Silvia Romano
L'arrivo di Silvia Romano nella sua casa di Milano.

Silvia Romano e l’Italia degli ipocriti

In un Paese normale (giacché i Paesi evoluti sono ancora un’altra cosa) l’11 maggio, giorno in cui Silvia Aisha Romano è rientrata in Italia dopo essere rimasta per un anno e mezzo nelle mani dei sequestratori somali, dovrebbe essere dichiarato giorno di vergogna nazionale. Era già difficile immaginare che il rientro della ragazza avrebbe provocato reazioni tanto mediocri. Ma era proprio impossibile immaginare che sia la politica sia l’opinione pubblica avrebbero a tal punto confuso gli aspetti individuali e quelli collettivi di una vicenda importante, che avrebbe potuto farci utilmente riflettere sul posto del nostro Paese nel mondo e sul modo eventuale di occuparlo.

Ma andiamo per ordine. Silvia Romano viene liberata e riportata in Italia. All’arrivo all’aeroporto di Ciampino annuncia di essersi convertita all’islam durante la lunga prigionia. E qui comincia la rissa. Una parte di questo Paese di mammoni, di gente pronta a mettersi in malattia con 37 di febbre, giudica la conversione come un cedimento ai terroristi, come una colpa. Il fatto privato di una scelta religiosa (avvenuta, peraltro, in circostanze che nessuno conosce) diventa lo spunto per una gogna pubblica, al punto che un deputato leghista arriverà a definire la ragazza “neo-terrorista” in Parlamento. Il tutto aggravato dalle voci su un riscatto milionario pagato ai rapitori per liberarla, denaro finito in pessime mani per un pessimo uso. E di nuovo: una schiera di madri e padri che fanno di tutto per coccolare i figli, lincia sui social una figlia altrui perché convertita e liberata grazie al pagamento di un riscatto. E se fosse toccato ai loro, di figli? Avrebbero voluto che lo Stato rifiutasse la trattativa con i rapitori? Avrebbero voluto che il loro figlio rapito tenesse duro, anche a rischio della vita?

Un’ipocrisia assurda che, ovviamente, oscura i veri temi del dibattito. Per esempio: a quale genere di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo stava partecipando Silvia? È giusto, è normale che dei ragazzi con poca o punta esperienza (Silvia aveva 23 anni e mezzo al momento del rapimento) vengano mandati (o si mandino da soli, come le ventenni bergamasche Greta e Vanessa, rapite in Siria nel 2014 e liberate sei mesi dopo) in Paesi comunque complicati, visto che le incursioni dei banditi somali in Kenya, anche nella zona prossima a Malindi, non erano certo una novità? Quanto e a che cosa serve tutto questo? A molto o a poco non importa, valeva la pena parlarne. E invece…

Altro tema, che riguarda il sistema Paese: trattare o non trattare con i terroristi? L’Italia tratta, si sa. Altri Paesi non trattano mai. Molti, nel caso di Silvia (ma certo non in quello dei propri figli) invocano la linea dura. Dimenticano però di aggiungere ciò che una simile scelta porterebbe con sé. I Paesi che non trattano poi danno la caccia ai terroristi e li ammazzano appena possono. Di più: in nome di quella scelta, sono disposti a correre anche il rischio di essere attaccati e colpiti dai terroristi stessi. L’Italia è un Paese così? Ha una mentalità così? Noi italiani saremmo pronti a dire: sì, ne abbiamo fatti fuori cinque, siamo stati noi? Oppure: ci hanno messo una bomba nel metrò ma non abbiamo trattato, bene così? Per favore, ma chi ci crede…

Terzo tema, allegramente trascurato: Silvia Aisha Romano doveva proprio tornare così, con quella specie di indegna parata all’aeroporto di Ciampino? Lei non ha colpa, è chiaro che il suo arrivo è stato sfruttato dal Governo, e in particolare dal premier Conte, per una botta di pubblicità. Di certo, però, i servizi segreti avevano informato chi di dovere della conversione della ragazza, del suo abito, del suo stato d’animo, delle sue possibili dichiarazioni. Insomma, qualcuno era pur consapevole che la parata in aeroporto poteva trasformarsi in uno spottone per gli Al-shaabab somali, movimento terroristico responsabile di migliaia di morti. Come ha già sottolineato Nicolo Gebbia in queste pagine,  leader più saggi e sicuri di sé avrebbero gestito l’evento in ben altra maniera, facendo uscire la ragazza per una porta sul retro, affidandola nel modo più discreto possibile alla famiglia e concordando con lei un anonimato e un silenzio che avrebbe fatto del bene a tutti. Lo show di Ciampino, seguito da quello di Milano, ha invece portato acqua al mulino dei terroristi, esposto Silvia Romano a un indegno linciaggio mediatico e ridotto un’operazione riuscita (la liberazione di un ostaggio) al triste spettacolo di un circo di provincia.

Disastri come questo, comunque, non avvengono per caso. Affondano le radici nell’ormai conclamata incapacità del nostro Paese di conciliare una posizione strategica importante ed esigente con la tentazione a lasciare ad altri, di volta in volta gli Usa, la Nato, la Ue, l’onere delle scelte decisive, anche se ci riguardano da vicino. Noi ci siamo sempre quando possiamo confonderci nel gruppo, e infatti non c’è coalizione che non ci veda presenti, dall’Afghanistan all’Iraq alla Siria. Gregari magari, ma preziosi e affidabili. Il discorso cambia quando dobbiamo decidere in proprio.

E non è necessario andare lontano, fino alla Somalia. Basta restare nel Mediterraneo e pensare alla Libia, un Paese che ha sempre avuto notevoli ricadute strategiche sull’Italia. Nel 2008 (Governo Berlusconi), con il Trattato di Bengasi, Italia e Libia siglano una partnership strategica dal punto divista politico ed economico. Nel 2009 Eni e Lybian National Corporation prolungano e allargano gli accordi su gas e petrolio, il fondo sovrano libico acquista il 7% di Unicredit e nel biennio 2009-2010 Italia e Libia scambiano investimenti e progetti per 40 miliardi di euro. Nel 2011, quando scoppia la guerra civile in Libia, il Governo italiano prima si oppone ai progetti di condanna e intervento contro Gheddafi, poi si allinea e mette a disposizione delle forze che operano sotto mandato Onu le sue basi e i suoi aerei.

La cosa si ripete più avanti, con una diversa situazione in Libia e un diverso Governo in Italia. Il Governo di Tripoli guidato da Al-Sarraj è l’unico riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma l’accordo stretto dal Governo Gentiloni (con Minniti al ministero degli Interni) per sostenerlo viene crivellato di critiche. Lo spunto principale è la drammatica questione dei migranti, sfruttati come merce dai trafficanti e quindi condannati a rischiare la vita nel Mediterraneo o nei campi-lager in Libia. Ma nessuno riesce a spiegare come si possa efficacemente aiutarli senza sostenere il Governo libico legittimo e, soprattutto, senza dargli gli strumenti utili a difendersi dall’aggressione del generale Haftar, sostenuto dall’Egitto, dalla Russia ma anche dalla europeissima Francia. L’Onu non si muove, l’Italia men che meno, i migranti continuano a rischiare la vita, in mare o a terra. E Al-Sarraj si è rivolto alla Turchia per quell’aiuto che noi, lontani giusto un braccio di mare, non gli abbiamo voluto dare.

La vicenda di Silvia Aisha Romano si inserisce in questo quadro. E purtroppo lo conferma.

Fulvio Scaglione

Pubblicato da Fulvio Scaglione

Sono nato nel 1957 e ho iniziato con il giornalismo professionale nel 1981. Dal 2000 al 2016 sono stato vice-direttore di Famiglia Cristiana. Corrispondente da Mosca dopo la perestrojka, viaggiatore in Medio Oriente. Ho scritto anche questi libri: "Bye Bye Baghdad", "La Russia è tornata", "I cristiani e il Medio Oriente", "Il patto con il diavolo", "Siria - I cristiani nella guerra", "C'era una volta la Siria".
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