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SIAMO AL BIG ONE*?

DI MIKE WHITNEY

Information Clearing House

Lunedì i mercati asiatici sono stati dominati dal timore di una recessione statunitense, e il corso delle azioni è precipitato. Gli indici hanno incalzato gli operatori in quella che è diventata la peggiore giornata borsistica dal 2001. Il Bombay Sensitive Index indiano ha perso 1.408 punti (fermandosi a 17.605), lo Shanghai Composite cinese ha ceduto 266 punti, cioè il 5,5% (calando a 23.818), e il Nikkei giapponese è sceso di 535 punti (attestandosi a 13.325 punti). Il salasso si è ripetuto in tutto il continente ed è arrivato in Europa, dove i titoli sono precipitati di oltre il 4% a metà giornata, “avviandosi verso quello che poteva diventare il peggior crollo in un solo giorno da oltre quattro anni e mezzo”.

Le vendite massicce indicano chiaramente che gli investitori non credono i tagli del FED ai tassi e il “pacchetto d’incentivi” da 150 miliardi di dollari del presidente Bush sufficienti a rianimare la moribonda economia o a dare respiro a un consumatore americano sovraindebitato. Dopo il netto ribasso di lunedì, le possibilità di evitare una profonda e prolungata recessione sono ridottissime o nulle.

Nouriel Roubini, docente di scienze economiche, aveva delineato uno scenario simile circa un mese fa:

“Gli Stati Uniti sono definitivamente entrati in una grave e dolorosa recessione. Non ci si domanda più se l’economia subirà una caduta morbida o violenta; ci si domanda piuttosto quanto sarà violenta la caduta dovuta alla recessione. I fattori che rendono quest’ultima inevitabile sono: la peggiore (e diventerà ancora più grave) recessione mobiliare mai registrata nel paese, la disastrosa situazione di liquidità e credito dei mercati finanziari (che si sta dimostrando molto più seria di quanto non lo fosse all’inizio dell’estate), gli elevati prezzi del petrolio e della benzina, la contrazione delle spese in conto capitale del settore aziendale, la crisi del mercato del lavoro (dove vengono creati meno posti e il tasso di disoccupazione sta rapidamente crescendo), la situazione dei consumatori americani (con pochi risparmi, oberati di debiti e senza potere d’acquisto) che, a causa del crollo dei prezzi nel settore immobiliare, non sono più in grado di usare le proprie case come fonte di moneta per spendere più di quanto guadagnano. Negli USA il consumo privato supera il 70% del PIL; il fatto che i consumatori stiano adesso limitando e tagliando le spese mostra chiaramente che la recessione è in arrivo.

Oltre alla recessione, negli USA si delineano adesso seri rischi di una crisi finanziaria dell’intero sistema. Le perdite finanziarie si stanno allargando dai subprime ai prime e ai mutui prime, al credito al consumo (carte di credito, finanziamenti auto, prestiti agli studenti), ai finanziamenti per immobili commerciali, ai mutui con capitale di prestito, alle acquisizioni con capitale di prestito riportate/ristrutturate/cancellate, e, ben presto, ai livelli d’inadempienza sulle obbligazioni societarie, con un ulteriore giro di enormi perdite nei crediti per swap inadempienti. Il totale di tutte questi passivi finanziari potrebbe superare il trilione di dollari, innescando così massicce perdite nel credito e una crisi sistematica del settore finanziario” ( Nouriel Roubini Global EconoMonitor).

I periodi di stagnazione che si sono susseguiti negli ultimi decenni hanno lasciato i lavoratori americani a mal partito e incapaci di continuare a contribuire per il 25% al consumo globale. Il ridursi del credito e l’impossibilità di un risparmio personale hanno aggravato il problema. I consumatori americani sono fuori gioco. Ciò significa che la domanda aggregata cadrà drammaticamente, provocando maggiore disoccupazione, minore espansione del capitale e una più marcata riduzione dell’attività commerciale. Si tratta dei primi segni di una spirale deflazionistica che spazzerà via trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato nel settore immobiliare, azionario e obbligazionario. Anche il prezzo dell’oro e del petrolio scenderà sensibilmente (come abbiamo constatato nei risultati di lunedì).

La crisi attuale non è imputabile alle normali forze di mercato, ma alla politica di fissazione dei prezzi praticata dalla Federal Reserve e all’ingegneria finanziaria delle principali banche d’investimento. Se le attività della Banca centrale fossero state sufficientemente regolamentate, evitando così di tenere per oltre 31 mesi (sotto Greenspan) il tasso d’interesse al di sotto del tasso d’inflazione, il mercato immobiliare non sarebbe stato sommerso da trilioni di dollari in crediti a basso interesse, che hanno dato il via a un’ondata di acquisti immobiliari speculativi e alla più grande bolla speculativa della storia statunitense. Nonostante le sue inconsistenti giustificazioni, nessuno più dubita del ruolo giocato da Greenspan nel distruggere l’economia americana. Nella sua edizione di sabato, persino l’editorialista di estrema destra del Wall Street Journal ammette la responsabilità di Greenspan. Ecco cosa dice:

“Durante il solito caos quotidiano del mercato, e per evitare un crollo, può essere utile fare un passo indietro e riflettere su come siamo arrivati a questo punto. Col senno di poi, tutti possono vedere che l’economia americana è cresciuta su un’enorme bolla creditizia che adesso è scoppiata. Il nostro personale punto di vista, che avevamo già espresso sin dal 2003, è che la bolla è imputabile soprattutto alla Riserva federale, che ha mantenuto i tassi d’interesse reali troppo bassi e troppo a lungo. In questo modo ha creato un sussidio al credito e una perturbazione dei prezzi sul mercato a termine”.

I bassi tassi d’interesse di Greenspan hanno stimolato rischiose speculazioni sfociate in bolle speculative su titoli da incubo. La politica del “denaro economico” della FED ha generato una domanda artificiale di abitazioni che ha fatto salire i prezzi a livelli insostenibili. Adesso possiamo aspettarci un crollo del mercato immobiliare come non si è mai visto in questo paese dopo gli anni ’30. È l’inevitabile sbocco dell’ingannevole prosperità dei “bassi interessi” voluta da Greenspan.

Greenspan non è l’unico responsabile del disastro attuale. I mercati finanziari sono stati ridisegnati in modo tale da favorire tutti i tipi di corruzione. Il nuovo modello, la “finanza strutturata”, permette di mascherare con rating fraudolenti attività prive di valore e di venderle a investitori inconsapevoli. Un tempo affermazioni di questo tipo sarebbero state accantonate come deliri di un maniaco delle cospirazioni, ma adesso possiamo trovare accuse simili persino sul Wall Street Journal e alla CNBC.

Il Wall Street Journal spiega come il deficit di 800 miliardi di dollari delle partite correnti abbia creato un circolo che ha riportato il denaro di nuovo negli USA:

“Il flusso di capitale e il sussidio al credito, a loro volta, sono diventati un incentivo per i funzionari più furbi delle società di credito ipotecario e delle banche d’investimento che, in un certo senso, hanno creato un nuovo sistema finanziario (crediti subprime, SIV, CDO, eccetera) estremamente efficiente e hanno trasferito soldi in nuovi settori. Ma grazie ai bassi tassi d’interesse e alla carica di entusiasmo, la follia del credito si è sparsa dappertutto”.

“Carica di entusiasmo”? È forse un eufemismo per “insaziabile ingordigia”?

Il Wall Street Journal ammette che era stato creato un nuovo mercato del “debito strutturato” per infiocchettare dubbi crediti subprime (di richiedenti “non documentabili” “non collateralizzati” o “con credito negativo”) e rivenderli, come se si trattasse di preziosi gioielli, a fondi d’investimento speculativo, società di assicurazione, o banche estere. Il WSJ dichiara che questo era il modo in cui “i funzionari più furbi” “sfruttavano” le opportunità offerte dai munifici “flussi di capitale”.

Ma si trattava di “furbi” o di “criminali”?

Per fortuna, la risposta è arrivata questa settimana in un succedersi d’interventi di Jim Cramer, guru degli insider di mercato e dei titoli, sulle onde della televisione. Nell’ultima apparizione ha spiegato in dettaglio il suo coinvolgimento nella creazione e vendita dei “prodotti strutturati”, che non erano mai stati testati a fondo in un mercato in crisi. Nessuno sapeva fino a che punto sarebbero andati male. Cramer ha ammesso che la spinta a rifilare questa spazzatura agl’investitori creduloni era semplicemente l’ingordigia. Ecco cosa ha detto:

“E’ TUTTA UNA QUESTIONE DI COMMISSIONI”

“Le commissioni sui prodotti strutturati sono talmente grandi che vale la pena di occuparsene” (nota: “occuparsene” significa rifilarle al compratore). È tutto una questione di commissioni: quelle sui prodotti strutturati sono GIGANTESCHE. Avrei potuto far fortuna “RIFILANDO QUESTA CARTA STRACCIA” ma avevo una certa coscienza, che cosa sensazionale! Avevamo l’abitudine di fissare regole per la gente, ma all’epoca di Reagan decisero che era un male. Così non abbiamo più imposto regole a nessuno. E le commissioni sui prodotti strutturati sono così gigantesche (pausa). Prima di tutto il compratore non ha la minima idea di che cosa si tratti, dato che è un prodotto inventato. In secondo luogo l’idea è che il compratore è veramente stupido; come dicevamo a proposito delle banche tedesche “I banchieri tedeschi sono proprio dei ragazzoni. Rifilategli qualsiasi cosa”. E gli australiani ‘STUPIDI’, e i Florida Fund (ha ha ) “Sono così stupidi che possiamo rifilargli un B3 (livello spazzatura). Poi dobbiamo solo ridere e ridere dei compratori e affibbiare loro le commissioni… Ed è quello che è accaduto… Ricordatevi che è tutta una questione di commissioni, di quanti soldi potete fare raggirando stupidi compratori. Ho visto la stessa cosa in tutta la mia vita; voi stupidi compratori”. Leggete tutta la confessione suwww.cnbc.com http://

Trilioni di dollari in investimenti strutturati (CDO, MBS e ASCP) hanno adesso bloccato il sistema economico globale e stanno facendo precipitare a capofitto il mondo in una recessione/depressione. La confessione di Cramer è una candida ammissione dell’intento criminale di frodare il pubblico vendendogli prodotti che gente all’interno del sistema finanziario SAPEVA essere falsamente sopravvalutati grazie ai loro rating. Li hanno venduti semplicemente per rimpinguare il proprio conto in banca e perché non esiste più un’agenzia all’interno del governo statunitense che stronchi le attività illecite.

BOICOTTARE I PRODOTTI FINANZIARI STATUNITENSI ?

Mentre il mercato azionario continua la sua inesorabile caduta, le banche centrali estere e gl’investitori debbono riconsiderare la situazione attuale e perseguire in modo aggressivo alternative legali. Bisognerebbe iniziare un boicottaggio di tutti i prodotti finanziari statunitensi fino a quando non sarà stato negoziato un equo accordo per le centinaia di miliardi di perdite dovute alla truffa della “finanza strutturata”. È il miglior modo di proteggere gl’interessi del proprio paese e dei propri clienti.

La deregolamentazione ha distrutto la credibilità dei mercati USA. Non c’è errore possibile: siamo nel selvaggio Far West. I titoli vengono presentati in modo ingannevole, i rating non hanno nessun valore, ed esiste una chiara intenzione di truffare. Ciò significa che la guida del sistema economico mondiale non è più in buone mani. C’è bisogno di un cambiamento radicale. Mentre lo “scenario da incubo” della recessione globale continua a svilupparsi, abbiamo bisogno che appaiano nuovi leader in Europa e in Asia e colmino il vuoto.

Mike Whitney
Fonte: www.informationclearinghouse.info
Link: http://www.informationclearinghouse.info/article19126.htm
21.01.08

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura CARLO PAPPALARDO

* Riferimento a un documentario del 1998 di Michael Moore, inedito in Italia, secondo cui il sistema industriale degli Stati Uniti sta impazzendo.

Pubblicato da Davide

  • dav

    Ma quando mai la finanza è stata in BUONE MANI??????
    Questo che fà sfotte?
    ps
    Chiedo scusa per il doppio errore

  • radisol

    Questa crisi è molto peggiore di tutte le precedenti, persino di quella del “29 in quanto a differenza di queste è in crisi un modello di vita e cioè quello basato sul consumo e sulla finanziarizzazione dell’economia.Purtroppo molti non hanno voluto vedere nelle crisi degli anni 80 e 90 i segni evidenti che era proprio il “modello” di economia a cedere e non, come si disse tropppo ottimisticamente, una momentanea scarsa allocazione delle risorse (che non vuol dire niente).La mossa di tagliare di 3/4 di punto il tasso di sconto è una mossa disperata e molto probabilmente inefficace sia perchè svaluterà la moneta con effetti benefici sul debito pubblico ed il deficit commerciale ma negativi sul debito privato che è molto più grande e sull’inflazione sia perchè la crisi si è originata proprio dal facile accesso al credito per cui sarebbe strano che la malattia guarisca la malattia in una sorta di omeopatia economica. Per farla breve ci aspettano un anno di forte discesa dei corsi azionari (soprattutto titoli bancari un pò meno alimentari ed energetigi), una recessione che durerà vari anni seguita da una crecita lenta per molti anni(forse 5), una crisi che toccherà soprattutto i paesi esportatori (Cina , Giappone ma anche Italia e Germania in minor misura). Il fallimento di molte banche, in particolare americane, porterà ad una forte concentrazione delle stesse con effetti a lungo termine negativi ed in particolare molte banche vedranno l’ingresso di azionariato arabo e cinese con quote significative che porterà, di fatto,questi paesi a controllare una parte importante dell’economia americana e quindi mondiale.L’ euro si apprezzerà nei confronti del dollaro ed arriverà ad un cambio di due dollari per un euro con conseguenze sia positive che negative per l’Europa ed il futuro allargamento dell’Unione che sarà più difficile . Siamo al Big One , preparatevi ad anni molto molto difficili ….

  • radisol

    Dopo aver reso un sentito omaggio a quello che ritengo senza alcun dubbio il più grande economista da quando tale branca del sapere umano è, a torto o a ragione, considerata una sorta di scienza, e cioè a John Maynard Keynes, ricordando, non a caso, più le sue delusioni e le sue amarezze che i tributi, soprattutto postumi, da lui ricevuti, non posso fare a meno di citare due persone che, nell’estrema diversità di formazione, di carattere e di agire concreto, costituiscono per un sicuro punto di riferimento nella comprensione dell’economia e, più in particolare, che considero una stella polare indispensabile per orientarmi negli oscuri meandri di questa tempesta perfetta che oscura ormai quella occorsa un secolo più un anno fa, e questi sono George Soros e Warren Buffett.

    Forse, una sola cosa li accomuna, quella di essere due veri self made man che hanno incarnato non solo l’American Dream, ma anche dimostrato che, usando le testa ed avendo dei nervi realmente d’acciaio, ma soprattutto, non conoscendo quel sentimento esiziale e tanto diffuso rappresentato dalla paura, hanno, il primo, sfidato a viso aperto governi di paesi non del tutto secondari sulla scena europea, costringendoli ad arrendersi alle sue scommesse basate sul presupposto che il valore vero delle loro valute era artificialmente gonfiato e, il secondo, costruito un vero impero economico, investendo però solo in aziende che contribuiva a governare e che svolgevano attività che era in grado di comprendere, rifuggendo dichiaratamente da quelle dot.com e altre società della New Economy allegramente alloggiate in quel Nasdaq Composite che giunse a superare la soglia dei 5000 punti ed oggi, dopo un impetuoso recupero, è poco al di sopra dei 2300 punti.

    Capisco benissimo che, solo a sentire questi due nomi, venga ancor oggi l’orticaria ai responsabili pro tempore dell’evaporazione di decine di migliaia di miliardi di lire di riserve ufficiali allora in possesso della Banca d’Italia, ricordo soltanto di passaggio che né il Governatore della nostra banca centrale, né, tanto meno, il Presidente del Consiglio allora in carica, pagarono in alcun modo per gli errori palesi commessi in quella vicenda, errori commessi per colpa ma non certamente per dolo, ma che non avrebbero consentito la loro permanenza nelle rispettive cariche per un solo minuto di più, all’indomani della resa ignominiosa da loro dichiarata al termine di una guerra che non andava assolutamente combattuta, ovviamente, lo stesso vale per i loro omologhi britannici.

    Così come viene l’orticaria a tanti protagonisti dell’economia e della finanza statunitensi, quando sentono, anche da lontano, il ruggito di quello che viene universalmente definito il leone di Omaha, che dal ritrovo annuale di quanti gli hanno dato fiducia e che lui ha reso insperabilmente ricchi, lancia i suoi anatemi e le sue previsioni, proprio quegli anatemi e quelle previsioni che hanno reso il suo fondo Berkshire un qualcosa che assomiglia alla settimana enigmistica, una pubblicazione ampiamente imitata ma che si vanta di non essere mai stata raggiunta.

    Scusandomi anche stavolta per la lunga digressione e ringraziando l’affezionato lettore che mi ha inviato il testo del Soros pensiero ospitato da un autorevole quotidiano finanziario britannico, credo proprio che le dichiarazioni rilasciata al World Economic Forum di Davos, dall’allievo prediletto di Carl Popper, un filosofo che era, a sua volta, un economista mancato, siano da ascoltare con grande attenzione, in quanto, in tanta confusione aggravata dal giornalismo economico embedded, rivelano quanto il re dollaro sia nudo e quali siano le vere cause non solo di questo inarrestabile destino, ma come queste stesse siano le cause dell’attuale crisi finanziaria, che, ormai lo ripeto da cinque mesi quasi fosse il mio mantra preferito, non ha sbocchi prestabiliti, né può trovare sollievo dall’agire alquanto scomposto delle banche centrali e dei governi dei paesi maggiormente industrializzati, per il semplice motivo che non vi è nessuno che abbia la voglia e, soprattutto, i mezzi per farsi carico delle decine di migliaia di miliardi di dollari di titoli della finanza strutturata che ormai nessuno vuole più e quasi a nessun prezzo.

    Sorvolo sul giudizio, che peraltro condivido perfettamente, sullo stato confusionale in cui versano Ben Bernanke e compagni, su quel loro inseguire un mercato chiaramente impazzito e non indirizzarlo e governarlo, qualcosa che poi non è che l’altra faccia del fondamentalismo monetario di quei templari che ancora rappresentano la maggioranza di quel board della Banca Centrale Europea, non esprimo, per spirito caritatevole, giudizio sui comportamenti della ineffabile Bank of England o di quella banca centrale del Giappone che si ispira, come modello, a quei soldati nipponici che continuarono a combattere decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale, anche perché ritengo che i miei pochi lettori sono ormai sufficientemente attrezzati su questi argomenti.

    Ritengo, invece, più importante seguire le mosse del leone di Omaha nel non secondario e disastrato settore delle compagnie di assicurazioni monoline, specializzate nel fornire garanzie, che divengono ogni giorno che passa più costose, alle emissione delle obbligazioni di ogni tipo e natura e che ora rischiano di rimanere, insieme alle grandi banche di tutto il mondo, con il cosiddetto cerino in mano, perché è proprio in questo settore, e non in quello bancario, che Buffett è entrato a piedi pari, proponendosi come il punto di riferimento per la parte sana delle amministrazioni locali statunitensi, comuni, contee e stati federali, che, ove ben selezionati, possono garantire alla sua neonata compagnia monoline di guadagnare soldi a palate con un gradi di rischio forse inferiore a quello rappresentato dall’acquistare ormai a caro prezzo i titoli del Tesoro degli Stati Uniti d’America.

    Gli appassionati delle statistiche ci informano che la volatilità registrata mercoledì a wall Street è solo di un soffio inferiore a quella che precedette lo scoppio della bolla tecnologica, una tragedia per decine di milioni di investitori iniziata nel 2000 e che fu interrotta solo dall’impatto emotivi dei tragici fatti dell’11 settembre 2001, ma Soros crede, ed io con lui, che quella drammatica contrazione sia una specie di passeggiata rispetto a quello che accaduto ed ancor di più a quello che accadrà nelle settimane e nei mesi a venire, anche perché stavolta si tratta della crisi di un modello che si è incancrenito in un lasso di tempo cifrabile in oltre sessanta anni, un modello che vide la luce nei boschi del New Hampshire nel 1944 e fu ideato da persone competenti, almeno sulla carta, incuranti delle analisi e delle argomentazioni di Keynes.

    Sorvolo sui rumors che circolano nelle sale operative delle banche più o meno globali, anche perché sono convinto che il gioca più in voga dal 9 agosto del 2007, che consiste nel sapere chi andrà per primo in default, rivesta un qualche interesse solo per i rispettivi azionisti, mentre apprendo dai giornali che, dopo lunghi mesi di indagini, è stato arrestato l’ex amministratore delegato di Banca Italease, Massimo Faenza e che lo stessa sorte è toccata ad un manipolo di suoi presunti complici.

    Ricordo che il diario della crisi è su http://www.diariodellacrisi.blogspot.com

    Marco Sarli

    Responsabile Ufficio Studi UILCA