Home / ComeDonChisciotte / QUANDO GLI ALBERI SONO UN DESERTO

QUANDO GLI ALBERI SONO UN DESERTO

Il saccheggio degli spazi forestali in Brasile

DI HECTOR ALIMONDA

Un po’ di storia del capitalismo…

Diversi decenni fa Antonio Gramsci seppe cogliere, dalla sua cella nella prigione di Turi, un cambiamento radicale nella logica della concentrazione capitalista del XXmo secolo (paradossalmente, in un’opera che concedeva, nel suo insieme, un’attenzione solo secondaria alla “determinazione economica” che ossessionava il capitalismo di allora). Si trattava del “fordismo”, un regime di accumulazione fondato sui metodi produttivi e sulla logica d’intervento del capitale nell’insieme delle relazioni sociali, che Henry Ford cominciò ad applicare nelle sue fabbriche di automobili. Era caratteristico degli Stati Uniti dove, contrariamente all’Europa (territorio di “pensionati della storia economica”, direbbe Gramsci), il “fordismo” supponeva una nascente egemonia delle fabbriche ed una riorganizzazione della società a partire dalla logica del capitale: se gli operai sono integrati anche come consumatori (i lavoratori di Ford arrivavano al lavoro nelle loro automobili Ford), nessun dettaglio delle loro vite sfugge allo sguardo del capitale, che ora si preoccupa della standardizzazione delle norme d’alloggio e d’igiene, della stabilità dell’istituzione matrimoniale e della lotta all’alcolismo. Queste lucide osservazioni di Gramsci furono debitamente riprese, negli anni 70, da quella che si chiama “scuola della regolazione” (Michel Aglietta, Robert Boyer, Alain Lipietz, tra gli altri), che identificò il “fordismo” come un regime di accentramento specifico nella storia del capitalismo.

Tutto ciò è noto, ma forse ci torna alla memoria meno del sogno egemonico di Henry Ford, di una ricostituzione delle relazioni sociali a partire dalla logica della produzione industriale che implica anche, in una certa misura, un progetto di riformulazione degli ecosistemi tropicali, di creazione artificiale e pianificata di una “seconda natura” all’interno della foresta amazzonica, in funzione della concentrazione del capitale. Partendo da una concessione del governo brasiliano di un milione di ettari nella valle del Rio Tapajós, a 120 chilometri da Santarém, Henry Ford cominciò a concretizzare il suo sogno di un’immensa piantagione di Hevea Brasiliensis, l’albero del caucciù: Fordlandia. Si fece “tabula rasa” di un’enorme distesa di foresta amazzonica e si installò al suo posto una piantagione omogenea di seringueiras; una riorganizzazione della natura che avrebbe permesso alle fabbriche Ford di rifornirsi di caucciù per i pneumatici e altre parti delle sue automobili. Monopolio del potere industriale su un pezzo di mondo tropicale, rigidi sistemi di controllo isolavano i lavoratori di Fordlandia da ogni contatto con l’esterno, e li costringevano ad una routine che imponeva la disciplina per mezzo di orari rigorosi, del divieto moralizzatore di qualsiasi vizio, e di un’alimentazione equilibrata (era l’epoca dell’apogeo di Popeye, e le squadre di lavoratori in semi schiavitù di Fordlandia venivano nutrite con spinaci in scatola provenienti dagli Stati Uniti). Ma la natura e gli esseri umani si ribellarono e vinsero: le piantagioni omogenee di Hevea Brasiliensis furono devastate dal loro nemico più intimo: il fungo Microcyclus Ulei, dal quale gli alberi si difendevano, giustamente, disperdendosi nella foresta in esemplari isolati, distanti sempre almeno 50 metri. E i lavoratori si sollevarono al grido di “Basta spinaci! Vogliamo riso, fagioli e cachaça [1] !”, e incendiarono gli impianti di Fordlandia. Nel 1945, Henry Ford restituì la concessione al governo brasiliano [2].

… fino all’epoca del governo Lula

È trascorso del tempo, alcuni paesi latino-americani hanno adottato delle versioni periferiche della concentrazione fordista che sono state in seguito demolite dal neoliberismo e, come accadde nei cinque secoli precedenti, anche all’inizio del XXImo secolo rappresentiamo la riserva delle risorse naturali per il resto del mondo.

In Brasile, il 2004 è stato un anno record per i capitali finanziari, e le banche hanno avuto il più alto tasso di profitto della storia di questo paese. Ma è stato anche da record per quel che riguarda la deforestazione: con 26.000 chilometri quadrati di foresta vergine rasa al suolo, l’anno 2004 si piazza in seconda posizione nella storia, dacché esistono dati disponibili [3].

La gran parte di una tale devastazione è attribuibile alla soia, nel cosiddetto “arco di deforestazione”, che progredisce a partire dal sud, nella regione del Mato Grosso [4], ma che è già presente anche molto a nord, come nel comune di Sanatrém, nel Parà, ai bordi del Rio delle Amazzoni, dove [la multinazionale] Cargill ha costruito un porto per le sue esportazioni. Ma altre cause di distruzione della foresta vergine in Amazzonia, nella “Mata Atlantica” o nel “Cerrado”, sono legate all’estrazione del legno, sia come materia prima per usi industriali che come fonte d’energia (legno da ardere) per l’industria siderurgica.


Cargill Grain Terminal on the Amazon River – Santarém, Pará

All’inizio del XXImo secolo, il sogno di Henry Ford di una ricomposizione della natura tropicale secondo la logica della produzione industriale sembra aver avuto maggior successo in Brasile che il fordismo industriale. Grazie alle risorse di gestione della natura fornite dall’ingegneria forestale, piantagioni d’alberi per uso industriale – in genere eucalyptus e pini – si estendono nelle regioni tropicali (dove la loro crescita è più rapida che nelle regioni temperate o fredde), su superfici fino ad ora occupate da foreste tropicali indigene. Siamo in presenza di un vasto processo di distruzione di spazi di un’estrema biodiversità che vengono rimpiazzati da una natura semplificata all’estremo, dei “deserti verdi” omogenei, costituiti da specie originarie di altri climi.

In Brasile, questo processo si è strutturato a partire dagli anni sessanta, quando il governo militare ha tentato d’incoraggiare il rimboschimento per la produzione di cellulosa [5] destinata all’industria cartaria, e quando sono stati creati i meccanismi legali e istituzionali di base: il Codice Forestale (1965), l’Istituto Brasiliano di Sviluppo Forestale (IBDF), nel 1967, e l’Impresa di assistenza tecnica e di formazione rurale, che ha sviluppato in numerose regioni la cultura dell’eucalyptus e del pino come metodo per ottenere rapidi profitti. Tali meccanismi sono stati accompagnati da misure fiscali e linee di credito [6].

Così, la produzione brasiliana di cellulosa è passata da 73.000 tonnellate del 1955 a 8 milioni di tonnellate del 2002 (il 52% di tale produzione è destinata all’esportazione, il che fa del Brasile il primo esportatore mondiale). Negli stessi anni la produzione di carta è passata da 346.000 a 7.700.000 tonnellate. Le previsioni di un aumento della domanda internazionale nei prossimi anni portano le imprese a formulare ipotesi di ulteriori sviluppi.
Le domande di altri settori industriali, come quello siderurgico e dell’industria del mobile e dei laminati, hanno intensificato lo sviluppo delle foreste artificiali, che attualmente occupano nel paese una superficie stimata in 4.800.000 ettari. Il 36% della superficie totale di piantagioni d’alberi è situata nel Minas Gerais, uno stato a vocazione tradizionalmente agricola, e il 17% nello stato di San Paolo.


[piantagione di soia]

Prima di continuare, chiariamo il significato sociale di questi dati. In una maniera ancora più marcata che nel caso della soia, quella che si attua in Brasile con lo sviluppo delle piantagioni di alberi, è una contro-riforma agraria. Le foreste artificiali presuppongono un grado inaudito di concentrazione della proprietà terriera, visto che esse sono legate, direttamente o attraverso contratti, alle imprese destinatarie della loro produzione. Nel caso della cellulosa, per esempio, si calcola che il 77% della produzione mondiale provenga da piantagioni di proprietà diretta di, o sotto contratto con, l’industria cartaria. La standardizzazione e la semplificazione biologica di questi territori implicano la costituzione di nuovi spazi di natura ricostruita (che distruggono i piccoli bacini idrografici, per esempio), ma anche di nuovi latifondi, di grandi proprietà fondiarie, ben ancorate nel mercato globale, che sradicano antichi territori socio – politici. L’agricoltura dei piccoli produttori di paese o dei gruppi “tradizionali” viene sostituita dagli alberi, e contemporaneamente la riconfigurazione territoriale delle piantagioni scalza gli esseri umani.

Per questo motivo, l’espansione delle piantagioni forestali si accompagna, in tutto il Brasile, ad un’infinità di conflitti locali, e ha dato origine a forti prese di posizione dei movimenti sociali rurali (come il Movimento dei lavoratori rurali senza terra – MST, che nel 2004 ha organizzato delle occupazioni di piantagioni d’alberi, abbattendole per aprire degli spazi per le coltivazioni), e di organizzazioni non governative (ONG), come la Rede Alerta contra o Deserto Verde (Rete di sorveglianza sul deserto verde, NDT) [7].

Non è sorprendente perciò che i pacchetti tecnologici di gestione forestale finiscano per essere all’origine di nuovi conflitti socio – ambientali, causati dall’inquinamento delle falde acquifere e dalla contaminazione degli stessi lavoratori o degli abitanti i dintorni delle piantagioni.

L’Amazzonia artificiale

Nella regione amazzonica, le piantagioni d’alberi si collocano nei tre stati più orientali, Amapá (84.900 ha), Pará (114.400 ha) e Maranhao (27.800 ha). Qui, le piantagioni hanno portato alla sostituzione della foresta umida tropicale con specie esotiche come l’eucalyptus e il pino, che hanno la caratteristica di impedire la crescita di altre piante, e di prosciugare il suolo, il che ha un impatto ambientale particolarmente grave sull’ecosistema amazzonico.

Nel Pará, l’introduzione di piantagioni d’alberi a fini industriali è cominciata nel 1967, quando il milionario nordamericano Daniel Ludwig acquistò delle terre e fondò l’impresa Jarí Celulosa, destinata a produrre cellulosa per esportazione. Ludwig rase al suolo 100.000 ettari di foresta amazzonica per piantare degli eucalyptus e fece arrivare dal Giappone un’isola artificiale che conteneva una fabbrica per la produzione di cellulosa.
>br>
Oggi, dopo la morte di Ludwig, Jarí Celulosa appartiene ad una società costituita da imprese brasiliane (CAEMI e Orsa Forestal), che possiede 1.800.000 ettari di terra negli stati del Pará e dell’Amapá [8].

Un’inchiesta parlamentare del 2004 ha rilevato gravi irregolarità nel processo di appropriazione della terra da parte di questa ed altre imprese. Esistono diverse dispute riguardo alle terre degli indigeni e a quella di proprietà pubblica, di cui numerosi casi sono stati documentati dalla Commissione pastorale della terra della chiesa cattolica. È il caso, per esempio, dell’acquisto di terre di proprietà pubblica dell’Istituto Nazionale di Colonizzazione e di Riforma Agraria (INCRA). L’impresa Champion (l’attuale International Paper do Brasil) ha acquistato, utilizzando dei prestanome, 6.000 ettari, venduti dall’INCRA in 12 lotti da 500 ettari a un prezzo agevolato destinato a persone fisiche. Quando nel 2003, con il nuovo governo, le autorità dell’INCRA hanno deciso di annullare tale procedimento, i dossier sono scomparsi dagli archivi.

Nella regione di frontiera tra l’est del Pará e l’ovest del Maranhao, le piantagioni d’alberi servono a rifornire di combustibile l’industria siderurgica. Per esempio, l’impresa Ferro Gusa Carajás, una società formata dall’ex azienda statale Vale Do Rio Doce, proprietaria della più grande riserva di ferro del mondo, e dalla società giapponese Nisho Iwai, possiede in tale regione 35.000 ettari di piantagioni d’eucalyptus – su una proprietà di una superficie totale di 81.000 ettari -, che riforniscono di legna da ardere le quattordici industrie siderurgiche che operano nella regione.

In questo complesso, il problema principale è il lavoro in condizioni di schiavitù. Nell’agosto del 2004, per iniziativa del Ministero del lavoro, del Tribunale del lavoro e dell’organizzazione internazionale del lavoro (OIT), tutte le imprese siderurgiche hanno firmato un accordo attraverso il quale si impegnano ad abolire le condizioni di schiavitù dei lavoratori nella produzione del carbone, abolizione attestata da un’etichetta di responsabilità socio – ambientale.

In questa regione particolarmente conflittuale, con la presenza di un importante movimento sociale diviso in tre gruppi principali, e di assentamentos di riforma agraria [9], lo sviluppo delle piantagioni per la produzione di carbone ha moltiplicato le tensioni. Per esempio, nella regione d’Imperatriz, al sud del Pará, cinque haciendas dell’impresa Ferro Gusa Carajás hanno già subìto dieci invasioni negli ultimi anni. L’MST denuncia l’accerchiamento degli assentamentos da parte delle piantagioni di eucalyptus, che avrebbe gravi ripercussioni anche sulla produttività agricola.

Altri problemi sono legati all’avvelenamento dovuto all’uso di prodotti chimici nella gestione di queste piantagioni, alcuni dei quali causano la cecità dei lavoratori. Sulle reali condizioni di lavoro, è sufficiente far riferimento alla necessità di firmare un accordo per l’abolizione delle condizioni di schiavitù. Ciò malgrado, l’impresa Ferro Gusa Carajás si vanta di creare nelle proprie piantagioni 1.200 posti di lavoro l’anno.

L’enclave del sudest

Tuttavia, la zona più conflittuale dei rimboschimenti artificiali in Brasile non si trova in Amazzonia ma in un’altra regione, nella quale la foresta vergine viene distrutta per far posto a monoculture d’eucalyptus. Tale regione si colloca nel nord dello stato d’Espírito Santo e nel sud dello stato di Bahía; ma gli stessi conflitti fanno già la loro comparsa nel nord dello stato di Río de Janeiro.

Qui si estende l’impero dell’impresa Aracruz Celulosa, la maggior produttrice al mondo di cellulosa in fibra corta sbiancata derivata dall’eucalyptus. Essa rappresenta il 28% dell’offerta mondiale di materia prima per la carta igienica, la carta da stampa, la carta da tavolo e le carte speciali.

Costituita attualmente da un’associazione di tre società nazionali a capitale industriale-bancario più una partecipazione della Banca Nazionale di Sviluppo, Aracruz ha inaugurato nel 2005 ad Eunápolis, nello stato di Bahía, la più grande fabbrica di cellulosa del mondo, con la partecipazione dell’azienda svedese-finlandese StoraEnso. Contraddicendo i suoi discorsi pubblici che pongono come priorità la creazione di posti di lavoro, Aracruz impiega soltanto 2.000 persone, cifra notevolmente inferiore a quella degli indigeni e degli agricoltori scacciati dalle loro terre.

Questo complesso d’aziende iperpotenti adotta un discorso politicamente corretto, in quanto pone l’accento sulle proprie iniziative di sviluppo rurale, sulla costruzione d’infrastrutture, la promozione sociale, l’assistenza sanitaria, ecc, che verrebbero in aiuto di una popolazione rurale “arretrata”. Tuttavia, ciò che appare evidente, visto il gran numero di piccoli conflitti che infiammano la regione, è che i piccoli contadini e le popolazioni “tradizionali” non si sentono per nulla rappresentati da questo modello agro-alimentare esportatore. Forse gli investimenti in opere pubbliche sono una condizione indispensabile per attirare la necessaria forza lavoro qualificata (e per valorizzare la proprietà fondiaria adiacente), dal momento che la popolazione “tradizionale” viene in realtà sostituita.

Le imprese sono nate e si sono ingrandite, utilizzando importanti risorse economiche e politiche, contemporaneamente alla ramificazione in seno alla società civile di movimenti di base che sono espressione d’interessi ambientali e sociali. Nel caso del sudest del Brasile, gli autori dello studio che commentiamo giungono alla conclusione che imprese ed attori socio-ambientali sembrano vivere e costruire le loro conoscenze su due universi paralleli. Le imprese e il governo sosterrebbero che l’investimento in opere pubbliche locali sia sufficiente per produrre consenso. Tuttavia, la nascita e la gestione di questi complessi implicano la concentrazione del latifondo con l’espulsione dei suoi abitanti, la sostituzione della vegetazione indigena da parte di una materia prima a rapido accrescimento e l’uso di agenti chimici che generano inquinamento idrico ed atmosferico; per tali ragioni il funzionamento ordinario, quotidiano, del processo di produzione si colloca su un piano opposto a quello della costituzione di un’egemonia “fordista”, in cui la fabbrica agiva come elemento organizzatore dell’insieme delle relazioni pubbliche.

Un protagonista di questi conflitti è la Rede Alerta contra o Deserto Verde (Rete di sorveglianza sul deserto verde, NDT). Fondata nel 1998 a Espírito Santo, riunisce più di 100 entità tra cui comunità, indigeni, sindacati e organizzazioni non governative, e opera nello stato di Espírito Santo e in quelli di Bahía, Minas Gerais e Río de Janeiro.

Recentemente, quest’organizzazione ha ottenuto un successo che merita di essere menzionato. Da 35 anni, le comunità indigene Tupiniquín e Guaraní dello stato d’Espírito Santo sono in lotta con l’impresa Aracruz che ha occupato 11.000 ettari di terra della loro riserva per sviluppare la monocultura dell’eucalyptus. Nel maggio del 2005, 500 indigeni sono usciti da questa riserva e si sono adoperati per ricostruire due antichi villaggi: Ojo de Agua e Arroyo de Oro, in cui si sono installati. Durante un’udienza pubblica del 10 agosto, il Ministero della Giustizia ha riconosciuto la pertinenza della rivendicazione indigena e l’irregolarità dell’occupazione delle terre da parte di Aracruz (che, comunque, ha promesso di proseguire la propria battaglia per via giudiziaria) [10].

Hector Alimonda
Visto su: http://www.mondialisation.ca/ (www.globalresearch.ca – link)
Link: Rivista dell’Observatorio Social de América Latina n°17, maggio-agosto 2005. Cuando los árboles son un desierto
Estate 2005
Traduzione in francese: Catherine Goudounèche, per RISAL – Réseau d’information et de solidarité avec l’Amérique latine

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALICE

VEDI ANCHE: Comedonchisciotte AMAZZONIA – BRASILE: LA DEFORESTAZIONE IN CADUTA LIBERA

NOTE:

[1] [NDR] La Cachaça (si pronuncia cachassa) è un liquore derivato dal succo della canna da zucchero. In Brasile, tale bevanda è comunemente venduta come bibita rinfrescante. Serve da base per un numero praticamente illimitato di cocktails. Il più noto è la Caipirinha.

[2] A proposito di Fordlandia e della sua storia, esiste una produzione considerevole di lavori in Brasile e negli Stati Uniti. Una consultazione utile, ma forse più facile per il lettore ispanoamericano, potrebbe essere il romanzo Fordlandia dell’economista e diplomatico argentino Eduardo Sguiglia (Buenos-Aires : Editorial Debolsillo, 2004).

[3] Di fatto, il tasso medio di deforestazione durante i devastanti decenni ‘70 e ‘80 fu di poco più di 21.000 chilometri quadrati all’anno.

[4] Il governatore dello stato del Mato Grosso, Carlos Maggi, è anche il maggior coltivatore di soia del mondo.

[5] [NDR] A proposito della coltivazione di cellulosa, leggere anche: Raul Zibechi, Cellulose et exploitation forestière : deux visages d’un modèle déprédateur, RISAL, 18 novembre 2005.

[6] A partire da qui, seguiamo il rapporto coordinato da Anna Franzeres per il Programma Nazionale delle Foreste, Brasilia, marzo 2005.

[7] La Rede Alerta contra o Deserto Verde calcola che, nel rimboschimento industriale, venga creato un posto di lavoro ogni 330.000 dollari investiti.

[8] La legislazione forestale brasiliana per la regione amazzonica stabilisce che le piantagioni d’alberi non possono superare il 20% della superficie delle proprietà. Tale proporzione viene raramente rispettata, ma anche così l’effetto reale della norma di protezione dell’ambiente finisce per incoraggiare la concentrazione, poiché le imprese sono spinte ad incrementare le loro proprietà a qualunque costo, pur di estendere la superficie piantata.

[9] [NDR] Un assentamento è un’occupazione di terra legalizzata.

[10] Ulteriori informazioni su questa battaglia, così come le interessanti pubblicazioni della Rede Alerta contra o Deserto Verde sono disponibili su www.fase.org.br.

Centre for Research on Globalization (CRG) su www.globalresearch.ca permette a siti internet di riprodurre gli articoli originali di Global Research nella loro interezza o in qualsiasi loro parte, a condizione che non se ne modifichino il testo e il titolo. La fonte deve essere citata e bisogna indicare un hyperlink URL attivo all’articolo originale CRG. La nota di copyright dell’autore deve essere visibile.
www.globalresearch.ca contiene materiale tutelato da copyright il cui uso non é stato sempre specificatamente autorizzato da chi lo ha prodotto. Rendiamo disponibile questo materiale ai nostri lettori a condizione che se ne faccia “un uso corretto” nello sforzo di portare avanti una migliore comprensione delle questioni politiche, economiche e sociali. Il materiale su questo sito viene distribuito gratuitamente a coloro che desiderano riceverlo a scopo di ricerca o didattico. Se si desidera usare questo materiale a scopi diversi da un “uso corretto” bisogna chiedere il permesso al possessore dei diritti di autore.
© Copyright Hector Alimonda, Revue de l’Observatorio Social de América Latina e Risal (traduction en français), 2006

Pubblicato da Olimpia