PALESTINA, LE SEVIZIE DELL'ESERCITO ISRAELIANO SUI BAMBINI NEI RACCONTI DEI SOLDATI

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DI MAURO QUARANTELLI
ilfattoquotidiano.it

“Ne prendi uno, gli punti la pistola addosso. ‘Non sparare’, biascica quello pietrificato. Lui lo vede nei tuoi occhi che sei pazzo, che di lui non può fregartene di meno”. Hebron, 2006-2007. Intorno volano le pietre. Il sergente maggiore della brigata Kfir ha appena fermato un ragazzino che ne aveva lanciata una. A sei anni di distanza ha deciso di parlare. La sua è la diciassettesima delle 47 testimonianze raccolte nell’ultimo dossier di Breaking the silence, associazione di ex soldati delle Israel Defense Forces che dal 2004 racconta l’occupazione dei territori palestinesi. Ora il faro è puntato sui bambini e sulle loro vite sotto assedio. Tra pestaggi, intimidazioni e umiliazioni: “Eravamo cattivi, davvero. Solo più tardi ho capito che avevamo perso il senso della pietà”.

A seguito, “Rachel Corrie e l’ennesima prova dell’impunità dell’esercito israeliano” (Chantal Meloni, ilfattoquotidiano.it);

Arrestati, ammanettati, bendati. Picchiati. Lo stillicidio è quotidiano. Nablus, 2005: “Ogni giorno dovevamo entrare nei villaggi e occuparli. Dimostrare che il territorio era nostro, non loro. (…) Una volta l’autista del blindato è sceso, ha afferrato un ragazzino e ha cominciato a picchiarlo a sangue. Non stava facendo nulla, era seduto sul marciapiede”, racconta il sergente maggiore dell’Armored corps dell’Idf. Come gli altri 30 ex colleghi che hanno rotto il silenzio, era in servizio tra il West Bank e la Striscia di Gaza tra il 2005 e il 2011. Il picco della seconda Intifada è passato, la situazione è calma. Ma la macchina della violenza macina ancora odio e dolore. E ingoia bambini che in molti casi non hanno nemmeno 10 anni.

Hebron, 2010: “Non sai i loro nomi, non ci parli. Loro piangono, si cagano addosso”. Chi parla è un sergente della brigata Nahal: “Me ne ricordo uno, piangeva senza sosta. Alcune volte nella stazione di polizia non c’è spazio e allora te li devi portare in caserma, ammanettarli, bendarli e aspettare che la polizia se li venga a prendere. E quello stava lì, accucciato come un cane”. La loro colpa è nella maggior parte dei casi l’aver lanciato pietre. Per fermarli tutto è lecito, anche sparare. E i proiettili, anche se di gomma, fanno male. Nablus, 2006-2007: “Tu ne scegli uno e miri al corpo, dalla feritoia del blindato – racconta un sergente dei paracadutisti – mi ricordo che ne prendemmo uno al petto da 10 metri e quello cadde a terra, svenuto”.

“Per anni sono emersi rapporti sulle condizioni dei bambini sotto l’occupazione israeliana – ha spiegato al Guardian Gerard Horton, legale di Defence for Children International – ora a parlare sono gli stessi soldati. E gli episodi che raccontano non sono incidenti isolati, ma la naturale conseguenza della politica del governo israeliano”. Ad aprile un rapporto di Dfc aveva fatto luce sui numeri dei minori che ogni anno vengono arrestati: negli ultimi 11 anni sono stati 7.500, 2.301 nel solo 2011, nel 2010 erano stati 3.470. Tra il 2008 e il 2012, il 75% degli arrestati sarebbe stato sottoposto a violenze fisiche, si legge nel dossier “Bound, Blindfolded and Convicted: Children Held in Military Detention”, basato sulle testimonianze di 311 minori.

La Convenzione dell’Onu sui diritti dei bambini (Uncrc) è lontana anni luce. In base ai racconti, Israele avrebbe violato gli articoli 2 (discriminazione), 3 (interesse superiore del bambino), 37 (b) (ricorso precoce alla detenzione) e 40 (uso di manette) della Convenzione. Senza parlare del divieto di trattamenti crudeli, inumani o degradanti (articolo 37 a): “Mentre li facevamo scendere dalla jeep ho sentito uno di loro cagarsi addosso. Ma non poteva fregarmene di meno”, ha raccontato un sergente maggiore della brigata Nahal. “Pochi giorni dopo il loro arresto – si legge nel dossier di Dfc – i due terzi dei minori vengono trasportati in prigioni situate in territorio israeliano”. In violazione dell’articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra.

Un portavoce delle forze di difesa israeliane ha spiegato che Breaking the silence non ha voluto rivelare i nomi dei 30 soldati. “Lo scopo di questa ricerca – ha detto al Guardian – è solo quello di gettare ombre sull’Idf, che ha sempre invitato l’organizzazioni a trasmettere immediatamente reclami o sospetti riguardanti condotte improprie alle autorità competenti. In linea con i nostri impegni etici, gli incidenti in questione saranno oggetto di studi approfonditi”.

La pietà è morta nel West Bank, ma a distanza di anni alcune coscienze si risvegliano. E ricordano: “Quel ragazzino lì, sdraiato a terra, che implorava di non essere ucciso, poteva avere 9 anni – racconta un sergente della brigata Nahal in missione ad Assoun, vicino Qalqiliya – ho pensato ai nostri figli. Può un bambino pregare di non essere ucciso con una pistola puntata alla testa?

Marco Quarantelli
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/28/palestina-sevizie-sui-bambini-raccontate-dai-soldati-israeliani/336166/
28.08.2012

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RACHEL CORRIE E L’ENNESIMA PROVA DELL’IMPUNITA’ DELL’ESERCITO ISRAELIANO

DI CHANTAL MELONI
ilfattoquotidiano.it

Oltre alla grande amarezza per la decisione di oggi, ci sono due cose che a mio parere emergono dalla vicenda di Rachel Corrie:

1. la cultura di assoluta impunità che caratterizza le azioni, violazioni e crimini commessi dall’esercito israeliano;
2. la mancanza di considerazione e rispetto della vita umana a fronte delle logiche di difesa e sicurezza.

Rachel, come i civili palestinesi che cercava – forse ingenuamente, certamente con passione e consapevolezza – di difendere, emergono quali vittime sacrificabili di questo conflitto; effetti collaterali di una guerra asimmetrica che protegge i militari molto piú che la popolazione civile.

I fatti risalgono al 2003: siamo nel cuore della seconda intifada, gli scontri tra Israeliani e Palestinesi sono violentissimi. Sono gli anni degli attacchi terroristici da parte dei Palestinesi in Israele e delle dure repressioni da parte degli Israeliani in Cisgiordania e a Gaza.

Secondo fonti israeliane, dei circa 4800 Palestinesi uccisi negli anni dalla scoppio della seconda intifada al 2008 solo un terzo o poco piú (35%) sarebbero stati coinvolti in attivitá militari o para-militari. Tra le 1053 vittime Israeliane meno di un terzo sarebbero stati militari (31%).

La pratica della distruzione delle case palestinesi è ampiamente utilizzata dall’esercito israeliano. Come denunciano dagli avvocati del Centre for Constitutional Rights di New York, che ha tentato di portare in giudizio la Caterpillar, gli enormi bulldozer americani – ritoccati specialmente per gli usi di guerra israeliani – hanno distrutto piú di 4.000 abitazioni solo in quegli anni, ferendo, uccidendo o lasciando senza casa migliaia di famiglie palestinesi.

Ufficialmente si tratta di bonificare il territorio dai presunti terroristi e di spianare le aree di confine (la c.d. buffer zone); in realtá si tratta spesso di ritorsioni, di punizioni collettive nei confronti della popolazione civile tutta, che come tali sono state a piú riprese condannate a livello internazionale, anche come distruzione di proprietá civile, che è vietata e prevista come crimine di guerra ai sensi degli articoli 53 e 147 della IV convenzione di Ginevra (a meno che la distruzione sia “assolutamente necessaria” ai fini dell’operazione militare).

Rachel Corrie si opponeva a tutto ciò: armata di giubbotto arancione fosforescente e megafono si “interponeva” tra i soldati, o i bulldozer, e gli obiettivi da distruggere. Quando l’enorme Caterpillar l’ha schiacciata stava cercando di impedire che la casa della famiglia del medico palestinese ove era ospitata venisse rasa al suolo. I testimoni presenti con lei sul luogo al momento del fatto giurano da 9 anni che non è possibile che il soldato che guidava non l’avesse vista.

I genitori di Rachel hanno un solo desiderio: che venga svolta un’indagine accurata e indipendente sulla morte di loro figlia. Per questo nel 2005 avevano presentato ricorso contro lo stato di Israele alla Corte di Haifa; a loro parere, l’indagine militare condotta nel 2003 e conclusa sbrigativamente al fine che nessuna responsabilità potesse essere imputata all’esercito israeliano non era accettabile.

Dello stesso parere sono peraltro tutte le organizzazioni per i diritti umani, nonché l’ambasciatore americano in Israele, il quale, relazionando nel maggio 2011 al comitato per gli affari esteri americano, ha dichiarato: “Per sette anni abbiamo fatto pressione sul governo di Israele ai piú alti livelli perché conducessero una indagine accurata, trasparente e credibile sulle circostanze della sua (di Rachel Corrie) morte. Il governo di Israele ha risposto che considera il caso chiuso e che non ha intenzione di riaprire una indagine sull’incidente”.

Il giudice Oded Gershon, presidente del collegio nel tribunale di Haifa, ha tuttavia avallato la decisione dell’esercito di non procedere con alcuna indagine penale nei confronti del soldato che guidava il bulldozer che ha ucciso Rachel Corrie, ed inoltre non ha riscontrato alcuna negligenza in tal senso da parte dello stato israeliano.

Per chi conosce bene la realtà della giustizia militare israeliana viene da dire ‘tutto come da copione’. La mancata apertura di un’indagine accurata e indipendente sulla morte di questa giovane attivista americana va solo ad aggiungersi alle centinaia, migliaia, di mancate indagini aperte nei confronti di civili uccisi come vittime collaterali di questo conflitto. Come riportato da B’tselem, la piú importante organizzazione israeliana per i diritti umani, in dieci anni solo il 3% dei casi in cui è stata chiesta l’apertura di un’indagine per l’uccisione di palestinesi da parte di soldati israeliani ha originato un’indagine penale.

Chantal Meloni
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Link: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/28/rachel-corrie-e-lennesima-prova-dellimpunita-dellesercito-israeliano/336630/
28.08.2012

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