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RAZZA CHE RAMAZZA

DI EUGENIO BENETAZZO
eugeniobenetazzo.com

Adesso mi è tutto più chiaro. Al momento in cui sto scrivendo mi trovo allo Space Needle di Seattle, ormai saranno più di trenta giorni che sto girovagando per gli States con l’intento di realizzare un videodocumentario sulla crisi finanziaria e quella immobiliare: Boston, New York, Miami, Atlanta, Phoenix, Las Vegas, Los Angeles, Seattle e Chicago. L’economia americana è collassata per motivazioni razziali: il suo destino sembra ormai segnato da un lento ed inesorabile declino economico e sociale. Chi confidava in un miglioramento con l’avvento di Obama, mitizzandolo come il nuovo Kennedy, ha iniziato a ripensarci. L’America di Obama non è l’America di Kennedy: alla metà degli sessanta, la popolazione americana era costituita per circa l’80% da bianchi caucasici (europei ed anglosassoni) e per il il 20% da svariate minoranze etniche (afroamericani, ispanici, orientali). Oggi è tutto cambiato: il 30% sono bianchi caucasici, il 30% sono ispanici, il 30% sono afroamericani ed infine il 10 % sono orientali. L’America come vista nei serial televisivi con i quali siamo cresciuti, da Happy Days a Melrose Place, non esiste più.

Nella foto: una scena del film “Gran Torino”
Questa trasformazione del tessuto sociale  ha comportato un lento e progressivo cambiamento negli stili di vita, nella capacità di risparmio, nella responsabilità civica e soprattutto nella stabilità e sicurezza economica. La cosiddetta crisi dei mutui subprime trova fondamento proprio in questa constatazione. Mi permetto di aprire una parentesi per accennare al meccanismo del credit scoring (necessario per comprendere il fenomeno dei subprime): in America ad ogni contribuente viene assegnato un punteggio di affidabilità utilizzando una scala valori che va da un minimo di 300 ad un massimo di 850 punti (è un modello matematico sviluppato da una società quotata al Nyse, Fair Isaac Corp.). All’interno di questo range possiamo individuare tre categorie di soggetti: prime consumer (750-850 punti con excellent credit), midprime consumer (720-750 con good credit) ed infine subprime consumer (660-720 con fair credit). Evito di soffermarmi nelle categorie con il rating inferiore (low and bad credit) per limiti di esposizione.  In base alla categoria di appartenenza varia la disponibilità di accesso al credito ed il costo dello stesso. Sostanzialmente il credit scoring è un modello di valutazione che consente di comprendere chi affidare e per quanto, oltre al fatto di selezionare i buoni pagatori da quelli cattivi, il tutto rapportato alla propria posizione debitoria e disponibilità reddituale.

Più carte di credito utilizzate, più fido richiedete, più le rate dei prestiti pregressi pesano in percentuale sul vostro reddito mensile, più ritardi nei pagamenti avete nel vostro track record personale, più il vostro credit scoring tenderà ad essere di basso livello. Sulla base di questo sistema, il 20% della popolazione americana è un soggetto prime, un altro 25% midprime ed infine quasi il 30% è un soggetto subprime. Il livello medio di credit scoring per un cittadino americano si attesta intorno ai 680 punti (subprime). Dal punto di vista statistico, troviamo tra i soggetti fair e low credit, per la stragrande maggioranza, gli appartenenti alle classi sociali legate alle ondate immigratorie degli ultimi decenni (per quello che ho potuto vedere non penso sia casuale).

Ma torniamo a noi. Durante la metà degli anni novanta, con l’intento di mitigare le tensioni e le disparità sociali della popolazione, nella constatazione che solo il 20% degli afroamericani ed il 30% degli ispanici erano proprietari della loro casa, contro il 60% della popolazione bianca, vennero istituite delle piattaforme di ammortizzazione sociale che avrebbero consentito l’acquisto facilitato di un’abitazione a soggetti con capacità di redditto e disponibilità limitate. In buona sostanza il governo federale avrebbe garantito attraverso le varie GSE (Government Sponsored Enterprise come Fannie Mae e Freddie Mac) la remissione dei debiti concessi alle fasce sociali più deboli. Fu così che le banche iniziarono lentamente, ma con le pressioni del governo, a prestare denaro quando qualche anno prima non lo avrebbero mai fatto.  La ratio su cui poggiava questa scelta politica era identificata nella volontà di rendere i poveri meno poveri in quanto se “possiedi” un’abitazione puoi pensare di pianificare la tua vita e stabilizzare il tuo nucleo familiare, oltre a questo non dimentichiamo le motivazioni politiche volte a conquistare nuove fasce di elettorato grazie a proposte molto popolari.

Quello che è successo dopo a distanza di anni, dalla Lehman Brothers alla Fannie Mae, ormai fa parte della storia, senza dimenticare anche la complicità o incompetenza della FED. Una politica immigratoria troppo liberale e la mancanza di protezionismo culturale hanno presentato un conto impossibile da pagare per l’America che oggi inizia a comprendere cosa significa aver perso la propria originaria identità etnica. Lo scenario macroeconomico che caratterizza adesso il paese è tutt’altro che confortante e a detta di molti analisti indipendenti americani il peggio deve ancora arrivare. La disoccupazione è ovunque, con disperati (non gli homeless) che chiedono l’elemosina di qualche dollaro e accampamenti di tende sotto i ponti delle freeway nelle grandi città. Obama ha subito una perdita di popolarità devastante, persino le persone di colore che lo hanno votato girano per le città con cartelli appesi al collo con la dicitura “Obama, dovè il mio assegno ? Allora quando arriva il cambiamento ?” In più occasioni mi sono sentito dire che la colpa è riconducibile ad un eccesso di liberalità immigratoria e ad una insensata politica di sostegno alle fasce sociali più deboli, che ha innescato il fenomeno dell’”overbuilding in bad areas”. Si è costruito troppo ovunque in aree residenziali scadenti, prestando parallelamente denaro a chi non lo avrebbe mai meritato in passato.

Troppi messicani ed orientali entrati nel paese, legalmente e clandestinamente, hanno consentito l’abbassamento medio dei salari, mentre le concessioni, i sussidi ed il credito facile ai neri hanno distorto l’economia statunitense, rendendola drogata ed artefatta, portandola a basarsi esclusivamente sul consumismo sfrenato, il ricorso al debito e sulla totale incapacità di risparmio. Non lo avrei potuto immaginare, ma vi è un risentimento ed un odio trasversale tra le varie etnie che popolano il paese che mi ha più volte intimorito: bianchi contro afroamericani, ispanici contro afroamericani, orientali contro ispanici, insomma tutti contro tutti. In più occasioni per le strade di Miami e Chicago ho assistito ad episodi di tensione razziale stile “Gran Torino””. Chi parla con ingenuità evangelica di integrazione razziale per questo paese, probabilmente ha studiato per corrispondenza all’Università per Barbieri di Krusty (noto personaggio della serie televisiva The Simpsons).

I bianchi benestanti che fanno gli executive (dirigenti, funzionari o colletti bianchi ben pagati) si autoghettizzano da soli in quartieri residenziali che assomigliano a paradisi dentro a delle prigioni, con videosorveglianza e servizi di sicurezza privati degni del Pentagono. Di contrasto dai fast food, ai jet market, alle pompe di benzina, a qualsiasi altro retail service a buon mercato, trovate tutte le altre razze che ramazzano i pavimenti, servono ai tavoli, lavano le vostre auto, consegnano pizze a domicilio o guidano i taxi per uno stipendio discutibilmente decoroso.  L’America per alcuni aspetti (opportunità di lavoro per i giovani che hanno indiscusse capacità) può sembrare superficialmente un buon paese, ma se ti soffermi ad osservarla con un occhio critico, sotto sotto è un paese marcio e primitivo da far schifo, a me si è rivelato per quello che è realmente ovvero un calderone multirazziale con la maggior parte delle persone (bianchi compresi) che hanno il senso di autocoscienza di uno scarafaggio. L’americano medio (che sia un bianco, cinese, messicano o afroamericano) se ne frega assolutamente dei problemi ambientali del pianeta, della sofferenza inaudita degli animali nei loro allevamenti intensivi, delle carestie in Africa o dei conflitti in Medio Oriente, si interessa solo che possa ingozzarsi di hotdog, bere fiumi di coca cola, guardarsi il superbowl e guidare il suo megatruck dai consumi spropositati. Pur tuttavia, nel lungo termine sono piuttosto dubbioso che si possa riprendere dal processo di imbarbarimento ed impoverimento sociale che lo sta caratterizzando, per quanto potenziale bellico possa vantare, questo non lo sottrarrà dalla sorte che lo attende, prima il collasso economico e dopo quello sociale, scenario confermato anche da molte fonti di informazione indipendente che non si mettono a scimmiottare a turno a seconda della corrente politica che vince le elezioni, tipo la CNN o la FOX.

Eugenio Benetazzo
Fonte: www.eugeniobenetazzo.com
Link: http://www.eugeniobenetazzo.com/razza_che_ramazza.htm
12.01.2010

Pubblicato da Davide

  • Rossa_primavera

    Articolo molto,molto interessante,che, neanche troppo velatamente,
    insinua che nemmeno un’economia potenzialmente forte come quella statunitense puo’ reggere il peso di un’eccessiva deregulation nelle politiche migratorie e che,in sostanza,boccia l’eccessiva multietnicita’ di
    una nazione perche’ porta alla formazione di tante minoranze che si combattono tra loro,geerando una guerra tra poveri.
    Le politiche del governo che favorirono l’accesso al credito anche agli strati piu’ umili della popolazione vengono criticate per il loro alto rischio,ma ritengo che sia giusto che un governo faccia di tutto per garantire a tutti la possibilita’ di avere una casa.Il famoso sogno americano degli anni 60,la nuova frontiera kenneyana erano insomma dal punto di vista dell’uguaglinza sociale ottimi obiettivi pienamente condivisibili,che sono tuttavia oggi diventati chimere.Sul fatto pero’ che gli Stati Uniti siano economicamente alla frutta e sull’orlo di una guerra civile ho moltissimi dubbi.

  • Tonguessy

    “Troppi messicani ed orientali entrati nel paese, legalmente e clandestinamente, hanno consentito l’abbassamento medio dei salari”
    Eccolo lì. Colpa dei messicani.
    Peccato che Dov Charney, il proprietario di American Apparel, non sia d’accordo. Recentemente l’impresa è stata costretta a licenziare 1800 dipendenti (tutti “illegal aliens”) a causa del Department of Homeland Security, che ha riscontrato irregolarità nei loro documenti.
    http://articles.latimes.com/2009/oct/05/opinion/ed-apparel5
    Questi erano pagati bene, dai 10 ai 12 dollari l’ora più benefit. Pagavano le tasse, i contributi e così via. Grazie ai zelanti funzionari adesso perderanno la sicurezza di pagare mutui e bollette. Magari degli americani DOC (quantunque meno professionalmente preparati) prenderanno il loro posto, lasciando i loro cartoni sotto i ponti a quelle famiglie. Vi sembra una soluzione?
    http://www.americanapparel.net/contact/legalizela/

  • Cornelia

    Eh no, è proprio il contrario Tonguessy. Qui non si tratta di fare i buonisti: gli immigrati si sono fatti entrare apposta per poter abbassare i salari di tutti. E’ avvenuto ovunque, qui da noi come in USA.
    E ora si paga il prezzo di un’intera nazione impoverita da queste dissennate politiche di sfruttamento, con in sovrappiù l’inevitabile odio razziale. Succede anche da noi, bis.

  • Eli

    Dopo aver ricevuto delusioni da Paolo Barnard e Massimo Fini, ed averli eliminati dalle mie letture, spero che Eugenio Benetazzo non faccia la stessa fine. Dunque il problema economico e la crisi del capitalismo sono stati causati dall’immigrazione incontrollata, secondo il nostro Harry Potter dell’economia. E dalla scarsa propensione al risparmio degli ispanici e degli orientali. Questo significa confondere gli effetti con le cause. I salari sempre più bassi sono determinati da politiche dettate dal capitalismo da rapina e dalle delocalizzazioni, dalle ricette della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (associazioni massoniche come l’ONU, il WWF e l’OMS). La feroce voracità del capitalismo non è mai stata così attiva. Per aumentare i guadagni occorre ridurre i costi della manodopera, e per farlo niente di meglio dell’insicurezza lavorativa, largamente applicata. A scusante di Benetazzo occorre dire che è molto giovane, e dunque non ha grosse esperienze e conoscenze del pregresso. Ma si rassicuri: anche quando la popolazione era costituita dall’80% di WASP (White Anglo-Saxon Protestant), all’americano medio non gliene fregava nulla delle stragi per fame nel mondo, delle guerre diffuse dai suoi ineffabili presidenti, e la sua occupazione principale era ingurgitare chili di bistecche e patatine fritte col ketchup, innaffiate da litri di coca cola, dopo aver raggiunto l’ennesimo centro commerciale con una potente vettura che turboaspira ettolitri di benzina. Gli statunitensi sono fatti così, affetti un malcelato senso di superiorità di diretta derivazione britannica, mantenuti ignoranti da un sistema che li vuole privi di cultura per spremerli e sfruttarli meglio, arroganti e supponenti nei confronti i chi è diverso ed a volte migliore di loro.
    Prima di cancellarlo dalle mie letture do ad Harry Potter Benetazzo un’altra possibilità, perché per altre cose è molto dotato.
    Ma per favore elimini quel tono razzista dai suoi articoli. E si legga qualche libro di Noah Chomsky, Gore Vidal, Norman Mailer. E Jeremy Rifkin, che per giunta è anche un economista.

  • Tonguessy

    Forse ci siamo capiti male. Non dico cose diverse dalle tue. Nell’articolo si dice che anche un certo capitalismo -chiamiamolo fordiano-(quello che tiene alle persone che lo coltivano in patria e non è interessato a coltivarlo all’estero per i danni evidenti che questo comporta in casa) ha una posizione a favore dei lavoratori. Invece un altro capitalismo più moderno ed aggressivo di matrice finanziaria ha il massimo interesse a delocalizzare, a precarizzare, e creare lavori sottopagati.
    Non si tratta di fare i buonisti, ma di calcolare bene costi e benefici della nazione invece che dei soliti squali. Vedi il mio intervento sull’articolo di Orso poco sotto.

  • glomer

    l’Italia infatti è solo all’inizio…i bianchi caucasici del ns paese sarebbero i politici assieme ai loro parenti amici per caso?? :-)))

  • Tonguessy

    “Gli statunitensi sono fatti così, affetti un malcelato senso di superiorità di diretta derivazione britannica”.
    In effetti molti pensano che tale debordante senso di superiorità sia da imputare alla mentalità protestante, la stessa che vuole responsabilizzare all’ennesima potenza il singolo: se ce la fai sei figo, se non ce la fai sei uno stronzo ed E’ COLPA TUA.
    Ma i dati dicono cose un po’ diverse: i SUV rappresentano circa il 30% delle macchine circolanti in Italia e l’incessante sgomitare e sgambettare è diventato l’italico sport nazionale. Certo, grazie anche alle leggi ad personam e alla pletora di manifestazioni di “palese superiorità” che condiscono le azioni quotidiane della nostra classe politica e imprenditoriale.
    Insomma: dove sta la differenza tra loro e noi?

  • AlbertoConti

    Concordo con le critiche a questo articolo. Non dimentichiamo che Benettazzo è veneto, e la cultura leghista non perdona!

    Vediamo però la parziale verità che contiene. Per me è la dimostrazione dello stesso fenomeno di casa nostra, la sperequazione interna è lo specchio della sperequazione esterna attuata tramite geopolitiche criminali. E come meravigliarsi di questo stato di fatto, se la causa è unica? Attenzione però a non cadere nell’illusione manichea, perchè la responsabilità è polverizzata, è forse l’unica cosa che fa veramente dell’occidente un’unica grande “Public Company”.

    Caro Benettazzo, conosci te stesso!

  • materialeresistente

    In effetti l’articolo non né capo né coda.
    Perché non se la prende con quelli che tengono bassi i salari e sfruttano le persone (immigrati ed altri)
    Che l’ex padrone della INNSE (leghista) si preoccupava che fossero italiani gli operai per trattarli meglio? O lo fa Marchionne?
    Il lavoratore per questo sistema è un fattore della produzione, un costo. E come tale lo trattano, non gli frega una cippa della vita della gente a chi alimenta questo sistema.
    Quindi ci sarebbe da scendere dai tetti ed unirsi a chi si ribella come a Rosarno, perché gli interessi sono gli stessi.

  • DaniB

    puoi anche aver ragione, ma la colpa resta semmai di chi ha pianificato ed orchestrato i fenomeni migratori. Articoli come questi, a mio avviso un po’ ambigui, rischiano invece di dipingere uno scenario in cui la colpa dell’abbassamento dei salari sembra essere tutta sulle spalle del messicano o del filippino che, guarda te, hanno provato a farsi una vita laddove poteva essercene la possibilità, invece, colpa loro, di restare a nel proprio stato a morir di fame.

  • Tetris1917

    concordo con Eli. La questione della razza e’ un tipico argomento borghese. E’ un argomento che la classe dominante ha fatto importare e diventare propria alla classe subalterna. Ossia indigeni sfruttati + immigrati sfruttati, da parte degli immigrati sfruttatori + dagli indigeni sfruttatori.

  • Tetris1917

    Pillole di Marx (tratte da Salario prezzo e profitto) fondamentali:

    “Comperando la forza-lavoro dell’operaio e pagandone il valore, il capitalista, come qualsiasi altro compratore, ha acquistato il diritto di consumare o di usare la merce ch’egli ha comperato. Si consuma o si usa la forza-lavoro di un uomo facendolo lavorare, allo stesso modo che si consuma o si usa una macchina mettendola in movimento. Comperando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro dell’operaio, il capitalista ha dunque acquistato il diritto di fare uso della forza-lavoro, cioè di farla lavorare, per tutto il giorno o per tutta la settimana”

    E ancora:

    “La tendenza continua del capitale è di prolungarla fino al suo estremo limite fisico, perché nella stessa misura aumentano il pluslavoro e quindi il profitto che ne deriva. Più il capitale riesce ad allungare la giornata di lavoro, più grande è la quantità di lavoro altrui di cui esso si appropria.”

    Infine

    “L’operaio cerca di conservare la massa del suo salario lavorando di più, sia lavorando più ore, sia producendo di più nella stessa ora. Spinto dal bisogno egli rende ancora più gravi gli effetti malefici della divisione del lavoro. Il risultato è il seguente: più egli lavora, meno salario riceve, e ciò per la semplice ragione che nella stessa misura in cui egli fa concorrenza ai suoi compagni di lavoro, egli si fa di questi compagni di lavoro altrettanti concorrenti, che si offrono alle stesse cattive condizioni alle quali egli si offre, perchè in ultima analisi, egli fa concorrenza a se stesso, a se stesso in quanto membro della classe operaia.”

  • lucamartinelli

    bene, quanto scrive Benetazzo è estremamente concreto. le civilta’ (si fa per dire) nascono, crescono e finiscono. é la storia che insegna. e finiscono come stiamo vedendo soprattutto dove la democrazia è finta. gli Usa sono uno degli esempi di finta democrazia. noi ne siamo un altro. interessante notare, come altri amici hanno fatto, che il cliche’ è uguale nel cosiddetto mondo occidentale, segno di un gruppo di potere unico. Leggere il libro di D. Estulin “il gruppo Bilderberg” è illuminante. saluti a tutti

  • renatino

    “un calderone multirazziale con la maggior parte delle persone (bianchi compresi) che hanno il senso di autocoscienza di uno scarafaggio.”
    Questo pezzo potrebbe andare bene anche per il resto del mondo; italia compresa!

  • Nellibus1985

    Benetazzo ha ragione, ma non fa cenno ad un altro fatto, secondo me generatore di tutto questo processo di “immigrazione controllata” (cosa che, in ogni caso, ha fatto altre volte). Non possiamo porre freni all’immigrazione perchè gli immigrati accettano impieghi peggiori e retribuzionu più basse rispetto a noi prosperi occidentali. Non possiamo semplicemente perchè abbiamo beneficiato dello sfruttamento di milioni di persone, perpetrato dalle nostre imprese che si sono trasferite in Asia o in Africa per usufrure dell’immensa offerta di manodopera a bassissimo costo. Abbiamo accettato per decenni questo stato di cose e ora ci lamentiamo perchè i nostri salari sono bassi? Abbiamo attinto a piene mani dai fiumi di abbondanza che sapevamo benissimo esser dovuti al più selvaggio sfuttamento di popolazioni residenti dall’altra parte del mondo. Proporre misure contenitive all’immigrazione allo scopo di tutelare i lavoratori ignorando ciò che è stato fatto e si continua a fare in mezzo mondo dai nostri cari imprenditori mi pare un tantinino ipocrita, caro Benetazzo. Sono i frutti avvelenati della globalizzazione. Saluti.

  • Lif-EuroHolocaust

    Quando si parla di (falsa) società multietnicista, escono fuori i benpensanti della controinformazione.
    Posto qui parte del commento di Vlad, dal mio blog, su questo articolo di Benetazzo. Sinteticamente spiega perché anche l’immigrazione di massa è parte del problema, così come la società multietnicista:

    Il punto di vista di Benetazzo è per un verso poco accorto e per un altro assolutamente preciso. E’ poco accorto in quanto l’economia USA perde forza anche per l’errata idea di portare guerre continue in giro per il mondo, mentre, allo stesso tempo, diverse aziende hanno delocalizzato altrove i propri impianti. Conseguenza è un inevitabile impoverimento della nazione, con sempre minori possibilità di crescita economica interna per i cittadini.

    Ma, una volta che viene specificato quanto appena detto, Benetazzo coglie nel segno per il restante versante. La progressiva dismissione dell’economia reale, con la delocalizzazione, viene portata a termine in due maniere, strettamente legate: aumento indiscriminato dell’immigrazione regolare o irregolare, diminuzione conseguente di stipendi e salari e politiche e scelte socio-economiche inclusive dispendiose.

    Il quadro, si può bene capire, è stato poi importato: pensate all’Italia, dove oltre alle delocalizzazioni, ci sono state le svendite statali degli anni 90. La diminuzione degli stipendi e l’aumento del lavoro flessibile sono stati conseguenza di tali smantellamenti, secondo una logica di “dismissione delle strutture” –> “taglio dei salari e dei posti di lavoro”. Se si eliminano le strutture, ossia le aziende, inevitabilmente vengono a mancare i polmoni che danno l’ossigeno necessario alla società, ossia che fanno circolare il denaro. Impoverito il mercato del lavoro (non ridotto, ma proprio impoverito), diventa necessario allora creare un bacino di lavoratori meno esigente, al fine di tenere in piedi quel che rimane. Ecco il perché dell’aumento progressivo di immigrati negli ultimi 10 anni in Italia e negli ultimi 25 negli USA. Dato, poi, questo afflusso, ecco palesarsi la necessità di spese, in realtà insostenibili, oppure di concessioni eccessive (vi ricordo l’esempio spagnolo, con mutui fin troppo facili) [1] al fine di dare la parvenza di una possibilità di inclusione, per gli stranieri, in società, in realtà, in via di o in pericolo di disgregazione. Quale ironia! Società che non riescono più ad essere coese o, peggio ancora, persino impossibilitate ad esserlo, che pretendono di poter includere il resto del pianeta!

    [1] http://euro-holocaust.splinder.com/post/18759777/Il+proverbio+dice+che…+non+c

  • Altrove

    Cosa dire? svalutazione del costo del lavoro tramite la massiccia immigrazione clandestina, frenata solo in apparenza. I clandestini arrivano nel paese tramite canali preferenziali gestiti dalla mafia spicciola per tornaconto del loro datore di lavoro. Aziende ed imprenditori che prediligono la mano d’opera a basso costo consapevoli di abbassare ulteriormente il salario ed aumentare i propri intrioiti. Il salario diminuisce in modo tale da non poter più competere con i prezzi dei prodotti che egli stesso ha contribuito a creare. Le aziende si lamentano, falliscono. I lavoratori si lamentano, si indebitano. Gli immigrati si lamentano, li prendono a fucilate.
    Ma i maiali continuano ad ingrassare, i cani da guardia continuano a proteggerli e i cavalli a lavorare sempre di più per la stessa paga. C’era qualcuno che non se ne era accorto? mmm, si sa. Nelle orgie al buio non si sa mai cosa ti possono mettere nel sedere, ma te lo devi aspettare, tu sei voluto andarci… Poi se cammini storto il giorno dopo, non venirmi a dire che sei caduto dalle scale… Un saluto a tutti…

  • JackSaint

    Vivo a New York da 3 anni.

    Concordo in pieno con tutto quello scritto da Eugenio.

    Ragazzi come fate a postare opinioni su paesi che magari neanche avete visitato?

    Avete tutta la liberta di pensiero che vi pare e potete dire tutto cio’ che vi pare ma un minimo di intelligenza nel fare certi commenti su cose che non conosciete non sarebbe male.

    Scusate per l’italiano.

  • nautilus55

    Concordo con Eli: Benetazzo ha scambiato il mezzo con il fine. Può capitare anche a lui, che è uno dei più bravi in circolazione. Purtroppo, se non si conoscono le basi fondanti del capitalismo (saggio di profitto, ecc), si può cascare in questi errori e scambiare lucciole per lanterne, come gli immigrati come causa del malessere economico americano, dovuto invece al pregresso ed inevitabile crollo dei profitti e della presenza nel commercio mondiale. Saluti a tutti.

  • Eli

    Tonguessy, tu chiedi quale sia la differenza tra loro e noi. La differenza è solo che noi arriviamo con circa vent’anni di ritardo rispetto a loro, perché in questo paese gli abitanti sono delle scimmiette che devono scimmiottare in tutto gli statunitensi. E poi non dimenticare che siamo una colonia dell’Impero…ed un mercato dei prodotti spesso schifosi di cui c’inondano.
    Apprezo sempre i tuoi commenti. Trovo che tu sia molto preparato ed equilibrato. Saluti cordiali.

  • Eli

    Ed io sono d’accordo con tutti voi! Pensate un po’ che in Germania, negli ultimi tempi, il libro più venduto è “Il Capitale”, di Karl Marx. Troppo presto è stato messo da parte, ed assimilato coi regimi comunisti, mentre non c’entrava proprio nulla; ed invece il caro vecchi Karl Marx ha condotto un’analisi economica precisa e dettagliata del capitalismo, come nessuno prima o dopo di lui. Forse varrebbe la pena studiarselo un po’.

  • Truman

    1) Il modo di vita americano è ampiamente diffuso nel mondo. Qualche idea ce la siamo fatta un po’ tutti. Forse è più difficile discutere di paesi remoti, ma sugli USA ci sono ampi spunti comuni.
    2) Ci potrebbero essere abbondanti motivi per cui uno che sta a New York non sia la persona più adeguata a valutare gli USA. Uno potrebbe essere l’esempio del ciclone, chi sta al centro non vede grandi problemi. Un altro è che chi va a vivere a New York la pensa in un modo ben preciso (tipicamente vede gli USA in modo mitico) prima di partire e spesso continua a vivere nel mito anche dopo.

  • Jack-Ben

    Bellissimo commento complimenti

  • Altrove

    Beh, dire che vivere in una città di un continente o visitarne una parte non da nessun diritto a nessuno di dire “io ho visto con i miei occhi, voi no”. Cosa si vede se si va in texas? lo stesso che si vede a new york? o in colorado? o a san francisco? Cavolo stiamo parlando di un Continente! Mi è difficile trovare somiglianze tra chi abita a firenze e chi nella sua periferia…
    Penso che quello che dico sia palese, altrimenti dobbiamo metterci d’accordo su questioni e concetti di base…

  • wilcoyote

    SUCCEDE ANCHE DA NOI: è verissimo!
    Ogni tanto mi capita di accompagnare la mia colf ucraina alla metro o a fare la spesa: ce l’ha coi lavavetri asiatici ai semafori, coi vu cumprà, coi poveracci che al supermercato si offrono di riportare il carrello al deposito in cambio della moneta inserita nel lucchetto, ecc. ecc.
    Stessa cosa con il fruttivendolo egiziano sotto casa, con l’idraulico ed i muratori romeni che mi hanno ristrutturato la casa (malissimo, ma solo loro si trovano, però il loro principale, italiano, si è fatto pagare i canonici 200 euro a giornata per ciascuno di loro, e gliene ha girati 60…).

  • tixgo

    CONDIVIDO IN PIENA.

  • Tonguessy

    Questa è la classica sindrome del colonizzato: fare di tutto per assomigliare (e magari superare) il colonizzatore. Pensa che Gandhi (sì, proprio LUI) quando era in sudafrica era razzista contro quelli più neri di lui.

  • stefanodandrea

    Cari amici io vorrei essere daccordo con voi e lo sono “con lo spirito”. Però purtroppo credo che il capitalismo, sostituendo con le macchine, ossia con il lavoro morto, il lavoro vivo, tenda a creare l’ “esercito industriale di riserva” (EIR), ossia una massa della popolazione che è eccedente rispetto alle necessità (e direi, talvolta, anche alle possibilità) del capitale di creare occupazione: la formazione dell’EIR è il mezzo attraverso il quale il capitale (quindi anche le macchine che sono lavoro morto: ex lavoro accumulatosi come profitto poi divenuto macchina) riesce a calmierare la crescita dei salari e la conseguente riduzione dei profitti.
    Non dovrebbero esservi dubbi che, se per ipotesi, l’apparato statale fosse stato predisposto per evitare l’entrata di ogni straniero e fosse in grado di realizzare l’obiettivo, operai e braccianti italiani guadagnerebbero di più. Salvo che…
    Salvo che fosse consentito al capitale di “delocalizzare”, ossia di essere investito all’estero, fregandosene dell’Italia (ma il discorso vale per ogni stato); allora si creerebbe disoccupazione e quindi, nuovamente, l’esercito industriale di riserva.
    Ma si potrebbe vietare al capitale di espatriare, prevedendo pene gravissime, fino, in ipotesi, alla perdita della vita umana!
    Resterebbe sempre la finanza, ossia la possibilità di scommettere, finanziarizzandosi.
    E anche vietata la finanza vi sarebbe la rendita immobiliare, che accogliendo gli investimenti monetari creerebbe disoccupazione e quindi l’esercito industriale di riserva.
    Mi sembra chiaro che sotto il profilo teorico, la linea verso una società comunistica, nella quale il lavoro è valorizzato più che si può (non dico che è l’unico fattore della produzione) si dirige verso tre obiettivi: 1) vietare o disciplinare severamente le borse e la finanza; 2) vietare l’esportazione del capitale; 3) vietare l’immigrazione, se non in corrispondenza della emigrazione e dei mutamenti della composizione demografica della popolazione; eliminare continuamente le rendite che eventualmente vengano a formarsi
    Segue che, sotto il profilo teorico, è’ soltanto all’interno dei singoli stati che si può astrattamente perseguire la società comunistica, intesa come società in cui il livello di vita dipende il più possibile dalla capacità del lavoro e dal lavoro del singolo.
    Soltanto una malintesa profezia, secondo la quale creandosi il mercato mondiale del lavoro, delle merci e del capitale – un mondo economicamente unificato – i profitti comincerebbero a scendere, si formerebbero i monopoli, rimarrebbero pochi ricchi e tanti poveri e allora si creerebbe la condizione per la rivoluzione, può spingere a credere il contrario. E poi cosa sarebbe una rivoluzione mondiale, volta a costruire il comunismo mondiale? Andiamo!
    Acquisita la prospettiva statale, si pone il problema della scelta tra protezione e libero commercio. Ed è una scelta che, probabilmente, ciascuno stato dovrebbe cercare di fare per sé (anche lo stato comunista). Qui finisco per ammettere una certa competizione tra gli stati e una certa possibilità di far valere nella politica del commercio internazionale, il proprio eventuale potere. Ma non si comprende perché la vita debba essere fatta di competizione fra persone e fra imprese e non anche di competizione tra stati: non si può negare la realtà.
    L’importante sarebbe essere antiimperialisti e precludersi ogni azione militare aggressiva. Ma si sarebbe costretti ad avere una efficace defesa (direi un esercito popolare) come deterrente contro gli attacchi. Ammesso che si riesca a costruire una società fondata il più possibile sul lavoro, sarebbe un peccato se una potenza capitalistica e imperialista ci invadesse, per evitare che altri popoli seguano quel cammino e noi si fosse impreparati a resistere. Saremmo stati degli ingenui!

  • Tonguessy

    Cara Eli, il tuo apprezzamento per il mio “equilibrio” suona strano, visto che poco tempo fa sono stato (seppur temporaneamente) bannato. Ma l’accetto volentieri, non so resistere alle adulazioni. E cordialmente ricambio l’apprezzamento.
    Il fenomeno cui stiamo assistendo, qui da noi, è la classica sindrome del colonizzato. Le periferie dell’impero hanno l’insopprimibile necessità di apparire più “impero” dell’impero stesso. Ma qualcosa sta cambiando. Me l’ha fatto capire mia figlia (10 anni) che l’anno prossimo ha detto di volere scegliere spagnolo per via del Mondo di Patty (spero tu non abbia avuta la sciagura di vedere quel serial argentino che fa quasi rimpiangere Bjutiful…).
    Sono le armi di distrazione di massa. Quelle che fanno capire dove sta l’ago della bilancia.
    Ok, siamo in ritardo di 20 anni, ma il piano Marshall non aveva tempi brevi.
    Adesso non so quale piano abbia in mente Kirchner esattamente…..

  • Dostojevskij

    Benetazzo spara minchiate in allegria, i rapporti demografici negli usa non sono certamente del 30% bianchi caucasici 30% afro 30 % ispanico e 10 orientali %

    stando alle ultime analisi che si possono facilmente spulciare sul web si parla di 65% bianchi caucasici 15% ispanici 12 % afro 5 % orientali e altre minoranze.
    col tasso di crescita attuale i bianchi cesserebbero di essere in maggioranza intorno al 2042-2050 a favore delle comunità ispaniche, sempre che il loro tasso di immigrazione rimanga costante.

    non so perchè abbia gonfiato quelle statistiche ma di sicuro non aiutano a dare credito al suo articolo… saluti

  • Eli

    Tonguessy, no, non conosco il serial argentino, e credo di non perdere molto. Molte cose stanno cambiando, e con una rapidità che anni fa sarebbe stata impensabile. Non ti preoccupare per essere stato bannato: a me è capitato due volte sul blog di Grillo, perché ho osato nominare la massoneria, una volta sul blog di un mio ex-collega, diessino sfegatato, perché i miei commenti non erano “ortodossi”, e sul blog della Randazzo non hanno pubblicato un mio commento. Quelli che dovranno fare il lavoro grosso sono i coetanei di tua figlia: fortuna che sono bambini speciali, dotati di intelligenza intuitiva. I coetanei di mio figlio, trentacinquenne, li hanno invece massacrati con la legge 30, i call-center, l’incertezza di vita e lavorativa. Saluti cordiali.

  • Eli

    stfanodandrea, tutto ciò di cui parli sta per finire: l’economia come la conosciamo, la competizione fra stati, la borsa, le rendite, etc. TUTTI gli stati sono indebitati oltre ogni ragionevole limite. Aspettiamo con fiducia un tracollo mondiale, dopo il quale non potrà nascere che un’economia solidale, senza altre etichette.
    Per inciso, nessuno aveva parlato di costruire “il comunismo mondiale”, se questo dovesse turbare i tuoi sonni. Ho solo suggerito un ripasso di Karl Marx per capire l’origine del disastro capitalistico cui stiamo assistendo.

  • MadMax

    forse è stato a detroit o a seattle o magari anche a washington, lì i neri in percentuali superano il 50%

  • cris79

    sono daccordo quasi in tutto nel tuo primo post di risposta all’articolo…è il capitalismo e la delocalizzazione che hanno tolto il lavoro e abbassando di fatto anche il salario del lavoratore e rendendolo “flessibile” e precario….una cosa che Benetazzo ha toppato propio non facendolo presente.
    Non convengo con questo post. é vero dimentichiamoci l’economia come la conosciamo…ma in realtà la direzione è il contrario di solidale,mi spiego..La competizione fra stati è già finita di fatto..Comandano e comanderano sempre più enti privati,nella fattispecie le Corporation…il disegno è sempre più chiaro è limpido…Tutte le struttture: banche,ospedali,servizi,eserciti,sicurezza,prodotti agricoli,acqua,infrastrutture e qualsiasi cosa vogliate sarà gestita da enti privati..gli stati contano e conteranno sempre poco o niente..sono solo dei mezzi per il fine delle corporation…conta l’interesse della corporation,che non ha confini,quindi non agisce a favore di uno stato ma al suo espandersi.
    Detto questo,non è detto che non sorgano economia solidali..non lo permettono ora,è si sà il più forte usa tutti i mezzi per il propio scopo,ne abbiamo la dimostrazione lampante in questi ultimi anni.
    Io penso sia più facile, piccole realtà,micro economie solidali portate avanti dalle persone comuni per colmare quello che non ci si può permettere. 😉

    comunque il futuro sarà in mano hai privati,questa è una certezza per come la vedo io.

  • stefanodandrea

    Caro Eli, io sono di altra opinione. Non sono certo, purtroppo, che ci sarà il tracollo mondiale. Personalmente lo spero, ma non posseggo la sfera di cristallo. Forse avverrà qualche cosa di meno, ma che avrà ugualmente rilevanza epocale: mi acconteneterei!
    Però se ci sarà, al contrario di ciò che pensi, si verificherà la rinascita degli stati: partecipazioni statali; IRI, banche pubbliche; esperienze di monete create dallo stato e non acquistate a debito; vincoli valutari; fine della lubera circolazione dei capitali; grande caduta del commercio internazionale e quindi, all’interno degli stati si verificheranno anche fenomeni come quelli ai quali allude cris1979. Il capitale haa attacccato lo stato nazione più di quanto ha fatto stoticamente con il lavoro. Ha negato e offuscato i fini dello stato e ha reso servo quest’ultimo, che è stato il becchino di sé stesso. Lo stato nazionale, in fondo, era lo stato borghese e qualcuno aveva detto che i borghesi sarebbero stati i becchini di sé stessi. Chi sa che non venga il tempo degli stati popolari

  • anonimomatremendo

    Nell’esercito industriale di riserva e nella popolazione in eccesso in relazione alle possibilità distributive del capitalismo, non cresce soltanto la miseria relativa, ma per molti anche quella assoluta, a causa della concorrenza sul salario; questo è argomento specificamente legato alla migrazione della forza-lavoro verso i mezzi di produzione concentrati.

    Uno studio a campione sui tre milioni di immigrati clandestini messicani che lavorano negli Stati Uniti ha rilevato che il loro salario medio in patria era 5 dollari al giorno, mentre pur da illegali sottopagati guadagnano in USA 46 dollari. Ciò spiega per esempio perché negli Stati Uniti il 73% degli addetti all’agricoltura estensiva sia di origine straniera. Un alto differenziale sul salario non scaturisce soltanto nel confronto fra i paesi sottosviluppati e i maggiori paesi capitalistici: un lavoratore indonesiano, tra i peggio pagati del mondo, guadagnando mediamente in patria 0,28 dollari al giorno, troverà già allettante l’emigrazione in Malaysia, dove verrà pagato mediamente 2 dollari.

    Fino a quando esisterà il capitalismo, i movimenti incontrollati di popolazioni si estenderanno sempre più, seguendo il miraggio di un reddito che permetta un’esistenza meno miserabile, cioè la partecipazione al consumo generale dei paesi industrializzati. Un’inversione di tendenza potrebbe solo avvenire con lo spostamento della fonte del reddito e quindi della possibilità di consumo nelle aree che vengono abbandonate. Se ciò non è capitalisticamente possibile, lo sarà invece non appena la nuova società incomincerà ad agire in termini non capitalistici. Allora, rotti i limiti d’azienda, non saranno più gli uomini ad andare verso di essa, ma saranno i mezzi di lavoro ad andare verso gli uomini, finché sarà stabilita una rete produttiva armonica e non avrà più neppure senso parlare di migrazioni che coinvolgono lavoro e mezzi di lavoro.

    Il capitalismo sta trasformando l’operaio legato al posto fisso in operaio della fabbrica globale, schiavo del bisogno ma nello stesso tempo libero più che mai sul mercato, disponibile al trasferimento continuo verso i luoghi dove agisce il Capitale, anche in massa, come oggi avviene, ma per ciò stesso in grado di muoversi un domani in senso inverso o di applicare la sua energia in loco, quando lo richiederà una produzione sociale che farà a meno delle mostruose concentrazioni di lavoro vivo e morto.

    La struttura del lavoro sociale, la sua rete internazionale, la sua configurazione come specchio del cervello collettivo dell’umanità doveva necessariamente rompere le ultime barriere del localismo della forza-lavoro, renderla disponibile al pari di tutte le altre merci sul mercato mondiale, internazionalizzarla definitivamente.

    Rottura dei limiti d’azienda (la società futura e le migrazioni) [www.quinterna.org]

  • Rossa_primavera

    Bravissima,da quotare al cento per cento.

  • Eli

    Caro stefanodandrea, neanch’io ho la sfera di cristallo, o meglio, ce l’ho ma non so come usarla!!! Scherzi a parte, non so cosa accadrà, come dovremo comportarci e cosa fare. Certo ci sarà un bel po’ di confusione. Ma non penso che questo indebitamento globale possa reggere ancora a lungo, né che lo sfruttamento e l’ingiustizia possano continuare a farla da padroni. Stiamo a guardare. Sono tempi difficili ma interessanti. Anch’io auspico la nascita di piccole economie locali, e l’abolizione dello stato, anche quello popolare. La Terra è una, l’Umanità è una, non ha più senso attaccarsi ad una bandiera. E i confini sono falsi e devianti. Cordiali saluti

  • pablobras

    Cari commentatori….
    la società multietnica è fallimentare in tutto il mondo in quanto sottoprodotto del capitalismo globale nella sua funzione di abbattimento dei costi di produzione e di servizi per le classi più agiate.
    Non è una questione razziale ma di sopravvienza. E’ una guerra tra poveri globalizzata senza confini . La massa di un paese ricco e sviluppato viene fortemente penalizzata a vantaggio dei poverissimi immigrati e delle classi sfruttatrici.
    Non esiste in nessuna parte del mondo il principio di fare le cose giuste, secondo morale,etica,giustizia. Tutto è mosso da ricerca spasmodica di profitto pecuniario. I problemi collegati all’immigrazione sono solo un effetto collaterale di tutte le società dove la classe dirigente non fa gli interessi del popolo pur avendone ricevuto il mandato democratico rappresentativo atto allo scopo di buona gestione pubblica.
    Ogni cittadino di classe media e bassa dovrebba essere fortemente contrario all’immigrazione in quanto fenomeno che indebolisce la propria forza contrattuale in tutti gli ambiti sociali lavorativi.
    L’immigrazione è principalmente parassitaria. I guadagni spesso in nero vengono inviati ai parenti nel paese di origine avendo tolto il lavoro agli italiani, specialmente ai giovani.
    Il lavoro precario, la delocalizzazione produttiva,l’immigrazione di massa sono espressioni di anarchia politica e di dittatura economico-finanziaria globale.
    Il concetto di nazione sempre più annichilito a favore di una organizzazione sociale materialistica produttiva e consumatrice spinta all’eccesso.
    Il buonismo e l’accoglienza fa il gioco degli sfruttatori…il corpo sociale dovrebbe reagire anche violentemente contro tutte le politiche contrarie al proprio benessere.
    Difendere la terra dei padri dagli invasori. Difendere la propria esistenza e il benessere conquistato col sudore e con il sangue dalle generazioni che ci hanno preceduto. Combattere le tirannie responsabili della propria decadenza. Combattere …combattere….combattere.

  • raffa1980

    di pagliacci in Italia ce ne sono abbastanza……….

    non solo dici stupidaggini………prima di criticare informati

    e svegliati se credi che basti leggere dei libri per conoscere la verita’

    di ma chi ti ha insegnato a stare al mondo? topo gigio?????

  • raffa1980

    CONFERMO IN PIENO I DATI DI EUGENIO………….

    RIPETO IN UNA SEMPLICE GUIDA TURISTICA LI TROVATE COME LI HA ESPRESSI LUI STESSO…..
    PERCIO’ INFORMATEVI COME SI DEVE……VA !!!!

    10 ANNI CHE FREQUENTO GLI STATI UNITI E MI PERMETTO ECCOME DI ESSERE PIENAMENTE D’ACCORDO CON EUGENIO.

    SALUTI

  • alvit

    …ritengo che sia giusto che un governo faccia di tutto per garantire a tutti la possibilita’ di avere una casa….

    E’ vero, quello che lascia perplessi e’ che non fa niente per garantire anche una continuita’ di lavoro (per pagarsi il sogno) 🙂