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NON TORNEREMO AL PASSATO

DI GIANFRANCO LA GRASSA
Ripensare Marx

Sarebbe da riportare integralmente l’articolo di oggi (11 dic.) di Geronimo (Cirino Pomicino) sul Giornale. Mi sento di approvare praticamente al completo la parte critica, molto dura e che mette sull’avviso circa un’implosione finale non troppo lontana, mentre tutti dormono e continuano a ballare come, a suo tempo, sul Titanic in agonia. La diagnosi economica è per l’essenziale corretta (come sempre). Il suddetto scrive in particolare che la colpa principale della pesante situazione è di “quell’intreccio tra finanza e informazione [soprattutto Corriere, Repubblica, Stampa e Sole24 ore; ndr] che in questi anni, in sintonia con alcuni circoli culturali americani, ha ritenuto di dover abbattere il primato della politica cancellando le sue radici e sostituendolo con l’oscuro potere dell’élite economico-finanziaria, senza rendersi conto che così il Paese andava alla rovina. E il tempo che ci resta, adesso, è veramente poco”.Negli anni ’50 e ’60, nei giornali di vari PC (in specie PCUS, PCI e PCF), si leggeva della torbida politica reazionaria di “alcuni circoli imperialistici americani”. Geronimo sostituisce semplicemente il termine culturali ad imperialistici. Vogliamo considerare uno di questi “circoli”? Prendiamo la Goldman Sachs, banca d’affari statunitense con un bilancio paragonabile a quello di uno Stato industrializzato (come, del resto, la sua concorrente, la Morgan Stanley). Tale banca ha piazzato suoi uomini alla segreteria del Tesoro negli USA sia sotto Clinton che sotto Bush (in modo quindi “equanime” e bipartisan); ha piazzato suoi uomini nelle più alte istituzioni economiche italiane (Banca centrale, ad es.), nel Governo attuale e in altri posti economico-politici di rilievo del nostro paese. Essa ha inoltre cointeressenze importanti in innumerevoli istituti finanziari europei, fra cui l’AbnAmro e il Bilbao che furono protagonisti nel (spero) ben noto risiko bancario del 2005. Nel settembre scorso, si verificò in tre giorni lo scatafascio di uno dei principali hedge fund americani, l’Amaranth Advisors, in cui la Goldman (come la Morgan Stanley) ci rimise “qualcosa”. In questi giorni, una bella botta ha preso un altro hedge fund, il Global Alpha Fund, che appartiene proprio alla grande Banca americana in oggetto; è anzi il più grosso dei molti hedge fund che essa ha (la Goldman è la più importante banca mondiale per quanto concerne questi fondi ad alto rischio speculativo; quelli di sua proprietà gestiscono complessivamente 29,5 miliardi di dollari, di cui 10 spettano al Global Alpha). Quest’ultimo ha perso il 12% dei fondi speculando sul rialzo della borsa di Tokio e sulla discesa di Wall Street, mentre è accaduto il contrario.

Non credo che istituti finanziari del genere corrispondano alla definizione di “circoli culturali” usata da Geronimo. In ogni caso, è evidente quali pericoli corriamo ad essere politicamente (e non solo, poiché l’operazione SanIntesa, le fondazioni bancarie, le manovre oggi in atto per l’acquisizione del 30% dell’Alitalia, ecc. vedono sempre “in mezzo ai piedi” questa enorme banca d’affari americana) condizionati da simili concentrazioni di potere finanziario, che compiono operazioni a rischio sempre maggiore (e più perdono e più giocano al rialzo come a poker).

Dove mi trovo in netto disaccordo con il suddetto lucido autore dell’articolo di cui sto parlando, è quando spezza una lancia in favore del ritorno del vecchio sistema politico; egli vorrebbe che si facesse una legge elettorale proporzionale con sbarramento, per tornare ad avere 5-6 partiti al massimo (e questo mi è indifferente), che dovrebbero essere collegati alla vecchia tradizione democristiana, socialista, liberale, ecc. ancora in voga negli altri paesi europei. Mi sbaglierò, ma credo che l’Europa sia quasi in pappe come l’Italia; diciamo che l’Italia ha tutti i “vizi” europei portati almeno al cubo. In un certo senso, dunque, l’Italia è all’avanguardia nello sfacelo dell’Europa. Quest’ultima, finché resterà impaniata in una UE del tipo che ha “costruito”, non avrà alcuna autonomia, resterà sotto la preponderante influenza americana, che politicamente si esprime ancora nell’Alleanza Atlantica (nata per altre esigenze ormai inesistenti). Non si tratta nemmeno di sollecitare una vocazione antimperialistica; basterebbe soltanto capire che una Europa non affrancata dagli USA – incapace di incrementare la ricerca scientifico-tecnica e di sviluppare i settori d’eccellenza della nuova rivoluzione industriale (per non disturbare i predominanti), in grado di giocare solo di rimessa in termini di “politica per le sfere di influenza” – sarà sempre in fase di ristagno, o al massimo di debole ripresa, con gravi rischi di crisi molto più acute in futuro.

L’Italia è ancora più stagnante dell’Europa – e soprattutto politicamente ormai in stato comatoso, con ceti dirigenti del tutto inetti e arretratissimi – ma non è certo portandosi “all’altezza” dei sistemi politici europei (anch’essi vecchi e declinanti) che si salverà. Essa dovrebbe semmai porsi come avanguardia nel processo di eliminazione delle superate strutture politiche (e partitiche) europee. Solo così, i “vizi” europei al cubo, tipici del nostro paese, sarebbero sostituiti da una ventata d’energia tesa ad aprire una nuova strada, che dovrebbe poi essere seguita da altri paesi europei e interessare, alla fine, almeno Francia e Germania. Certo, non sono in grado di indicare – solo soletto, senza che nasca ancora nulla di nuovo – la via che potrebbe essere seguita per spazzare via tutto il vecchio (destra e sinistra insieme). Sono però convinto che è illusorio sperare di ricostituire l’antico e cadente sistema partitico (senza comunisti, che erano essenziali, ma perché c’era il sedicente campo socialista), con magari i democristiani (più qualche appendice “di sinistra”) ad assicurare sul piano interno un bilanciamento e una stasi politiche, in altra epoca assai funzionali al predominio “atlantico” degli USA.

I tempi sono del tutto mutati. O restiamo subordinati agli USA, con i parassitari intrecci finanziari e gli inetti ceti politici che Geronimo denuncia con chiarezza e precisione; e con le industrie decotte, avanzi di una passata stagione, mentre prosperano le (relativamente poche) imprese cui è permesso di sopravvivere, con modalità di dipendenza, nell’ambito della sfera egemonica USA (per cui, fra le due dizioni: circoli imperialisti o circoli culturali, è più esatta la prima); oppure si riuscirà a sgominare questi potentati (subordinati agli USA) e a “sterminare” l’intero ceto politico attuale. Nel primo caso, non lamentiamoci del lento degrado, della strisciante crisi sempre incombente, con effetti di progressiva marcescenza sociale; nel secondo, si “ripulisce” l’ambiente, ci si libera dei “circoli” predominanti, e si rinasce in qualche modo. Resta il fatto, su questo sono d’accordo con Geronimo, che non vi è più molto tempo a disposizione (non sto parlando di pochi mesi, ma nemmeno di “epoche storiche”). Quello di cui non ci si rende conto è che si rischia ancora una volta l’ignobile gioco (degli specchi) tra destra e sinistra, o magari il tentativo di ritorno all’antico (come vorrebbe Geronimo); e alla fine qualcuno (non però “bello e gentile”, date le carenze o peggio di quelli che si fingono ancora “comunisti”) arriverà a placare la rabbia della “gente” e a estirpare il cancro in atto.

Gianfranco La Grassa
Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com/
Link: http://ripensaremarx.splinder.com/post/10201550
11.12.2006

Pubblicato da Davide

  • Tao

    Negli ultimi giorni si sono verificati alcuni avvenimenti di un certo rilievo; soprattutto essi vanno nella direzione che da tempo ho indicato in questo blog. Di due avvenimenti, in particolare, si è parlato molto, fin troppo: la manifestazione di Roma (e non mi interessa se era di due milioni o meno, poiché so bene che in qualsiasi raduno del genere, di destra o di sinistra, i partecipanti vengono sempre moltiplicati almeno per tre); e quella (avvenuta in teatro) di Casini a Palermo, che certamente accentua il suo distacco dal centrodestra. Mi sembra sia stato lasciato in ombra un altro incontro, non a caso tenuto con molta “discrezione”, che invece anch’esso accelera certi progetti assai pericolosi.
    Parlo della riunione della fondazione Italianieuropei (fondata anni fa da D’Alema e Amato), in cui, al di là delle normali cortine fumogene per nascondere gli intendimenti reali, si può ben dire che è andata precisandosi l’alleanza, al momento mi sembra solo tattica e non so quanto duratura, tra Montezemolo e D’Alema. Ovviamente, chiariamo subito che non si tratta di avvicinamento tra due persone, di loro volontà individuali in vista della realizzazione di un progetto comune che impegna solo loro. Accordi simili possono intercorrere, ad es., tra due imprenditori che fanno società per una determinata finalità produttiva. In questo caso, si tratta di questioni ben diverse: i due personaggi rappresentano, o tentano di, rappresentare, dati gruppi sociali. Il primo, non a caso presidente di Confindustria e della Fiat, membro di primo piano del patto di sindacato della RCS (15 fra i maggiori capitalisti finanziari e industriali italiani), fa il possibile per sintetizzare, pur tra molti contrasti, gli interessi di quella che indicherò come GFeID (grande finanza e industria decotta). Il secondo si muove all’interno del centrosinistra, in una melma che è impossibile rapprendere in una organizzazione unitaria, ma comunque tenta, con mezzucci vari, di portare avanti un progetto di “coalizione politica” che sia congeniale agli interessi del precedente gruppo (dominante), onde farsi definitivamente riconoscere dallo stesso come il suo principale rappresentante nella sfera degli apparati politici (con le adeguate correnti ideologico-culturali al seguito). In questo progetto appare chiara la sua diversità, e sorda conflittualità, con Prodi, agente politico della finanza “cattolica” (da non confondersi e identificarsi con quella vaticana) che ha dato vita alla SanIntesa e sta riproponendo proprio in questi giorni l’operazione protesa alle Generali.

    La GFeID è stata attraversata in questi ultimi anni da notevoli conflittualità interne, sia durante il conflitto Tremonti-Fazio – sui cui motivi sono qui costretto sorvolare – in cui il gruppo dominante tenne per il secondo, poiché non voleva che fosse minimamente toccato il sistema delle fondazioni bancarie di grande importanza, assieme ad altre funzioni, per la corruttela (mascherata da mecenatismo) in sede locale; sia durante l’attacco a Fazio quando quest’ultimo sembrò appoggiare “certi settori” – non chiaramente individuati, a meno di non credere che i “furbetti del quartierino” agissero da soli e non come “avanguardia” di questi “oscuri” settori – che potevano incrinare il potere della GFeID. In questo frangente, tale gruppo fu ampiamente supportato dalle grandi concentrazioni finanziarie americane (con in testa la ben nota Goldman Sachs) e, a scontro concluso, per evitare ulteriori pericoli fu nominato Governatore della Banca d’Italia un personaggio di stretta pertinenza della suddetta Goldman che, pur con le dovute cautele e coperture (e finta neutralità), è il tutore di legami economico-politici sempre comunque favorevoli ai gruppi che assicurino la (sub)dominanza italiana rispetto alla (pre)dominanza statunitense (ed infatti, anche la destra si inchina reverente di fronte al “grande tecnico” messo a sorvegliare la nostra finanza per conto di quella USA).
    Le fibrillazioni sono però continuate con i tentativi di scalata a Mediobanca e Generali da parte di Intesa, passando per il tentativo di fusione con Capitalia, tentativo a cui il presidente e l’a.d. di quest’ultima resistettero; pur se poi il ripiegamento dell’Intesa sulla fusione con il San Paolo lascia aperti molti interrogativi sull’assetto definitivo delle centralizzazioni finanziarie in Italia. In questi giorni però, preceduto dal solito intervento della Magistratura che ha condannato (in primo grado) Geronzi, Gnutti e altri, lo scontro si è fortemente riaperto e i vecchi tentativi di Bazoli & C. sono ripresi con vigore. La situazione è al momento assai confusa; ad es. Unicredit, fino a poco tempo fa chiaro avversario di Intesa, mantiene una posizione incerta, mentre quest’ultima banca blandisce Bernheim (attuale presidente di Generali) offrendogli la vicepresidenza della SanIntesa; ecc. ecc. L’unica evidenza è il coperto (mal celato) confronto politico tra Prodi (che rappresenta il gruppo cattolico lanciato nel tentativo di una completa “presa del potere” finanziaria, da completare poi anche su altri piani) e D’Alema che è la sponda politica “degli altri” (un gruppo meno ben delineato e non compatto), mentre Fassino non sa che fare (anche se ha recentemente mosso un attacco a Intesa per la sua supposta incapacità di espandersi all’estero, nel caso specifico in Spagna; la solita ideologia di mascheramento della “competizione nel mercato globale”, della “italianità” difesa o criticata a seconda delle convenienze) e i bertinottiani sembrano funzionare da truppe di complemento di Prodi, assumendosi una responsabilità di una gravità tale da non poter sciogliere ancora il dilemma: sono deficienti o corrotti e ormai comprati “in blocco”?
    Ci sono poi gli scontri tra Governo e Benetton in merito alla fusione di quest’ultima con la spagnola Abertis. Altro caso recente, il piano Rovati (redatto da Costamagna e Tononi, pur essi recentissimi ex della Goldman, di cui il secondo è attualmente viceministro dell’economia), consenziente il “finto tonto” Prodi, per impadronirsi della Telecom; lo scontro che ne è nato non è terminato troppo bene per il Premier (longa manus politica della SanIntesa, delle fondazioni bancarie e, dietro a queste, della solita finanza americana), ma ha tuttavia condotto alla presidenza della società telefonica un abile “tuttofare” vicino ai diesse, quindi garante dello schieramento dei vertici Telecom con il centrosinistra (con quale? Non mi sembra del tutto chiaro). Infine, ricordo gli attriti tra Profumo (Unicredit) e Bazoli (Intesa) sulla presidenza dell’ABI (associazione bancaria italiana) in cui ha prevalso il secondo; e tuttavia, le due banche sembrano interessate ad entrare insieme nell’affare relativo all’acquisto del 30% dell’Alitalia, oltre ad altre manovre, al momento non chiarite, sempre in merito alle sorti future della Telecom. E infine, l’attuale ancora poco decifrabile posizione del “capo” dell’Unicredit in merito alla nuova offensiva che ha per obiettivo le Generali.

    Interessante è comunque che, sempre alla riunione della Fondazione Italianieuropei, D’Alema abbia voluto fare dichiarazioni concilianti nei confronti di Tronchetti, assicurando che si adopererà per ricucire tra quest’ultimo e Governo, venendo così incontro anche ad analoghi atteggiamenti di cauto (molto prudente) appoggio di Montezemolo all’ex presidente della Telecom (all’epoca dei battibecchi tra questi e il Premier a causa del piano Rovati). E’ evidente il tentativo congiunt
    o del politico e del presidente confindustriale di attutire i contrasti interni ai gruppi dominanti italiani in una situazione assai delicata per gli equilibri non solo politici, ma proprio sociali. Ad es. Montezemolo ha “pagato” il regalino fatto, per l’ennesima volta, dal Governo alla Fiat con la cosiddetta mobilità lunga (prepensionamenti), la rottamazione e l’esenzione di 2-3 anni dal bollo auto, criticando la manifestazione del centrodestra a Roma; sentendo però montare ormai la rabbia del popolo delle partite IVA, ha dato un colpo al cerchio e poi anche alla botte, dichiarando che si è trattato di una sfilata molto civile e ordinata di quel lungo corteo.
    Il disegno della GFeID – malgrado risenta continuamente di conflittualità interne che non credo saranno facilmente sanate (e che non esplodono al presente in modo virulento anche perché le autorità europee, e ancor più quelle predominanti statunitensi, cercano di evitare scollamenti gravi in un paese nient’affatto marginale come a volte può sembrare il nostro) – è abbastanza lineare e scoperto, almeno per chi sa leggere appena un po’ sotto l’epidermide. Le necessità della ristrutturazione e centralizzazione finanziaria (soprattutto bancaria) in quanto complessa ramificazione del potere in tutti i gangli della società, il tenere a galla le grandi imprese decotte (testimoni di una passata stagione industriale oggi non più innovativa), gli impegni di polizia internazionale che l’Italia si vedrà affidare anche in futuro (in specie nell’area mediterranea, come adesso in Libano), esigono forti quantità di risorse sottratte a impegni di maggiore e più incisivo sviluppo del sistema-paese. L’artiglieria usata è quella solita del debito pubblico, del deficit, ecc. L’obiettivo è un grossa redistribuzione della ricchezza per le esigenze sopra indicate. Non si tratta del solito banale trasferimento dal salario al profitto, vero tic dei marxisti e comunisti dei “tempi di Marco Cacco”. Si tratta di un accentramento funzionale ai gruppi dominanti italiani, che cercano una posizione abbastanza “soleggiata” all’interno della predominanza americana; in fondo ben accettata sia dalla destra che dalla sinistra, pur se con modalità diverse e tenendo conto che la stessa strategia egemonica degli Stati Uniti è oggi in crisi e in fase di ripensamento e incertezza.
    Nel mentre gli Stati Uniti “ripensano”, è necessario tenere sotto controllo l’Italia (e non solo essa, ovviamente), in quanto rappresenta una delle “punte di lancia” per l’egemonia americana in Europa, in funzione antagonistica rispetto alla crescita delle nuove potenze ad est (Russia e Cina in particolare). Il primo passo da compiere è cercare di smorzare gli attriti esistenti tra i nostri gruppi (sub)dominanti che tuttavia – poiché debbono assolvere un compito di supporto al predominio americano – non possono certo lanciarsi in piani di sviluppo reale del sistema-paese, non possono foraggiare e incentivare, se non marginalmente, i settori più avanzati della nuova rivoluzione industriale [a mo’ di esempio: non debbono crescere oltre certi limiti imprese come Finmeccanica ed ENI in Italia, o l’Airbus in Europa; tali imprese non vanno dunque troppo supportate in termini finanziari, e tanto meno in sede politica, con particolare riferimento a quella internazionale relativa alla “potenza” esplicata per conquistare e mantenere proprie sfere di influenza, autonome rispetto a quelle statunitensi]. E’ invece importante che si accresca il potere dei gruppi meno avanzati e più legati al traino americano. In Italia, si tratta appunto della GFeID, che tenta di evitare la sua disgregazione e indebolimento onde meglio funzionare, e con sempre maggior potere (all’interno del paese), in appoggio all’egemonia statunitense. Occorrono risorse cospicue, lo si è già detto; e intanto vanno prelevate da quei ceti che, nella passata stagione di sviluppo dell’Italia, nella fase del suo passaggio da paese agricolo a sesta o settima potenza industriale del mondo, si sono o arricchiti o quanto meno hanno raggiunto standard di benessere. Il primo obiettivo della redistribuzione di reddito è dunque il lavoro detto autonomo, circa 6 milioni di attività quasi individuali o comunque microimprenditoriali.
    Ecco allora il graduale formarsi – ma più che graduale, visto che è già in atto, diciamo coperto, mascherato – dell’alleanza, in sede nazionale, tra la GFeID e il centrosinistra. Tuttavia, dati i primi passi abbastanza disastrosi di Prodi, si cerca di migliorare la progettazione di una più stabile alleanza tra la parte più parassitaria dei subdominanti italiani (tipo la Fiat in continua ricerca di aiuti statali, o la Telecom in stato semicomatoso e senza grandi innovazioni) e la parte politica che meglio può garantire il legame con i sindacati, in particolare con la CGIL, questi organismi essendo ritenuti essenziali al fine di portare cospicue masse di lavoro dipendente (ma non tutto, anzi oggi sempre meno!) in appoggio alla “compressione e spremitura” del lavoro autonomo. Montezemolo e D’Alema sono solo due personificazioni, due soggettivazioni, di detta alleanza. Dalla “alleanza tra produttori” del vecchio PCI – che poneva l’esigenza di un accordo tra lavoratori salariati di livello operaio e piccola borghesia definita produttiva (in definitiva, quella piccolo-imprenditoriale più la già affermata, ma non ancora rigogliosa com’è attualmente, realtà della cooperazione “rossa”) con la sperata copertura dell’imprenditoria statale, che si supponeva (o si fingeva) avesse una funzione antagonistica rispetto al monopolio privato – siamo passati alla diretta alleanza degli apparati partitico-sindacali, in grado di manovrare a piacimento una sufficiente quota del lavoro dipendente di medio-basso livello, con il grande capitale finanziario e quella parte della grande industria piuttosto inefficiente, poco propulsiva e sempre affamata di denaro pubblico.

    E’ del tutto evidente il disegno oligarchico, pur se ancora basato sull’appello alle elezioni “democratiche” (finché il popolo sarà così rincoglionito da accettare l’ignobile gioco che in tale teatro si rappresenta), dell’alleanza in oggetto. Martedì della settimana passata, sull’organo del patto di sindacato della RCS, il Corrierone, un politologo ….censura…come Della Loggia criticava in modo smaccato, senza un minimo di pudore e di mascheramento, la manifestazione di Roma poiché “era assente qualunque rappresentanza significativa di questo o quel pezzo di società. [Udite, udite, quali pezzi mancavano! ndr] Non solo non c’erano gli attori e i cantanti o gli intellettuali, ma neppure esponenti della finanza e dell’industria, dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro [sia chiaro, non i lavoratori ma i loro venduti “rappresentanti”! ndr], dell’universo delle professioni; nulla, nessun nome [corsivo mio, perché a Della Loggia interessano i personaggi, non quelli che sono popolo]. Per governare è necessario anche ascoltare i salotti, in un certo senso perfino rappresentarli” [corsivo mio, per ovvii motivi; ndr].
    Avete capito? Sono le oligarchie – perfino quelle rappresentate dai “nani e ballerine” frequentatori dei salotti (ad es. quelli veltroniani romani) – a dare senso al governo di un paese. A piazza S. Giovanni, il 2 dicembre, c’era semplice popolazione senza grandi nomi alla sua testa; e questa “gente” non significa nulla, non ha senso ascoltarla. Chi scrive simili nefande imbecillità
    è un intellettuale che serve i (sub)dominanti italiani parassiti e sudditi dei più potenti stranieri, uno che pubblica (sicuramente pagato profumatamente) sull’organo che più si batte per l’alleanza della GFeID con le sinistre alla D’Alema (ma anche Prodi va bene)! Più chiaro e spiattellato papale, papale, di così non è possibile dirlo. Se gli elettori di questa ignobile sinistra non si offendono, vuol dire che il loro degrado morale, ma ancor più culturale, è ormai all’ultimo stadio. E’ logico che il giorno successivo ha avuto buon gioco Il Giornale a scagliarsi contro il Corriere, a mostrare indignazione per l’oligarchia dei “poteri forti” (che sono in pieno e manifesto accordo con la sinistra e la CGIL), ad additarla come aristocratica e con la puzza sotto il naso nei confronti del popolo che tratta da plebe; e il quotidiano della destra si è permesso di affermare il suo essere per questa plebe, per il “popolo bue”. In questo modo, lo squallido populismo di un Berlusconi rifulge di fronte ai disgustosi aristocratici e “radical-chic” di una sinistra che si accorda (e, in certe sue frange minoritarie, si accoda) alla GFeID. E’ necessario dichiarare guerra al ceto politico e intellettuale di sinistra, anche a quello che si finge radicale, ma continua in realtà a seguire le oligarchie fingendo che un D’Alema (o un Prodi o altri del genere) siano il “meno peggio” rispetto a Berlusconi. O non capiscono – e allora non fingano di essere “colti” intellettuali, essendo solo degli stupidi bestioni – o sono l’emblema stesso della corruzione e del tradimento degli interessi popolari.

    E andiamo avanti. Nell’alleanza tra GFeID e centrosinistra esistono almeno due raggruppamenti di potere, che non sono nettamente antagonisti tra loro bensì complessamente intrecciati e conflittuali; dunque, i confini tra i due non sono ben delineati, e vengono continuamente attraversati dagli appartenenti ai due raggruppamenti in questione. In ogni caso, uno è prevalentemente costituito dalle grandi concentrazioni finanziarie, le più mobili e apparentemente dinamiche, poiché hanno messo in moto imponenti processi di centralizzazione con ramificazioni all’estero. Anche al loro interno ci sono conflitti più o meno aperti o latenti: tra Intesa (oggi con San Paolo) e Unicredit, tra Intesa e Capitalia, il Montepaschi in situazione ambigua, ma forse al presente più vicino a Capitalia ecc. Tuttavia, la concentrazione per il momento più forte (SanIntesa e la maggioranza delle fondazioni bancarie e molte banche popolari, ecc.) – con l’appoggio sostanziale degli organismi europei e il controllo, garantito da Draghi al vertice della Banca d’Italia, della finanza americana – sembra servirsi prevalentemente, in sede politica, del gruppo prodiano del centrosinistra, che ha molti nemici e tende dunque ad accordarsi con la sinistra detta (ridicolmente) radicale per reggersi in sella (e quest’ultima ci sta, eccome; un vero insieme di dementi e opportunisti).
    Resto convinto che una eventuale CapIntesa (fusione, tentata in passato e presto fallita, tra Intesa e Capitalia, che sarebbe stata egemonizzata dalla prima) – con prolungamenti in Mediobanca, a sua volta in possesso di una buona quota azionaria (14%) delle Generali – avrebbe costituito un più forte gruppo di potere in appoggio a Prodi; così pure se fosse andato in porto il progetto che partiva dalla “pubblica” Cassa Depositi e Prestiti (con l’impegno di 10 miliardi di euro, circa un terzo dell’attuale finanziaria), passava per l’acquisizione della parte più importante della Telecom (rete fissa più banda larga e TV via cavo), tentando magari di arrivare fino alla Sette (o qualche altra TV, forse anche qualcuna satellitare), con il successivo intervento della SanIntesa e delle fondazioni bancarie (in particolare quelle vicine alla banca appena nominata) e con “dietro” certe grandi banche americane tipo la Goldman. Oggi, le Generali hanno un buona quota azionaria nella SanIntesa, dunque possono a questa allearsi, ma si tratta di cosa diversa da quella di essere controllate da una, per fortuna non nata, CapIntesa. Tuttavia, come già considerato, è ricominciato l’assalto di Bazoli & C. alle Generali. In ogni caso, il gruppo di (sub)dominanti che fa capo a tale settore finanziario e che ha come prolungamento politico i “prodiani”, cui presta il suo aiuto in specie la Rifondazione bertinottiana (cioè la sezione italiana del partito delle sinistra europea), vede la nettissima prevalenza di autentiche lobbies economico-politiche, sia in sede italiana che europea; sempre con quelle americane, ben più potenti, sullo sfondo.

    Diverso il progetto di D’Alema e Montezemolo, che si pone qualche problema di maggiore rappresentanza sociale, di formazione di un qualche blocco sociale. Qui abbiamo i vertici confindustriali (le imprese decotte) – con probabili legami finanziari con Unicredit e Montepaschi; dopo l’operazione fallita della Banca del Salento, costosissima per quest’ultima banca e la cui responsabilità risale a D’Alema, questi aveva perso molto potere in essa, ma sembra aver risalito la china – in combutta con settori politici diessini e della CGIL in grado di controllare quelle masse di lavoro dipendente necessarie alla spremitura del falso ceto medio (in realtà lavoro autonomo, assai stratificato in fatto di reddito), che non sembra possibile rinviare oltre. Per rafforzare tale raggruppamento, i vertici confindustriali – ormai a corto di argomenti atti a convincere alla docile sottomissione piccole e microimprese come ai tempi del mitico “piccolo è bello”, dei distretti, delle reti, ecc.; e di tutto l’armamentario ideologico che oggi si vorrebbe abbandonare (ma alcuni resistono perché su quella ideologia hanno vissuto e guadagnato in soldi e potere) – blandiscono le medie imprese, cioè le altrettanto mitiche 4000 aziende che producono il 30% del Pil, che impiegano una grossa quota del lavoro salariato, che sono multinazionali, innovative, piene di idee e vitalità e….chi più ne ha più ne metta.
    Si tenta di dividere così le PMI (piccolo-medie imprese), vero blocco sociale di milioni di persone, di cui solo alcune migliaia sono rappresentate nelle medie imprese, che hanno tuttavia una struttura tale, fatta anche di subappalti e di crediti per forniture ecc., da costituire, assieme a quella simile e ancora più ampia delle grandi imprese decotte, una possibile fonte di ricatti e controlli dei piccoli imprenditori, pur se sembra evidente che il risentimento e la rabbia di questi ultimi, se non avvengono radicali e rapidi mutamenti della congiuntura, rischiano di elevarsi in tempi brevi a notevoli livelli di acutezza. Non so quanto la media impresa – tanto incensata e di cui non metto in dubbio l’efficienza, ma che agisce in settori non certo di avanguardia per l’intero sistema-paese, bensì negli spazi, a volte anche redditizi, consentiti dai predominanti centrali – possa reggere l’intera economia italiana; e quanto più è proiettata all’esterno, in aree assai vaste ma in settori non concorrenti con quelli di punta dell’economia dominante, con tanto maggiori difficoltà, e ritardi, serve alla ripresa della nostra economia. Se poi queste “meravigliose” imprese sono tanto avanzate tecnologicamente da investire in aree meno sviluppate sulla base del calcolo dei costi salariali, stiamo proprio freschi. Oggi si propaganda “il medio è bello”, un’altra bufala dei nostri inefficienti e inetti dominanti; quelli simili a Montezemolo (e facenti parte del cosiddetto “piccolo establi
    shment”), presidente di un’azienda a mio avviso ancora decotta, che infatti per l’ennesima volta, senza vergognarsene, chiede soldi allo Stato con mobilità lunga (cioè di fatto prepensionamenti), rottamazione, esenzione bollo, ecc. Dov’è il “mago” Marchionne, il “borghese buono” del fatuo e inintelligente Bertinotti, con i suoi conti risanati?
    Se la “base sociale” dei gruppi industriali “alla Montezemolo” appare piuttosto malsicura, e tutto sommato in fase di crescente “incazzamento”, non dimentichiamo nemmeno che alcune (poche) grandi imprese italiane attive in settori di punta (tipo Eni e Finmeccanica e poche altre) non sembrano trovarsi a loro agio con la politica patrocinata dagli attuali “poteri forti” (del genere dei capitalisti inclusi nel patto di sindacato della RCS). Sussistono attriti di vario genere; forse anche qualche patto di tregua e non belligeranza, ma ci sono stati intralci vari frapposti proprio dal centrosinistra (da quando era all’opposizione) all’accordo tra Eni e Gazprom, tanto per fare un esempio. Tuttavia, questi dissidi sono probabilmente dovuti a questioni di business poiché, ad es. nel caso dell’accordo appena citato, alcuni ambienti della sinistra sarebbero stati favorevoli a che il gas russo fosse direttamente fornito alle aziende municipalizzate (o ex tali), per la maggior parte collegate a tale schieramento politico. In ogni caso, sia l’azienda energetica che la Finmeccanica non appaiono interessate a promuovere una vera indipendenza del sistema-paese Italia rispetto alla sudditanza nei confronti degli USA (teniamo presente che il presidente dell’Eni, Scaroni, sembra faccia parte del gruppo Bilderberg, potente e pericolosa lobby affaristica internazionale con larghissima partecipazione statunitense). Ho però la netta impressione che le due sunnominate imprese di punta non siano comunque in sintonia con il gruppo (sub)dominante della GFeID, che risulta per ciò stesso indebolito.

    Come si è appena fatto notare, non esiste purtroppo un minimo di gruppi indipendentisti (rispetto ai predominanti USA) nell’insieme delle grandi imprese (finanziarie e produttive) italiane; tuttavia, quelle di settori di punta non sono molto in sintonia con il “piccolo establishment” (in buona parte costituito dai capitalisti del patto di sindacato della RCS), in genere parassitario o comunque attivo in settori della passata stagione dello sviluppo industriale e sempre alla ricerca dell’assistenza statale. Quanto più le risorse “pubbliche” si fanno scarse, tanto più si acuisce la lotta tra questi inetti parassiti per la spartizione delle stesse; essi, inoltre, hanno urgente necessità di spremere i sedicenti ceti medi (lavoro autonomo) come ho già rilevato. Il sistema politico è messo così in stato di stress, perché pressato dall’esigenza di ingannare la popolazione in modo via via più scoperto e di stabilire un saldo scudo protettivo per i dominanti arretrati e dissanguatori.
    L’ideologia dell’alternanza tra destra e sinistra è parte di questo gioco; tuttavia, in questa fase e per un periodo non breve, sarebbe necessario che restasse al governo la seconda poiché solo così è possibile alimentare il terrorismo delle “riforme strutturali” (pensioni, sanità e soprattutto mercato del lavoro), assai utile nel tentativo di non inimicarsi troppo i “ceti medi” spremuti, facendo loro intendere che alla fine tutti, anche i dipendenti (in particolare gli statali così odiati da questi ceti), dovranno contribuire alle “sorti del paese” (cioè, in realtà, alla spartizione della torta da parte della GFeID). Si acuiscono però in tal modo i contrasti interni ai (sub)dominanti parassiti, nel cui ambito il gruppo facente capo alla SanIntesa (con dietro ambienti euroamericani in parte “celati alla vista”) dà continui strappi per prendersi un vantaggio incolmabile sugli altri e, a questo scopo, cerca di far durare Prodi e i suoi giannizzeri sempre più invisi alla popolazione (quasi tutta).
    Così si accentuano le differenziazioni tra diesse e Margherita, ma anche all’interno dei due grossi raggruppamenti del centrosinistra. Come annuncia tutto felice con titoloni di scatola il fogliaccio a nome Corriere della Sera (ormai lo chiamerei della Notte, nel senso di quella della ragione), i socialisti europei si dicono favorevoli a che il futuro partito democratico italiano entri nel loro gruppone parlamentare, ma Rutelli e molti altri del suo schieramento gelano gli entusiasmi. In realtà, esistono almeno due-tre opzioni per questo fantomatico partito democratico, la cui costituzione allontanerebbe però la “sinistra” DS. I bertinottiani, vanitosi solo tesi a diventare la punta di lancia del piccolo rassemblement della “sinistra europea”, sono felici di favorire i “prodiani” (così possono avere ottimi finanziamenti dai grandi gruppi bancari euroamericani che vi stanno dietro), ma altri – fra cui, in primo piano, proprio un D’Alema – non hanno voglia di diventare “secondari” e quindi si legano ad altri gruppi dello stesso insieme finanziario.
    La fretta di arrivare al dunque spinge i dominanti a premere su Casini perché si sbrighi ad entrare nel progetto centrista, ma una simile accelerazione rende ormai evidente la spaccatura in corso nell’UDC. Prima, con il gioco delle parti tra Casini e Follini (con la piccola variabile Tabacci), si era riusciti ad ingannare una parte dell’elettorato moderato, ma adesso che i tempi vengono accorciati, l’UDC non può aderire al progetto di settori importanti della grande finanza se non per una parte (maggioritaria, forse, ma di poco), e quindi non servirà a gran che. Inoltre, il genero di Caltagirone sa bene che non può allearsi tout court con il centrosinistra, altrimenti ne esce con le ossa rotte; allora chiede l’impossibile, che tale schieramento abbandoni la “sinistra radicale” (e la maggioranza parlamentare, chi la fa?). Mastella lancia segnali di fumo a Casini per rifare insieme la DC (bum!), ma poi si guarda bene dall’uscire dallo schieramento in cui è, perché altrimenti non conterebbe più nulla e non potrebbe più fare i suoi giochetti clientelari da vecchia (e ormai spelacchiata) diccì meridionale. D’altra parte, vi sono vecchi DC (tipo quelli di Rotondi e Cirino Pomicino) che – oltre ad aver annusato la possibilità di assorbire una buona quota di UDC – non sono per nulla disposti ad un centrismo in cui dominino i “laici”, i diessini, i D’Alema; e non vogliono nemmeno Prodi e i suoi referenti della sinistra sempre più comicamente definita “estrema” (insomma, diciamo pure che il suo referente è il Presidente della Camera in vestito blu o in gessato).
    Questi DC (veri eredi di quel partito), insomma, vogliono un centro in prevalenza cattolico e con una politica in qualche modo “popolare”, non tutta fatta di manovre a favore di questo o quel gruppo della GFeID. Essi, in accordo con la maggior parte della destra, ma anche con differenziazioni precise rispetto a questa, giocano sull’appoggio degli incazzati lavoratori autonomi e mirano a raccordarli a parti non irrilevanti degli stessi salariati (e dei pensionati e dei disoccupati), di cui il recente sondaggio Swg-Ires CGIL ha messo in luce un orientamento elettorale per nulla affatto schiacciato sulla sinistra, che non è più una forza “operaia e contadina” ma, come è stato gustosamente detto, è ormai una (sbandata e rabbiosa) armata di “vagheggini” in perfetto “stile Armani”. Destra e centristi cattolici, quindi, attaccano sempre
    più spesso i poteri forti (perfino indicandoli per nome), che stanno dietro alla sinistra (a Prodi, a D’Alema e agli altri “buffoni di corte”); si rivolgono sempre più spesso e con nettezza ai “ceti medi” e mirano – ma giocando tuttavia di rimessa, e senza mai dismettere un atteggiamento filoamericano (e filoisraeliano) senza veli, cui si aggiunge una retorica “reazionaria” sul piano del costume – a sconvolgere il più possibile i giochi della solita GFeID, con qualche accenno (ma ancora debole) di appoggio alle imprese di punta a quest’ultima non omogenee (con in testa le solite Eni e Finmeccanica). In ogni caso, è sui giornali di destra che attualmente si possono leggere, in modo assai più scoperto e puntuale, analisi dei giochi finanziari e industriali dei gruppi potenti e parassitari legati al carro euroamericano; e si leggono anche, sempre più spesso (ma per merito di pochi giornalisti, fra cui Geronimo), attacchi di disvelamento in merito alle menzogne che vengono propalate dai dominanti (in Italia e negli organismi della UE) sulla presunta ripresa europea e italiana, sull’ossessione del debito pubblico e del deficit (un inganno vergognoso perpetrato per altri fini), ecc.

    Perché questa fretta da parte dei vari gruppi della GFeID? Perché la ripresa non è dietro l’angolo, è fatta al massimo di cifre truccate, inventate; come quelle dell’inflazione (non solo in Italia) che, dopo al massimo due-tre anni, la gente ha capito essere doppia o tripla rispetto a quella rilevata, in modo consapevolmente truffaldino, dall’Istat. Dall’entrata nell’euro, cioè da 5 anni, ci raccontano di inflazione sul due e mezzo per cento, e per di più calante; l’attuale mediocrissimo Ministro dell’economia, qualche anno fa, irrideva alla gente che credeva all’inflazione citando il prezzo del peperoncino, cresciuto del 400% ma che ovviamente non conta nella media del costo della vita. Finalmente, da un bel po’ di tempo a questa parte, i due schieramenti si accusano l’un l’altro della responsabilità di una accentuata inflazione, mentre l’Istat continua a sfornare i soliti dati sempre più bassi. Al massimo due settimane fa, uno degli economisti “famosi” che scrivono sui giornali (mi sembra Alvi, ma non posso giurarci) ha infine ammesso che un euro equivale alle vecchie 1000 lire. Alla buon’ora! Da quanto tempo la gente ormai lo dice? E calcola i suoi risparmi e le sue retribuzioni su questa base? Ci voleva proprio l’esperto per “decretare” tale fatto evidente.
    Del resto, l’ineffabile Banca europea continua ad alzare il tasso di sconto sostenendo che ci sono spinte inflazionistiche. Ma se da anni ci raccontate, e propinate dati, che dicono il contrario, non vi sfiora il dubbio di essere dei bugiardi matricolati, e che dovreste essere licenziati a pedatone nel sedere? Volendo alzare il tasso di sconto che rende più caro il denaro per le imprese, oltre a far crescere l’euro nei confronti del dollaro (e in pratica di tutte le altre monete importanti) con ulteriori difficoltà produttive in merito alle esportazioni e per quanto riguarda la nostra bilancia dei pagamenti (e anche il debito pubblico, per interessi pagati, non si alleggerirà certamente), i governanti europei, costantemente in combutta con quelli nostri “sinistri” (basta sentir parlare il presidente della Commissione europea, Almunia), ci ammanniscono balle sulle pressioni inflazionistiche – in gran parte già realizzatesi, senza essere rivelate, negli anni scorsi e oggi probabilmente in calo data la bassa congiuntura – e soprattutto si inventano una robusta ripresa in atto mentre si raffredda l’economia americana, vero traino di quella mondiale. Ci raccontano di un Pil in crescita quest’anno dell’1,7%, ma è stato previsto un 1,4 nel 2007. Che razza di ripresa è?
    Per quanto non ci si debba fidare in nessun senso dei dati che ci forniscono i vari organismi di rilevazione statistica, dati ormai ampiamente aggiustati politicamente, abbiamo comunque quelli ufficiali relativi ai saggi di crescita del Pil per i trimestri del 2006: I, 0,8; II, 0,6; III, 0,3; IV (previsto), 0,2. Si presume che il tasso per l’intero anno rispetterà l’1,7 previsto, ma è comunque chiaro che si è prodotta nel secondo semestre una netta decelerazione dello sviluppo; e tale diminuzione non dipende dal consumo (che a malapena tiene), ma da un calo degli investimenti. Non so se si tratta di quelli lordi (ivi compresi gli ammortamenti) o invece netti; non ho i dati disaggregati per vedere in quali settori si è soprattutto manifestato questo calo. Comunque, il fatto in sé è più preoccupante che se la brusca decelerazione della crescita fosse stata causata dal regresso dei consumi; investimenti calanti hanno effetti negativi più duraturi e per un periodo più lungo. Aggiungendo a questi dati negativi la frenata dell’economia americana, l’attuale non brillantezza di quella tedesca e l’aumento del tasso di sconto da parte della Banca europea, appare fuori luogo pensare a consistenti riprese dell’economia italiana; tanto meno a quel 3% annuo indicato da quel cervellone di Prodi, che dà dei pazzi agli italiani per il solito principio che a un demente paiono strane le persone che ragionano normalmente.
    Alla fine, per quanto riguarda i saggi di crescita – pur comunque assai bassi, del tutto inferiori a quelli di crescita della produttività del lavoro, ecc. – accadrà quel che è avvenuto per quelli concernenti l’inflazione: la gente capirà che i giochi sono truccati e che il paese è invece in piena stagnazione (e speriamo che non vada ancor peggio), ma intanto si sarà tirato avanti per altri 2-3 anni; d’altra parte, questi governanti mentitori, con tutti i loro esperti, non sanno andare oltre questi periodi di tempo, perché ormai campano alla giornata.

    Quanto tirerà avanti questo baraccone di inetti e incompetenti, oltre che “subordinati a potenze straniere” (non si diceva così dei comunisti che guardavano all’URSS?). Difficile rispondere a questa domanda. Facile soltanto prevedere che, quanto più durerà il “regno” di questi pasticcioni e truffatori (sia in campo economico che politico), tanto più gravi saranno i guasti da riparare (o forse irreparabili a lungo) e tanto più violenti i processi di “rigetto” di questa gentaglia. Sarebbe ormai urgente liberarsene, ma non credo che ciò accadrà tanto presto (anche se non penso sarà necessaria una “intera epoca storica”, questo non lo credo proprio). D’altronde, forse non è nemmeno del tutto augurabile, perché a breve c’è solo la prospettiva di cadere dalla padella nella brace. Si lasci pur marcire il tutto, ma cercando di mettere in moto processi “virtuosi” di attenta riflessione sulle mosse da compiere. E’ su questo punto che è difficile essere ottimisti. Quanto meno tra gli anticapitalisti (quelli che indico genericamente come “rivoluzionari contro il capitale”, per evitare la denominazione di comunisti che appare poco appropriata in una fase del genere), mi sembra di vedere solo minime vibrazioni di cervelli che ricomincino a pensare almeno con buon senso se non con intelligenza. Siamo un po’ tutti in catalessi.
    E’ necessario crescere di numero e intanto condurre un’opera sistematica di smascheramento delle colossali mistificazioni di questa meschina classe dirigente, cioè dei dominanti economici di tipo parassitario e del loro personale di servizio agente negli apparati politici e ideologici. Possiamo contare, ne sono sempre più convinto, in un periodo
    futuro di crescita delle contraddizioni a livello internazionale, con la progressiva entrata in un’epoca policentrica (“imperialistica”). L’Europa non uscirà dalla sua cronica debolezza economica strutturale e da una sempre più evidente crisi della rappresentanza politica (che passa per “democratica”). L’Italia è all’avanguardia in questo processo degenerativo. Si acuirà lo scontro tra destra e sinistra e all’interno di ognuno di questi due schieramenti. Nel contempo anche tra i gruppi dominanti economici non vi sarà certo idillio ed è facile che il conflitto, oggi sordo e appena soffocato, diventi via via più palese: in particolare nell’ambito dei diversi potentati che compongono la GFeID, mentre sempre meno in sintonia con quest’ultima si sentiranno quei pochi settori (e imprese) di tipo “avanzato”. Il problema grave è la possibile accentuazione di un antagonismo tra lavoro autonomo e dipendente (e tra lavoratori del pubblico e quelli del privato); antagonismo esistente (soprattutto perché alimentato dalle forze politiche al servizio dei dominanti) anche tra gli strati a più basso livello di reddito di questi diversi segmenti della società; quelli cioè che dovrebbero invece allearsi contro un “nemico comune”.
    Una situazione nient’affatto chiara e facile che va seguita attentamente; a tal fine è indispensabile riunire gruppi di lavoro adatti a condurre una critica serrata delle mistificazioni e menzogne di ogni genere propalate da gruppi di potere economici, politici e ideologici ormai marci, ma ancora assai attivi nel produrre miasmi pestilenziali che ci intossicano ogni giorno di più.

    Gianfranco La Grassa
    Fonte: http://ripensaremarx.splinder.com/
    13.12.2006