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PENSARE A LINEE RETTE [1]

DI DMITRY ORLOV
cluborlov.blogspot.com

Diciamocelo, a noi, la parte civilizzata, educata, illuminata dell’umanità piace che le cose siano rettilinee.
Che le tribù primitive vivano in pittoresche e tonde capanne pratiche – noi abbiamo bisogno di astratte scatole di acciaio e cemento rivestite di una placca di vetro, piene di belle linee rette, superfici complanari verticali e orizzontali e tanti angoli di novanta gradi per compiacere gli occhi. Che siano queste tribù a trascorrere i loro giorni vagando avanti e indietro lungo tortuosi sentieri tracciati da animali al pascolo – mentre noi costruiamo una strada, prendiamo una mappa e gli applichiamo un righello e qualunque cosa sia sulla strada di quel righello, pittoresca o no, deve essere spianata con dinamite e bulldozer, perché tutti sanno che viaggiare lungo linee rette è più efficiente.

Ciò va abbastanza bene per la maggior parte di noi e così siamo arrivati a considerare naturali le linee rette. Infatti, nel nostro mondo ci sono solo due tipi di fenomeni naturali che danno origine a linee rette: gli oggetti cadono o pendono lungo linee rette verticali e i raggi di luce viaggiano in linea retta; a parte il filo a piombo e la linea della vista, tutto è una curva o uno scarabocchio. Poiché, però, la maggior parte del nostro ambiente è artificiale – e pieno zeppo di linee rette e superfici piane orizzontali e verticali – noi raramente dobbiamo affrontare questo fatto.

Naturalmente, chi tra noi è più scientificamente avveduto sa che le linee rette non sono altro che una finzione convenzionale. Si inizia con una struttura concettuale di spazio fatta di assi x, y e z e si va avanti a costringere le nostre osservazioni ad adattarsi a questa struttura fino a che le discordanze diventano troppo ovvie per essere ignorate, come gli oggetti caduti da un’orbita, o come la luce proveniente da galassie lontane, che è così distorta dalle galassie vicine che l’immagine sembra una macchia.

La finzione, però, in verità è molto conveniente. Tanto per cominciare, tutte le linee rette sono intercambiabili e compatibili. Quando costruiamo, tendiamo a mettere le cose o sopra o accanto ad altre cose e, se abbiamo a che fare con linee rette, non abbiamo grossi problemi di assemblaggio – possiamo semplicemente schiaffarlo insieme in qualunque maniera e spostarci efficientemente al nostro prossimo esercizio di costruzione di scatole. Quando andiamo in un deposito di legname, ciò che compriamo non è tanto il legno, ma le linee rette tagliate nel legno. Gli alberi sanno molto più di noi riguardo alla costruzione di strutture di legno efficienti al massimo, ma a noi piacciono le linee rette e così tagliamo attraverso la parte più resistente del legno – i cerchi concentrici che compongono il tronco – per il gusto di fare un bastone perfettamente dritto. Potremmo costruire belle, forti, durevoli strutture usando legname rotondo coltivato appositamente (così come alcuni di noi fanno), ma generalmente non agiamo così perché siamo mentalmente pigri, sempre troppo di corsa, e abbiamo fatto delle linee rette un feticcio.

Senza che ciò sia una sorpresa, la nostra preferenza per le linee rette si estende al modo in cui pensiamo alle relazioni tra le cose – i modelli mentali che costruiamo del nostro mondo. Per esempio, riteniamo che sia una questione di rettitudine morale e di comportamento corretto che il prezzo sia proporzionale in maniera lineare alla quantità di merce che otteniamo: se paghi il doppio, dovresti avere una quantità doppia di patate. Sconti legati alla quantità sono accettabili e talvolta attesi, ma il prezzo su una curva è generalmente visto come insidioso. Non ci fidiamo delle curve. Tuttavia, le funzioni reali vanno bene perché sono fatte di segmenti lineari retti. Possiamo sopportare di avere fasce di tassazione, ma provate a tassare la gente in base a una formula non lineare e ci sarà sicuramente una rivolta delle tasse. Poiché il mercato delle patate è un prodotto dell’evoluzione biologica piuttosto che dell’artificio umano, forse funzionerebbe così: il prezzo sarebbe forse una qualche funzione non lineare direttamente proporzionale alla rete di valori dell’acquirente e il numero di patate distribuite sarebbe una qualche funzione non lineare inversamente proporzionale al girovita netto dell’acquirente stesso. Mettete i vostri portamonete su una scala mobile, i vostri porta-ciccia sull’altra e verranno fuori alcune patate. Un tale meccanismo regolativo impedirebbe l’ingrassamento, e ai ricchi ghiottoni impedirebbe di affamare il resto dell’umanità, ma non può essere, perché noi abbiamo una preferenza culturale molto forte per una semplice relazione lineare tra prezzo e quantità.

Le linee rette sono popolari tra i droghieri e i loro clienti, ma nessuno ama una regolarità come il tecnocrate. I dati del mondo reale generalmente sembrano una collezione di artefatti unici, descritti da una moltitudine di proprietà qualitativamente diverse e relazioni implicate, il tutto che fluttua in maniera imprevedibile nel tempo in un modo che resiste alla diretta applicazione della regolarità. Quindi, il primo passo è quantificare le proprietà e, se proprio possibile, ignorare le relazioni. Il passo successivo è scegliere solo due parametri e tracciare questi artefatti come punti su un pezzo di carta millimetrata. Poi, per finire, un tecnocrate può prendere una regolarità, schiaffarla su un pezzo di carta, muoverla un po’ per trovare quello che sembra un buon adattamento e disegnare una linea retta. Voilà: è stata trovata una relazione lineare tra due fenomeni complessi, che adesso può essere trattata come reale e obiettiva – qualcosa che può essere condiviso con i colleghi ed essere usato come base per decisioni politiche – poiché implica una linea retta, che dice che una cosa è proporzionale a qualche altra cosa, in modo che sappiamo quale risultato aspettarci quando perturbiamo l’una o l’altra.

Le linee rette sono popolari anche tra gli ingegneri. Gli ingegneri si danno da fare per progettare sistemi lineari, invarianti nel tempo, nei quali l’output è direttamente proporzionale all’input ogni volta che si vuole. Per loro le deviazioni dal comportamento lineare sono difetti. Anche per noi lo sono: possiamo sentire se un amplificatore sonoro ha un effetto non lineare perché distorce il suono, e possiamo vedere se l’ottica distorce l’immagine. Riusciamo a distinguere una linea retta da una storta senza nessuno strumento: ma gli strumenti matematici che usano gli ingegneri quando progettano questi sistemi lineari invarianti nel tempo sono particolarmente buoni, per essere strumenti matematici. La matematica può essere abbastanza divertente come sorta di evoluto gioco da salotto per i filosofi, ma la maggior parte della matematica è piuttosto problematica, dal punto di vista di un ingegnere. Si può descrivere quasi tutto usando un insieme di equazioni differenziali, ma la maggior parte dei fenomeni interessanti – il comportamento di uno strato d’aria all’interno di una corrente, per esempio, o il comportamento di un gas ad alta temperatura in una camera di combustione – produce equazioni che non possono essere risolte analiticamente e sono affrontate solo attraverso metodi numerici, usando un computer. Si costruisce un modello matematico e si applicano dei numeri a caso per vedere cosa viene fuori. I sistemi lineari invarianti nel tempo, però, si descrivono usando un tipo di equazioni differenziali con un comportamento preciso, che hanno forma chiusa, soluzioni analitiche che forniscono risposte dirette alle domande del modello, e così gli studenti di ingegneria si esercitano con esse fino alla nausea e poi vanno avanti a progettare e costruire ogni sorta di macchinario che si comporta nella maniera più lineare, dalle umili manopole del volume ai complessi piani mobili degli aerei. A sua volta, questo macchinario dal comportamento prevedibile ci permette di raggiungere effetti lineari all’interno dell’economia: costruisci più roba – ottieni proporzionalmente più denaro; spendi più denaro – ottieni proporzionalmente più roba. Proprio come uno può sospettare, però, questo funziona solo fino ad un certo punto.

Ricordiamo: le linee rette non sono altro che una finzione convenzionale. Non esiste un qualcosa di fisico analogo a una retta matematica che va da meno infinito a più infinito. La cosa migliore che possiamo fare è usare tutto il nostro artificio per creare segmenti retti relativamente corti. A dire il vero, gli ingegneri non sono in grado di ideare sistemi lineari; possono solo creare sistemi che hanno un comportamento lineare nella loro regione lineare. Fuori da quella regione, la natura fa ciò che fa sempre: crea curve impazzite e scarabocchi e generalmente si comporta in maniera casuale e imprevedibile. Un esempio di ciò che accade quando andiamo fuori della regione lineare della nostra esperienza quotidiana è il fenomeno del sovraccarico di un amplificatore sonoro. L’effetto risultante è chiamato clipping (saturazione) ed è un suono particolarmente sgradevole, penetrante, stridente. Ci sono solo due soluzioni: abbassare il volume (ritorno alla regione lineare) oppure procurarsi un amplificatore più potente.

Nel regno dell’economia, eccedere i limiti della regione lineare può essere anche più spiacevole. All’interno di quella regione lineare, costruire più case genera maggiore benessere, ma appena al di fuori di tale regione quasi subito iniziano ad accadere strani fenomeni: caduta dei prezzi delle case, mutui non estinti, e costruire altre case diventa una pessima idea. Nella regione lineare, avere più denaro ti rende più ricco, nel senso che sei in grado di acquistare più merci, ma, fuori da quella regione, siamo costretti a capire che, poiché la maggior parte del denaro esiste perché è stato prestato, di fatto, esso è composto da debito e, una volta che quest’ultimo non è onorato, non importa quale sia il tuo valore netto sulla carta, tu stai rischiando l’indigenza, assai inasprita dal fatto che non sei abituato a diventare povero. Nella regione lineare, investire più denaro nella produzione di energia genera più energia, ma appena fuori da quella regione ne produce meno e può anche inavvertitamente distruggere l’intero sistema industriale e gli ecosistemi.

Se la linearità è una finzione utile solo fino a un certo punto, che dire dell’invarianza nel tempo? Chiaramente, anch’essa deve avere i suoi limiti. Mettere un piede sull’acceleratore può produrre la stessa accelerazione ogni volta, ma la quantità di carburante nel serbatoio diminuisce costantemente finché finisce. Parlando di sistemi complessi e dinamici – industrie, economie, società – essi possono continuare a rispondere a stimoli esterni in maniera lineare e invariata nel tempo solo fino a un certo punto, ma, dietro a questa facciata di stabilità, le loro capacità si erodono, le loro risorse diminuiscono, la loro complessità aumenta e, oltre un certo punto, inizia un processo interamente diverso: il collasso. Tali sistemi, di solito, non diventano più piccoli, né spontaneamente meno complessi, né riducono il loro uso di risorse mentre continuano a rispondere agli stimoli esterni in maniera controllata, lineare.

La nostra abitudine a pensare in maniera lineare, però, è così forte e così radicata che spesso non riusciamo nemmeno a pensare di poter mai abbandonare la regione lineare o, una volta lasciata questa, pensare che l’abbiamo fatto, anche quando l’evidenza è di fronte a noi. Le analisi forensi di incidenti aerei hanno rivelato che talvolta, come suo ultimo atto, il pilota ha strappato la console di controllo dal pavimento della cabina – un atto che richiede forza sovrumana – per la forza con cui tirava indietro il meccanismo allo scopo di tirare su il naso dell’aereo. Sono sicuro che ci siano molti piloti – di ogni genere – che preferirebbero schiantarsi aggrappati ai controlli con tutte le loro forze e con lo sguardo fisso al distante, irrilevante e fittizio orizzonte, piuttosto che premere il pulsante di eiezione. Tutta la loro esperienza è stata confinata nella regione lineare, così non riescono a immaginare che possa mai finire.

Un esempio particolarmente indicativo di questo pensiero sono le credenze sul picco del petrolio, che generalmente si manifestano con l’idea che la produzione globale di petrolio è già arrivata o presto raggiungerà il picco assoluto e poi gradualmente diminuirà nell’arco di parecchi decenni. La diminuzione del petrolio è stata modellata come una funzione lineare della produzione di petrolio: una piccola percentuale l’anno, più o meno regolare da un anno all’altro. Al tempo stesso, l’uso del petrolio da parte delle società industrializzate è spesso caratterizzato, in maniera abbastanza utile, come un’addizione. Sperimentiamo un po’ la seguente metafora e vediamo dove ci porta. Supponete di avere un tossico che ha un’abitudine di consumo di eroina sempre crescente e che deve uscire e “sbattersi” sempre di più per ottenere una dose. Ora supponiamo che sia raggiunto il picco della produzione globale di eroina, i prezzi salgono, le forniture diminuiscono e il nostro tossico deve iniziare a diminuire la dose. Dopo poco tempo avremo un tossico malato, in crisi di astinenza, non in grado di uscire per procurarsi una dose. Dopo di che, molto presto, ci sarà un collasso nel mercato dell’eroina perché tutti i tossici, in un modo o nell’altro, sono stati costretti a cessare il consumo. Questo sconvolgimento del mercato dell’eroina, anche se temporaneo, determinerà una diminuzione della produzione di eroina ancora più veloce, aumento dei costi di produzione e dei rischi associati e così via. Oltre un certo punto, il mercato dell’eroina non sarebbe più caratterizzato come un sistema lineare invariante nel tempo, nel quale più paghi più ne ottieni ogni volta che vuoi, perché ci sarebbe molta poca disponibilità.

Col petrolio sarebbe simile. Poco dopo l’uragano Katrina, ci fu qualche scompiglio nelle forniture di benzina in alcuni stati meridionali degli Usa. Alcune persone mi hanno scritto per dirmi che fu subito il caos: rapidamente la società cessò di funzionare a tutti i livelli. La scarsità fu temporanea ed è stata presto dimenticata, ma qualora ci trovassimo in una carenza sistemica, di lungo periodo, senza dubbio potremmo osservare tutti gli effetti soliti: più carburante sprecato per aver riempito il serbatoio fino all’orlo e bruciato perché tutti guidano col serbatoio colmo e con taniche piene nel bagagliaio, più carburante sprecato perché si circola in auto per trovare benzina e perché si fanno lunghe code alle stazioni di rifornimento, per i frequenti sifonaggi di carburante dalle taniche e i risultati saranno motociclisti appiedati, molte persone non in grado di recarsi al lavoro e, poco dopo, accaparramenti, saccheggi e disordini, paralisi totale del commercio, uso di truppe federali per ristabilire l’ordine pubblico, coprifuochi e limitazioni su tutti i viaggi, festività e crisi nei pagamenti e, alla fine, la generale incapacità di pagare per produrre o importare altro petrolio. Tutti questi sconvolgimenti determineranno una caduta della produzione di petrolio ancora più veloce, insieme a tutte le altre attività economiche, finché semplicemente non ci sarà più molta richiesta per quella merce. Poiché gran parte dell’industria petrolifera globale è ferma, piattaforme di trivellazione, raffinerie e oleodotti cadono in disuso e diventano inservibili. Invece di un simpatico declino graduale da “piccola percentuale l’anno”, avremmo quella che Douglas Adams [2] avrebbe descritto come “fallimento vitale spontaneo”.

Sono sicuro che a qualcuno piacerebbe che io tiri fuori la mia regolarità, tracci qualche retta e faccia qualche proiezione. Qual è la mia previsione di prezzo? Di quale quantità prodotta stiamo parlando per i prossimi venti o trenta anni? Ebbene, a me quella sembra una completa perdita di tempo. Piuttosto, impiegherei del tempo per coltivare alberi per farne legname da costruzione rotondo. Non v’è dubbio che il futuro sarà non lineare, ma sono certo che in questo futuro ci saranno gli alberi. Il motivo per cui lo sostengo è che in giro c’è qualche pilota che spero abbia la presenza di spirito di premere il pulsante di eiezione, invece di afferrare i controlli con gli occhi inchiodati all’orizzonte artificiale.

Dmitry Orlov
Fonte: http://cluborlov.blogspot.com
Link: http://cluborlov.blogspot.com/2010/07/thinking-in-straight-lines.html
15.07.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE FOLLINO

N.d.T.

[1] L’autore usa il termine straight per esprimere la qualità di un oggetto rettilineo o la qualità di un comportamento corretto, straight lines per indicare le linee rette e straight-edges per indicare la regolarità. La traduzione italiana non può rendere l’affinità semantica degli originali termini inglesi.
[2] Douglas Noël Adams (1952-2001) è stato uno scrittore, sceneggiatore e autore umoristico.

Pubblicato da Davide

  • ulrichrudel

    Dimitri Orlov, nel suo dialogare parla per iperboli.Se mi ricordo ancora bene,la linea retta è quella che unisce due punti Di norma si usa la retta via,per risparmiare tempo e fare meno strada.Però io, che vado a camminare nei sentieri di montagna,per esperienza,quando il sentiero è ripido per faticare di meno, cammino a zig-zag.più strada ma meno fatica.

  • alecale

    viva l’analogico !

  • Tonguessy

    Non esiste un qualcosa di fisico analogo a una retta matematica che va da meno infinito a più infinito.

    Semplicemente perchè l’infinito non esiste: come può quindi esserci qualcosa che viene generato dall’infinito?
    A pensarci bene neanche i numeri esistono. Non ne ho mai trovato uno (1) in tutta la mia vita. E sono stato in parecchi posti. Che sia tutta una truffa la descrizione matematica della Res Extensa (la Natura) di Cartesio?

  • Ricky

    Un bell’articolo di apologia del pensiero divergente.
    Dopo quell’obbrobrio di articolo sulla Loveparade ci voleva.

  • anonimomatremendo

    Scusa,come fa l’infinito a non esistere?Non crederai mica al Big Bang.

  • Tonguessy

    Quando mi mostri un qualsiasi infinito (anche di segno meno) ti pago una cena di pesce.
    Anche una foto va bene, non pretendo di incontrarlo di persona

  • anonimomatremendo

    Ci sei dentro ,per questo non lo vedi.E poi scusa,come puó l’Universo a un certo punto…finire.E dopo cosa,Dio?Forse intendi dire che l’Universo sia chiuso in se stesso per via della curvatura dello spazio,ma questo é appunto possibile solo immaginando una curvatura infinita.Insomma,il finito da solo solo non esiste,lo vedrai sempre in coppia con l’infinito, e non lo vedrai mai davanti,in faccia,ma sempre nascosto, come dietro una siepe.Fine…

  • Tonguessy

    Ti rendi conto che stai usando le stesse argomentazioni di chi ti vuole convincere che dio esiste?
    Io sono un epicureo (“non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base a ciò che l’esperienza sensibile richiede”) o un parmenideo se preferisci (“Ciò che è, è. Ciò che non è, non è”) e trovo un’inutile perdita di tempo discutere su ciò che non è, ovvero su ciò che i sensi non potranno mai confermare e che vive solo nelle fervide fantasie di qualche appassionato di science-fiction (o cargo cult science?).
    Epistologicamente parlando: non sono popperiano, sono verificazionista (Circolo di Vienna) per cui se mi dai un qualche esperimento in cui io possa verificare che “il finito da solo solo non esiste” ma ha per sua natura (?!?) necessità di accoppiarsi con l’infinito, beh, sono qui.
    Da uno che cita Marx ogni 3 minuti questa non me l’aspettavo. Sono fiducioso che tu riuscirai a farmi vedere (o qualsiasi altro senso, anche toccare va bene) l’infinito. Nel qual caso io ti farò assaggiare dell’ottimo pesce, come d’accordo. A meno che tu non preferisca le cose “sempre nascoste, come dietro una siepe”, nel qual caso ti dico che dietro la siepe di casa mia c’è un’ottima cena di pesce. E dovrai fidarti che è vero. E lascia stare se il tuo stomaco brontola per la fame….

  • anonimomatremendo

    “Ti rendi conto che stai usando le stesse argomentazioni di chi ti vuole convincere che dio esiste?”

    Semmai è il contrario:ti ho fatto notare che se l’Universo fosse finito allora devi per forza introdurre un “inizio” e quindi un creatore,che sia Dio o il vuoto quantistico,sempre infiniti sono,capisci?L’unico modo per cacciare Dio e i creatori é immaginare lo spazio-tempo infinito,illimitato da sempre e per sempre.In un universo infinito(o nell’ insieme infinito di tutti gli infiniti universi )mi spieghi dove cavolo ci starebbe Dio?Se Dio esiste,esiste solo all`”esterno”del mondo materiale,ma se questo non ha limiti…É il tuo universo finito che lascia spazio a Dio…o al vuoto quantistico,fa lo stesso.E se no ,visto che non é eterno,il tuo universo avrá avuto un inizio no?E da cosa,visto che “nulla si crea e nulla si distrugge”?Insomma,come la giri l’infinito torna sempre.Prendiamo un qualsiasi oggetto,tipo che so ,la tastiera sotto il tuo naso.Bene ,questa da sola solina non esiste,esiste perché esistono altri oggetti,e questi perché ne esistono altri ancora e cosí all´ infinito.La tastiera é tale perché relazionata con tutto ció che essa non é,non é per niente autosuficiente come credi te.La tastera in se é finita,ma la tastiera in se ,da sola ,non esiste,ha bisogno del suo contesto e questo di un altro ancora e cosí via senza soluzione di continuitá,ossia ,di nuovo,all` infinito.Se tu a questo poni un limite é un altro discorso,ma non puoi dire che questo é il limite della “cosa”,solo che é il tuo limite,lo hai posto tu,non é in se.Capisci?

    Il pesce me lo offrirai quando avrai finito di contare tutti gli oggetti,cioé MAI,furbacchione.;)

  • Tonguessy

    Questo è un colpo basso. Io ti chiedo di fornirmi prove FISICHE e tu mi fornisci astrazioni. Io ti dico di attenerti alla filosofia Epicurea e tu mi tiri in ballo Aristotelici sillogismi (“se l’Universo fosse finito allora”).
    Tutto questo è metafisica, e della peggiore specie.
    A me che l’universo sia finito, infinito, in espansione, in contrazione, stazionario etc..non me ne può fregare di meno: sono agnostico e riconosco i limiti della percezione. Posso “vedere” il redshift, ma da questo a trarne qualche conclusione ne corre. Purtroppo noto che i limiti dell’astrazione mentale, invece, non vengono mai riconosciuti.
    Physis è tutto ciò che è tangibile, non tutto ciò che è pensabile. Qui annoto ancora una volta che Cartesio ha fatto danni incalcolabili.
    Ripeto la mia domanda: mi sai dare prove TANGIBILI (ovvero che io possa personalmente provare) dell’esistenza dell’infinito? Perchè qui si è sempre giocata la partita tra credenti ed atei. In questo caso tu saresti il credente, ed io l’ateo.
    E non barare, per piacere!

  • anonimomatremendo

    “A me che l’universo sia finito, infinito, in espansione, in contrazione, stazionario etc..non me ne può fregare di meno: sono agnostico e riconosco i limiti della percezione”.

    Scusa,ma allora di cosa stiamo parlando,delle tue sensazioni?vabbé,se vuoi parliamone va.Si vede che ho capito male: pensavo stessi ragionando.

    Allora ripeto pure io:mi sai dire come ha avuto inizio l’Universo?Ex nihilo forse?Non ti sto parlando dell infinita bontá del signore o altre amenitá,ti sto parlando di cose assai concrete come l’Universo materiale e tutti gli oggetti infiniti che lo compongono,tutte cose indagabili con strumenti scientifici che producono si formule astratte ma dalle quali poi escono mirabolanti magie tecnologiche assai concrete!Il mondo fisico non é il tangibile ne tantomeno il pensabile,il mondo fisico é semplicemente il mondo fisico(lapalassiano!),sta li anche se tu non lo tangi,ma come te lo posso provare…é evidente!

    Certe cose si possono provare solo…provandole,altre basta il pensiero,la logica,la deduzione e l´intuizione,tutte cose poco tangibili,purtroppo.Si,purtroppo non avró il piacere di assaggiare il pesce nel ristorante dietro la siepe sotto casa tua.Per forza,mi chiedi l´impossibile:abbracciare l´Infinito.E poi dici che sono io a barare.;)

  • Tonguessy

    il pensiero,la logica,la deduzione e l´intuizione,tutte cose poco tangibili,purtroppo

    Ecco dove assomigli ai preti. Anche per la “prova dell’esistenza di dio” vengono messe in funzione questioni che i sensi non possono risolvere tipo “mi sai dire come ha avuto inizio l’Universo?Ex nihilo forse?”

    Qualche tempo fa un certo Fred Hoyle sosteneva che l’universo è stazionario. C’è sempre stato.
    Non capisco poi cosa ci guadagnamo noi lavoratori se qualche miliardo di anni fa c’è stato il big bang oppure no. Ci danno un aumento in paga forse? Ci danno la pensione prima? O è la stessa storia di quando vince la nazionale di calcio: tutti contenti a lavorare come fessi?
    Il pesce deduttivo o intuitivo non puzza dopo 3 giorni, e logica suggerisce che tu te lo sia già mangiato…

  • anonimomatremendo

    Guarda che quel “purtroppo”era ironico,bello.La domanda sull ‘origine dell Universo nasce appunto nell’ipotesi che l’Universo materiale sia non-infinito e si dovrebbe concludere che l´origine sia non-materiale,esattamente come fanno i preti della chiesa e quelli della meccanica quantistica. Te non sai proprio ragionare,altrimenti avresti capito subito che la finitezza del mondo presuppone un creatore.Questo i preti lo hanno sempre saputo ,per questo hanno mandato al rogo Giordano Bruno,perché nel suo universo infinito Dio non era piú il creatore:Dio era l’Universo.Ma se Dio non é piú il Creatore che Dio é.I preti sanno ragionare meglio di te.Torna a scuola va.