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PERCHE’ LA SECONDA GUERRA MONDIALE EBBE FINE CON LA BOMBA ATOMICA

DI JACQUES R. PAUWLES
globalresearch.ca

65 anni fa, 6 e 9 agosto: Hiroshima e Nagasaki

“Lunedì 6 agosto 1945, alle 8.15, la bomba nucleare ‘Little Boy’ fu lanciata su Hiroshima dal bombardiere americano B-29, Enola Gay, uccidendo direttamente 80.000 persone. Entro la fine dell’anno, ferite e radiazioni causarono in totale dalle 90.000 alle 140.000 vittime”.[1]

“Il 9 agosto 1945, Nagasaki fu l’obiettivo del secondo attacco nucleare del mondo alle 11.02, quando il nord della città fu distrutto e circa 40.000 persone vennero uccise dalla bomba soprannominata ‘Fat Man’. La bomba atomica provocò la morte di 73.884 persone, altri 74.909 furono i feriti, e diverse centinaia di migliaia di persone si ammalarono e morirono a causa della pioggia radioattiva e di altre malattie dovute alle radiazioni”. [2]

Nella foto: L’equipaggio americano del B-29 ‘Bockscar’ che lanciò la bomba atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945
Sullo scenario europeo, la Seconda Guerra Mondiale terminò i primi di maggio del 1945 con la resa della Germania nazista. I “Tre Grandi” dalla parte dei vincitori – Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica – dovettero allora affrontare la complessa questione della riorganizzazione postbellica dell’Europa. Gli Stati Uniti entrarono in guerra piuttosto tardi, nel dicembre del 1941, e solo nel giugno del 1944, appena un anno prima della fine delle ostilità, avevano cominciato ad apportare un contributo militare significativo alla vittoria degli Alleati sulla Germania, con lo sbarco in Normandia. Tuttavia, quando finì la guerra contro la Germania, Washington sedette sicura e fiduciosa al tavolo dei vincitori, determinata a raggiungere quelli che potremmo chiamare i suoi “obiettivi di guerra”.

L’Unione Sovietica, Paese che apportò il contributo più grande e subì le perdite più ingenti nella lotta contro il comune nemico nazista, pretese un risarcimento maggiore e la protezione contro potenziali attacchi futuri, con l’installazione in Germania, in Polonia e negli altri Paesi dell’Europa dell’Est di governi non ostili ai sovietici, come prima dello scoppio della guerra. Anche Mosca esigeva una ricompensa per le perdite territoriali subite dall’Unione Sovietica ai tempi della Rivoluzione e della Guerra Civile, e in ultimo i sovietici pensavano che, con la terribile esperienza della guerra alle spalle, sarebbero stati in grado di riprendere i lavori del progetto per costruire una società socialista. I leader americani e britannici conoscevano gli obiettivi dei sovietici e ne avevano riconosciuto, in maniera esplicita o implicita, la legittimità, per esempio in occasione delle conferenze dei Tre Grandi a Teheran e a Yalta. Questo non vuol dire che Washington e Londra fossero entusiaste che l’Unione Sovietica ricevesse tale ricompensa per il suo contributo in guerra; e senza dubbio c’era in agguato un potenziale conflitto con il principale obiettivo di Washington, cioè la creazione di un “libero accesso” per le esportazioni e gli investimenti americani nell’Europa occidentale, nella Germania sconfitta e nell’Europa centrale e orientale, liberate dall’Unione Sovietica. In ogni caso, anche le richieste più banali dell’Unione Sovietica avevano riscosso poco consenso, e ancor meno simpatia, presso i leader americani dell’industria e della politica – incluso Harry Truman, che successe a Franklin D. Roosevelt in qualità di Presidente nella primavera del 1945. Questi leader aborrivano il pensiero che l’Unione Sovietica potesse ricevere questo notevole risarcimento dalla Germania, perché tale salasso avrebbe escluso la Germania come potenziale mercato estremamente redditizio per le esportazioni e gli investimenti americani. Invece, i risarcimenti avrebbero dato ai sovietici la possibilità di riprendere in mano e portare a compimento, probabilmente con successo, il progetto di costruire una società comunista, una sorta di “controsistema” al sistema capitalista internazionale di cui gli Stati Uniti erano diventati grandi campioni. In America, l’élite politica ed economica era perfettamente consapevole che i risarcimenti tedeschi ai sovietici implicavano che gli stabilimenti delle sedi in Germania delle corporazioni americane come Ford e GM, che durante la guerra avevano prodotto ogni tipo di arma per i nazisti (e avevano ricavato tantissimo denaro da questa produzione [3]), avrebbero cominciato a produrre a beneficio dei sovietici invece di continuare ad arricchire i proprietari e gli azionisti americani.

Le trattative fra i Tre Grandi non portarono mai al ritiro dell’Armata Rossa dalla Germania e dall’Europa dell’Est prima che gli obiettivi sovietici riguardo alla sicurezza e ai risarcimenti fossero almeno in parte raggiunti. Tuttavia, il 25 aprile 1945, Truman apprese che gli Stati Uniti avrebbero presto disposto di una nuova potentissima arma, la bomba atomica. Il possesso di quest’arma aprì ogni sorta di prospettive, estremamente favorevoli ma prima impensabili, e non sorprende affatto che il nuovo presidente e i suoi consiglieri subirono il fascino di quella che l’insigne storico americano William Appleman Williams ha chiamato “visione di onnipotenza” [4]. Di sicuro non si ritenne più necessario impegnarsi in trattative difficili con i sovietici: grazie alla bomba atomica, era possibile costringere Stalin, malgrado i precedenti accordi, a ritirare l’Armata Rossa dalla Germania e proibirgli di avere voce in capitolo riguardo alla situazione tedesca dopo la guerra, installare regimi “pro-Occidente” e addirittura anti-sovietici in Polonia e altrove nell’Europa dell’Est e addirittura aprire l’Unione Sovietica agli investimenti di capitale americano e all’influenza economica e politica dell’America, riportando così l’eresia comunista in seno alla chiesa capitalista universale.

Al tempo della resa tedesca nel maggio 1945, la bomba atomica era in parte completata, ma non ancora pronta. Così Truman temporeggiò il più a lungo possibile prima di dare finalmente il suo consenso a partecipare alla conferenza dei Tre Grandi a Potsdam nell’estate del 1945, quando sarebbe stato deciso il destino dell’Europa postbellica. Il presidente era stato informato che la bomba molto probabilmente sarebbe stata pronta per quel momento – pronta, cioè, per essere usata come “un martello”, come dichiarò egli stesso in un’occasione, che avrebbe sventolato “sulle teste di quei ragazzi del Cremlino” [5]. Alla Conferenza di Potsdam, che durò dal 17 luglio al 2 agosto del 1945, Truman aveva difatti ricevuto la notizia a lungo attesa che la bomba atomica era stata testata con successo nel Nuovo Messico il 16 luglio. Da allora, non si preoccupò delle effettive proposte di Stalin, al contrario fece ogni tipo di richiesta; allo stesso tempo respinse tutte le offerte dei sovietici, per quanto riguarda per esempio i risarcimenti tedeschi, comprese le ragionevoli richieste basate sui precedenti accordi tra gli Alleati. Stalin, tuttavia, non dimostrò di volersi arrendere, nemmeno quando Truman tentò di intimidirlo sussurrandogli minaccioso all’orecchio che l’America aveva acquisito una nuova incredibile arma. La sfinge sovietica, che era già stata sicuramente informata della bomba atomica americana, ascoltò glaciale in silenzio. Alquanto perplesso, Truman concluse che solo una dimostrazione effettiva della bomba atomica avrebbe persuaso Stalin a cedere. Di conseguenza, a Potsdam nessun accordo comune fu raggiunto. Infatti, là fu deciso poco o niente di concreto. “Il risultato principale della conferenza”, ha scritto lo storico Gar Alperovitz, “fu una serie di decisioni su cui dissentire fino alla conferenza successiva” [6].

Nel frattempo, i giapponesi continuavano a combattere nell’Estremo Oriente, sebbene la loro situazione fosse totalmente senza speranza. Infatti questi erano preparati alla resa ma insistevano su una condizione, cioè l’immunità per l’Imperatore Hirohito. Questo andava contro le pretese degli americani che esigevano una resa incondizionata. Nonostante ciò sarebbe stato possibile mettere fine alla guerra tenendo conto delle richieste nipponiche. Infatti, la resa della Germania, tre mesi prima a Reims, non era stata del tutto incondizionata. (Gli americani avevano dato il loro consenso ad una condizione dei tedeschi, in modo che l’armistizio entrasse in vigore con un ritardo di 45 ore, un ritardo che avrebbe permesso a quante più unità armate tedesche possibili di fuggire dal fronte occidentale per arrendersi agli americani o agli inglesi; molte di queste unità furono in effetti tenute pronte – in uniforme, armate e sotto il comando dei loro ufficiali – per un eventuale uso contro l’Armata Rossa, come ammise Churchill dopo la guerra [7]). In ogni caso, l’unica condizione di Tokyo non era affatto essenziale. Infatti, più tardi – dopo la resa incondizionata strappata ai giapponesi – gli americani non disturbarono più Hirohito e fu grazie a Washington che questi restò imperatore per molti altri decenni. [8]

I giapponesi pensavano di poter ancora permettersi il lusso di dettare condizioni sulla loro resa perché il nucleo principale delle loro unità armate era rimasto intatto, in Cina, dove si combatterono la maggior parte delle battaglie. Tokyo pensò di poter utilizzare queste armate per difendere lo stesso Giappone e così far pagare agli americani un prezzo alto per la loro vittoria finale, chiaramente inevitabile. Ma questo schema avrebbe funzionato solo se l’Unione Sovietica fosse rimasta fuori dal conflitto nell’Estremo Oriente; l’entrata in guerra dei sovietici, d’altro canto, avrebbe inevitabilmente bloccato le forze nipponiche in territorio cinese. La neutralità sovietica, in altre parole, lasciava a Tokyo un briciolo di speranza; speranza non di una vittoria, ovviamente, ma di un consenso americano riguardo alla loro condizione sull’imperatore. Fino a un certo punto la guerra con il Giappone si trascinò in quanto l’Unione Sovietica non vi era ancora coinvolta. Già alla Conferenza dei Tre Grandi a Teheran nel 1943, Stalin aveva promesso di dichiarare guerra al Giappone entro tre mesi dalla resa della Germania e aveva ripetuto questo impegno il 17 luglio del 1945 a Potsdam. Di conseguenza, Washington contava su un attacco sovietico al Giappone, sapeva così fin troppo bene che la situazione dei giapponesi sarebbe stata senza speranza. (“Fini Japs when that comes about” [Fine dei giapponesi quando accadrà, ndt], questo scrisse Truman nel suo diario riferendosi all’entrata in guerra della Russia nell’Estremo Oriente [9]). Inoltre, la marina americana garantiva a Washington di poter prevenire un trasferimento delle forze armate giapponesi dal territorio cinese, ordinato allo scopo di difendersi contro un’invasione degli americani. Tuttavia, dal momento che la marina statunitense era in grado di mettere in ginocchio i giapponesi attraverso un blocco, un’invasione non era nemmeno necessaria. Privati della possibilità di importare beni di prima necessità, come cibo e carburante, presto o tardi i giapponesi avrebbero ceduto alla richiesta di una resa incondizionata.

Per mettere fine alla guerra con i giapponesi, Truman aveva dinanzi a sé diverse opzioni allettanti. Poteva accettare la banale condizione dei giapponesi riguardo all’immunità per il loro imperatore; poteva allo stesso modo attendere l’attacco dell’Armata Rossa contro i giapponesi stanziati in Cina, forzando così Tokyo alla resa incondizionata; oppure poteva far morire di fame i giapponesi attraverso il blocco navale che avrebbe costretto Tokyo, presto o tardi, a sollecitare la pace. In ogni caso, Truman e i suoi consiglieri non scelsero nessuna di queste opzioni; decisero, invece, di distruggere il Giappone con la bomba atomica. Questa decisione fatale, che avrebbe spezzato le vite di centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, offriva considerevoli vantaggi agli americani. Innanzitutto, la bomba avrebbe costretto Tokyo alla resa prima che i sovietici fossero coinvolti nella guerra in Asia, così facendo si evitava la necessità, a guerra finita, di concedere a Mosca voce in capitolo nelle decisioni riguardo al Giappone, ai territori occupati dal Giappone (Corea e Manciuria), all’Estremo Oriente e alle regioni del Pacifico in generale. Gli Stati Uniti avrebbero goduto di una completa egemonia in quella parte del mondo, e questo poteva essere lo scopo vero (sebbene taciuto) dell’entrata in guerra di Washington contro il Giappone. Fu alla luce di queste considerazioni che l’ipotesi di costringere Tokyo alla resa attraverso il blocco venne respinta, poiché la resa sarebbe stata ottenuta solo dopo – e forse molto dopo – l’entrata in guerra dell’Unione Sovietica. (Dopo la guerra, lo US Strategic Bombing Survey [indagine statunitense sui bombardamenti strategici, ndt] dichiarò che “il Giappone si sarebbe sicuramente arreso prima del 31 dicembre 1945, anche senza il lancio delle due bombe atomiche”). [10]

I leader americani erano preoccupati che l’entrata in guerra dei sovietici nell’Estremo Oriente facesse raggiungere alla Russia lo stesso vantaggio che gli Stati Uniti avevano guadagnato entrando relativamente tardi nel conflitto, e cioè un posto alla tavola dei vincitori con cui imporre la propria volontà al nemico battuto, ritagliarsi zone da occupare al di fuori del proprio territorio, modificare i confini, determinare le strutture politiche e socioeconomiche dopo la fine della guerra e, in tal modo, trarre per se stessi prestigio e notevoli benefici. Washington era assolutamente contraria alla possibilità che i sovietici potessero godere di questo tipo di opportunità. Gli americani erano sul punto di battere il Giappone, loro grande rivale in quella parte del mondo. Non gradivano l’idea di vedersi affibbiato un nuovo potenziale concorrente, la cui invisa ideologia comunista avrebbe potuto influenzare pericolosamente molti Paesi asiatici.

La bomba atomica era stata messa a punto appena prima che i sovietici fossero coinvolti nel conflitto nell’Estremo Oriente. Ciononostante, la polverizzazione nucleare di Hiroshima, il 6 agosto del 1945, arrivò troppo tardi per prevenire l’entrata in guerra della Russia contro il Giappone. Tokyo non gettò la spugna immediatamente, come avevano sperato gli americani, e l’8 agosto del 1945 – esattamente tre mesi dopo la resa tedesca a Berlino – i sovietici dichiararono guerra al Giappone. Il giorno dopo, 9 agosto, l’Armata Rossa attaccò le truppe giapponesi stanziate nel nord della Cina. La stessa Washington aveva richiesto l’intervento russo, ma quando tale intervento si verificò, Truman e i suoi consiglieri non erano affatto contenti che Stalin avesse mantenuto la promessa. I sovrani del Giappone non risposero subito al bombardamento con la resa incondizionata, forse perché non riuscirono a comprendere immediatamente che un solo aereo e una sola bomba avessero causato così tanti danni. (Molti bombardamenti convenzionali avevano prodotto risultati ugualmente catastrofici; un attacco da parte di migliaia di bombardieri sulla capitale giapponese il 9 e il 10 marzo del 1945 aveva in effetti causato più vittime dell’attacco a Hiroshima). In ogni caso, ci volle un po’ di tempo prima di poter prevedere una resa incondizionata, e sulla base di questo ritardo i russi furono coinvolti nella guerra contro il Giappone. Questo rese Washington estremamente impaziente: il giorno dopo della dichiarazione di guerra dei russi, il 9 agosto del 1945, fu lanciata una seconda bomba, questa volta sulla città di Nagasaki. Un ex cappellano militare americano più tardi dichiarò: “Sono dell’opinione che questa guerra fu una delle ragioni principali per cui fu lanciata quella seconda bomba, perché era una corsa all’ultimo minuto. Volevano che il Giappone capitolasse prima della comparsa dei russi” [11]. (Il cappellano poteva essere più o meno consapevole che tra le 75.000 vittime che furono “incenerite, carbonizzate ed evaporate all’istante” a Nagasaki c’erano molti giapponesi cattolici e un numero imprecisato di detenuti nei campi per i prigionieri di guerra degli alleati, la cui presenza era stata riportata al comando aereo, invano) [12]. Ci vollero altri cinque giorni perché i giapponesi si arrendessero. Nel frattempo l’Armata Rossa aveva fatto notevoli progressi, con il sommo dispiacere di Truman e dei suoi consiglieri.

Così gli americani si ritrovarono accanto all’alleato russo in Estremo Oriente. Oppure no? Truman fece in modo che non venisse considerato tale, ignorando i precedenti stabiliti prima nel rispetto della cooperazione fra i Tre Grandi. Già il 15 agosto del 1945, Washington respinse la richiesta di una zona d’occupazione russa nel territorio sconfitto del sol levante. E quando il 2 settembre del 1945 il generale MacArthur accettò la resa giapponese sulla Missouri, nave corazzata americana, nella Baia di Tokyo, la presenza dei rappresentanti dell’Unione Sovietica – e degli altri alleati in Estremo Oriente, come Gran Bretagna, Francia, Australia e Paesi Bassi – fu ammessa in via del tutto straordinaria, come spettatori irrilevanti. A differenza della Germania, il Giappone non fu ripartito in zone d’occupazione. Il rivale sconfitto dell’America doveva essere occupato solo dagli americani e, in qualità di “viceré” americano a Tokyo, il generale MacArthur, senza alcun riguardo verso gli altri Alleati e il loro contributo alla vittoria comune, si sarebbe assicurato che nessun’altra potenza avesse avuto voce in capitolo nelle questioni del Giappone dopo la fine del conflitto.

Sessantacinque anni fa, Truman non aveva bisogno di sganciare la bomba atomica per ridurre il Giappone in ginocchio, ma aveva le sue ragioni per farlo. La bomba atomica permise agli americani di costringere il Giappone alla resa incondizionata, di tenere i russi alla larga dall’Estremo Oriente e – ultimo ma non per importanza – di imporre la volontà di Washington sul Cremlino anche in Europa. Hiroshima e Nagasaki furono distrutte per questi motivi e molti storici americani lo sanno bene; ad esempio, Sean Dennis Cashman scrive:

Con il passare del tempo, molti storici hanno concluso che la bomba venne usata anche per motivi politici… Vannevar Bush (il capo dell’American center for scientific research) dichiarò che la bomba venne usata in tempo, affinché non ci fosse la necessità di fare concessione alcuna alla Russia alla fine della guerra”. Il Segretario di Stato James F. Byrnes (Segretario di Stato di Truman) non ha mai smentito una dichiarazione a lui attribuita che la bomba fosse stata usata per dimostrare il potere degli americani all’Unione Sovietica, al fine di renderla più gestibile in Europa. [13]

Lo stesso Truman, tuttavia, in maniera ipocrita dichiarò all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era quello di “riportare i ragazzi a casa” e cioè mettere rapidamente fine alla guerra senza ulteriore perdite di vite sul fronte americano. Tale spiegazione fu acriticamente diffusa dai media americani e divenne un mito propagato scrupolosamente dalla maggior parte degli storici e dei media statunitensi e lungo tutto il mondo “occidentale”. Questo mito, che, per inciso, serve anche a giustificare potenziali futuri attacchi nucleari contro obiettivi quali l’Iran e la Corea del Nord, è ancora molto in voga – basta dare un’occhiata ai principali quotidiani il 6 e il 9 agosto!

Jacques R. Pauwels

Fonte: www.globalresearch.ca

Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=20478
6.08.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VALERIA NICOLETTI

[1] http://en.wikipedia.org/wiki/Hiroshima.

[2] http://en.wikipedia.org/wiki/Nagasaki.

[3] Jacques R. Pauwels, The Myth of the Good War: America in the Second World War, Toronto, 2002, pp. 201-05.

[4] William Appleman Williams, The Tragedy of American Diplomacy, revised edition, New York, 1962, p. 250.

[5] Quoted in Michael Parenti, The Anti-Communist Impulse, New York, 1969, p. 126.

[6] Gar Alperovitz Atomic Diplomacy: Hiroshima and Potsdam. The Use of the Atomic Bomb and the American Confrontation with Soviet Power, new edition, Harmondsworth, Middlesex, 1985 (original edition 1965), p. 223.

[7] Pauwels, op. cit., p. 143.

[8] Alperovitz, op. cit., pp. 28, 156.

[9] Quoted in Alperovitz, op. cit., p. 24.

[10] Cited in David Horowitz, From Yalta to Vietnam: American Foreign Policy in the Cold War, Harmondsworth, Middlesex, England, 1967, p. 53.

[11] Studs Terkel, “The Good War”: An Oral History of World War Two, New York, 1984, p. 535.

[12] Gary G. Kohls, “Whitewashing Hiroshima: The Uncritical Glorification of American Militarism,” http://www.lewrockwell.com/orig5/kohls1.html

[13] Sean Dennis Cashman, , Roosevelt, and World War II, New York and London, 1989, p. 369.

Pubblicato da Davide

  • Stopgun

    Bellissimo articolo, anche se ipotizza che i Presidenti decidano autonomamente qualcosa, mentre invece sono solo attori con un copione nelle mani di Registi occulti, pagati da Imprenditori ancora più occulti.

    Eccovi qualche addendum.

    1) Il progetto Bomba atomica (poi conosciuto come Manhattan) fu firmato un sabato pomeriggio di Dicembre 1941, pochisime ore prima di Pearl Harbour.


    2) il materiale atomico era al 95% di provenienza bellica tedesca (materiale fissile, uranio arricchito e plutonio, e detonatori atomici), consegnato nelle trattative USA-Germania Nazista.


    3) FDR non avrebbe trattato con i sovietici in quella maniera citata nell’articolo; l’organizzazione fece in modo che FDR si defilasse “spintaneamente” il 12 Aprile 1945 così il boccino passò nella mani di Truman.


    4) Effettivamente un contributo nella scelta delle città da colpire fu offerto da un’organizzazione cattolica.


    “Una bomba Una citta” era il leit motiv imperante nella scelta degli obiettivi; dato che la bomba avrebbe distrutto “solo” un agglomerato urbano di cinque chilometri di raggio fu preferito colpire città medie (100mila abitanti) che si estendevano più o meno dentro i cinque chilometri di raggio.


    Colpire invece un quartiere di 100mila abitanti di una grande città come Tokio non avrebbe avuto un effetto mediatico come quello di una distruzione completa 100%.

  • vic

    Con la resa tedesca gli statunitensi si erano assicurati buona parte della tecnologia di punta tedesca in varie forme, tra cui “l’ingaggio” di un numero incredibile di scienziati e tecnici in settori strategici.

    In chiave antirussa i servizi d’intelligence statunitensi avevano di fatto inglobato l’intelligence nazista per tutto quel che riguardava l’est europeo.

    Insomma, grazie al lavoro degli storici, tutt’ora in corso, si comincia a capire come venne imbastita allora la modalita’ di governo occulto o “by secrecy”, in cui l’intelligence gioca un ruolo importantissimo, accanto a progetti di ricerca sommersi, di cui il Manhattan Project fu il precursore e le cui modalita’ operative, comprese le minacce nazistoidi a chi sgarra, vennero riprese negli anni a venire, fino ad oggi.

    Cosi’ l’occidente si trova “controllato”, come per altro i vari presidenti dopo Eisenhower, dal da questi definito complesso militar-industriale, che J.F. Kennedy avvedutamente corresse in spionistico-militar-industriale.

    Un lato tristissimo della situazione, oltre al dirottamento di risorse pazzesche verso invenzioni demoniaco-militari, e’ stato il cover-up messo su tante scoperte tecniche e scientifiche di cui avrebbe potuto approfittare in modo decente la societa’ civile, invece della societa’ occulta militar-industriale, in modo indecente, appunto nazistoide.

    Nacque quello che il documentatissimo Jim Marrs chiama “Il quarto Reich”.

  • Pellegrino

    Nelle memorie del cardinale Giacomo Biffi c’è un passaggio che riguarda le bombe atomiche sganciate dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki che apre a inquietanti scenari.

    Scrive:

    “Di Nagasaki avevo già sentito parlare. L’avevo ripettamente incontrata nel ‘Manuale di storia delle missioni cattoliche’ di Giuseppe Schmidlin, tre volumi pubblicati a Milano nel 1929. A Nagasaki fin dal secolo XVI era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone. A Nagasaki il 5 febbraio 1597 avevano dato la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani. Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue. Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa ‘Chiesa clandestina’, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al papa di Roma; e così la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Il 15 giugno 1891 viene eretta canonicamente la diocesi di Nagasaki, che nel 1927 accoglie come pastore monsignor Hayasaka, che è il primo vescovo giapponese ed è consacrato personalmente da Pio XI. Dallo Schmidlin veniamo a sapere che nel 1929 di 94.096 cattolici nipponici ben 63.698 sono di Nagasaki”.

    Premesso questo, il cardinale Biffi conclude con una domanda inquietante:

    “Possiamo ben supporre che le bombe atomiche non siano state buttate a casaccio. La domanda è quindi inevitabile: come mai per la seconda ecatombe è stata scelta, tra tutte, proprio la città del Giappone dove il cattolicesimo, oltre ad avere la storia più gloriosa, era anche più diffuso e affermato?”.

    * * *
    Tra le vittime della bomba atomica su Nagasaki scomparvero in un sol giorno i due terzi della comunità cattolica giapponese.

    fonte:http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/173602

  • Pellegrino

    “un contributo nella scelta delle città da colpire fu offerto da un’organizzazione cattolica”
    potresti documentare?

  • lucamartinelli

    Nagasaki non era un obbiettivo principale. La seconda missione atomica prevedeva come bersaglio la citta’ di Kokura. Ma quel giorno era talmente coperta di nubi che si scelse tra gli obbiettivi secondari e capito’ a Nagasaki. Anche Nagasaki era coperta di nubi e il comandante del B29 si assunse la responsabilita’ di mirare a mezzo radar, nonostante lo stato maggiore l’avesse proibito. Manco’ quindi il centro di mira di 6 Km ma gli effetti ci furono ugualmente e li conosciamo. Questi i fatti storici. Quindi ammetto che potrebbe esserci stata la volonta’ di colpire il cattolicesimo per quanto rimanga tra le ipotesi. Saluti a tutti.

  • vic

    I bombardieri facevano parte della squadriglia B209, l’unica squadriglia di bombardieri atomici dell’epoca, la cui base di stazionamento permanente era Roswell, New Mexico. Cittadina nota per essere la citta’ dell’astronauta lunare Ed Mitchell, ma non solo per quello.

    Le strane coincidenze riguardanti siti militari atomici continueranno negli anni a venire. Tutto documentato come si deve da testimonianze dei diretti interessati, forzatamente dei militari, il che e’ tutto dire.

    Questo per quelli che danno dei boccaloni a vanvera, talmente sono prigionieri di una forma mentis, diciamo ottusa. Si’, credo che ottusa si possa dire.

  • lucamartinelli

    esatto, c’era solo una squadriglia, perche’ occorrevano modifiche particolari per il trasporto e lo sgancio di un ordigno atomico.

  • Stopgun

    http://archiviostorico.corriere.it/2001/agosto/19/Pettirosso_Papa_salvate_Giappone_co_0_0108197970.shtml

    Tramite quei canali è pervenuta all OSS la lista dei caratteri delle città giapponesi; un CIA Factbook antelitteram.

  • costantino

    Hiroshima e Nagasaki furono distrutte in quanto enclave cattoliche.
    Cercate il nasone……..

  • Stopgun

    Anche Dresda fu scelta per il suo particolare carattere artistico.

    Altrimenti avrebbero scelto un’altra città

  • Pellegrino

    ho letto, grazie!
    ma è un pò diverso dal dire: “un contributo nella scelta delle città da colpire fu offerto da un’organizzazione cattolica”…

  • ulrichrudel

    Complimenti VIC.. volevo solo aggiungere, che ad Alamo, lavoravano al progetto Mannhattan, già il gruppo di Enrico Fermi ed i ragazzi di Via Panisperna(Segrè-Pontecorvo ecc, e forse anche il migliore di tutti Ettore Majorana, l’unico di religione cattolica e filo tedesco,infatti sparito anni prima nel nulla ,forse lo troveranno a Chi l’ha visto.

  • oldhunter

    560 chili di uranio arricchito (ossido di uranio – U235), venne portato negli usa dall’UBoot 234XB che si consegnò il 14 maggio del ’45 alla USS Sutton. Vedi http://cronologia.leonardo.it/storia/tabello/tabe1589.htm

  • oldhunter

    Albert Einstein ha scritto: “Se i tedeschi avessero gettato bombe atomiche sulle città al posto nostro, avremmo definito lo sgancio di bombe atomiche sulle città come un crimine di guerra e avremmo condannato a morte i tedeschi colpevoli di questo crimine a Norimberga e li avremmo impiccati.”

  • Stopgun

    Enrico Fermi aveva beneficiato di una borsa di studio Rockefeller da utilizzare n Germania per studi sull’atomo.

  • vic

    Il grosso del gruppo rimase in Italia. Fermi scappo’ negli USA anche per via della persecuzione degli ebrei. Se non sbaglio sua moglie Laura era ebrea. Comunque era talmente preso dalle sue ricerche che non si poneva troppi problemi morali. Come peraltro molti altri geni del tempo, ad esempio von Neumann, per citarne uno dello stesso livello di genialita’ di Fermi.

    Il mitico gruppo di via Panisperna pian piano si smembro’. Pontecorvo per motivi suoi ando’ nell’Unione Sovietica, dove continuo’ a produrre lavori specialmente sui neutrini. Quindi non ando’ a Los Alamos.
    Majorana da quel che ho capito, si faceva parecchi scrupoli sulle possibili applicazioni belliche delle loro ricerche che per il momento erano solo sperimentali, intese a capire i principi sottostanti ai processi nucleari.
    Rasetti, grande amico di Fermi, che con lui condivideva la passione per le passeggiate sui monti, non se la senti’ di imboccare il sentiero della ricerca bellica. Non mi risulta che avesse lavorato a Los Alamos. Piuttosto si dedico’ ad altre passioni scientifiche. Nemmeno Amaldi lavoro’ a Los Alamos.

    Insomma mi pare che il grosso del favoloso gruppo di via Panisperna, a parte Fermi, non lavoro’ per la bomba atomica ma per capire quel che succede all’interno del nucleo atomico, il che non e’ esattamente la stessa cosa.

    Approfitto del tema per ricordare un esimio ricercatore italiano suppergiu’ di quella generazione, appena deceduto: Nicola Cabibbo, a cui scipparono di fatto il Nobel, per motivi piuttosto oscuri.
    Su wikipedia si trova la descrizione dell’angolo di Cabibbo, che l’ha reso famoso nel mondo. In Italia era molto rispettato anche per molte sue altre qualita’, nonche’ per la sua posizione filosofica di scienziato credente in un mondo pieno di scienziati atei.

    Ricordando Majorana, Fermi lo riteneva un vero genio, a suo dire dello stesso livello di Newton o di Galileo. Detto da Fermi, e’ un grandissimo complimento. Purtroppo le vicende della vita non gli hanno permesso di esprimere tutte le sua potenzialita’. Oserei dire che un minimo di colpa ce l’ha anche lo stato italiano, che per quei 4 gatti di via Panisperna in fondo non fece un gran che, tenuto conto del loro talento.

    Come cambia poco il mondo, talvolta!

  • vic

    E’ ancora dibattuta la questione se i nazisti effettivamente non usarono la bomba atomica in Bielorussia. Le opinioni sono divise. E’ certo che usarono ordigni non convenzionali ed altamente distruttivi. I servizi giapponesi parlarono di esplosione atomica. Lo stesso fece un ufficiale italiano fascista sul posto. Stalin aveva tutto l’interesse a star zitto per non demoralizzare del tutto le sue truppe.

    Gli archivi dell’est Europa potrebbero riservare sorprese sul tema.

    E’ appurato che verso la fine della guerra il Reich disponesse di parecchio uranio molto arricchito, utile per costruire la nefasta bomba. La loro arma in gestazione era pero’ d’atro tipo, molto ma molto piu’ tremenda, la chiamavano Kriegsentscheidend. Su di essa stanno uscendo informazioni goccia a goccia, forse anche perche’ riguarda una scienza che ci viene ancora occultata dall’onnipresente complesso segreto-miltar-industriale, il quale quando si tratta di mettere delle cappe su cose sommerse, e’ piu’ svelto della BP.

  • oldhunter

    Per quanto ne so, la bomba fu effettivamente costruita ma poi solo sperimentata su un’isola nello Jutland. Ne parla Romersa che, inviato da Mussolini per indagare sulle nuove straordinarie armi tedesche che egli temeva fossero solo propaganda, fu testimone dell’avvenimento.
    Probabilmente non era ancora trasportabile con un normale bormardiere e, proprio per questo motivo, venne studiato un potente Heinkel esamotore che avrebbe dovuto sganciare la bomba su New York e quindi atterrare in Norvegia.

    Riguardo alla Kriegsentscheidend ho inutilmente cercato su internet dati circostanziati. Dove posso reperirne?

    Un saluto

  • duca

    Faccio presente che “Kriegsentscheidend” non significa altro che “decisivo per la guerra” “che decide la guerra”: non credo che le bombe sganciate dagli americani avessero nulla da invidiare.
    Se pur concordo con la tesi secondo cui la guerra era abbondantemente decisa nel momento in cui furono sganciate, probabilmente sarebbero state decisive se disponibili anche solo qualche mese prima: pensa se invece dello sbarco in Normandia avessimo avuto qualche bombardamento nucleare in Europa.

  • Stopgun

    In effetti i gruppi che studiavano la bomba tedesca erano più di uno.

    Romersa vide a Rugen un’esplosione di un ordigno relativamente piccolo “tattico”.

    In Turingia venne effettuato un esperimento “strategico”.

    Un Heinkel avrebbe fatto un volo sperimentale di 6000 Km verso la Siberia.

  • NerOscuro

    Da quello che ho letto non ci fu nessuna atomica tedesca, forse tutt’al più una bomba sporca che è una cosa assai diversa da una bomba atomica. Il fatto è che i fisici nucleari tedeschi che non erano passati agli Alleati (Heisenberg, Hanh e alcuni altri di primaria importanza) adottarono una politica di dilazione degli eventuali sforzi per costruire un’arma nucleare, proprio perché nell’ambiente scientifico si riteneva che questa tipologia di armi fosse eccessiva. Gli scienziati dei due blocchi cercarono di comunicare tra loro queste intenzioni per tutto il periodo che precedette la guerra. La mancanza di comprensione che spesso i politici avevano della portata delle scoperte in campo atomico aiutò moltissimo a mantenere questo basso profilo. A guerra scoppiata, negli Stati Uniti ci vollero infatti diversi incontri con i vertici e alla fine un memorandum controfirmato da Einstein per convincere il governo della necessità di costruire una bomba atomica. E considerato che allora la ricerca e la costruzione di tre bombe atomiche costò la cifra astronomica di 1 miliardo di dollari e coinvolse qualcosa come 15000 scienziati in tre differenti laboratori, si tratta di un genere di investimento che la Germania non poteva permettersi né per la propria economia né per la quantità di uomini necessari.