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PROGRAMMI DI EVASIONE

DI MARCO TRAVAGLIO

Mentre il ministro odontoiatra Calderoli lancia la taglia e l’ingegner ministro Castelli ripristina il taglione, lo statista di Milanello si occupa di tagli. Ovviamente falsi per le tasse e veri per i servizi. Tutto ciò naturalmente gli è possibile grazie al suo monopolio sudamericano sulla tv. Se ci fosse un minimo d’informazione, qualcuno tirerebbe fuori il leggendario Contratto con gl’italiani, siglato sulla scrivania di ciliegio chez Vespa l’8 maggio 2001, e gli rinfrescherebbe la memoria. Invece l’insetto di Porta a Porta ha prudenzialmente ritirato lo scrittoio in magazzino e ci intrattiene su argomenti di grande attualità come i risorti dal coma, i matrimoni felici, il pigiama della signora Franzoni e le avventure di Wanna Marchi e famiglia, sempre in ossequio al principio che, nel suo salotto, non s’invitano indagati.
Nel Contratto si promettevano due aliquote (33% per i miliardari e 23% per tutti gli altri), mentre la storica, epocale riforma appena annunciata ne prevede quattro. Si promettevano tagli alle tasse per 40 miliardi di euro, mentre siamo a 6.5. Si prometteva di dimezzare la disoccupazione, che allora era all’8 per cento, e oggi è all’8 per cento, ma peggiorerà grazie al taglio di 75 mila dipendenti del pubblico impiego. Per fingere di rispettare una promessa, se ne tradisce un’altra. Il Contratto, poi, prometteva “città più sicure” col dimezzamento dei reati, grazie all’apposito poliziotto di quartiere: a Napoli la camorra non ha mai riso tanto. Prometteva pure aumenti per tutti i pensionati, invece sono arrivate mancette per pochi intimi. Prometteva anche grandi opere a strafottere, mentre non c’è una lira e ne sono state finanziate meno di un decimo (leggere, per credere, il nuovo libro di Ivan Cicconi, “Le grandi opere del Cavaliere”, Koinè). Si prometteva, infine, che se uno dei cinque obiettivi fosse stato mancato, il Cavaliere si sarebbe ritirato dalla politica. Infatti, avendone mancati cinque su cinque, ha deciso di restare.

Sarebbe ingeneroso, però, parlare di fallimento su tutta la linea. C’è almeno una categoria a cui le tasse sono state ridotte, anzi abolite: quella degli evasori. Un condono fiscale all’anno, un condono edilizio all’anno, la sanatoria per i capitali illegalmente accumulati ed esportati, i falsi in bilancio legalizzati. E poi, per evitare che gli evasori si sentano dei vermi, la benedizione urbi et orbi con beatificazione della frode fiscale durante l’ultima visita del premier alla Guardia di Finanza: “Evadere o eludere sopra il 33% è etico”. Una volta era la Guardia di Finanza a visitare Berlusconi, ora è Berlusconi che visita la Guardia di Finanza. Come passa, il tempo. Certo, l’evasione e il falso in bilancio rimangono facoltativi, ma presto si provvederà a renderli obbligatori. Onde evitare che qualcuno faccia il furbo pagando le tasse al solo scopo di screditare gli altri. Resta da convincere l’amico Bush, che da questo orecchio ancora non ci sente. Lui, dopo aver alzato a 25 anni di galera la pena per il falso in bilancio, ha dichiarato guerra all’evasione fiscale. Al punto da mettere una taglia su chi non paga le tasse e da affidarne la scoperta e la repressione, col recupero del maltolto, ad agenzie di “sceriffi privati”. I quali – racconta il Corriere – busseranno alla porta dei furbi e, con argomenti piuttosto persuasivi, gli faranno sputare il dovuto. In quel mondo a parte che è l’Italia, invece, il governo combatte gli onesti. Li rapina. Li convince che sono fessi. Li istiga a delinquere. Da noi l’evasione fiscale è sui 150 miliardi di euro annui: se tutti pagassero le tasse, la riduzione fiscale non sarebbe 23 volte più di questa miseria di 6.5 miliardi di euro. Ma se, puta caso, un Calderoli o un Castelli proponessero in consiglio dei ministri una taglia sugli evasori, sarebbe come parlare di corda in casa dell’impiccato. Il premier e i suoi cari, infatti, hanno il record dei processi per frode fiscale.

L’altro giorno Milano Finanza pubblicava un’indiscrezione su uno dei trecento summit di governo dedicati alle tasse: “Momento di grande imbarazzo al vertice di palazzo Chigi. Berlusconi stava spiegando a tutti che una riduzione fiscale per i contribuenti più ricchi è indispensabile, mentre Fini e gli altri osservavano che in qualche misura la riduzione delle aliquote più basse produce effetti pure su chi ha redditi molto alti. ‘Che c’entrano i tagli alle aliquote basse?”, ha replicato il premier: “Qui stiamo parlando dei redditi alti, che versano il 45% di quanto guadagnano allo Stato”. Nell’imbarazzo generale, Siniscalco ha dovuto riassumere al premier il meccanismo progressivo della tassazione, spiegando che gli scaglioni hanno effetto anche sui redditi maggiori: ‘Se uno guadagna 100 mila euro, sui primi 7500 non paga niente, poi fino a 15 mila paga il 23%, da 15 a 29 mila il 29%, da 29 a 32.600 il 31%, da 32.600 a 70 mila il 39%. E solo qui, sui restanti 30 mila, scatta l’aliquota massima del 45%”. Berlusconi, a questo punto, avrebbe detto: “Capisco. È che il 740 me l’hanno sempre fatto i commercialisti (fra i quali un certo Tremonti, ndr)…”. Ecco: come si pagano le tasse lui non lo sa. Sa come non si pagano.

Marco Travaglio
Fonte:http://banane.splinder.com/
28.11.04

Pubblicato da Davide