Riceviamo e volentieri pubblichiamo
DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it
L’antefatto è notissimo: le dimissioni del top manager bancario Alessandro Profumo dalla carica di Ad di Unicredit, carica che occupava se ben ricordo dal lontano 1998, frutto di un’affermazione personale progressiva, dopo la rapida scalata in Credito Italiano avvenuta negli anni novanta.
Alessandro Profumo sembra essere un self made man inserito non in un American Dream, ma in più modesto Italian Dream, che da giovanetto è partito come impiegato al Banco Lariano, in posizione umile, lavorando durante il giorno allo sportello e la sera “studiando alla candela” per una laurea alla prestigiosa Bocconi.
Poi è “cresciuto”, naturalmente in termini aziendalistici di affermazione personale e di scalata, entrando in McKinsey e successivamente in RAS.
A seguito, ”MA PROFUMO MERITA 40 MILIONI DI LIQUIDAZIONE ?” (Marcello Foa, blog.ilgiornale.it);"PERCHE’ BERLINO HA VOLUTO LA TESTA DI “ALESSANDRO IL GRANDE” (Moreno Pasquinelli,sollevazione.blogspot.com);”PROFUMO D'INTESA” (Giacomo Gabellini, conflittiestrategie.splinder.com);
Nella foto: Alessandro Profumo e Dietr Rampl (a destra)Certo non è uno degli squali finanziari peggiori, ma è comunque un Top Manager, un Banchiere contemporaneo, uno che cura gli impietosi interessi degli Investitori, oltre che i suoi personali, e quindi per tutti noi non può che rappresentare un nemico.
Volendo fare un po’ di chiarezza nell’intricata vicenda del repentino “siluramento” di Profumo, senza troppe pretese di scoprire verità assolute o segreti inquietanti, è bene porsi alcune domande.
Normale avvicendamento al vertice di una delle due più grandi banche della penisola?
E’ l’ipotesi meno probabile, anche se Mercati ed Investitori talora esigono sacrifici umani fra gli stessi VIP che ne curano gli interessi, per spingere l’acceleratore sul valore creato e sul profitto.
Non dovrebbe essere questo il caso di Profumo, definibile come un banchiere con tendenze “globali”, ben attento al dividendo da distribuire alla Sovrana Proprietà ed ai Rentiers, orientato verso le grandi acquisizioni [l’HVB tedesca e Capitalia, ad esempio] e il superamento degli angusti confini nazionali.
Esito di una lotta ai coltelli per il controllo di pezzi importanti del sistema bancario nazionale?
Il Profumo di turno ha votato alle primarie del Pd e in qualche modo appartiene a questa trista fazione della politica sistemica, non potendo escludere, nonostante si sia parlato spesso di lui come di un manager “distante” dalla politica, una sua prossima “discesa in campo”
Alessandro come prossimo anti-Silvio?
C’è chi lo vede come il possibile, futuro, “Papa straniero” nel Pd, il quale dovrebbe risolvere i problemi di questo cartello elettorale che sembra molto vicino allo sfaldamento.
Ma i giochi sono complessi più di quanto può sembrare, e l’intricata jungla pidiina, infestata di nomenklature postcomuniste e postdemocristiane in reciproca lotta, prive di qualsivoglia programma ma affamate di posti di potere, è forse un po’ troppo anche per un “collaudato” manager come Profumo, per anni al vertice di un organismo finanziario sempre più multinazionale, che vanta oltre 10.000 filiali in 22 paesi [http://www.unicreditgroup.eu/it/About_us/About_us.htm].
Inoltre, una liquidazione di ben 40 milioni di euro – autentica buonuscita da manager globalista di media tacca – potrebbe suscitare qualche piccola discussione, anche se la cosa non dovrebbe avere troppo peso all’interno della cinica burocrazia pidiina, la quale ha da tempo [e volentieri] rinunciato alla battaglia per la giustizia sociale e la difesa dei subalterni impoveriti, schierandosi apertamente sul fronte opposto.
Dall’altra parte della politica sistemica, è fin troppo chiaro che l’interesse di un Berlusconi in difficoltà, in vistoso calo di consensi nei sondaggi – il quale si è finalmente accorto, seppur in ritardo, che la truffa del berlusconismo è ormai scoperta – è proprio quello di controllare quanti più organismi possibili [bancari e non] per mantenersi ancora in sella a qualsiasi costo, e di metterci ai vertici suoi burattini, o comunque personaggi non potenzialmente ostili al suo gruppo di potere e alle politiche, talora feudali, localistiche e regionaliste, che questo esprime, complici le pressioni [e i molti casi i diktat] di una Lega sempre più determinante.
Da più parti si ricorda che Alessandro Profumo intendeva fare di Unicredit una vera e propria “banca globale”, confliggendo con tutta una serie di interessi consolidati proprio all’interno del gruppo, non di rado di natura localistica/ regionalista.
C’è di mezzo il solito Gheddafi con i cospicui capitali libici da investire in “paesi amici”?
Anche, ma forse non è la ragione principale del “siluramento” di Profumo, pur potendo avere qualche peso nella complessa vicenda che ha indotto il consiglio di amministrazione della banca a sfiduciare il brillante manager, dando mandato al presidente Dieter Rampl di “trattare la resa” con il manager e attribuendogli temporaneamente le deleghe dell’Ad.
In effetti, la banca centrale libica ha un suo alto rappresentate in Unicredit ed una cospicua partecipazione nell’istituto, tendenzialmente in crescita.
E’ possibile che nel contrasto fra l’Ad “storico” di Unicredit e i soci, più della controversa questione della “penetrazione libica”, pesi la questione delle Fondazioni, principali azioniste della banca, ormai nemiche giurate del Profumo con aspirazioni “globali”, tendente alla banca unitaria che parla fluentemente inglese e che non dovrebbe piacere molto alle Fondazioni stesse.
Quanto conta in questa vicenda la Lega, che preme da buon parvenu per un suo feudo bancario?
La Lega si è finalmente integrata in “Roma ladrona” – non più tanto sputtanata, se non per tener buoni i bruti nelle sagre padane – ed aspira ad avere un suo peso nelle banche, anzi, vorrebbe una banca importante e “tutta sua”, come la volevano non troppo tempo fa [2005] i capi diessini Fassino, i D’Alema, i La Torre intercettati telefonicamente, che facevano il tifo per l’intraprendente Unipol di Gianni Consorte [al quale D’Alema disse telefonicamente “facci sognare”].
Come i politici diessini di allora[non c’era ancora il Pd], che in pieno 2005 volevano una banca tutta loro a costo di andare a braccetto con i “furbetti del quartierino”, anche i leghisti che ormai fanno parte a tutti gli effetti del sistema della piccola politica corrotta e cialtrona, aspirano ad entrare nei salotti buoni finanziari, pur a livello locale, non potendo puntare più in alto, ad esempio a JP Morgan Chase/ Chase Manhattan Bank, alle guglie più alte del capitalismo contemporaneo finanziarizzato, come farebbero i tutti gli strateghi globalisti che si rispettano …
E’ chiaro che la Lega deve accontentarsi di ciò “che passa il convento”, essendo il sistema bancario italiano piuttosto provinciale, ancora in parte protetto e “riserva di caccia” per cordate indigene politico-economiche, nonché giudicato un po’ “asfittico” e arretrato rispetto ai brillanti attori finanziari occidentali del collasso “sub-prime” e della più folle finanza creativa.
La Lega giustifica i suoi appetiti in campo bancario, le sue pulsioni acquisitive, con la necessità di concedere credito alla PMI del nord in agonia, soffocata dal credit crunch e bisognosa di supporto finanziario per poter sperare di sopravvivere ancora un po’, ed in effetti è in parte vero, perché si tratta di una fetta importante del suo elettorato tipico, che deve essere preservata per poter continuare la scalata al potere.
La Lega, inoltre, oltre alla naturale avversione per la penetrazione dei capitali libici nel sistema bancario italiano, ha mostrato di essere contraria alla visione politico-strategica di Profumo, un po’ troppo globalista/ mondialista per gli xenofobi-regionalisti padani, ben arroccati nei loro feudi, influenti nella Fondazione Cariverona che partecipa al capitale del gruppo, nonché pilastro principale del IV esecutivo Berlusconi.
In conclusione, tanti sono gli attori della partita per il controllo di Unicredit, dalle Fondazioni ai libici [i cui interessi sembrano divergenti], dalla Lega a Berlusconi [i cui interessi non sempre sono coincidenti], trattandosi di almeno tre o quattro parti in lizza per determinare il futuro della banca, ma ciò che emerge è che sia le Fondazioni sia la Lega, incatenando il gruppo bancario ai feudi sul territorio, respingendo la visione un po’ ”globalista” dell’estromesso Profumo, oggettivamente ed occasionalmente incarnano la resistenza locale/ regionale all’avanzare inesorabile della globalizzazione finanziaria, che prima o poi dovrà investire in pieno anche il sistema bancario italiano, per ora ancora soggetto ai giochi di potere interni.
Più che Profumo, c’è un po’ di puzza di bruciato nella complessa vicenda, che è tuttora in sviluppo non essendoci ancora il successore dell’Ad costretto alle dimissioni, il quale dovrà essere formalmente nominato dal presidente Rampl scegliendo in una ristretta rosa di nomi.
La partita è quindi aperta, e se provvisoriamente la vittoria può essere assegnata alle Fondazioni bancarie e alla Lega bossiana, alleati nei fatti contro Profumo, nessuno può escludere colpi di scena futuri.
Ad infima!
Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it
Link: http://pauperclass.myblog.it/archive/2010/09/22/profumo-puzza-di-bruciato-e-spartizione-delle-banche-di-euge.html
22.09.2010
radisol 26 settembre 2010
De Poli contro Geronzi
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A dimostrazione del fatto che una serie di interessi diversissimi, nobili e meno nobili, si sono coalizzati per far fuori Profumo - che del resto se l’è cercata con il suo atteggiamento da "dittatore", non a caso lo chiamano "Mr. Arrogance" - ma ora non sono minimamente d’accordo tra loro sul "che fare" successivo ...
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Unicredit e fondazioni, De Poli contro Geronzi
Il dominus di Cassamarca: dov’è la nostra azione disgregatrice?
•M I L A N O. L’uscita traumatica di Alessandro Profumo da Unicredit continua ad alimentare polemiche all’interno e sul sistema finanziario italiano. I rilievi di Cesare Geronzi, presidente delle Generali, che aveva puntato il dito contro le fondazioni azioniste di Piazza Cordusio nella gestione del divorzio, sono andati di traverso a Dino De Poli, da decenni dominus di Cassamarca, ente di Treviso che detiene lo 0,8% di Piazza Cordusio. In una lettera inviata a Geronzi e diffusa alla stampa, De Poli concorda con il presidente del Leone di Trieste sul fatto che la cacciata di Profumo non sia «frutto di complotti e di piani orchestrati». «Ma semplicemente – spiega – di decisioni di amministratori responsabili, guidate dalla sana determinazione di una persona altamente valida, com’è Dieter Rampl, che ha agito all’interno di un preciso perimetro di regole e di rispetto dei ruoli».
Poi, però, De Poli replica a Geronzi che, in un’intervista, aveva parlato di gestione dei problemi tra soci e Profumo non degna neanche di una «banchetta di provincia». «In nome di questo malinteso senso del radicamento con il territorio – aveva detto Geronzi – le fondazioni rischiano di disgregare il sistema», mettendo in particolare in guardia dal rischio di «una politica che vuole allungare le mani sulle banche» e di cui «Unicredit è il primo esempio». Riferimento alla Lega che, imbottendo di suoi uomini le Fondazioni, punterebbe a condizionare le banche. Dal suo feudo trevigiano De Poli ha escluso «influenze politiche di alcun genere» sugli enti, rivendicando di aver «sempre difeso l’autonomia delle fondazioni». «Davvero singolare» che Geronzi «se ne dimentichi così velocemente», dopo che grazie all’acquisizione di Capitalia da parte dell’ «Unicredito delle fon dazioni» («operazione veloce, forse troppo, non priva di bocconi indigesti», punzecchia De Poli) è assunto prima alla guida di Mediobanca e poi delle Generali. De Poli ha rivendicato «le scelte rilevanti per il Paese» e «il sacrificio di tante e comprensibili ragioni locali» fatti dalle fondazioni nel percorso di crescita di Unicredit. «Dove era – chiede De Poli –in tutto ciò il malinteso senso del territorio che Lei afferma? Quali e dove erano le camicie verdi che ci ispiravano?». Dove sarebbe, aggiunge ancora, «la nostra azione disgregatrice»? Senza voler alimentare una polemica «sterile», ambienti vicini a Geronzi ribadiscono che ci sono «rischi da non sottovalutare affatto ai quali, in qualche realtà, potrebbe essere esposto il rapporto tra enti territoriali, fondazioni e banche, in nome di una visione di localismo non correttamente inteso». Per ovviare ai quali sarebbe opportuno «pensare per esempio a una disciplina che detti oggettivi, rigorosi criteri di professionalità ed indipendenza nelle designazioni dei membri delle fondazioni e nella indicazione, da parte di queste, dei componenti gli organi deliberanti delle banche».