PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

PERCHE’ LA LETTERATURA FA INCAZZARE

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

“Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. […] Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

(Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno)

Negli Istituti Tecnici, l’evento più drammatico che possa capitare ad un insegnante di italiano all’inizio di un anno scolastico è vedersi assegnato ad una terza superiore. Finché si insegna nel biennio, se si sorvola sulle esuberanze degli allievi appena graziati dalle medie, tutto fila relativamente liscio. Si rifrigge un po’ di analisi logica e del periodo, già salmodiata in tutte le tonalità alle elementari e alle medie, si assegna qualche emozionante temino sulla droga, sulla fame nel mondo o sull’emancipazione-della-donna-nella-moderna-società-occidentale e ci si ritrova in un battibaleno a maggio, con un corpo studentesco equamente suddiviso tra secchioni e citrulli senza speranza, ma serafico e pago.

Qual mormorio soave, si propaga nei cerebri studenteschi l’insana persuasione che l’italiano sia una materia “facile”: che basti analizzare il complemento di termine e la proposizione concessiva in un po’ di balbe frasette, innalzare qualche straziante melopea in puro inchiostro BIC al lavoro minorile dei miserandi negretti dell’Africa© (di quale nazione dell’Africa, esattamente, non si sa: gli allievi tendono a ridurre la specifità geografica a categoria kantiana) per vedere materializzarsi tra le dita, quale sacra Vibhuti, la sufficienza agognata. Dopo di che resta solo matematica da recuperare.

Ma quando si arriva in terza, ove la ministerial barbarie impone lo studio della storia della letteratura, la musica cambia. Luttuosamente, gli allievi realizzano che il dolce far niente è finito. Ora occorre leggere opere di autori veri, non piagnucolose storielline su miserrime femmine musulmane dagli occhi pesti, corredate di queruli arpeggi antologici. Occorre parafrasare Dante, Petrarca, Guinizzelli, Jacopone, analizzarne il lessico, soppesarne la struttura rimica, metrica e strofica, determinare la funzione delle specifiche scelte fonetiche, identificare le figure retoriche e la loro valenza nell’economia complessiva del testo, distinguere ipotassi e paratassi, ipàllagi e anastrofi, comprendere il legame storico e culturale del componimento con la sua epoca, infine collegare le scelte stilistiche e contenutistiche di ogni autore ad altre opere, tentando di ricostruire la collocazione dell’opera stessa nella catena testuale.

Qui cominciano i pianti, gli alti lai, il gemente cordoglio, il compianto de’templi acherontei. Gli alunni diligenti allibiscono, quelli somari ragliano in coro, con fragoroso strepito, la loro indignazione. Torme di genitori in tenuta da guerra o, a fasi alterne, da pellegrinaggio a Pietralcina, giungono a schiere, recando velate minacce o plorazioni accorate. I più cialtroni (o “ribelli”, come li chiamano i cialtroni loro simili) danno il via al boicottaggio delle lezioni, all’assenteismo pianificato, al sabotaggio delle verifiche. I più fessi pensano di cavarsela scopiazzando analisi precotte dall’immancabile telefonino e vengono regolarmente sgamati. E’ la fase in cui è più semplice distinguere i docenti ignoranti e calabrache, che cedono alle pressioni e tornano al piagnucolìo sui burqa e sull’infanzia rubata, dai docenti veri, che dicono: si fa così e punto.

Ma se il terrore degli allievi usi alla nullafacenza è comprensibile, più difficoltoso è capire perché, come recentemente sperimentato proprio su questo sito (qui e qui) anche nei forum telematici la letteratura e i letterati producano effetti assai simili. Finché si cazzeggia in libertà, tra un bicchierino e l’altro, di simboli fallici in Shakespeare, finché si rimestano col ramaiolo, in un’unica broda, Petronio e Catullo, spruzzandoli con fiotti robusti di Caravaggio e Velazquez, fino a ridurli a una pappetta indistinta di simboli grafici senza referente, allora la letteratura e l’arte sono tollerate. Ma nel forum come in classe, l’apparizione inopinata di un’analisi letteraria ponderata, o peggio, di un docente di letteratura non improvvisato, scatenano dapprima la pietrificazione stupefatta, poi lo sconcerto, infine l’ira più ferina tra gli astanti. Come mai accade questo? Perché la letteratura, ove non annacquata dalla blàtera sciolta, fa incazzare così tanta gente? Mi sono dato le seguenti risposte, che ho riunito, per comodità, in decalogo numerato.

1) La letteratura non è per tutti: l’ascesa del proletariato e dei ceti medi, realizzatasi a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, aveva portato i ceti popolari a sfruttare la forza acquisita con le lotte per impadronirsi di quelli che, per secoli, erano stati gli odiati vessilli e simboli del nemico: la letteratura, l’arte, la cultura, le scuole, le università. Tutto ciò che era stato visto come segno distintivo della classe borghese, era ora in potere delle masse contadine e operaie. Le quali, tuttavia, non sapendo né maneggiare la letteratura, né innovarla, né tantomeno crearne una propria che fosse presentabile, si sono limitate a giochicchiare con il suo pregevole tessuto, a ridurlo a citazionismo becero, a ricavarne nastrini e volant da indossare sul vestitino della festa per farsi ammirare dagli amici. Ora che la carrozza fatata del proletariato è tornata ad essere una zucca, la fata borghese torna a riprendersi il suo bel vestito. L’insegnante di letteratura è il funzionario incaricato di dire ai ceti popolari che non possono più utilizzare i testi letterari come strofinaccio: o studiano e acquisiscono le alte competenze necessarie a portarli addosso con la dovuta eleganza e il dovuto rispetto, o tornano a indossare i sacconi di tela e gli zoccolacci di sambuco che hanno rimarcato per millenni la loro storia. Non deve stupire, dunque, che tali funzionari siano bersaglio di odio feroce.

2) Un vero testo letterario è un meccanismo complesso: la sua densità semantica, le sue possibilità interpretative, le informazioni in esso contenute, i diversi significati di cui esso è capace di colorarsi attraverso le epoche, la sua capacità di offrire al lettore uno scorcio su visioni della realtà profondamente differenti dalle consuete, i dati che esso ci fornisce sulla realtà storica, sociale, economica, politica, ecc. in cui è stato prodotto, non possono essere colti attraverso una lettura distratta. Si può coglierli solo attraverso un’opera attenta e faticosa di analisi, che non tutti sono in grado di compiere o disposti a compiere. L’occhio allenato dell’insegnante di letteratura distingue agevolmente gli abili all’opera dagli inabili, relegando esplicitamente o implicitamente questi ultimi in una classe intellettiva secondaria. Da ciò nasce, prorompente, la sua fama di negriero e l’odio dei meno dotati nei suoi confronti.

3) La letteratura non ammette superficialità: a causa della sua complessità, il testo letterario deve essere oggetto di un giudizio critico motivato per esteso, nel dettaglio e con estrema precisione e chiarezza. Ciò rende furente il proletariato dei social network, abituato ad esprimere con la mera dicotomia “mi piace” – “non mi piace” la propria prospettiva sull’universo (e senza nemmeno dover scrivere queste poche lettere di proprio pugno). L’esistenza di una sfera dello scibile sottratta al giudizio sommario istantaneo della comare e del pescivendolo e che richieda la trasformazione di questi ultimi in esseri raziocinanti per poter essere pronunciato, rappresenta una limitazione intollerabile di sovranità, alla quale la comare e il pescivendolo reagiscono con vano furore guerriero.

4) Il testo letterario ci pone a confronto con un’alterità spesso radicale: esso ci costringe a dialogare con culture, visioni del mondo, categorie di pensiero, strutture sistemiche, riferimenti etici, completamente diversi dagli attuali. La nostra prospettiva ne risulta profondamente relativizzata: il nostro sistema, i nostri valori, la nostra configurazione sociale, dunque, non rappresentano l’unico mondo possibile. Sono esistiti ed esistono altri mondi e altre prospettive che, per avere un proficuo rapporto col testo, dobbiamo imparare a conoscere. Ogni anno devo spiegare alle mie studentesse che il Boccaccio non dedica il Decameron alle donne perché desideri “emanciparle”; che il concetto di “emancipazione della donna” scaturisce da contingenze produttive e non etiche ed è stato elaborato per ovviare alla carenza di manodopera nelle fabbriche, dopo la rivoluzione industriale. Al contrario, Boccaccio è convinto che le donne stiano benissimo dove sono (relegate nelle loro stanzette a leggere e filare); vuole soprattutto sfruttarle come “target” ideale della nuova letteratura borghese, della quale egli è, se non l’iniziatore, almeno il codificatore. Ciò genera nelle mie allieve perplessità e differenti reazioni: comprensione nelle più intelligenti, indignazione berciante nelle oche mestruate.

5) La letteratura decentralizza: essa ci rivela che non siamo il momento più alto, luminoso e assiomatico dell’evoluzione umana, bensì un momento qualsiasi, i cui connotati etici di riferimento sono legati a contingenze politico-economiche in continuo mutamento. Se prestiamo attenzione, scopriamo che tali connotati hanno più a che fare con la configurazione economica e produttiva del periodo storico in corso che con pulsioni o ideali connaturati all’indole umana. E’ un principio banalissimo per chi ha letto e digerito Marx, ma che coglie spesso di sorpresa il fruitore sonnacchioso dell’informazione giornalistica e televisiva. Costui, se è un tipo sveglio, si rende conto ben presto che valori etici e sociali creduti immutabili vengono in realtà generati e diffusi dai sistemi d’indottrinamento propagandistico che le elite dominanti di ogni epoca storica approntano e gestiscono per i propri scopi; uno legge ad esempio “Germinal” di Zola e inizia a chiedersi perché certe “repubbliche” siano fondate sul lavoro, e perché, per che cosa e per chi si dovrebbe lavorare. Se trova la risposta, l’incazzatura è inevitabile. E’ una fortuna per l’ordine sociale che siano in pochi a porsi domande o anche soltanto a saper leggere. O forse non è una fortuna, ma solo l’ennesimo progetto ben attuato.

6) La letteratura è memento dell’impermanenza: prima che ci pensasse la stessa geopolitica, sarebbe bastato un qualsiasi testo letterario a ridicolizzare l’illusione di “fine della storia” propugnata da Francis Fukuyama. Leggendo un testo, scopriamo che non solo l’uomo e le sue strutture materiali, ma anche le configurazioni di potere, le reti di relazioni economico-sociali, tutta la complessa elaborazione della mente che siamo soliti chiamare “realtà” è soggetta ad alterazioni e mutamenti profondi. La mente umana è fluida e in continuo divenire e con essa si trasforma la realtà che da essa scaturisce. Ogni testo è prova che il mondo in cui viviamo non è fatto di sola materia, ma è un palazzo le cui mura sono composte in gran parte di idee. Di tanto in tanto, nuove idee poderose, veicolate dalla narrazione, sconvolgono il nostro modo di pensare al mondo e a noi stessi, distruggendo le vecchie strutture mentali e riconfigurandole su nuovi parametri. Lo stesso testo letterario è impermanente e assume valenze, significati, contenuti completamente cangianti col variare delle epoche e del pensiero. La letteratura è un messaggero dell’Apocalisse: annuncia nuove visioni della realtà affinché vecchi mondi scompaiano tra le fiamme e nuovi ne prendano il posto. Chi potrebbe non averne paura?

7) La letteratura costringe a crescere: nessuno può accostarsi ad un’opera strepitando, come un moccioso, la sua percezione del mondo e tentando d’imporla sulla lettera del testo. Ogni testo è un’entità che insegna il rispetto verso l’altro: esige di essere ascoltato con attenzione, in ogni sua parola, prima che l’atto ermeneutico sia possibile. Esso strappa l’uomo della strada alla sua illusione puerile di compiutezza. A differenza del Mike Bongiorno della “Fenomenologia” di Eco, ogni opera letteraria ricorda al suo interlocutore che egli non è Dio, che non è perfetto, che non è eterno, che non è al centro dell’universo e nemmeno del suo ristretto habitat sociale. Lo spinge a confrontarsi con la propria mortalità, con l’incompletezza delle proprie conoscenze, con la necessità di un percorso malagevole, doloroso e prolungato perché sia possibile, forse, pervenire un giorno ad una qualche maturità epistemologica. La letteratura ci costringe ad abbattere le strutture mentali candide e rudimentali della nostra infanzia e ad elaborarne continuamente di nuove e più complesse, abituandoci, strada facendo, alla mutevolezza incessante delle cose. Ci costringe ad imparare a parlare e ad esprimerci con proprietà per poter interloquire con lei. Essa esige lo svezzamento dell’individuo: la capacità di staccarsi per sempre dal seno dell’autorità e della propaganda e di acquisire capacità autonome di comprensione del mondo, fondate sull’attenzione all’altro, sul rispetto, sull’ascolto. In due parole, accostarsi alla letteratura impone a chiunque un salto verso la maturità.

C’è da stupirsi che in un mondo di adulti senza ormai altro desiderio che quello di restare bambini, essa sia la più detestata delle maestre?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

6.06.2016

Commenti (143)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. Tanita 13 giugno 2016

      Errata: Dove dice "Io can't" leggasi "You can't". Grazie.

    1. castagna 13 giugno 2016

      Estraggo una parte come spunto e non come frattale esaustivo:


      “ connotati etici di riferimento sono legati a contingenze politico-economiche in continuo mutamento. Se prestiamo attenzione, scopriamo che tali connotati hanno più a che fare con la configurazione economica e produttiva del periodo storico in corso che con pulsioni o ideali connaturati all’indole umana. E’ un principio banalissimo per chi ha letto e digerito Marx …..

      …..Lo stesso testo letterario è impermanente e assume valenze, significati, contenuti completamente cangianti col variare delle epoche e del pensiero “


      La considero una interpretazione debole; non già errata, bensì recessiva: è valida ma in misura piccola.

      So che ci vuole un minimo di sforzo per interpretare i riferimenti espressivi, miei in questo caso, di un interlocutore che si muove con concezioni leggermente divergenti; ma non è così difficile, e per chi non ci riesca.... meglio.


      La letteratura non è il memento dell'impermanenza, cosa che è pur vera ma solo come accessorio, bensì principalmente è il memento della continuità di idee e sentimenti tra individui di epoche e situazioni differenti: ecco perché ci piace, perché risuona sulle stesse note che già abbiamo dentro.

      Scienza, nel senso di sapienza e non di tecnologia, significa trovare le regolarità nei fenomeni. Se tutto fosse un fluido continuo divenire senza regole né limiti né cicli vorrebbe dire che tutto quello che sappiamo non varrebbe niente nell'attimo successivo. E sarebbe così e nel campo fisico e in quello psicologico, e morale ed estetico.

      La differenza tra classe e moda è semplice: lascia decantare quell'opera per un periodo congruo di anni: se ti piace ancora, e se altri ne fruiscono ancora, allora è classe, altrimenti è moda.

      In fondo l'arte è solo maniera: maniera nuova di esprimere contenuti vecchi, antichi, eterni.

      Non esistono idee nuove, sentimenti nuovi nell'uomo: sono tutti già lì nella struttura umana, e ciclicamente riappaiono. L'artista li scova con severa tenacia dentro di sé, e quindi dentro l'umanità, e riesce ad esserne tramite.


      Esistono correnti filosofiche, tra le quali il marxismo, che vorrebbero l'uomo essere solo una impermanente funzione di un sistema. Personalmente ritengo che l'uomo sia una struttura incoercibile.


      L'uomo-funzione è propaganda coercitiva dei prepotenti, dei violenti, di chi cerca di trarne un vantaggio, o, d'altro canto, siano i sofferenti e i carenti; di contro l'uomo-struttura per loro è un pericolo, è l'inferno. E il “Sistema”, qualunque sistema, cercherà sempre di propagandare le teorie per le quali l'uomo è solo una funzione: di rapporti socio-economici, di una nazione, di una religione etc.... di qualunque cosa sia definita come struttura reale.

      Al contrario l'unica struttura reale è l'uomo, il resto sono sovrastrutture, in linguaggio marxiano, funzioni, in linguaggio “castagnano”. (Poi, se vogliamo andare nel mistico filosofico, anche l'uomo evolve come struttura, ma ci vogliono generazioni e migliaia di anni; e in ultima e mistica analisi siamo tutte funzioni di una unica Struttura.... incenso e gong, please).


      La letteratura attiene principalmente alle strutture, e non alle funzioni. E' per questo che richiede quella profondità, spesso guadagnata con fatica e sofferenza, che non tutti hanno; o forse che non tutti hanno il coraggio di avere.


      La lezione del rabbino Mordechai, alias Karl Marx, è la solita azione di falsità, azione rabbinica, clericale in senso lato.

      Da un lato perché pone come primaria la funzione, o sovrastruttura, che, come clero, vogliono far assurgere a divinità potendola controllare. Se la “struttura” primaria è la nazione, e noi siamo i re; o la religione, e noi siamo il clero; o la struttura economica, e noi siamo ricchi sfondati.... be', si sa, il popolo non può essere vinto, deve essere convinto: ed ecco che arrivano tutte le teorie più strampalate sull'uomo-funzione religiosa, nazionale, economica, sessuale – vedi Freud - etc





      Le pulsioni primarie nell'uomo sono sempre le stesse. Se nei singoli individui possono assumere forme quasi infinite, quando sono normalizzate nella massa, sociologicamente, sono sempre le stesse riconoscibili pulsioni.

      Anche l'uomo, sociologicamente, è un fenomeno che come tanti ondeggia ciclicamente intorno la propria media.


      Per esempio il Pareto individua pragmaticamente sei pulsioni primarie – sempre normalizzate come media collettiva, non individuali - che chiama residui:

      istinto delle combinazioni

      persistenza degli aggregati

      bisogno di manifestare i sentimenti con atti esterni

      istinto di socialità

      integrità dell’individuo

      pulsione sessuale


      il resto sono derivazioni, razionalizzazioni, giustificazioni...


      La cultura vedica ne riconosce altre.

      In finanza solo due: avidità e paura. Etc..


      La Poesia smaschera la derivazione, la giustificazione, e mette a nudo i movimenti primari.

      Per ciò è eterna, interculturale, violentemente nuda.

      Una delle massime di Castagna da sempre?

      La Poesia è il motore del Mondo.

      E ciò perché in ultima analisi ognuno canta il suo canto, ognuno fa la propria Poesia, che poi è solo variazione estetica sulla sempiterna struttura umana. Potremmo definire l' “io” solo come variazione estetica, poesia.

      Va be'.... credo di essermi in qualche modo spiegato: la letteratura ti porta in qualche modo verso l'essenza.


      Un rapidissimo excursus sul Mordechai, alias Marx.

      Questo affabulatore non fa altro, molto rabbinicamente, di intessere di grandi espressioni la banalità dell'economia: l'importante è creare la parola, il significante, su ciò si crea la suggestione e la venerazione della plebe.


      Due parole: “capitalismo” e “plusvalore” su cui aggancia la plebe.

      La prima significa che per qualsiasi atto economico occorre un capitale, gli strumenti. Scoprire l'acqua calda sarebbe stato più entusiasmante. Ma dire che per battere il ferro ci vuole il martello, cosa che tutti banalmente sanno, non è così suggestivo come chiamarlo “capitalismo”.

      Dire che per coltivare ci vuole la terra, ma va?, era troppo scontato.

      Del “capitale”, degli strumenti, in ogni caso non se ne può fare a meno: o li possiede l'individuo sparso o li possiede il potere centrale, che sono sempre individui sotto falso nome; e sempre “capitalismo” rimane.


      “Plusvalore”: fondamentale scoperta economica del Mordechai che scopre , dopo millenni, che se uno si sbatte lo fa per un vantaggio....



      Un consiglio Gianluca: dì che ti sei licenziato da professore e ti sei messo a produrre miele biologico sulle pendici dell'Appennino. E non cagare il cazzo, che ti frega... una volta avevi detto che eri morto!

      Dì che ti sei messo a fare il pastore, vediamo se ti vengono a insegnare come pascolare le pecore...


    1. neroscuro2014 12 giugno 2016

      Hai mai provato a scrivere dopo aver smaltito la sbornia?

    1. neroscuro2014 12 giugno 2016

      Hai mai provato a scrivere dopo aver smaltito la sbornia?

    1. Georgejefferson 11 giugno 2016

      E' una falsa critica con argomenti "frase ad effetto" (sempre colpa degli altri, biosogna promuovere tutti ecc..)


      Non dissimile da qualunque critica di mercato semplicistica che estremizza il vittimismo come forma retorica.
    1. Georgejefferson 11 giugno 2016

      La critica ("seria") accusatoria sarebbe: non si deve riprendere i chiacchieroni e disturbatori. Lo si aiuta a casa Gratis, la coscienza deve "mordere" e l'insegnante si deve dare la colpa tourt court. La colpa non e' mai dello studente che e' un santo per definizione, aiutarlo non costringendolo a legger un libro equivale ad ucciderlo. Ascoltare una persona erudita ecc.. e' peccato e si sentirebbe inferiore o annoiarsi, non bisogna bocciare mai e bisogna dargli la senzazione che sia indispensabile. Bisogna insegnare poco e dare un 6 a tutti.

      A parte l' offesa finale (paracula)...una critica cosi e' senza dubbio giusta. Quale stupido insegnante puo intendere questo come educazione ed insegnamento?

      Solo dei fuffologi pedagogici che servono a dare lavoro a qualche figlio di barone universitario. Si, saranno sicuramente fuffologi pedagogici che servono a dare lavoro a qualche figlio di barone universitario.

      Non e' una critica seria. Puoi negarlo ma e' li da leggere, è solo espressione di rancore derivante da spiacevoli aneddoti personali cui avranno anche fondamento di ragione nella loro contingenza, ma ne ricavi giudizio verso l'universo mondo, derivante solo da qualche parola letta che ti ricorda quegli episodi.
    1. Georgejefferson 11 giugno 2016

      Off topic:


      Quel meccanismo di imitazione che affonda la sua storia a ritroso nel tempo, deriva dalla paura.Quella paura in origine era comune a tutti in un mondo cosi spaventoso nella sua brutalita e pericolo, ma veniva un po attenuata con la forza dell'insieme, dell'appartenenza e condivisione di quel sentimento drammatico, che faceva apparire meno soli, con la probabilita di minor pericolo.

      Ben presto "i sacerdoti" piu riflessivi capirono come sia possibile sfruttarla e ancora oggi i meccanismi sono gli stessi. E' il sentimento della paura che ci spinge a cercare di stare insieme agli altri, ma anche il sentimento di affetto, rispettoso voler bene.

      Ma la paura viene esasperata con messaggi subliminali continui che per effetto imitazione la moltiplicano, imponendo ai legami di essere tali quasi solo su quei presupposti.E cosi si cerca "la gente"..nei centri commerciali, su internet. E ci terrorizza venire giudicati come diversi, Anormali, ben sapendo nel nostro intimo che il concetto di normalita e' molto aleatorio e mutevole.

      Quando la personalita fin da piccolo subisce repressione indotta della propria sensibilita', alcuni nel loro intimo, ne soffrono di piu di altri, ma crescendo "naturalizzano" il fatto e quindi...scoraggiati e incazzati neri per questa ingiustizia, ma dando per scontato che sia cosa fissa ed immutabile (naturalizzata)..non fanno altro che replicare come automi, il male che e' stato inflitto a loro, con altri piu deboli (in un dato momento), chiudendo in fretta a se stessi la faccenda con lo slogan: il mondo e' una catena che gira, ed e' legittimo che come sono stato trattato io lo faccia agli altri.

      L'atto di volonta' rivoluzionario, in questo contesto (rivoluzionario in senso lato) sta proprio bel ribaltare quel comportamento che replica uguale, nel suo opposto (anche se non "perfettamente" opposto), derivando la scelta dal giudizio dalla consapevolezza di questa ingiustizia, come contingenza storica derivante dalle abitudini umane e si frequente, ma solo per consolidamento "autoritario" (imposto a forza), e non "autorevole" (riconosciuto come giusto).

    1. neroscuro2014 11 giugno 2016

      Non faccia la furba, questo lo ha scritto lei:
      Se Lei insegna nella scuola pubblica, il suo dovere é far sí che la
      Letteratura (e qualsiasi altra disciplina di cui é titolare o che
      pretende insegnare) sia per tutti. Lo Stato italiano non Le paga lo
      stipendio per selezionare gli allievi piú bravi o meglio preparati o che
      vengono con le migliori condizioni di partenza e di vita - almeno non é
      cosí secondo le leggi riguardanti l'Educazione, la Pubblica Istruzione.
      Le paga per insegnare a tutti. Per far sí che i contenuti sotto la sua
      responsabilitá, possano essere costruiti e ricostruiti da tutti i suoi
      studenti e le sue studentesse. E mi creda, si puó.


      In un'unica frase riesce ad essere supponente su come il collega lavori e comprensiva nei confronti dei suoi alunni. Come faccia a sapere cosa accada nella classe del collega, quale relazioni si siano instaurate, che tipi di persone siano i suoi alunni è per me un mistero. Chissà come lei definisce una persona che pensa di sapere cosa accade da qualche parte lontana. Nello stesso commento infila anche delle fantasie su quelle che sarebbero le leggi italiane. Non male per sole 5 righe e ce ne sono ancora.
      Lasciamo perdere e torniamo al suo commentino di sopra: "il Maestro, dev'essere capace di tornare i contenuti" è bellissimo (tornare poi... suppongo sia un anglicismo). Le domando: dopo averle provate e riprovate tutte, con l'alunno che non capisce perché passa il tempo a chiacchierare e a disturbare la classe che si deve fare? Gli vado a dare ripetizioni a casa gratis o posso mettergli 4 e chiamarlo pelandrone? Mi rimorderà la coscienza? Sicuramente è colpa mia. È sempre colpa di qualcun altro, mai dello studente che è santo per definizione. Se non capisce perché non ha un lessico appropriato agli studi e all'età, non costringiamolo a leggere un libro, potrebbe ucciderlo sapere qualche parola in più. Non facciamogli ascoltare una persona erudita che si esprime in modo ricco e articolato: potrebbe sentirsi inferiore o annoiarsi. Se invece i suoi problemi sono le lacune accumulate nel corso degli anni in cui è stato ingiustamente promosso, mettiamoci per l'ennesima volta a rispiegargli tutto il programma del passato, mica bisogna andare avanti e dargli la sensazione di non essere indispensabile.

      Ma noi abbiamo l'obbligo di far sí che i saperi possano essere costruiti e ricostruiti da tutti gli alunni. Uhm, sembra quella roba di fuffologia pedagogica che serve a dare lavoro a qualche figlio di barone universitario e che viene regolarmente cambiata e sconfessata ogni decennio circa dagli stessi fuffologi, per dare lavoro ad un nuovo pargolo. Sarebbe roba inoffensiva fin quando qualcuno non prende sul serio e alla lettera quello che questi hanno scritto. Io non ho alcun obbligo perché non ho il potere di ricostruire nessun sapere nell'alunno. Non posso entrargli nella testa e dargli la motivazione. È l'alunno che ha questo potere. È l'alunno che se vuole impara con l'aiuto dell'insegnante. Strano che sia io a sostenere che c'è una persona di fronte a me e non un robot programmabile e che questo sia dotato di una sua volontà incoercibile né totalmente aggirabile. Però se egli non vuole imparare, la scuola, tolta quella dell'obbligo, non è posto per lui. Non è difficile da capire e rende le cose chiare per tutti. Invece no, se uno scrive che tutti gli alunni devono costruire i saperi e noi abbiamo l'obbligo che ci riescano succede una cosa semplicissima che ho visto molte volte: si insegna un 20% del programma, a tutti però, e poi si regala il 6, sempre a tutti. Bello vero? Quelli che vogliono imparare così scelgono se rimanere impastoiati dai furbissimi nullafacenti o se cambiare scuola, magari privata. Così si sono create le scuole pubbliche ghetto dove ci sono i furbissimi ghettizzati, famosi in tutta la città. Io, una cosa così la chiamerei eterogenesi dei fini.

      Spero, stavolta, di averla interpretata bene: del resto se lei è scusabile perché non è di madre lingua, lo sarò ben io che devo capirla e mi ci sforzo. Ma lei, da brava paracula par suo, vede solo la parte che le fa comodo e si permette pure di irridere nelle ultime righe del commentino di sopra.

    1. Georgejefferson 11 giugno 2016

      Immancabile, l'anima.Gli angioletti pero anche.

      Fermo restando che l'esercizio di memorizzazione ha la sua ovvia utilita', secondo me se scrivi a memoria una formula matematica, dimostrando la tua diligenza nel memorizzare "la logica", che ti hanno fatto credere sia un oggetto staccato dal giudizio umano (ps. i simbolini in matematica fanno molto effetto), riesci a distrarre i lettori dalle pirlate che hai accusato (per semplificare: premiare la svogliatezza e maleducazione a priori uguale bello...Maestri che promuovono tutti per principio di giustizia ecc..).E alcuni ne verranno suggestionati dimenticando le stronzate scritte per rancore, dimostrando che "hai studiato", e scoperto che l'essenza delle persone sta nei riflessi pavloviani e neuroni specchio.

    1. neroscuro2014 11 giugno 2016

      Scusa, hai proprio ragione. La mia mente ristretta dagli studi e dalla professione deve inchinarsi di fronte al vero genio di uno che si esprime violando sistematicamente l'italiano e la logica. Che ci posso fare se non sono in grado di comprendere cos'è il cuore o l'anima? Sono qui per programmare gli studenti come robot. Ti prego, diventa insegnante e non privare la scuola del tuo contributo. Non sottrarci la tua presenza: abbiamo bisogno di te.

    1. neroscuro2014 11 giugno 2016

      Vedo che è sua abitudine intervenire quando le fa più comodo per dimostrare quel che le pare "collega". Normalmente io leggerei gli interventi precedenti dove questo pezzente mi ha insultato in continuazione con le sue insinuazioni prima di puntare il ditino e fare la maestrina, ma evidentemente io sono di una classe diversa dalla sua. Ah poveri i suoi studenti di sicuro non possono fidarsi di una persona così superficiale come lei. Vede? Anche io posso estendere un giudizio dal forum al suo ambiente lavorativo, che ci vuole? Ma no, lei è di sicuro una brava insegnante, mica unai paracula come sembra. Spero vivamente che si integri nella scuola italiana: è sulla buona strada.

    1. totalrec 11 giugno 2016

      "Lo fate anche con i vostri allievi? Freda, almeno in questo suo articolo, lo fa, e con tanto disprezzo!"



      Modestamente sì. Disprezzo profondamente gli imbecilli e gli ignoranti che desiderano restare tali e nemmeno si accorgono della loro condizione. Generalmente so distinguerli dalle persone di valore o almeno in grado di evolversi positivamente nel corso del tempo. A differenza di lei, penso che questa capacità di discernere il pane dalla merda non rappresenti un handicap per un docente, bensì la quintessenza della sua professione.
      (GF)
    1. Georgejefferson 11 giugno 2016

      Ha ha...per me la conoscenza di qualcosa e' nozionismo...cosi, tout court. Ecco cosa concludi. Come le tue accuse precedenti. (es. per semplificare):
      tu ritieni che lanciare pomodori e noccioline al gorilla che si crede forte sia un bene.
      Questa la "qualita" delle tue critiche.

      E poi l' oggetto sacro (connessioni nervose che arricchiscono), come fossimo robot automi senza cuore (Ps. cuore e' una metafora, che simboleggia il senstimento, che battutina potresti trovarci? le bamboline e le roselline?)
      ...poi le parolaccie dei bambini (analfabeta anale imbecilli profittevole moda) che va bè, sorvoliamo.

      Il cervello funzionante del servo e' spento, non e'un "cervello".
      Le idee originali in se non e' sinonimo di qualità, sinonimo di qualità e' il giudizio, quale giudizio ? riguardo al giusto e sbagliato, quello fa il cervello acceso.

      Fisicalizzi tutto l'universo mondo e nemmeno ti rendi conto, cosa sta dietro all'imitazione degli altri, la paura di venir escluso, discriminato? Cosa sta dietro a queste coercizioni psichiche millenarie? L'oggetto? Il neurone specchio? O i "motivi organici"?

      Quale trasmissione "amorevole"? Quella che solo trasmette e non vuole ricevere per infantile senso (indotto) di superiorità bambinesca?

      Pero dimmelo da "tecnico" che ci facciamo crasse risate.

      E' si, intendevo proprio che le tabelline sono violenza sui poveri pargoli. Proprio una critica seria, non c'e' che dire.

      Salutami il tuo prossimo bocciato, neroscuro, quello li deviato nei meccanismi meccanici del suo corpo.
      Il poveretto
    1. Tanita 11 giugno 2016

      Non si preoccupi, Georgejefferson, Lei é stato fin troppo eloquente e chiaro. Cristal clear. Riceva il mio saluto e considerazione per il modo in cui si é preoccupato di esaminare le "tesi" proposte dall'autore dell'articolo e i suoi sostenitori, e di rispondere a coscienza.

      Siccome questi professori sembrano cosí abbagliati dalla loro propria luminositá, ho paura che hanno grosse difficoltá per interpretare le risposte che vengono loro offerte (non soltanto le nostre, ma anche quelle di studenti e i loro genitori) e per stabilire qualsiasi esercizio dialettico.


    1. Tanita 11 giugno 2016

      Vero. Troppo in alto per i comuni mortali. Mi dispiace per loro, sono accecati dalla propria luce.

    1. Tanita 11 giugno 2016

      E' un vero peccato che tanto Lei quanto il professore Freda facciano ricorso all'insulto e alla squalifica personale nel considerare gli interventi degli altri foristi.

      Si tratta di una mancanza di etica e deontologia professionale che dovresti riesaminare intanto vi diminuisce nella vostra qualitá d'insegnanti.

      Lo fate anche con i vostri allievi? Freda, almeno in questo suo articolo, lo fa, e con tanto disprezzo!

      Considerando i preconcetti e pregiudizi che mettete in esibizione, e la evidente mancanza d'autocritica, é veramente difficile stabilire una dialettica costruttiva. Mi auguro che riusciate a migliorare, per il bene dei vostri studenti.

    1. Tanita 11 giugno 2016

      Errore grave, ci vuole un po' d'ermeneutica, perbacco!

      Io non ho mai sostenuto - né sosterrei - che la scuola deva dare un titolo a tutti a prescindere dai risultati! Ma come l'é venuta in mente una conclusione del genere, se ha letto con attenzione quanto ho scritto?

      Io ho sostenuto, e lo ribadisco, che un vero Insegnante, un Maestro, dev'essere capace di tornare i contenuti, gli oggetti di studio, accessibili a tutti (fermo restando che non parliamo di ragazzi e ragazze con qualche handicap o malattia che possa costituire un'impedimento aldilá delle possibilitá degli insegnanti).

      Quel che decidano di fare con quanto imparato, é poi un'altra cosa. Ma noi abbiamo l'obbligo di far sí che i saperi possano essere costruiti e ricostruiti da tutti gli alunni.

      Perché la scuola sia accessibile a tutti non basta con aprire le porte degli edifici. Gli insegnanti sono parte integrante e sostanziale dell'Educazione, della Scuola, quindi determinanti della qualitá dell'accesso all'Educazione.

      Il ché é molto diverso da quanto da Lei interpretato e quindi, contestato. Lo stesso errore - forse intenzionale per scappare la questione di fondo? - che ha commesso il professore Freda nel valutare i (e rispondere ai) miei argomenti. Peccato.

      Una cosa vi dico, a Lei e al Professore: se questa che avete dimostrato coi miei interventi é la vostra competenza per leggere ed interpretare, é evidente che non avete imparato a dovere quando a vostra volta vi siete formati.

    1. Tanita 11 giugno 2016

      Oh, no, io sono molto tranquilla, professore.
      It's all right.
      I'm sorry for your students and for yourself. Io can't enjoy teaching and you're failing at it - it's evident - because of the way you think. Open up, professor free your mind. It's never too late!

    1. neroscuro2014 11 giugno 2016

      Tu ha litigato con la lingua italiana e questo mi è chiaro da un pezzo. Non hai un lavoro o ti vergogni del lavoro che svolgi, anche questo è chiaro (poi se mi va ti spiego perché). Non hai umiltà. Uno discute di criteri e tu vedi critiche alla cultura umanistica (dove mai ho espresso tale critica? Boh. Fa solo il paio con la tua scarsissima capacità di comprendere un testo). Uno parla di discrimine tra chi ha desiderio di apprendere e chi no e tu capisci "nozionismo". Questa è la parte migliore: nozionismo. Sarebbe interessante per me sapere cosa intende un analfabeta come te, ben supportato da presunzione, per "nozionismo". Come esperimento antropologico però, perché in realtà ho già capito che non conosci un granché di nulla. Usi solo dei termini "colti" in un penoso tentativo di metterti al pari di chi ha studi molto più solidi alle spalle. Per te la conoscenza di qualcosa è "nozionismo", come se per poter avere delle idee libere bisognasse avere la mente sgombra, come una stanza vuota, da riempire di volta in volta con "informazioni" prese qui e là (sennò che cazzo di tuttologo saresti?) magari da Wikipedia o da un libro*. L'idea che non sapere equivalga a prendere per buona qualsiasi informazione ci giunga o qualsiasi pensiero anale ti passi per la testa, nemmeno ti sfiora, ma non mi stupisce: anche questo aspetto è coerente con il resto.
      Vedi, chi insegna per mestiere sa che dietro allo studio, magari anche mnemonico, si sviluppano delle connessioni nervose che arricchiscono la capacità di pensare e se in un primo momento questo dà come risultato il ripetere a pappagallo, che tanto ti dispiace, sul lungo termine produce un cervello funzionante e pensante in modo autonomo in grado di produrre idee originali. I famosi neuroni-specchio sono alla base dell'apprendimento e guarda un po' cosa fanno: copiano a pappagallo. Quindi, caro** dannoso tuttologo, parli di cose che non conosci: vedi coercizione laddove ci sono solo semplici meccanismi fisiologici che devono essere stimolati se non si vuole avere l'equivalente cerebrale di un autistico (che lo è per motivi organici). Solo la tua crassa ignoranza e supponenza ti fanno vedere sistemi coercitivi anche laddove c'è semplice educazione e trasmissione amorevole di conoscenze (aka: istruzione).
      Te lo dico da tecnico: se uno alle elementari non impara le tabelline a memoria (quanta violenza sui poveri pargoli, oooooh!), poi dopo in matematica avrà delle serie difficoltà non tanto perché non riuscirà a fare i calcoli, ma perché gli sarà difficile capire le procedure e se non capirà una procedura, non potrà nemmeno comprendere una dimostrazione. Riassumendo: un bambino non impara le tabelline a memoria a 8 anni, a 15 anni la sua formazione in matematica è seriamente compromessa. Chiaro?*** Ecco perché l'istruzione è un percorso lungo nel quale non si deve permettere ad imbecilli improvvisati (a volte con tanto di laurea, come alcuni pedagoghi e psicologi a là page che seguono l'ultima profittevole moda) di mettere le mani. Tanto più se appartengono alla schiatta dei falliti trollatori. Purtroppo, questo, come si lamenta Freda è già successo e i guasti prodotti sono ben evidenti anche grazie a te, tuo malgrado.


      *Chissà chi deve scrivere e con quali strumenti "nozionistici" a questo punto. È un mistero che lascio a te caro** GJ.
      ** Caro nel senso di dispendioso
      *** La bocciatura a tempo debito serve a permettere un recupero dell'alunno, non a distruggerlo. Se anziché bocciarlo lo si promuove e il recupero non avviene durante l'anno, e si va avanti così negli anni successivi perché bocciare è brutto, si fa un'enorme ingiustizia a quel poveretto che arriverà all'età adulta con gravi lacune che si rifletteranno nella sua vita (accesso al lavoro, relazioni sociali, comprensione dell'ambiente, ecc...).

    1. Georgejefferson 11 giugno 2016

      Il sapere non e' tutto comparabile come contenuto. Il sapere umanistico, di scienza sociale, per es.

      le motivazioni alla base di eventi storici..

      le motivazioni di giudizio nella storia filosofica..

      le motivazioni di scopo delle scelte economiche,

      le motivazioni iniziali inconscie della psiche nello sviluppo delle scelte di tutti i giorni,

      le motivazioni di fondo sentimentali di narrative poetiche

      ecc..ecc.. non sono un "oggetto" fisso e "scoperto" in tutto da insegnare, ritenendo la ripetizione a pappagallo come "il sapere".

      Non sono saperi come quelli riguardanti l'operativita tecnica in se stessa (semplificando il "sapere" come avvitare una vite nel bullone, fino alla competenza specialistica misurabile con l'esperimento)

      Sono "saperi" che esprimono giudizio di altri nel passato, e ripetere a memoria altre interpretazioni di altri ancora (l'autorita') non e' garanzia di verita', l'unica garanzia di verita' e la nostra convinzione interiore, da esprimere e cercarne condivisione, eventualmente, democraticamente.

      Ma una persona, e considerata tale dal principio con dignita verso il suo potenziale (alto o basso che sia), deve essere libera. Libera di decidere con il suo giudizio spontaneo e autonomo. E l'insegnamento in questo e' proprio trasmettere fiducia in se stesso e sua liberta di giudizio.Quando questo viene negato dal principio, con esagerata disciplina di negazione di se' come fosse una prassi militaresca di esecuzioni di ordini prestabiliti intoccabili, produce frustrazione, rabbia e risentimento, perche (fin da piccoli) si nega una fiducia a priori verso se stessi.

      E magari da grandi si insegna anche, replicando pari pari questo modus operandi violento, divenendo "funzionari" del potere che determina questi diapositivi di controllo.E allora dovrebbe essere un processo, graduale di accompagnamento, alla liberta del suo giudizio (dell'allievo) con "amore" in senso lato ovviamente, affettivita, appartenenza ad un condiviso intendere umano della liberta di scelta. Questo non vuol dire assolutamente permettere tutto, non porre limiti, esagerata tolleranza come la destra elitaria (e quella piccola al seguito che scodinzola compiaciuta di una falsa attribuzione di importanza)... cerca di far credere, quando si parla di affettivita di rispetto nei rapporti scolastici (con bambineschi esempi per stigmatizzare col romanticismo indantilizzato banalizzando la questione).

      Significa educare la persona a non aver sempre bisogno della testa di un'altro per giudicare con buon senso, e magari dibattere, alla fine di un percorso, giudizi che si criticano a vicenda (tra maestri e allievi) e non importa se un giudizio "deciso" come giusto sia simile o uguale a quello di un altro, non e' l'originalita di pensiero che rende autonoma una personalita, ma la sua liberta' di esprimersi, decidere scelte ed interagire dentro di se', senza soggezione (nel limite del possibile) senza coercizione psicologica con la paura e rigore esagerato. Fermo restando la giustezza della disciplina e rigore, ma non debordanti troppo da una certa misura.

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