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RECESSIONE, DEPRESSIONE, CROLLO: CHE C’ENTRA LA PAURA?

di CAROLYN BAKER

E’ interessante, vero, che gli economisti mainstream abbiano bisogno di un cosiddetto guru economico come Alan Greenspan per confermare che l’economia statunitense sia in recessione. Se lo dice il maestro, allora è vero. Se non lo dice, allora la “recessione” offre spunti di ottimismo. E ora c’è il Segretario al tesoro, Hank Paulson,
a dire
ciò che il pubblico americano sa fin troppo bene da un anno: “L’economia è in brusco ribasso“. Caspita, Signor Paulson, Lei si aggiudica il premio per l’eufemismo dell’anno, perché un’altra cosa che gli Americani hanno scoperto è che
la classe media si è quasi estinta
dopo appena qualche decennio di esistenza: grazie e Lei e ai Suoi amici della Goldman Sachs.

Nessuno di coloro che se ne vanno da una casa pignorata, o dichiarano bancarotta, o, privi di assicurazione, si trovano a fissare negli occhi decine o centinaia di migliaia di dollari in spese mediche, ha bisogno di un maestro o di un qualsiasi altro membro dell’elite al governo che gli dica che non solo siamo in recessione, ma che siamo sulla corsia di accelerazione verso una depressione che farà sembrare il 1929 un’esistenza lussuosa. È chiamato il crollo della civiltà occidentale, ed è in corso già da un po’.

Oh, non vi piace il modo in cui uso la parola “crollo”? Allora vi prego di continuare ad ascoltare.
Una delle storie di maggiore ispirazione nonché strappa-cuori che ho visto in quest’ultima settimana, mentre Truth To Power era nel mezzo della raccolta fondi di primavera e non stava dando molte notizie, è stata il servizio della CBS sugli sforzi della sezione del Tennessee di Remote Area Medical per portare assistenza medica e dentistica a chi non è coperto o è insufficientemente coperto dall’assicurazione medica non solo in tutto il mondo, ma, ora più che mai, negli U.S.A. Mentre guardavo questo servizio imperdibile, ho provato sollievo in cuor mio, persino mentre piangevo. In ogni cellula del mio corpo ho trovato conferma del fatto che il sistema sanitario americano è già crollato e che tutte le altre istituzioni di questa nazione stanno rapidamente soccombendo all’effetto domino dell’inequivocabile dissolvimento dell’impero. Guardate voi stessi il servizio della CBS e sono certa concorderete.

Guardando a queste realtà con onestà, è impossibile non esserne spaventati, e qualcuno potrebbe accusarmi di nuovo di fare allarmismo. Tuttavia, io sostengo che la paura non è necessariamente un’emozione negativa o un improduttivo spreco di energie. Non parlo della paura per se stessa, ma piuttosto di paura come paura-sprone, una forza che ci costringa ad agire.

Il libro The Gift Of Fear [‘Il dono della paura’]di Gavin De Becker (1997) fu scritto per aiutare i lettori ad individuare i comportamenti violenti sul luogo di lavoro, per strada o a casa, al fine di proteggere se stessi. Nel contemplare il crollo non abbiamo a che fare da vicino e personalmente con la violenza, per lo meno non a questo stadio del crollo; piuttosto, tentiamo di leggere i segnali che esso ci sta inviando in modo da poterci preparare saggiamente al suo attraversamento. I suggerimenti dell’autore comprendono:

· Riconoscere i segnali di sopravvivenza che ci avvertono del pericolo imminente;
· Fare affidamento sul proprio intuito;
· Distinguere il pericolo reale da quello immaginario;
· Superare la negazione in modo da potersi sintonizzare sul proprio intuito.

Mentre assistiamo al crollo e sperimentiamo il suo impatto sulle nostre vite, il concetto fondamentale del libro di De Becker potrebbe venirci utile. Egli sostiene che la paura è un dono dell’evoluzione, inserito nel nostro DNA al fine di aiutare la nostra sopravvivenza. Certo non è utile lasciarsene sopraffare o crogiolarvisi, ma non lo è neppure tentare di sigillarla ermeticamente al di fuori di noi. Infatti, come sostiene De Becker, la paura ci aiuta ad uscire dalla negazione in modo da poterci davvero sintonizzare con il nostro intuito che ci aiuta a diventare attivi ed agire per noi stessi. Ciò di cui abbiamo bisogno non è l’essere esenti dalla paura ma un modo per integrarla nella nostra realtà attuale in modo equilibrato rispetto alle altre emozioni.

Ciò che vorrei che il lettore capisse è che il crollo si sta già verificando. Il vostro risentimento nei confronti della parola non cambia il fatto che esso stia avvenendo. Come Greenspan e Paulson, tutti disponiamo dell’opzione di mascherare le realtà della catastrofe e continuare ad attendere qualcuno o qualcosa che ci dia le “prove” del fatto che il mondo come lo conosciamo è finito.

Fa paura parlare del crollo? Potete scommetterci. Significa che dovremmo evitare la parola o “riformulare” il concetto in modo più “accettabile”? Solo se insistiamo nel vivere nella negazione. Se proviamo paura per il crollo, significa che stiamo “vivendo nella paura”? Solo se non sentiamo null’altro eccetto la paura e le permettiamo di paralizzarci.

OK, allora il crollo sta avvenendo, è reale ed è inevitabile che peggiori. Allora che facciamo adesso? Come possiamo usare la paura per agire? Tenendo presente che parlare di tutto questo fa paura, sentiamo la paura e continuiamo a parlare.

Il primo passo, secondo me, è dare una lunga e spietata occhiata a quali azioni, di fronte al crollo della civiltà occidentale, sono realistiche e veramente utili. Credo che dobbiamo trattare questo punto su due livelli. Primo, cosa fa un’effettiva differenza nel mondo in generale? Usare buste di stoffa, cambiare le lampadine e fare la spesa localmente fanno davvero la differenza nel macrocosmo? Francamente, probabilmente no, sebbene queste azioni potrebbero facilitare il proprio adattamento ad un modo di vita drasticamente nuovo e rendere la transizione meno traumatica. Ma allora devo chiedermi quali siano le mie intenzioni. Sto tentando di prevenire un crollo che è già in corso? Sto cercando di renderlo meno grave che se non facessi nulla? Penso di avere un qualche potere di controllo sul missile del crollo che è stato lanciato e che probabilmente vive di vita propria? Se non ho tale controllo – se un controllo dell’esito macrocosmico non è neppure possibile – che effetto mi fa? Ancora più spaventoso? OK, allora ritiriamoci dal macrocosmo per un attimo e prendiamola più sul personale.

Rivolgiamoci al secondo livello: il mio ambiente personale ed immediato. Chi e cosa c’è nel mio mondo personale? Chi amo e di chi mi fido e con chi voglio condividere la mia vita? Che paure si manifestano se ci penso? La paura che non posso parlare a queste persone del crollo? La paura che io perderò loro e che loro perderanno me? La paura della separazione dai propri cari? La paura di cambiamenti importanti come il trasferimento, il ridimensionamento, la bancarotta, la perdita dell’assicurazione, l’abbandono o la perdita del lavoro?

Ops, penso che abbiamo centrato la più grande: la paura della morte – be’, forse non in senso letterale, magari non la “più grande”, ma la paura delle “piccole morti” derivanti dalla perdita, e che potrebbero dare l’impressione della “grande morte” dovuta alla nostra stessa estinzione. OK, è tempo di fare qualche respiro profondo.

Mentre tocchiamo il fondo della paura, dobbiamo chiederci se il nostro obiettivo finale nell’affrontare, parlare di, e prepararci al collasso, è la sopravvivenza pura o se è più ampio. Vedete, questa è la parte che molti tra coloro che ora discutono di “preparazione al collasso” omettono. È di gran lunga più facile parlare delle scorte di cibo e acqua, o di dove si investiranno i propri soldi o di come si ha intenzione di acquistare metalli preziosi, o di che competenze è necessario acquisire per la sopravvivenza. È molto più rischioso e fa molta più paura parlare della preparazione emotiva e spirituale al crollo. Tutti gli altri preparativi si riducono più o meno a decisioni razionali da prendere sulla base di informazioni adeguate. Ma quando cominciamo a preparare al crollo la nostra anima, ci troviamo in una dimensione completamente differente, che è, secondo me, la più spaventosa e la meglio provvista di potenziale. Potenziale per cosa?

Nel momento in cui iniziamo a discutere il crollo e la nozione della preparazione o della sopravvivenza ad esso, entriamo nel territorio del senso e dello scopo della vita. Come naufraghi su un isola deserta o gente intrappolata in un aeroplano abbattuto in mezzo al nulla, siamo messi di fronte a quelle penose domande – “chi sono io?” e “perché sono qui?” – cui la civiltà ci ha aiutato a sfuggire con tanta maestria. È perché gli esseri umani si sono sottratti e hanno evitato queste domande che abbiamo creato ‘pozzi neri’ come il governo e la corruzione economica, l’esaurimento di praticamente tutte le risorse della terra, l’estinzione di 200 specie al giorno, le aree morte dell’oceano grandi come certi stati, l’orrore dei cibi geneticamente modificati, e la distruzione dei sistemi immunitari nostro e della terra.

In una recente teleconferenza organizzata da
Life After The Oil Crash
, Dmitry Orlov, autore del libro di prossima uscita Re-Inventing Collapse [‘La reinvenzione del crollo’] e di una serie di
articoli
che evidenziano le somiglianze tra il crollo dell’Unione Sovietica e il crollo degli Stati Uniti, ha affermato che la nostra preparazione psicologica al crollo è più importante del capire dove mettere i nostri soldi o decidere dove potremmo trasferirci. Se non lavoriamo su tale aspetto della preparazione, probabilmente scopriremo che altre forme di preparazione non ci avranno rafforzato come avremmo sperato.

Se continuiamo ad evitare di affrontare la realtà del crollo potremo sfuggire un po’ più a lungo a quelle domande che ci turbano – “Chi sono io e perché sono qui?” – e di conseguenza perpetueremo la causa sottostante degli incubi che abbiamo creato per noi stessi e per le generazioni che seguiranno. D’altra parte, se siamo disposti a parlare del crollo, a vivere e lavorare tenendolo accanto a tutti gli altri aspetti delle nostre vite che ci danno gioia e significato, ci apriamo ad un’eccezionale opportunità che forse non avremmo mai scoperto senza la fine del mondo come lo conosciamo.

C’è poco che possiamo fare riguardo al crollo, ma c’è molto che possiamo fare con esso. Il che non significa necessariamente che potremo creare un pianeta pulito, compassionevole, giusto e umanitario durante le nostre vite. Credo che presumere di poterlo fare senza che la civiltà occidentale muoia sia un’illusione. Purtroppo l’impero ha avviato la comunità terrestre alla dissoluzione, e il crollo sarà la causa della “grande soluzione” ma certo non nei modi che noi preferiremmo.

Tenendo a mente la scorrettezza politica del poeta sulle questioni di genere e l’eventuale sensibilità del lettore alla parola Dio, offro le parole di Rilke:

Subito l’energia alata del diletto
Ti ha trasportato oltre gli oscuri abissi dell’infanzia,
Ora al di là della tua stessa vita costruisci il grande
Arco di ponti non immaginati.
Accadono meraviglie se si riescono
Ad attraversare i pericoli più aspri;
Ma solo in un successo luminoso e puramente concesso
Possiamo accorgerci della meraviglia.
Lavorare con le Cose nell’indescrivibile
Rapporto per noi non è troppo difficile;
Lo schema diventa più intricato e sottile.
E non è sufficiente lasciarsi trascinare.
Prendi i poteri che eserciti e stirali
Fino a che congiungano i bordi del baratro tra le due
Contraddizioni…Perché il dio
Vuole riconoscersi in te.

Il mondo che volevamo non è alla nostra portata; il mondo che ci atterrisce profondamente è su di noi. Nel frattempo, il mondo che abbiamo conosciuto, che per quanto brutto ci è comunque familiare, sta svanendo sotto i nostri occhi. Qui c’è un’opportunità di percepire a livelli più profondi chi siamo noi veramente e di cosa siamo veramente fatti. Il crollo ci sta costringendo ad affrontare queste questioni, che lo vogliamo – o che ci sentiamo pronti – o meno. Sebbene io non accolga di buon grado la sofferenza che comporta, do il benvenuto alla trasformazione della coscienza umana e quindi al salto quantico che potrebbe offrirci in termini di evoluzione. Per una più profonda comprensione di questa metamorfosi, raccomando caldamente un articolo inviato all’inizio di questa settimana agli iscritti a Truth To Power, scritto da Sarah Edwards e Linda Buzell e intitolato,
“The Waking Up Syndrome”
[‘La sindrome del risveglio’]. Esso conferma che, piuttosto che il nemico, la paura potrebbe essere un potente alleato. Se saremo capaci di affrontare la paura e agire, potremmo essere in grado di “costruire il grande arco di ponti non immaginati“.

Carolyn Baker
Fonte: http://carolynbaker.net
Link: http://carolynbaker.net/site/content/view/433/
11.04.08

Traduzione a cura di PAPIROFLEXIA per comedonchisciotte.org

Pubblicato da Truman