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PROFUMO, PUZZA DI BRUCIATO E SPARTIZIONE DELLE BANCHE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

DI EUGENIO ORSO
pauperclass.myblog.it

L’antefatto è notissimo: le dimissioni del top manager bancario Alessandro Profumo dalla carica di Ad di Unicredit, carica che occupava se ben ricordo dal lontano 1998, frutto di un’affermazione personale progressiva, dopo la rapida scalata in Credito Italiano avvenuta negli anni novanta.
Alessandro Profumo sembra essere un self made man inserito non in un American Dream, ma in più modesto Italian Dream, che da giovanetto è partito come impiegato al Banco Lariano, in posizione umile, lavorando durante il giorno allo sportello e la sera “studiando alla candela” per una laurea alla prestigiosa Bocconi.

Poi è “cresciuto”, naturalmente in termini aziendalistici di affermazione personale e di scalata, entrando in McKinsey e successivamente in RAS.

A seguito, ”MA PROFUMO MERITA 40 MILIONI DI LIQUIDAZIONE ?” (Marcello Foa, blog.ilgiornale.it);“PERCHE’ BERLINO HA VOLUTO LA TESTA DI “ALESSANDRO IL GRANDE” (Moreno Pasquinelli,sollevazione.blogspot.com);”PROFUMO D’INTESA” (Giacomo Gabellini, conflittiestrategie.splinder.com);

Nella foto: Alessandro Profumo e Dietr Rampl (a destra)Certo non è uno degli squali finanziari peggiori, ma è comunque un Top Manager, un Banchiere contemporaneo, uno che cura gli impietosi interessi degli Investitori, oltre che i suoi personali, e quindi per tutti noi non può che rappresentare un nemico.

Volendo fare un po’ di chiarezza nell’intricata vicenda del repentino “siluramento” di Profumo, senza troppe pretese di scoprire verità assolute o segreti inquietanti, è bene porsi alcune domande.

Normale avvicendamento al vertice di una delle due più grandi banche della penisola?

E’ l’ipotesi meno probabile, anche se Mercati ed Investitori talora esigono sacrifici umani fra gli stessi VIP che ne curano gli interessi, per spingere l’acceleratore sul valore creato e sul profitto.
Non dovrebbe essere questo il caso di Profumo, definibile come un banchiere con tendenze “globali”, ben attento al dividendo da distribuire alla Sovrana Proprietà ed ai Rentiers, orientato verso le grandi acquisizioni [l’HVB tedesca e Capitalia, ad esempio] e il superamento degli angusti confini nazionali.

Esito di una lotta ai coltelli per il controllo di pezzi importanti del sistema bancario nazionale?

Il Profumo di turno ha votato alle primarie del Pd e in qualche modo appartiene a questa trista fazione della politica sistemica, non potendo escludere, nonostante si sia parlato spesso di lui come di un manager “distante” dalla politica, una sua prossima “discesa in campo”
Alessandro come prossimo anti-Silvio?
C’è chi lo vede come il possibile, futuro, “Papa straniero” nel Pd, il quale dovrebbe risolvere i problemi di questo cartello elettorale che sembra molto vicino allo sfaldamento.
Ma i giochi sono complessi più di quanto può sembrare, e l’intricata jungla pidiina, infestata di nomenklature postcomuniste e postdemocristiane in reciproca lotta, prive di qualsivoglia programma ma affamate di posti di potere, è forse un po’ troppo anche per un “collaudato” manager come Profumo, per anni al vertice di un organismo finanziario sempre più multinazionale, che vanta oltre 10.000 filiali in 22 paesi [http://www.unicreditgroup.eu/it/About_us/About_us.htm].
Inoltre, una liquidazione di ben 40 milioni di euro – autentica buonuscita da manager globalista di media tacca – potrebbe suscitare qualche piccola discussione, anche se la cosa non dovrebbe avere troppo peso all’interno della cinica burocrazia pidiina, la quale ha da tempo [e volentieri] rinunciato alla battaglia per la giustizia sociale e la difesa dei subalterni impoveriti, schierandosi apertamente sul fronte opposto.
Dall’altra parte della politica sistemica, è fin troppo chiaro che l’interesse di un Berlusconi in difficoltà, in vistoso calo di consensi nei sondaggi – il quale si è finalmente accorto, seppur in ritardo, che la truffa del berlusconismo è ormai scoperta – è proprio quello di controllare quanti più organismi possibili [bancari e non] per mantenersi ancora in sella a qualsiasi costo, e di metterci ai vertici suoi burattini, o comunque personaggi non potenzialmente ostili al suo gruppo di potere e alle politiche, talora feudali, localistiche e regionaliste, che questo esprime, complici le pressioni [e i molti casi i diktat] di una Lega sempre più determinante.
Da più parti si ricorda che Alessandro Profumo intendeva fare di Unicredit una vera e propria “banca globale”, confliggendo con tutta una serie di interessi consolidati proprio all’interno del gruppo, non di rado di natura localistica/ regionalista.

C’è di mezzo il solito Gheddafi con i cospicui capitali libici da investire in “paesi amici”?

Anche, ma forse non è la ragione principale del “siluramento” di Profumo, pur potendo avere qualche peso nella complessa vicenda che ha indotto il consiglio di amministrazione della banca a sfiduciare il brillante manager, dando mandato al presidente Dieter Rampl di “trattare la resa” con il manager e attribuendogli temporaneamente le deleghe dell’Ad.
In effetti, la banca centrale libica ha un suo alto rappresentate in Unicredit ed una cospicua partecipazione nell’istituto, tendenzialmente in crescita.
E’ possibile che nel contrasto fra l’Ad “storico” di Unicredit e i soci, più della controversa questione della “penetrazione libica”, pesi la questione delle Fondazioni, principali azioniste della banca, ormai nemiche giurate del Profumo con aspirazioni “globali”, tendente alla banca unitaria che parla fluentemente inglese e che non dovrebbe piacere molto alle Fondazioni stesse.

Quanto conta in questa vicenda la Lega, che preme da buon parvenu per un suo feudo bancario?

La Lega si è finalmente integrata in “Roma ladrona” – non più tanto sputtanata, se non per tener buoni i bruti nelle sagre padane – ed aspira ad avere un suo peso nelle banche, anzi, vorrebbe una banca importante e “tutta sua”, come la volevano non troppo tempo fa [2005] i capi diessini Fassino, i D’Alema, i La Torre intercettati telefonicamente, che facevano il tifo per l’intraprendente Unipol di Gianni Consorte [al quale D’Alema disse telefonicamente “facci sognare”].

Come i politici diessini di allora[non c’era ancora il Pd], che in pieno 2005 volevano una banca tutta loro a costo di andare a braccetto con i “furbetti del quartierino”, anche i leghisti che ormai fanno parte a tutti gli effetti del sistema della piccola politica corrotta e cialtrona, aspirano ad entrare nei salotti buoni finanziari, pur a livello locale, non potendo puntare più in alto, ad esempio a JP Morgan Chase/ Chase Manhattan Bank, alle guglie più alte del capitalismo contemporaneo finanziarizzato, come farebbero i tutti gli strateghi globalisti che si rispettano …
E’ chiaro che la Lega deve accontentarsi di ciò “che passa il convento”, essendo il sistema bancario italiano piuttosto provinciale, ancora in parte protetto e “riserva di caccia” per cordate indigene politico-economiche, nonché giudicato un po’ “asfittico” e arretrato rispetto ai brillanti attori finanziari occidentali del collasso “sub-prime” e della più folle finanza creativa.

La Lega giustifica i suoi appetiti in campo bancario, le sue pulsioni acquisitive, con la necessità di concedere credito alla PMI del nord in agonia, soffocata dal credit crunch e bisognosa di supporto finanziario per poter sperare di sopravvivere ancora un po’, ed in effetti è in parte vero, perché si tratta di una fetta importante del suo elettorato tipico, che deve essere preservata per poter continuare la scalata al potere.
La Lega, inoltre, oltre alla naturale avversione per la penetrazione dei capitali libici nel sistema bancario italiano, ha mostrato di essere contraria alla visione politico-strategica di Profumo, un po’ troppo globalista/ mondialista per gli xenofobi-regionalisti padani, ben arroccati nei loro feudi, influenti nella Fondazione Cariverona che partecipa al capitale del gruppo, nonché pilastro principale del IV esecutivo Berlusconi.
In conclusione, tanti sono gli attori della partita per il controllo di Unicredit, dalle Fondazioni ai libici [i cui interessi sembrano divergenti], dalla Lega a Berlusconi [i cui interessi non sempre sono coincidenti], trattandosi di almeno tre o quattro parti in lizza per determinare il futuro della banca, ma ciò che emerge è che sia le Fondazioni sia la Lega, incatenando il gruppo bancario ai feudi sul territorio, respingendo la visione un po’ ”globalista” dell’estromesso Profumo, oggettivamente ed occasionalmente incarnano la resistenza locale/ regionale all’avanzare inesorabile della globalizzazione finanziaria, che prima o poi dovrà investire in pieno anche il sistema bancario italiano, per ora ancora soggetto ai giochi di potere interni.

Più che Profumo, c’è un po’ di puzza di bruciato nella complessa vicenda, che è tuttora in sviluppo non essendoci ancora il successore dell’Ad costretto alle dimissioni, il quale dovrà essere formalmente nominato dal presidente Rampl scegliendo in una ristretta rosa di nomi.
La partita è quindi aperta, e se provvisoriamente la vittoria può essere assegnata alle Fondazioni bancarie e alla Lega bossiana, alleati nei fatti contro Profumo, nessuno può escludere colpi di scena futuri.

Ad infima!

Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it
Link: http://pauperclass.myblog.it/archive/2010/09/22/profumo-puzza-di-bruciato-e-spartizione-delle-banche-di-euge.html
22.09.2010

Pubblicato da Davide

  • Tao

    MA PROFUMO MERITA 40 MILIONI DI LIQUIDAZIONE ?

    DI MARCELLO FOA
    blog.ilgiornale.it

    Profumo se n’è andato. E sia. Lasciamo perdere i retroscena sul suo allontanamento e concentriamoci sui fatti che sono i seguenti.

    – Unicredit nel 2007 ha macinato utili per 6,5 miliardi, nel 2008 per 4, l’anno scorso ha chiuso con 1,7, e nel primo semestre di quest’anno i milioni sono 669.

    – Profumo ha trasformato Unicredit in un gigante. dal 1997 al 2005, l’allora Ad del Credito Italiano ha acquistato oltre 100 banche, poi nel 2005 il grande salto internazionale: UniCredit annunciò l’Opa sulla banca tedesca HypoVereinsbank AG (HVB-Group), che portò alle OPA a cascata su Bank Austria Creditanstalt e BPH (controllate da HVB). Poi espansione in Polonia, in Croazia. nel 2007 fusione con Capitalia.

    – Oggi è un gruppo presente in 22 paesi, con 29,7 milioni di clienti e 160mila dipendenti sparsi in Europa. In apparenza un successo, ma la realtà è ben diversa. Acquistando Hvb Profumo non ha comprato una grande banca tedesca, ma un istituto zeppo di titoli tossici (suprime e affini), troppo esposto sul mercato immobiliare, come peraltro, se non erro, anche le sue banche nell’Europa dell’est.

    Ovvero: da manager non ha saputo valutare bene la banca che comprava.

    Qualcuno tenta di giustificarlo osservano che la crisi del 2008 ha rovinato i suoi piani. Vero, però è altresì vero che se Hvb non fosse stata così esposta, Unicredit non avrebbe sofferto come sappiamo.

    Esaminando l’andamento del titolo in Borsa il risultato è sconfortante. Se cliccate qui selezionando il grafico a 5 anni, vi accorgerete che il titolo oggi vale circa 1,9 euro, dunque 5 volte meno rispetto al massimo storico di 10,9 toccato nell’estate del 2008, ma anche rimettendo le lancette ancora più indietro al 2005 la performance resta ampiamente negativa: allora valeva 6 euro.

    Pochi giorni fa la stessa Unicredit ammetteva di ”essere sotto pressione sul versante della profittabilità e dell’efficienza“, al punto di dover annunciare ben 4700 esuberi. Grande gruppo sì, ma tutt’altro che brillante; anzi in costante difficoltà, al punto di dover aumentare il capitale e spalancare le porte ai libici,

    Dunque Profumo ha fallito.

    E allora mi chiedo: è giusto che ottenga una liquidazione da 40 milioni di euro? Quaranta milioni di euro sono il premio a un manager che esce trionfando, mentre normalmente chi sbaglia dovrebbe risponderne personalmente e uscire alla chetichella con la liquidazione minima. Ma in questo capitalismo i supermanager alla Profumo non pagano mai. Vincono soltanto. Cadono eppure riescono ad arricchirsi.

    Anzi: magari fanno anche carriera politica. Secondo alcune voci dall’interno del Pd, rilanciate gioiosamente da Repubblica, Profumo potrebbe essere il “Papa nero” ovvero il leader a sorpresa in grado di battere Berlusconi. Tanto per chiarire da che parte sta una certa sinistra.

    O sbaglio?

    Marcello Foa
    Fonte: http://blog.ilgiornale.it
    Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2010/09/22/ma-profumo-merita-40-milioni-di-liquidazione/
    22.09.2010

  • radisol

    La questione, come sempre accade negli scontri intercapitalistici ( ed in questo caso si tratta in parte pure di uno scontro intecapitalistico “globale”, con in gioco anche interessi tedeschi ed ovviamente libici e persino dell’emirato di Dubai) è un pò più complessa…. e certamente non esistono i “buoni” ed i “cattivi” ….
    Profumo aveva oggettivamente trasformato, con varie operazioni, il vecchio Credito Italiano ex IRI, in una banca “globale”, con una visione internazionale … e sempre meno con una logica tutta italiana ….
    Se questo indubbiamente lo ha messo in maggiore difficoltà per gli effetti della “crisi globale” ( illuminanti su questo furono, circa 2 anni fa, alcuni articoli su CdC di Uriel, che pure notoriamente non amo ) … lo ha anche portato a cercare di ridimensionare il ruolo delle Fondazioni di alcune delle banche italiane incorporate, Fondazioni derivanti appunto da alcune Casse di risparmio acquistate, spesso legate agli enti locali.
    Di queste, in verità, solo una, la Fondazione CR Verona, è in mano alle Lega Nord …
    Da qui il ricorso a capitali esteri di quelli che fanno notizia, la Libia e l’emirato di Dubai … da qui il progetto di Banca Unica che doveva unificare definitivamente il gruppo Unicredit italiano ed annullare le specificità legate appunto al territorio, tra le quali non scherzava, oltre le vecchie Casse di Risparmio, quella tipica della vecchia Banca di Roma, soprattutto sul territorio laziale …. questa operazione, però, avrebbe comportato ben 4.700 esuberi nel personale complessivo di Unicredit, peraltro in una situazione occupazionale che già prima del progetto Banca Unica vedeva già altre 900 uscite già concordate di lavoratori nel triennio 2010-2012 … questo ha ovviamente fatto incazzare i sindacati dei bancari, per cui anche queste Organizzazioni, in genere orientate a sinistra, hanno finito per fare muro con chiunque si opponesse al piano di Profumo, al di là del fatto che costui viene da sempre indicato come “banchiere di sinistra” … per cui è capitato pure il fatto curiosissimo che il segretario generale del sindacato FALCRI Aleardo Pelacchi, lui stesso dipendente Unicredit ( ex C.R. di Perugia) e notoriamente vicino a Rifondazione Comunista, ha platealmente incontrato il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi, che tramite il comune veneto controlla la Fondazione C.R. Verona, per concordare una linea comune contro Profumo …. e l’operazione sembra essere riuscita, riuscendo a mettere insieme sullo stesso fronte interessi diversissimi ma tutti concordi nell’affrancarsi dalla “dittatura” di Profumo … ora naturalmente non è detto che non si proporrà più un problema di esuberi di personale in Unicredit, ma saltando con Profumo il progetto di Banca Unica, certamente non si arriverà più a quei numeri allucinanti …. Ora quindi, se ragioniamo in termini puramente manageriali, Profumo aveva ragione da vendere, voleva razionalizzare una specie di carrozzone ex pubblico con ancora molte incostrazioni clentelari, dandogli una dimensione internazionale …. Se invece ragioniamo da un punto di vista sociale, il suo progetto comportava notevole perdita di posti di lavoro ma anche un minore legame della banca col territorio e quindi con la clientela minuta …. e qui hanno certamente ragione i suoi avversari, al di là dell’ “assalto alla diligenza bancaria” che sta indubbiamente portando avanti la Lega Nord .. ed anche di interessi poco “nobili” ( come quelli della Mediobanca di Geronzi, di cui Unicredit è il principale socio, e quelli indiretti di Berluskoni sulla gestione del credito in Italia) … a dimostrazione del fatto che il panorama economico e/o politico è assai complicato … e che è appunto difficile distinguere i “buoni” dai “cattivi” ….

  • alinaf

    Profumo è un altro che si meriterebbe il sequestro ed un trattamento tipo nel film le Iene , altro che ha fatto bene …. ha fatto male….., si merita i 40 milioni ……. non si merita i 40 milioni. Schifo cosmico.

  • Morire

    Oh! Profumo-puzza: l’ho capita solo ora! Sto perdendo colpi…scusate se sono ot ma fatti del genere non riesco a commentarli in maniera più triste di così, non riuscendo ad avvicinarmi minimanente a quanto lo siano realmente. Poveri noi 🙁

  • Tao

    PERCHE’ BERLINO HA VOLUTO LA TESTA DI “ALESSANDRO IL GRANDE”

    DI MORENO PASQUINELLI
    sollevazione.blogspot.com

    La cacciata di Alessandro Profumo, Amministratore delegato da Unicredit, è un evento che potrebbe causare uno sciame sismico che lascerà il segno, vedremo se indelebile, negli assetti finanziari, economici e politici dell’Italia.
    Gli sciocchi soltanto possono credere alle motivazioni date dal Presidente Dieter Rample, e con lui di alcuni zelanti giornalisti e politici, per cui la defenestrazione sarebbe avvenuta per le maniere decisionistiche di Profumo. Non è forse con Profumo che Unicredit è diventato il secondo gruppo bancario d’Europa? Con filiali in ben 22 paesi e ben 9.200 sportelli? Non è forse anche grazie al suo “decisionismo” che la capitalizzazione di mercato di Unicredit è schizzata da 1,5 Miliardi di euro a circa 37? E’ evidente che c’è dell’altro.

    «Il «pomo della discordia», che ha fatto esplodere i conflitti interni sulla figura dell’ad della prima banca (per capitalizzazione) italiana, è l’ascesa nel capitale di Unicredit dei soci libici. A più riprese durante l’estate Tripoli ha comprato azioni sia con Central Bank of Libya che con il fondo sovrano Libyan Investment Authority, detenendo fino al 7,58% complessivo». (Il Sole on line del 21 settembre 2010)

    Ovvero:

    «L’avvento della Libia nel grande azionariato di Piazza Cordusio ha mandato in pezzi molti equilibri delicati: primo fra tutti il convincimento, tra Monaco e Berlino, di detenere una golden share strategica su Unicredit, destinata a restare “europea”, e quindi “tedesca”».
    (Antonio Quaglio, Il Sole 24 Ore del 21 settembre 2010).

    Quindi: «La partita è di puro potere e ha una natura geopolitica: il blocco di interessi tedesco ha battuto il blocco italiano. Chi li ha fatti entrare, gli investitori libici? Senza il placet del governo, non se ne faceva nulla». ( Giulio Sapelli a Il Sole 24 Ore del 22 settembre 2010)

    Ed è degno di nota che non solo il padanismo leghista, ma il mondo delle grandi fondazioni bancarie post-democristiane, malgrado sia governo che opposizione (tranne i dipietristi, vedi le dichiarazioni di Elio Lannutti) abbiano spalleggiato Profumo, abbiano avuto partita vinta. Con l’appoggio del padano-leghismo ha in pratica vinto il capitalismo bancario tedesco, che doveva far fuori Profumo per controllare Unicredit. E controllando Unicredit il grande capitale finanziario e bancario tedesco allunga le mani sul piano succulento dell’economia padana —che se non è ancora collassata è solo perché, in larga misura, lavora per la locomotiva teutonica, e quindi guarda pù a Monaco o Berlino che a Roma.
    Con l’avallo esplicito della Lega (vedi le dichiarazioni del Sindaco di Verona Tosi e di Giancarlo Giorgetti, presidente della Commissione Bilancio della Camera) il capitalismo lombardo-veneto ha dunque deciso (non si sa mai come andrà a finire con l’Italia) sotto la tutela tedesca.

    «Sono scomodo, non faccio parte del sistema» avrebbe confessato Profumo. (La Repubblica del 21 settembre 2010) La qual cosa è sintomatica e inquietante. Di quale sistema parla? Evidentemente di un sistema, quello finanziario, bancario e industriale italiano, quello cioè che ha in mano quasi tutti i fili dell’economia e del credito, un sistema che evidentemente corre in parallelo alla sua apparente rappresentanza bipolare.

    Due le false flag con cui i ciarlatani leghisti hanno motivato la loro capitolazione al capitalismo teutonico. La prima: “vogliamo una banca legata al territorio”. In realtà si autorizzano i tedeschi, una volta acquisito il controllo di Unicredit, a “depredare” il piatto ricco del risparmio padano, per poi rimpinguare con denaro sonante il traballante sistema bancario tedesco, bavarese anzitutto.
    La seconda essendo lo spauracchio libico. Vaglielo a dire a queste “sentinelle della civiltà cristiano-occidentale” che senza i soldi freschi dei fondi sovrani arabi, non solo Unicredit, ma tutto il sistema bancario euro-atlantico sarebbe crollato come un castello di carte dopo il fallimento di Lehaman Brothers. Vaglielo a spiegare che la grande finanza araba è il vero scudo che ha salvato l’imperialismo da un crack irreversibile.

    Su questa vicenda sarà doveroso tornare.

    Moreno Psquinelli
    Fonte: http://sollevazione.blogspot.com
    Link: http://sollevazione.blogspot.com/2010/09/il-profumo-dei-soldi.html#more
    22.09.2010

  • Tao

    PROFUMO D’INTESA

    DI GIACOMO GABELLINI
    conflittiestrategie.splinder.com

    Due eventi freschi di cronaca hanno scosso il già turbolento panorama politico e finanziario italiano. Il primo è la messa in onda, nientemeno che su RAI2, della puntata de “l’ultima parola”, programma condotto da Luigi Paragone, dello scorso 17 settembre, mentre la seconda riguarda l'”impeachment” di Alessandro Profumo da parte del Consiglio Di Amministrazione Unicredit.

    Per quanto concerne il programma televisivo, occorre subito sottolineare che si è trattato di un ottimo servizio informativo, che è riuscito, seppur parzialmente, a far luce sul problema che attanaglia lo stato italiano da diversi decenni, ovvero le continue ingerenze interne della solita “manina d’oltreoceano” . Come è noto a quanti hanno seguito il programma, Andrea Paragone ha sollecitato i suoi ospiti a formulare delle analisi sulla possibilità che Berlusconi sia il cavallo sgradito a certi Poteri Forti americani e che, di conseguenza, stia subendo pesanti attacchi ben congegnati e condotti dai suddetti centri di potere. Se su quattro dei partecipanti al dibattito, che sono Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi, Peter Gomez e Filippo Rossi (finiano “docg”) è bene sorvolare, poiché la storia parla eloquentemente per loro, molto più produttivo risulta invece analizzare le posizioni tenute dagli altri tre ospiti, che sono Lucia Annunziata, Pietrangelo Buttafuoco ed Enrico Mentana.

    Lucia Annunziata è stata a dir poco sorprendente, in quanto ha ammesso la plausibilità del discorso e  riconosciuto apertamente la possibilità che all’origine del cosiddetto “strappo” di Fini e della sua combriccola vi siano le brame del Dipartimento di Stato e di alcuni membri assai influenti dell’amministrazione Obama come Joe Biden e Nancy Pelosi, ed indicando non tanto Berlusconi in sé quale “pomo della discordia”, quanto i settori economici e finanziari che lo sostengono e di cui tutela gli interessi. L’intensificazione dei rapporti con Russia e Libia (si parla di 300 miliardi di euro in otto anni) avrebbe portato parecchia acqua al mulino di alcune aziende strategiche come ENI, ENEL e Finmeccanica, e la cosa non va affatto giù agli inquilini di Washington, che si sono infatti prodigati a chiedere chiarificazioni in merito agli investimenti italiani effettuati in paesi “non considerati amici” (notare il “pudore”).

    Buttafuoco è addirittura più estremista, poiché si è spinto a leggere l’odierno interessamento statunitense nei confronti dell’Italia in chiave geopolitica classica, inquadrando la faccenda come un chiaro segnale di decadimento di un impero, che si vedendosi indebolito, si trova inesorabilmente costretto a rastrellare ogni briciola ai suoi paesi storicamente subordinati. E’ un dato francamente inoppugnabile che laddove si presentino bagliori di autonomia nazionale che sottraggono denari e potere a certi poli finanziari, gli Stati Uniti intervengono sempre, chiamando a raccolta i propri sodali e riallineando la situazione sulla direttrice atlantica. Mentana si è dimostrato invece il più freddo a questo proposito, liquidando tutta la faccenda come una “spy story”. A guardarla bene, la sua visione dei fatti rappresenta un classico nel giornalismo italiano, interessato a circoscrivere il campo degli interessi e a far ricadere l’intera responsabilità degli eventi sulle solite, insignificanti pedine.

    Così è stato in occasione della strage di Portella della Ginestra, in riferimento alla quale ancora oggi si continua a dar tutta la colpa a Giuliano e ai mafiosi, buttando nel cesso le moltissime testimonianze oculari che parlarono chiaramente di uomini in divisa americana sistemati sui roccioni del monte da cui erano partiti i colpi; così è stato per l’omicidio di Aldo Moro, attribuito solo a Moretti e a qualche burattino BR in spregio alle tante coincidenze e agli incredibili depistaggi “istituzionali”, interessati ad accreditare quella specifica e innocua versione dei fatti; così è stato per le stragi di Milano, Brescia e Bologna, in cui si puntò il dito contro il neofascismo, rifiutandosi di prendere in considerazione ogni indizio, prova o dichiarazione (la pista indicata dal terrorista Carlos per la strage di Bologna, ad esempio, non è mai stata vagliata) che indicasse qualcosa di più e di diverso.

    Ad ogni modo, la trasmissione ha fornito alcuni strumenti indispensabili a leggere con un briciolo di obiettività l’altra vicenda cruciale di questi giorni, ovvero la cacciata di Profumo dal suo vecchio ruolo (che ha ricoperto per più di dieci anni) di Amministratore Delegato di Unicredit. Va preliminarmente chiarito che Profumo è sempre stato un banchiere di riferimento del Partito Democratico, notoria testa di ponte in Italia dei grandi agenti del capitale d’oltreoceano, e che, di conseguenza, la sua estromissione andrebbe probabilmente letta alla luce di questo fatto, ovvero in chiave politica molto più che economica, come hanno fatto tanti altri “tecnici” (come Giavazzi sul “Corriere della sera”). Si badi che siamo probabilmente di fronte a un’abilissima manovra che non si addice assolutamente a un uomo di scarsissima caratura politica come è Berlusconi. Tuttavia, Berlusconi ha strumentalizzato il graduale afflusso di capitali libici in Unicredit mediato con Gheddafi in occasione della sua visita a Roma, scatenando le ire di alcuni patetici leghisti come Flavio Tosi, il quale ha prontamente stigmatizzato l’accaduto con l’esilarante affermazione secondo cui “I libici non fanno gli interessi di Verona e del Veneto”.

    Il richiamo, di per sé ridicolo e consono solo ed esclusivamente alla cieca ottusità della Lega, funse però da campanello d’allarme, in quanto prospettò lo spettro scalata (di ricucciana memoria) e della conseguente “OPA” (Operazione Pubblica d’Acquisto) da parte dei libici, cosa che spinse immediatamente Profumo a rassicurare i timorosi vertici di Bankitalia sulle scarsissime possibilità di riuscita di questa fantomatica prospettiva. Dal canto suo, la stampa in mano all’inquilino di Arcore si è immediatamente allineata a quella tedesca, che auspicava da tempo, e palesemente, la rimozione dall’incarico di “Mister Arrogance”, nomignolo affibbiato a Profumo, per portare a termine il progetto di ammodernamento e unificazione dell’istituto bancario, tradizionalmente frammentato e radicato in alcune zone che vanno dal Nord Italia alla Germania centro – meridionale. Profumo, bersagliato da ogni direzione, ha tentato di mantenersi a galla difendendo la sua scelta di favorire l’afflusso di capitale libico, puntualizzando che il suo mestiere è quello di banchiere e non di politico, ma non è riuscito a reggere l’attacco congiunto e si è trovato costretto a capitolare dietro congrua e lauta buonuscita (una quarantina di milioni di euro).

    A beneficiare della sua uscita di scena è stata sicuramente quella vecchia volpe di Cesare Geronzi, leader di Generali, tradizionalmente e altrettanto superficialmente considerato alleato di Berlusconi, laddove si tratta di un banchiere equilibrato, cioè non schierato con certi Poteri Forti. Geronzi si è, in questo modo, sbarazzato di un “concorrente” agguerrito e pericoloso, che aveva guidato saldamente uno dei più solidi istituti di credito internazionali, e che si sarebbe certamente opposto a far pendere l’ago della bilancia dalla sua parte (che è, spesso indirettamente, quella di alcuni settori che a suo tempo si erano opposti alla privatizzazioni di inizio anni Novanta), affermandosi come il manager di maggior prestigio nel panorama finanziario italiano. Da questa posizione, costui brama senza dubbio di metter le mani su quello che è senza dubbio il più importante polo finanziario italiano, che è Mediobanca del defunto manovratore oscuro (nemmeno troppo) Enrico Cuccia. Così facendo, Berlusconi ha preso due piccioni con una fava, togliendosi d’impiccio un banchiere pericoloso come Profumo e ingraziandosi i favori di quello che per lui è sicuramente il manager più affidabile, che in prospettiva potrebbe anche giungere a esercitare un certo controllo su Mediobanca, principale punto di riferimento dei soliti Poteri Forti, nell’impotenza dell’altro Azzeccagarbugli che si trova alla presidenza di Bankitalia.

    A breve si terranno le elezioni, e Berlusconi si è certamente ipotecato il primo tempo dell’intera partita finanziaria, che in passato si è sempre rivelata fondamentale nel determinare gli sviluppi della politica italiana.

    Giacomo Gabellini
    Fonte: http://conflittiestrategie.splinder.com
    Link: http://conflittiestrategie.splinder.com/post/23345384/profumo-dintesa-di-g-gabellini
    22.09.2010

  • radisol

    mah, per me è una analisi, questa di Pasquinelli, del tutto discutibile … che abbiano vinto i “tedeschi” mi sembra francamente una lettura facilona …. e per me si da pure troppa importanza ( strumentale) al ruolo dei libici ….
    la verità vera è che le Fondazioni, non solo d’ispirazione leghista anzi in gran parte post democristiane e nel caso di Perugia addirittura “rossa” , hanno fatto fronte comune, insieme ad interessi geronzian/berlusconiani legati a Mediobanca e pure ai “tedeschi” – che comunque hanno avuto un ruolo secondario – contro il progetto della Banca Unica di Profumo …. e gli “arabi” ( Libia e Dubai) di difendere Profumo se ne sono semplicemente fregati …. troppi gli altri interessi ( Eni, i risarcimenti per il passato coloniale, i compensi per la caccia al migrante nel canale di Sicilia ecc. ecc. ) con il mondo berlusconiano che Profumo, per Gheddafi, si poteva pure “sacrificare” … è pure vero che però Profumo, come già dicevo, aveva adottato il motto mussoliniano “molti nemici molto onore” … come detto, si era inimicato profondamente tutti …. anche i dipendenti Unicredito ed i loro sindacati … classico “delirio d’onnipotenza” da potere assoluto … e quindi ha finito per cercarsela …. non la farei invece tanto lunga sulla “superliquidazione” che prenderà ….. certo, la cosa non può che far incazzare i comuni mortali come noi …. ma le “buonuscite d’oro” sono una tradizione ormai di decenni per i manager bancari ( e non solo bancari) trombati e quella di Profumo non è nemmeno tra le più ricche in assoluto della casistica ….

  • Tao

    Mai stato tenero con Geronzi e con tutta la cricca del salotto della finanza fallita italiana. Ma chi ha impestato di derivati i comuni e gli enti locali italiani? Chi faceva il porta a porta per fregarli? Chi tuttora, dopo la grande scottatura, continuava a vendere scommesse di rischio (cds) sul debito pubblico italiano guadagnandoci se questo rischio aumentava (e conseguenti tassi di interessi pagati con nostro denaro pubblico)? Chi, mio nonno? O il grande Unicredit, banca sull’orlo del collasso, solo un anno fa, dopo la grande sbronza dei derivati. Massima protagonista italiana del peggior fare banca dal 1929 ad oggi. E come mai Profumo ha deciso unilaterlamente di svendere ai libici, manco informandone il suo presidente, pur di non accedere agli odiosi Tremonti bond?

    Vittima? Uomo di sinistra schiacciato dai poteri forti? Banchiere moderno, indipendente e scomodo? O avventuriero a spese nostre? La risposta forse sta nell’indagine in corso della Magistratura milanese sui derivati.

    Repubblica, fammi il piacere, dilla tutta. Giannini, ( http://www.repubblica.it/economia/2010/09/21/news/ultimo_mohicani-7266485/ ) riguardati le puntate di Report.

    Fonte: http://blogs.it/0100206
    Link: http://blogs.it/0100206/2010/09/22.html#a9451
    21.09.2010

  • alinaf

    Se aspetti che sia Repubblica a dirla tutta …….
    Comunque, questa mossa su Unicredit dimostra anche come siano cambiati gli interessi in un quadro geopolito che si è realmente capovolto, come siano stati sbagliati gli investimenti della banca nell’est europeo e come l’Europa sia un’ entità assurda. Domanda inquietante : è la gestione mafiosa che come ci ha messo dentro ,ci tira fuori dal vortice atlantista-globalizzatore ? Ciao.

  • dana74

    Mi trovo molto a condividere la linea di Pasquinelli mentre trovo quella di Orso fuori strada riguardo ad un’ipotesi Lega/politica localistica.

    A parte che di per se se le banche avessero mantenuto, come avevano SOLO il legame con il territorio, non saremmo giunti a questo punto del casinò globale.

    Se fosse plausibile un’ipotesi della Lega, mi pare un pò tardiva, visto che le banche per diktat internazionale dei soliti accordi pro competizione globale, SONO TUTTE INTERNAZIONALIZZATE e NON APPARTENGONO a nessun stato, nessun territorio, né tantomeno prendono ordini dai partiti, semmai il contrario.

    Certo che è un pò di tempo che Unicredit ha una partecipazione libica, perché da fastidio adesso?
    E cmq in concomitanza con questo attacco alla politica italo-libica malvista dai soliti ambienti “casca” Profumo.

    Ho la senzazione che ci manchino ancora dei tasselli….

  • radisol

    Ho ricevuto su altro sito questa risposta di Eugenio Orso ……

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    Per Radisol —————————————————

    Ciao, sono Eugenio Orso

    e sono perfettamente cosciente che la questione è ingarbugliata e complicata, con una molteplicità di variabili che hanno influito sull’estromissione di Profumo. Il mio articoletto, scritto in velocità e alla buona, è forse un po’ parziale, e me ne accorgo ora. Avrei dovuto parlare di Cesare Geronzi e dei suoi legami con Berlusconi, avrei dovuto considerare il ruolo specifico, nella vicenda, dei tedeschi, nel contempo definendo meglio la posizione di Rampl, quella di Cucchiani [papabile ai vertici per il dopo-Profumo], quella di Bengdara, rappresentante libico [la Libia dal generoso fondo sovrano d’investimento usata come “cavallo di Troia” contro la gestione Profumo?], e via dicendo. E’ vero che gli scontri “orizzontali” fra gruppi capitalistici/ élitistici/ dominanti e/o subdominanti danno luogo, non di rado, a scenari intricati e complessi, e così è anche in questo caso, pur nella periferica Italia. Nessuno può affermare che in questa vicenda/ scontro di potere per il controllo delle banche in Italia ci sono buoni e cattivi, e sarebbe un’ingenuità affrontare la questione con questa dicotomia in mente. Per quanto mi riguarda, posso solo confermare la sostanza di quello che ho scritto, e cioè che questa mano della partita sembra vinta in primo luogo dalle Fondazioni bancarie [che sono centri di potere economico-politico ma formalmente senza alcuna finalità di lucro] e dalla Lega [si legga La Padania di oggi, in cui Bossi in prima pagina già detta condizioni per Unicredit: “ora bloccare i tedeschi”]. Ciò non toglie con lo scontro non sembra essere ancora concluso – colpi di coda da parte degli sconfitti/ scontenti? – e bisognerà attendere la nomina del successore di Profumo da parte di Rampl per avere più elementi di giudizio.

    Saluti e come sempre, in questi casi … Ad infima! ———————–

    Eugenio Orso

  • radisol

    De Poli contro Geronzi

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    A dimostrazione del fatto che una serie di interessi diversissimi, nobili e meno nobili, si sono coalizzati per far fuori Profumo – che del resto se l’è cercata con il suo atteggiamento da “dittatore”, non a caso lo chiamano “Mr. Arrogance” – ma ora non sono minimamente d’accordo tra loro sul “che fare” successivo …

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    Unicredit e fondazioni, De Poli contro Geronzi

    Il dominus di Cassamarca: dov’è la nostra azione disgregatrice?

    •M I L A N O. L’uscita traumatica di Alessandro Profumo da Unicredit continua ad alimentare polemiche all’interno e sul sistema finanziario italiano. I rilievi di Cesare Geronzi, presidente delle Generali, che aveva puntato il dito contro le fondazioni azioniste di Piazza Cordusio nella gestione del divorzio, sono andati di traverso a Dino De Poli, da decenni dominus di Cassamarca, ente di Treviso che detiene lo 0,8% di Piazza Cordusio. In una lettera inviata a Geronzi e diffusa alla stampa, De Poli concorda con il presidente del Leone di Trieste sul fatto che la cacciata di Profumo non sia «frutto di complotti e di piani orchestrati». «Ma semplicemente – spiega – di decisioni di amministratori responsabili, guidate dalla sana determinazione di una persona altamente valida, com’è Dieter Rampl, che ha agito all’interno di un preciso perimetro di regole e di rispetto dei ruoli».

    Poi, però, De Poli replica a Geronzi che, in un’intervista, aveva parlato di gestione dei problemi tra soci e Profumo non degna neanche di una «banchetta di provincia». «In nome di questo malinteso senso del radicamento con il territorio – aveva detto Geronzi – le fondazioni rischiano di disgregare il sistema», mettendo in particolare in guardia dal rischio di «una politica che vuole allungare le mani sulle banche» e di cui «Unicredit è il primo esempio». Riferimento alla Lega che, imbottendo di suoi uomini le Fondazioni, punterebbe a condizionare le banche. Dal suo feudo trevigiano De Poli ha escluso «influenze politiche di alcun genere» sugli enti, rivendicando di aver «sempre difeso l’autonomia delle fondazioni». «Davvero singolare» che Geronzi «se ne dimentichi così velocemente», dopo che grazie all’acquisizione di Capitalia da parte dell’ «Unicredito delle fon dazioni» («operazione veloce, forse troppo, non priva di bocconi indigesti», punzecchia De Poli) è assunto prima alla guida di Mediobanca e poi delle Generali. De Poli ha rivendicato «le scelte rilevanti per il Paese» e «il sacrificio di tante e comprensibili ragioni locali» fatti dalle fondazioni nel percorso di crescita di Unicredit. «Dove era – chiede De Poli –in tutto ciò il malinteso senso del territorio che Lei afferma? Quali e dove erano le camicie verdi che ci ispiravano?». Dove sarebbe, aggiunge ancora, «la nostra azione disgregatrice»? Senza voler alimentare una polemica «sterile», ambienti vicini a Geronzi ribadiscono che ci sono «rischi da non sottovalutare affatto ai quali, in qualche realtà, potrebbe essere esposto il rapporto tra enti territoriali, fondazioni e banche, in nome di una visione di localismo non correttamente inteso». Per ovviare ai quali sarebbe opportuno «pensare per esempio a una disciplina che detti oggettivi, rigorosi criteri di professionalità ed indipendenza nelle designazioni dei membri delle fondazioni e nella indicazione, da parte di queste, dei componenti gli organi deliberanti delle banche».