mila del capitale sociale) e a sua moglie, la trentaseienne Benedetta Leoni, presente nell’azionariato con 33.300 euro. Si tratta di due personaggi finora mai balzati agli onori delle cronache.

La prima è Eliana Albanese, classe 1928. Attuale detentrice di quote nominali in Polis d’istinto per 17.700 euro (e non presente in nessun’altra società), la Albanese è stata fino al 2001 socio accomandatante della sigla “spiona” di casa Cipriani. Succedeva in questa carica al fondatore dell’agenzia, Patrizio Martelli, fiorentino, 68 anni, che l’aveva ricoperta fino al 1998. Facendo ancora un passo indietro troviamo anche il nome del socio accomandatario che nel ‘90 passa il testimone a Cipriani: si tratta di Antonio Berneschi, nato ad Arezzo nel 1961, il quale nel ‘93 esce definitivamente dalla Polis. Attualmente Berneschi risulta titolare di un’altra sigla investigativa operante a Firenze. Si tratta della agenzia investigativa Pubblica & Privata «fondata – si legge nella brochure – negli anni Novanta da Antonio Berneschi che vanta un’esperienza ultraventennale in forza al Nucleo Informativo dell’Arma dei Carabinieri e alla Sezione Speciale Antiterrorismo (attuale R.O.S.) dove ha conseguito diversi encomi per attività di investigazione».

Ma torniamo alla Polis d’istinto e al quarto ed ultimo socio. E’ il quarantaseienne Luciano Seminara, presente nell’organigramma Polis con 29.000 euro e in una sfilza di altre sigle, sempre come socio. Il più recente acquisto risale ad appena l’8 agosto di quest’anno, quando fa il suo ingresso nella romana R.A.S.T. Recupero Ambientale Smaltimento Trasporti, una srl con quasi 50 mila euro in dote, nel cui parterre Seminara fa ora la parte del leone. R.A.S.T. e Polis d’istinto – insieme alla M.C.S., una srl con 12 mila euro di capitale e sede a Roma – sono le uniche tre società facenti tuttora capo a Seminara, il quale fra il 2001 e il 2006 aveva ceduto le sue partecipazioni in altre srl tutte con sede nella capitale: si tratta di Tetris, S.C.Q., Giambus & Dodo Charter and Broker, Traiano 2000 Bioimmagini ed infine ADA Europe. Di tutte queste aziende – com’era prevedibile – è sparita ogni notizia dal web. Così come criptata appare attualmente la Nice Consulting srl (www.niceconsulting.com), dedita alla “consulenza per la gestione dei patrimoni mobiliari e immobiliari”, partecipata da Emanuele Cipriani con 4 mila euro (sui circa 25 mila del capitale sociale) e della quale, comunque, non c’è traccia nella corposa inchiesta della magistratura milanese.

LO SCONTRO

Un lavoro – quello reso dalla Procura e dal gip – che appare solo come un primo squarcio in un universo torbido destinato probabilmente a portare alla luce altri clamorosi filoni d’inchiesta. Perchè una schedatura a tappeto come quella messa in campo per anni dalla “spectre” di Tavaroli, Cipriani e dagli 007 che ruotavano intorni a loro (in primis l’agente Sismi Marco Mancini, vedi box), non poteva evidentemente avere solo la finalità di creare fondi neri da dirottare in paradisi fiscali, come è finora stato accertato. Di certo, però, nella monumentale ordinanza del gip Belsito la figura di Adamo Bove non risulta in alcun punto inficiata da ombre o sospetti specifici, ma piuttosto inserita in un contesto popolato da criminali e loschi faccendieri.

Cos’altro di nuovo aveva scoperto su di loro Bove, il quale nei mesi precedenti aveva già offerto un contributo decisivo alle indagini della procura di Milano che portarono all’arresto dei dirigenti Sismi per il sequestro di Abu Omar? Che cosa stava per rivelare agli inquirenti prima di essere catapultato già dai 40 metri del viadotto di via Cilea della Tangenziale, lasciando accese le quattro frecce della Mini di sua moglie, la brillante ricercatrice partenopea del Cnr Wanda Acampa? «La presenza di Adamo Bove e di alti funzionari Telecom a corsi di formazione dell’Opus Dei – spiega un esperto di fatti parareligiosi – potrebbe indicare che lo scontro per il controllo Telecom tra massoni “deviati” come l’amico di Gelli Emanuele Cipriani, e la nomenklatura finanziaria dell’Opus abbia visto, almeno per ora, soccombere quest’ultima». Con una vittima sul campo: l’ex poliziotto napoletano Adamo Bove, per la cui morte – ha raccontato Wanda Bove all’Espresso – non ho ricevuto da Tavaroli nemmeno un biglietto di condoglianze. Uno scenario fosco. Sul quale, a Napoli, è chiamato a far luce un pubblico ministero di grande esperienza come Giancarlo Novelli. L’ipotesi accusatoria è: istigazione al suicidio.

Caro Bove le scrivo…

Circa tre anni fa Adamo Bove aveva avuto contatti professionali con una delle principali agenzie investigative operanti sulla piazza napoletana ed oltre, la A Zeta di Antonino Restino. «Eravamo stati noi – ricorda Carmine Evangelista, investigatore di punta della sigla partenopea – a cercare un contatto con il dottor Bove, come spesso facciamo con altri potenziali clienti, per sottoporre alla Tim il caso di una truffa sulle schede telefoniche che stava avvenendo nel Napoletano». Quella proposta non ebbe seguito, perchè nel frattempo la società stava attivando altri meccanismi di contrasto. Bove però aggiunse: «Sono io che chiedo qualcosa a voi: di aiutarmi a scoprire se esistono soggetti interni alla Tim responsabili di fornire tabulati interni della Tim ad una rete esterna di investigatori. E chi sono queste persone».

Dunque Adamo Bove fin dai tempi della sua permanenza in Tim aveva avuto sentore della fuga illecita dei tabulati e intendeva vederci chiaro.

Ma non finisce qui. L’ultima mail scambiata fra Bove ed Evangelista è del 12 luglio di quest’anno. Esattamente nove giorni prima del tragico volo dalla Tangenziale. «La mail che il dottor Bove ci inviò nel luglio scorso – dettaglia Evangelista – era la risposta ad una nostra nuova sollecitazione. Gli avevo scritto dopo aver letto sull’Espresso che aveva preso il posto di Giuliano Tavaroli in Telecom. Conoscendo la sua cortesia e professionalità, proponevo a Bove nuove forme di collaborazione con la nostra agenzia». Il messaggio restò per alcune settimane senza risposta. Poi il 12 luglio Adamo Bove scrive. Nella mail spiega ad Evangelista e Restino che nell’ambito delle sue nuove mansioni «non rientrano attività per le quali io possa avvalermi della vostra collaborazione perchè non ho facoltà di effettuare verifiche interne».

Riletto oggi, quel messaggio suona come una rivelazione: «E’ mai possibile – si chiede Restino – che un manager a capo della security Telecom non avesse quei necessari poteri di controllo?». L’ipotesi è che quella nomina fosse in realtà stata svuotata di reali poteri, forse proprio in ragione dei sospetti che Adamo Bove nutriva da tempo sulla fuga dei tabulati. E molti dubbi il manager di A Zeta Antonino Restino li avanza anche sulla versione ufficiale del suicidio: «Mi sembra impossibile che un investigatore esperto come Adamo Bove, se voleva proprio porre fine alla sua vita, non lo abbia fatto con le modalità tipiche di chi fa questo mestiere, cioè rendendo palesi le ragioni del suo gesto. Un investigatore di professione non si butta giù lasciando accese le quattro frecce dell’auto…».

Perplessità, infine, sull’elenco delle società di investigazione che, come riportato dai quotidiani, lavoravano per conto di Telecom. «In Italia – dice subito Restino – esistono sei, sette importanti agenzie, riconosciute da tutti coloro che operano in questo settore. Nessuna fra queste fa parte di quell’elenco. La Polis d’istinto era nel nostro ambiente e all’interno della Federpol (la più autorevole associazione di categoria, ndr) pressochè sconosciuta, e così le altre». Il dubbio, insomma, potrebbe essere che almeno alcune, fra queste sigle, fossero state messe in piedi ad hoc? Restino annuisce. E rincara la dose: «Ancor più sorprendente è poi la lista delle somme percepite per quegli “incarichi”. Parliamo di parcelle fino a 5 milioni di euro. E siamo totalmente fuori mercato. Il fatturato medio delle principali agenzie investigative in Italia arriva a massimo uno, due milioni di euro». In un anno.

La scorciatoia per il paradiso

I Centri di formazione Elis fondati dall’Opus Dei hanno una scorciatoia diretta per il paradiso. Non si tratta di assoluzioni plenarie o benedizioni, ma del Consorzio Consel, che Elis ha fondato nel 1992 insieme a partner societari del calibro di Telecom Italia, Stet, Italcementi, Ericsson, e ancora Anas, Italtel, Italia Lavoro, Albacom, Wind, Siemens e Trenitalia, per citare solo i nomi più altisonanti. Fusioni suggellate in tempi più recenti dall’ingresso diretto di Elis nell’azionariato di uno fra questi giganti: quella stessa Tim dai cui alti ranghi proveniva un prestigioso docente dei corsi di perfezionamento Elis come Adamo Bove e Rocco Mammoliti. Attraverso un’attenta selezione dei discenti ed un’ancor più accurata scelta del corpo docente, Elis, “Attività per la formazione della gioventù lavoratrice e per la solidarietà sociale”, rende possibile ai giovani rampolli di area Opus la formazione e l’accesso diretto nei ranghi operativi delle principali aziende italiane, che per la restante parte degli aspiranti restano quasi regolarmente solo un miraggio.

Uno dei canali diretti per l’accesso è il programma Elis Fellow, «orientato al coinvolgimento a titolo di volontariato nelle attività Elis di dirigenti, quadri, docenti universitari e altri personaggi di rilievo nella società», con l’unica condizione che aderiscano al Manifesto Elis, contenente in maniera esplicita i principi formativi dell’Opus. «Il nostro compito – spiegano all’Avel, altra costola di Elis votata a rappresentare una sorta di agenzia per il lavoro – è quello di fare da trait d’union fra i nostri corsisti e le aziende alla ricerca di personale specializzato». In primis, naturalmente, quelle aderenti al Consorzio, come la stessa Telecom, in cui le carriere dei pii giovani vengono prontamente avviate con appositi stages. Ai convegni organizzati dal Centro Elis di via Sandro Sandri nella capitale non hanno fatto mancare la loro presenza, negli ultimi anni, grossi big dell’imprenditoria e della politica. Nel 2002, quando era inquilino di Palazzo Chigi, fece un salto Giuliano Amato per parlare di “Lavoro nel modello sociale europeo”. Quello stesso anno il direttore di Elis Bruno Picker (che solo qualche mese fa magnificava sulle colonne de La Stampa le nuove sinergie dei suoi centri formativi con la Rai), ebbe l’onore di ospitare il numero uno di Sviluppo Italia Carlo Borgomeo (tuttora docente, peraltro, ai Corsi Fellows), lo scomparso Gianmario Roveraro (soprannumerario Opus) in rappresentanza delle Residenze Rui, ma anche il giornalista Rai Giovanni Minoli, il presidente di Italia Lavoro Luigi Covatta e il general manager Telecom delle Risorse umane Mario Rosso. Andiamo avanti. Sempre nel 2002 ci va, fra gli altri, l’allora vertice Bankitalia Antonio Fazio; l’anno dopo il sottosegretario al Lavoro Pasquale Viespoli. Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo si fa vedere in visita ufficiale a fine 2005 per inaugurare il nuovo anno formativo e benedire, subito dopo la Santa Messa, le solenni celebrazioni del quarantesimo anniversario dalla nascita di Elis. Sempre nel 2005 si segnalano le presenze di personalità come Vito Gamberale, Francesco Chirichigno e Mario Landolfi, quest’ultimo nella sua veste di ministro per le Telecomunicazioni. A novembre 2004 si segnala, infine, una fugace apparizione di Giuliano Tavaroli, intervenuto alla presentazione delle “corsie preferenziali” Elis Fellows in qualità di vertice Telecom.

Telecom e piduisti

C’è ancora lunga ombra della P2 in tutta la vicenda che, dalle prime indagini sul sequestro illegale di Abu Omar, conduce fino agli spioni di casa Telecom. Quell’ombra ha due nomi e cognomi. Il primo è quello di Emanuele Cipriani, l’investigatore privato amico della famiglia Gelli (vedi articolo principale), l’uomo chiave di tutta l’inchiesta della Procura milanese. Ma il secondo è quello di Marco Mancini, l’agente del Sismi arrestato l’estate scorsa proprio per il sequestro di Omar ed oggi nuovamente nell’occhio del ciclone per le amicizie – e spiate – pericolose con l’ex manager della security Telecom Giuliano Tavaroli. Negli anni ’80 i brigadieri dei Carabinieri Mancini e Tavaroli lavorano insieme nel nucleo contro le brigate rosse agli ordini del colonnello Umberto Bonaventura. Trovato morto in circostante misteriose all’interno della sua abitazione romana nel 2002, alla vigilia della testimonianza decisiva sul caso Mitrokin, Bonaventura era stato lo stesso ufficiale sospettato di aver portato via dal covo di via Montenevoso, nel 1978, l’originale del memoriale di Aldo Moro.

A comandare quel reparto speciale dell’Arma anti BR era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, la cui appartenenza agli elenchi della P2 è stata confermata dallo stesso Licio Gelli in un’intervista rilasciata alla Voce nella primavera di quest’anno. «Il nostro era un rapporto magnifico, leale – ha dechiarato il Venerabile – lui era iscritto alla P2 così come suo fratello Romolo, altro generale dei Carabinieri. Ma l’uno non sapeva dell’altro. Era la nostra regola». Quanto all’epoca del loro sodalizio, Gelli è abbastanza preciso: «Ci conoscemmo a metà anni settanta, a Roma». Prima, dunque, del periodo in cui maturò il blitz nel covo di via Montenevoso.

Torniamo a Mancini, che nel 1984 ritrova Bonaventura al Sismi e fa carriera nella sua ombra. Quando Bonaventura esce di scena Mancini, divenuto nel frattempo referente in Italia della Cia, scala il vertice dei Servizi italiani, proprio mentre l’amico Tavaroli diventa il responsabile unico della sicurezza nei colossi targati Marco Tronchetti Provera: prima Pirelli e poi Telecom. Immortalato dalla stampa internazionale sulla scaletta del velivolo militare che ha riportato in Italia la giornalista del Manifesto Giuliana Sgrena, Mancini e la sua divisione del Sismi rappresentavano probabilmente l’ala interna antagonista rispetto a quella guidata da Nicola Calipari. Scrive il Manifesto: «Durante il sequestro Sgrena percepimmo nettamente un contrasto all’interno del servizio, precisamente tra la prima divisione e l’ottava, quella diretta da Calipari e impegnata nelle mediazioni. Fra noi per capirci parlavamo di “Sismi 1” e “Sismi 2”. Se una partita si è giocata tra “i due Sismi”, la sparatoria di Baghdad l’ha chiusa. E Mancini è andato a prendere Giuliana, ferita. Ma un navigatore di lungo corso di quegli ambienti, che peraltro vuol bene all’ex capo della prima divisione, ci aveva avvisati fin da subito: “C’è il Sismi di Calipari e il Sismi di Mancini. E questi ultimi – diceva l’amico 007 – sono capaci di inventarsi di sana pianta un’operazione…”». Costata la vita a Nicola Calipari.

State Buora se potete…

A chi riferiva Giuliano Tavaroli l’andamento di schedature a tappeto ed acquisizioni illegali dei tabulati ad opera di spioni superpagati da Telecom? A Marco Tronchetti Provera, come sembrano ipotizzare i magistrati milanesi, o all’amministratore delegato Carlo Buora, come sostiene il difensore di Tavaroli, Massimo Dinoia? Sessant’anni a maggio, un lungo passato nel management Fiat, dopo una fugace apparizione nei ranghi alti di Benetton, a inizio anni novanta Buora fa il suo ingresso in Pirelli, dove in breve diventa l’assoluto alter ego di Tronchetti Provera, che affida al collaudato manager lo strategico compito di rappresentarlo in Olimpia, Telecom, Tim, e di tenerne alte le sorti anche dentro colossi come Rizzoli Corriere della Sera, Mediobanca, Ras, Immobiliare Unim e, più recentemente, l’Inter. E’ quasi con l’intero bagaglio di queste partecipazioni che Buora va a sedere nell’aristocratico consiglio d’amministrazione dell’Istituto Oncologico Europeo targato Umberto Veronesi, che vede schierato fra i suoi azionisti il salotto buono dell’alta finanza italiana: alle stesse Pirelli, Telecom, Mediobanca, Rcs e Ras si aggiungono infatti Capitalia, Unipol, Generali, la Milano Assicurazioni della famiglia Ligresti (quest’ultima presente anche nell’azionariato Tim), Mediolanum e la tormentata Bpi di Giampiero Fiorani. Un bel pezzo, insomma, del capitalismo “rosso”, con una spruzzatina (non di più) d’azzurro berlusconiano. Di veramente suo, Carlo Buora, non conserva ora più nulla: solo poche settimane fa, il 28 luglio di quest’anno, si è spogliato infatti dell’unica quota societaria posseduta, con la donazione al figlio Jacopo, 25 anni, della sua partecipazione in E.M.T.O. srl, la finanziaria che aveva fondato insieme alla moglie Daniela Borgogni. Quest’ultima resta presente nella sigla milanese insieme a Jacopo e alla figlia ventinovenne Francesca Buora. Ventiquattromila euro di capitale sociale, sede nel capoluogo lombardo, la società è amministrata con ampi poteri da Cinzia Dattilo, classe 1953, anche lei milanese doc, e si occupa di «acquisto, vendita e permuta di beni immobili, gestione dei propri immobili e finanziamento degli enti cui partecipa o ai quali, comunque, è interessata». A fine anni ottanta E.M.T.O. aveva incorporato l’Immobiliare Gimla, altra srl lombarda amministrata dall’anziano Roberto Filippa da Montegrotto d’Asti.

Dei recenti trasferimenti di quote e nude proprietà E.M.T.O. fra i componenti della famiglia Buora si sono occupate le fiduciarie Istifid e Compagnia Nazionale Fiduciaria spa. De minimis non curat praetor. Ha ben altro da fare, il supermanager Buora, chiamato dai giudici per spiegare cosa sapeva sul sistema di spionaggio interno alla security Telecom. Quanto ai conti svizzeri sulla Banca del Gottardo, un secco chiarimento lo ha fatto lo stesso Tronchetti Provera che, in una conferenza stampa all’indomani del ciclone giudiziario, ha difeso Buora (nominato nel frattempo vicepresidente esecutivo di Telecom): «Avevo, come il dottor Buora, un conto in Svizzera, chiuso a fine 2000. Su quel conto non è mai avvenuto niente di irregolare».

Staremo a vedere.

Rita Pennarola
Fonte: http://www.lavocedellacampania.it
Link: http://www.lavocedellacampania.it/detteditoriale.asp?tipo=inchiesta1&id=53
Ottobre 2006

Pubblicato da Davide