NON C’E’ PIU’ AUDIO

NON C’E’ PIU’ AUDIO

DI GIANLUCA FREDA

comedonchisciotte.org

Nota della redazione: Con questo articolo inizia la collaborazione con "comedonchisciotte" di GIANLUCA FREDA che ringraziamo

“Il diritto signorile di imporre nomi si estende così lontano che ci si potrebbe permettere di concepire l’origine stessa del linguaggio come un’estrinsecazione di potenza da parte di coloro che esercitano il dominio: costoro dicono “questo è questo e questo”, costoro impongono con una parola il suggello definitivo a ogni cosa e a ogni evento e in tal modo, per così dire, se ne appropriano”.

(Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, I, 2)

Giunge inesorabile, con l’approssimarsi fatidico del 24 maggio, l’ora fatale della rutilante lezione su Giuseppe Ungaretti (nella foto, ndr) (“Modulo 5 del programma disciplinare, anno scolastico 2015-2016: l’Ermetismo e la poetica del Novecento”). Com’è d’uso, inizio a scandire deferente, dinanzi alla classe in quiescenza, il testo di “Veglia”, compitando con esaperante lentezza i rattratti versicoli, sillabando i participi passati con aspro stridor d’allitterazioni dentali e alveolari (“Butttttato! Massacrrrrratttto! Digrrrrignatttta! Penetrrrrrattta!”).

Ammutolisco ossequioso e repentino, per la canonica mezz’oretta, dinanzi alla pausa sublime tra la prima e seconda strofa, mentre gli allievi levano torpidamente verso la cattedra occhi ricolmi di speranza in un mio improvviso colpo apoplettico; come in quella leggenda metropolitana del maestro morto in piedi mentre leggeva lo “Zang Tumb Tumb” di Marinetti, senza che nessuno distinguesse i suoi rantoli dalle deflagrazioni futuriste della Battaglia di Adrianopoli.

Istrionicamente, provoco la classe assonnata, affermando che per offrire della lirica in esame un’interpretazione adeguata, occorrerebbe fermarsi in assoluto silenzio, per cinque o sei ore, dinanzi alla pausa strofica, prima di dare lettura degli ultimi, densissimi tre versi, esito di una lunga riflessione condotta nel più profondo silenzio. Ottengo in risposta il pianificato sghignazzo oligofrenico ed alcuni ilari nitriti (iiiiiii...). I più ribaldi propongono di andare a prendere la tenda da campeggio, la chitarra e le salsicce da arrostire, in attesa del lancinante explicit lirico.

Il silenzio è qualcosa che in Ungaretti assume un valore poderoso, un’intensità di significato inaudita, ma che risulta oggi impossibile da comunicare alla generazione della discoteca e del battibecco whatsappico. Comunicare il silenzio è, in effetti, più un ossimoro che un obiettivo didattico razionalmente concepibile.

Non si può capire una poesia come “Veglia”, se non si prova a immaginare come dev’essersi sentito Ungaretti in quell’antivigilia d’un Natale di guerra di più di cent’anni fa, nel buio della trincea, nel gelo del Monte San Michele, con la morte stesa al suo fianco e tutt’intorno il silenzio più profondo che si possa immaginare. A sprazzi qualche breve lamento dei compagni infreddoliti o feriti, qualche scoppio di artiglieria lontana o minacciosamente prossima, poi di nuovo silenzio assoluto, per ore ed ore. Unica luce quella della luna, che nel succedersi dei versicoli rivela, un pezzo alla volta, l’anatomia sconvolta del compagno straziato: la disarticolazione delle membra (“buttato”), le ferite orribili (“massacrato”), la bocca, i denti (“digrignata”), le mani contorte.

E’ in queste notti, è in questo gelo rischiarato dai razzi illuminanti, è in questo silenzio senza fine che termina, ciclicamente e inevitabilmente, il rumore assordante delle nostre fasi storiche. In esso tacciono i nostri discorsi. Qui finisce la prosopopea positivista sulle illimitate capacità dell’uomo di creare progresso e benessere attraverso la tecnologia. Qui tacciono tutte le chiacchiere rivoluzionarie sull’eguaglianza e sui diritti: si tocca ora con mano che qualcuno o qualcosa, come diceva Totò, aveva già provveduto a renderci uguali fin dall’alba dei tempi. Qui, alla presenza tangibile non solo della morte, ma della fragilità umana (eravamo come foglie, sugli alberi, d’autunno, e non lo vedevamo!) ammutolisce la retorica risorgimentale sul coraggio, sul valore, sugli eroi. Qui, in quest’oblio punteggiato da scoppi fugaci, alla starnazzante e secolare protervia dell’Europa parolaia viene staccato l’audio, viene tolto il microfono per sempre.

Ungaretti tenta come può di rendere graficamente queste inopinate sonorità della guerra, con le sue poche sillabe scarne che emergono dall’immenso bianco della pagina come piccoli e rari suoni immersi in un silenzio infinito. E’ questo che dà alla sua poesia quel ritmo e quella cadenza così peculiari.

Ma in quel silenzio, all’improvviso, si nota qualcosa di strano, mai visto prima. Le parole, così affondate in quella quiete, acquisiscono inaspettatamente una forza straordinaria, una capacità non solo evocativa, ma creativa, che nessuno poteva sospettare. Le parole “vita” e “morte” iniziano a risplendere di un significato diverso, così dissimile da quello limitante e ridicolo in cui lo squittìo della scienza medica le aveva confinate; la parola “fratelli”, udita pronunciare una notte nel buio della trincea, riesce a trasformare tanti singoli individui perduti nell’oscurità in un gruppo coeso, capace di ribellarsi alla propria fragilità e di resistervi; parole banali come “foglie”, “alberi”, “mare”, “nebbia”, acquisiscono improvvisamente un senso poderoso, quello che possedevano quando per la prima volta, all’alba dei tempi, un uomo utilizzò certi suoni per identificare sezioni specifiche della realtà, distinguendole così dal tutto e portandole ad esistenza. La potenza demiurgica delle parole, annichilita dal frastuono della comunicazione, umiliata dall’uso quotidiano, accuratamente disinnescata dai barbagianni preposti alla trasmissione del sapere, si riprende, nel silenzio, la sua funzione generatrice.

E la luce! Quando la vedi sorgere, quando, in trincea, la senti attenuare il freddo e dissipare il buio, capisci che non è più soltanto una parola, né il fenomeno astronomico d’imbarazzante prosaicità descritto nei libri grifagni delle accademie. Essa è invece una divinità che ti parla, che ti trasmette con un linguaggio misterioso il senso dell’appartenenza ad un’immensità sacra di cui sei parte, che t’illumina d’immenso. Una scoperta che ti riempie di una gioia folle, ultraterrena. La stessa gioia che ti farà intitolare, paradossalmente, “L’allegria” la raccolta delle tue liriche nate nel fumo e nel pianto della guerra.

In trincea i dogmi della scienza positivista perdono tutto il loro charme: non è più così semplice, adesso, chiamare “barbari” o “selvaggi” i cavernicoli che adoravano il sole, vero?

Ci si sente obbligati ad onorare questo miracolo, questa resurrezione delle parole, ponendo ciascuna di esse, con il suo immenso carico generativo, in posizione di spicco, incoronandola come unità metrica a sé, lasciandola risplendere, sola al centro del silenzio, del potere che ne emana.

Veglia” non è altro che questo: un risveglio, sfolgorante e inarrestabile, della potenza creatrice delle parole nel singolo individuo, il quale riscopre, nella gestazione del silenzio, di contenere in sé la loro energia primordiale. Le sue parole, ridestate, “penetrano” ora come un fiume in piena nel balbettìo sconcio della comunicazione di massa e generano, da questa morte, un desiderio di vita incontenibile. Ricostruiscono una realtà nuova sulla frastornante tabula rasa di valori e certezze da cui ogni epoca storica cerca infine scampo, ricorrendo alla guerra come a una palingenesi: “Dopo tanta/ nebbia/ a una/ a una/ si svelano/ le stelle”.

Ricordo, da bambino, di aver sperimentato questo potere delle parole in certi pomeriggi silenti e pieni di sole – più montaliani che ungarettiani, in verità – in cui, mentre il mondo giaceva addormentato, davo un nome alle mie sensazioni e ai miei pensieri. Fu in questi pomeriggi che riconobbi in me – nominandoli e facendoli così esistere – la malinconia, il rimorso, il dolore. Fu in questi pomeriggi che, col potere della parola, decisi che Dio (intendo: il Dio terribile e vendicativo delle Sacre Scritture) non esisteva e non poteva minacciarmi, scacciandolo così per sempre dal mio paradiso terrestre. Fu in quei pomeriggi che costruii la mia realtà, come fanno tutti i bambini che si avviano a diventare adulti: ed era una realtà ricca di significati, complessa, che connetteva strettamente universo esterno e universo interiore. Una realtà in cui, tutto sommato, ho vissuto abbastanza felice.

Se quanto detto fin qui sembra soltanto il delirio di un folle, chiedo scusa ai lettori, nonché ai miei allievi, ai quali, anno dopo anno, propino questa solfa. Lo faccio nella segreta speranza di produrre, anche in loro, il “risveglio” che una vita fa salvò me (e Ungaretti) dalla schiavitù verso quei signori del rumore (potremmo chiamarli “dei del tuono”), i quali, appropriatisi delle parole, ne gestiscono il significato e il potere creativo, affogandole nel bailamme mediatico, mutilandone e stravolgendone l’accezione, costringendoci tutti ad abitare nella realtà rarefatta e distorta che essi stessi hanno progettato per noi.

Osservo i messaggi che piovono sul mio gruppo Whatsapp: parole ridotte a scheletri, a resti consonantici ossificati (xkè, tnt, nn…), ad orribili spettri senz’anima, composti di solo significante, che ululano telematicamente i loro lugubri sogghigni (Eheheheh, ahahahah…); oppure rimpiazzate, dopo morte, da miserande faccine giallastre che, in un gesto d’estremo oltraggio, si producono in pernacchie, linguacce e strabuzzo d’occhi, là dove un tempo regnava il calore vibrante del senso compiuto.

Osservo le prime pagine dei giornali ed è un’esibizione degli orrori: parole come pesci morti, distese con pupille spente nella loro bara di sale refrigerata. “Addio a Tizio”, “Addio a Caio”… Ogni giorno che Dio manda in terra si dà l’addio a qualche idiota. La parola “addio”, così privata, così evocativa, così semanticamente densa, degradata a barboso necrologio, a coccodrillo piagnucolento di celebrità insulse. Parole un tempo vitali come “violenza”, “immigrati”, “donne”, “razzismo”, sterilizzate, separate dal loro significante concreto e poi ricomposte in mille e mille configurazioni ideologiche contronatura, come agghiaccianti mostri di Frankenstein. Parole cancellate per sempre, come “negro”, “giudeo”, “handicappato”, “minorato”, “vecchio”. Parole che si dibattono come mosche nella tela del ragno, come “bimbi”, un tempo evocativa di giochi e sorrisi, oggi effigie di cadaverini straziati dalle bombe. Sarà per questo che sento ormai, negli asili nido, definire “ragazzi” anche i lattanti? I bimbi evocano ormai solo immagini di morte…

Su tutto incombe l’oscena macedonia di serio e faceto, di tragico e frivolo, di eccidio e musica rap, che appiattisce, tritura, mutila le parole, riducendole a suoni semanticamente neutri e dunque tinteggiabili, all’occorrenza, della sfumatura preferita dai loro manipolatori.

I fabbricanti di mondi erigono per noi sontuosi templi del rumore (reality show, talent show, talk show, discoteche), ben sapendo che il potere demiurgico della parola nasce nel silenzio e muore nello strepito. “Non gridate più, non gridate / Se li volete ancora udire / Se sperate di non perire”, supplicava inascoltato l’Ungaretti del secondo dopoguerra, quando la macchina della propaganda stava rimettendosi in moto come una schiacciasassi, con una pervasività mai vista prima.

Non so più come spiegare, ai miei alunni e al mondo, che questa è un’immensa tragedia.

Dove non ci sono più parole, non ci sono idee, e dove non ci sono idee non è più possibile costruire nessuna realtà, se non quella rarefatta e disadorna che può scaturire dalle poche, storte e macilente sillabe di cui ancora i media non si sono appropriati. Senza parole siamo nudi, impotenti, inquilini con sfratto esecutivo di una realtà in affitto. Senza parole, siamo servi degli dei del tuono.

Riuscite a capire di che cosa siete prigionieri?

Riuscite a capire chi vi ha tolto l’audio, chi vi ha strappato la voce?

Gianluca Freda

Fonte: www.comedonchisciotte.org

1.06.2016

Commenti (93)

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Mostra commenti 20 caricati
    1. edoro 3 giugno 2016

      Da quello che ho letto l'utente Black_Jack ha arricchito l'articolo e la discussione.

      Era da un po' di tempo che omettevo commenti notando una certa stanchezza sia negli articoli che nei commenti, questo a partire dalla "riorganizzazione" avvenuta il mese scorso.
      L'articolo di Freda mi ha toccato così come ho potuto cogliere il giusto "incoraggiamento" dell'utente Black_Jack, esso era si provocatorio ma col fine di spronare il docente con fuoco rivitalizzante.
      Mi spiace aver letto le conclusioni della redazione.
      i pompieri che spengono la vita.
    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      Bene, dopo aver deposto l'ascia da battaglia, usata per identificare "chi parla a vanvera" (ma senza rancore)...oppure affilata per delineare "persone dotate d'intelletto verso gli stupidi" (ma senza polemica), e usurata dal cercare chi "pratica" questo abominio che coopta studenti a diventare "altri uomini di valore asserviti agli stupidi" (ma senza argomentare ad personam),

      Veniamo ai "fatti". Non ti sogni di indurre a reificare (ps.per capirci, a considerare "oggetto" staccato dall'intendere congetturale umano, un punto di vista, o sentimento)...ma, spiacente, e' proprio quello che fai.


      "narrazioni" o punti di vista che valgono più di altri, e' valevole a livello personale, di scelta di giudizio personale, non perche la maggioranza la pensa come me e questo e' "segno" di ragione. Puo darsi si...ma appunto a volte si, a volte no, dipende caso per caso. Ma come puo una persona deciderlo autonomamente con il suo giudizio se le premesse del maestro sono un "a priori" senza appello?

      E' certo che c'e' un limite, una misura nelle cose, ma va posta "insieme" con il ragionamento, per esempio, insieme, con il ragionamento , si capisce che le paranoie complottiste su tanti casi, come per esempio "la tragedia di oslo di Breivick", al di la delle azioni reali possibili dei servizi segreti, e' appunto una tragedia orripilante del piu schifoso fanatismo, senza necessita di coinvolgere per forza la longa manus di chissa quali pianificazioni.

      Un a priori senza appello e' appunto reificare concetti umani. Uno studente potrebbe farle notare che "la guerra come esperienza di vita" e' un linguaggio fuorviante che induce una connotazione positiva...quando la guerra, tutte le guerre non meritano per nulla "connotazioni positive".

      Non intendi dare "connotazione positiva" alla guerra nel dire "assimilata come esperienza di vita? E chissenefrega di quello che intendi tu. L'intendimento generale produce questo (per quello "dispositivi di controllo" perche agiscono spesso al di la delle intenzioni dei portatori)
      E non e' che qualcuno e' piu esente di altri. Ma un intellettuale "puo" saperlo (non "deve", e' una libera scelta)
      .

      Lasciamo da parte la guerra come fatto che ha colpe, ma anche "meriti" scrivi...la produzione di "una visione più profonda e più vera del mondo" la poni come un "oggetto" indiscutibile, quando invece uno studentello incazzato potrebbe dirti che il contesto della guerra e' una tragedia, e (dal suo punto di vista) e' empatia "che affratella" triste, disperata, non autentica...e ci sono tantissimi altri contesti piu "veri" (sempre dal suo punto di vista) di pace, di condivisione dello stare bene, dell' affetto che puo nascere e costruire appartenenza piu solida e piu desiderabile...che non la guerra. Ma magari non riesce ad esprimerlo e lo fa "ruttando" e tu non vuoi prendere in considerazione il suo punto di vista e lo sberleffi, pettinandoti i capelli arruffati dal rancore derivante dal mancato riconoscimento spontaneo verso la tua autodecisa " autorità ".

      Sono referenti concretissimi. Ma ti hanno insegnato (e ci hai creduto) che le "semplici astrazioni ideologiche create da altri" sono solo quelle che pongono il dubbio sulla "gerarchia" naturale che credi reale (perche la desideri) quando invece dipende, caso per caso.

      Un esempio di cui sopra sulla guerra e' "relazione fattuale con il testo con cui interagisce"...lo studente, a volte anche il "rutto", ovviamente "a volte" perche altre volte e' proprio maleducazione bambinesca che merita una strigliata, senza dubbio.

      A mi raccomando, nessun rancore e buone cose anche a te.
      Non ho tempo adesso di correggere refusi, grammatica e sintassi, e poi non sono bravo (me lo diceva la maestra che e' segno distintivo di poco valore, si arrabbiava per le pernacchie)
    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      Va bene, ma dipende, si tratta di persone, le persone vengono cooptate.

      A seconda dei contesti, a volte gli appartenenti alle tradizioni di destra, a volte quella della sinistra.

      Ma sono opportunisti, e sempre persone.

      Quelli ne carne ne pesce sono i cortigiani, il cuscinetto

    1. makkia 3 giugno 2016

      Se ne fregano le peggiori classi oppressive dei concetti dx sx ?
      No. Li usano.
      Hanno capito che la sinistra, una volta cooptata, è il loro migliore alleato. Quello che gli porta frutti duraturi.
      Ma questo è un altro discorso.

      Il discorso mio è che essere autenticamente (?) di sinistra o di destra potrà tornare a essere un discrimine DOPO che (e SE) sarà sconfitto il vero nemico, quello per cui destra e sinistra sono solo due pedine nella sua scacchiera.

    1. totalrec 3 giugno 2016

      Georgejefferson ha scritto:

      "Illudere i polli di batteria che il "concetto" di una narrazione, o di un sentimento, o di un'opera, sia "cosa in se" universale fuori dal libero giudizio umano, come un'entita metafisica non meglio specificata che stabilisce quale interpretazione si giusta o meno, riguardo ai rapporti tra uomini, e loro opere".


      Non mi sono mai sognato di dire o pensare una cosa simile. Dico solo che, mi spiace per lei, ma esistono, eccome, "narrazioni" o punti di vista che valgono più di altri. Sono quelli che partono dai fatti (o dal testo, nel caso della letteratura), ne tengono conto e li rispettano, prima d'incamminarsi per l'auspicabilissima via dell'ermeneutica. La libertà di parlare a vanvera non è libertà, bensì schiavitù delle persone dotate d'intelletto verso gli stupidi; una libertà che non amo, che non pratico e che non consento ai miei studenti di praticare. Di altri stupidi, o di altri uomini di valore asserviti agli stupidi, non sento davvero la necessità.
      A proposito di ciò, senza polemica, credo che lei non abbia capito molto di ciò che ho scritto. Non c'è nel mio testo - tanto meno in quelli di Ungaretti - nessuna "apologia del cameratismo di guerra". Semplicemente e banalmente, la guerra, quando è assimilata come esperienza di vita, produce esiti diversi da individuo a individuo. Nel caso di Ungaretti ha prodotto una visione più profonda e più vera del mondo; ma il merito di ciò è ovviamente del poeta, non certo della guerra (che ha eventualmente altri meriti e altre colpe).
      Se posso dirglielo, trovo la sua prosa troppo frequentata da parole come "destra", "sinistra", "classe", ecc. - cioè da lemmi privi di qualsivoglia referente concreto, pure e semplici astrazioni ideologiche create da altri - perché sia possibile per lei mantenere una relazione fattuale con il testo con cui interagisce. Questa, a livello didattico, è la principale e più grave fonte di insuccesso nella mia materia; a livello sociale, è la principale e più preoccupante fonte d'incomprensione della realtà del mondo che io abbia registrato nei miei simili.
      Nessun rancore e buone cose.
      (GF)
    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      Togli la vis polemica di Jack ( che hai ragione ad indispettirti ) ma il resto del suo primo intervento non e' per niente il contenuto del frullatore di estratti ironici e polemici successivi, che hai usato per screditarne il pensiero iniziale. La stessa critica seria (al di la delle battute) la meritano anche una infinita di dotti accademici considerati di "sinistra", ormai ridotti a narcisi autocompiacenti senza piu spirito di coinvolgimento

    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      Ps.No Makkia, non intendo "tutto",

      non intendo che la tazzina del caffe non e' reale e dipende dal soggetto che la decide (vecchi trucchi sofistici per fuorviare il discorso)

      Non tutto dove il soggetto pretende di "piegare la realta" (altro vecchio sofisma retorico delle destre)

      E' proprio la reificazione un principe dispositivo di controllo. Illudere i polli di batteria che il "concetto" di una narrazione, o di un sentimento, o di un'opera, sia "cosa in se" universale fuori dal libero giudizio umano, come un'entita metafisica non meglio specificata che stabilisce quale interpretazione si giusta o meno, riguardo ai rapporti tra uomini, e loro opere.

    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      Non e' la guerra, o l'indifferenza, piccolo Total, l'autentico contesto della possibile empatia umana che "affratella", quella e' la menzogna eterna del potere che illude le corti. Le illude di potersi "salvare" da soli. E l'ermeneutica che veicoli senza averne accortezza (che pensi tua per il tuo ego, ma non lo e', come quella di ognuno) e' uguale schiavitu della "propaganda" delle classi opprimenti, in scala ridotta.Ma non lo puoi capire, tra una pettinata ai capelli in "disordine" e l'impegno a misurare il valore dalla grammatica.Non hai tempo per questo.

    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      He he...vecchia retorica, introiettata per bene.

      L'autorita che decide da se, il giusto intendimento o meno, e solo sulla base della "condivisione" accademica (gli esperti che hanno il "permesso" di pappagallare interpretazioni...forti del proprio ego e orgoglio di studiosi).

      Peccato che la libera ermeneutica interpretativa non e' affatto il "rutto" ribelle, quello e' dello stolto ma piu spesso del senso di ribellione alle catene mentali imposte, proprio quelle del dotto che "sa" comprendere il testo solo perche gli hanno fatto credere che la condivisione dei dotti sia garanzia di "autenticita", ma non e' la verita unica ontologica il "giudizio" e' soggettiva decisione, la stessa che e' negata alle persone facendogli credere che "non si puo", non e' "reale", ma solo perche puo uscire dai binari e capire che il proprio giudizio non vale meno di quello di un'altro.E' sempre un atto creativo.

      Ed e' dal libero atto creativo nascono e si decidono i codici di linguaggio ed interpretazioni, non e' " cosa in se' "da scoprire.La scoperta della cosa in se (da comprendere fuori dal proprio giudizio) non esiste, e' una reificazione, un invenzione come dispositivo di controllo.

      Nello specifico della apologia al cameratismo di guerra...(continua)

    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      Ma tu pensa quello che vuoi Makkia.

      E' un tantino piu complesso il discorso in confronto alle "citazioni" che servono a giustificare l'annichilimento e triste autocompiacimento delle destre di ogni risma.


      Ed e' anche capibile, spesso tanti invecchiando, perdono la speranza pensando che il naso della loro vita sia l'unico metro di giudizio dei passi avanti (o dei libri storiografici), e passano armi e bagagli nelle file dei dispositivi di controllo (ormai interiorizzati come "natura umana"), ma il sentimento non si puo estorcere (ci provano da millenni) e i rimasugli della polvere rimasta, annichilita, ridondano crogiuolandosi nella disperazione.

      Si vede anche dalla concezione di persona come una entita ontologica originale e non si coglie il millenario inganno in quel senso.Perche la vitalita, e' il giudizio, non la "scoperta". Quella e' buona per gli automi comandati. Quelli che servono al potere appunto.Se ne fregano le peggiori classi oppressive dei concetti dx sx ? E' certo, e' ovvio.Per quello che intendono in tanti come senso macchiettistico, sicuramente. Infatti ha bisogno dei termini bambineschi buoni e cattivi appunto per quello.

    1. Georgejefferson 3 giugno 2016

      Non e' la guerra, o l'indifferenza, piccolo Total, l'autentico contesto della possibile empatia umana che "affratella", quella e' la menzogna eterna del potere che illude le corti. Le illude di potersi "salvare" da soli. E l'ermeneutica che veicoli senza averne accortezza (che pensi tua per il tuo ego, ma non lo e', come quella di ognuno) e' uguale schiavitu della "propaganda" delle classi opprimenti, in scala ridotta.Ma non lo puoi capire, tra una pettinata ai capelli in "disordine" e l'impegno a misurare il valore dalla grammatica.Non hai tempo per questo.

    1. makkia 3 giugno 2016

      Non usa il linguaggio per propagandare la sua personalissima (di destra) visione del mondo?

      Leopardi, con il suo beffardo "magnifiche sorti. E progressive", era di destra o di sinistra?
      Perché a me sembra che Freda
      "Qui finisce la prosopopea positivista sulle
      illimitate capacità dell’uomo di creare progresso e benessere
      attraverso la tecnologia.
      lo eccheggi abbastanza, nel primo periodo
      che hai citato come visione "personalissima" e "di destra" (salvo poi
      dire che glie l'hanno inculcata, personalissimizzazione compresa).

      Quanto al seguito del paragrafo:
      Qui tacciono tutte le chiacchiere
      rivoluzionarie sull’eguaglianza e sui diritti: si tocca ora con mano che
      qualcuno o qualcosa, come diceva Totò, aveva già provveduto a renderci
      uguali fin dall’alba dei tempi."


      Beh... se non sapessi che è Gianluca Freda a scrivere, potrei anche azzardare che si tratta di un leninista puro, uno per cui la guerra è l'espressione ultima del capitalismo. Cioé mandare i proletari a crepare a migliaia, milioni, per conquistare la supremazia necessaria a far pendere dalla propria parte la bilancia di potere, ma in effetti con un solo, miserabile, scopo: controllare nuovi mercati, che siano fruttiferi per i propri capitali.
      E di fronte a questa asciutta semplicità di fini, col loro sociopatico e orribile mezzo, l'egalité, la liberté e i diritti delle rivoluzioni borghesi sembrano piccinerie. Chiacchere vuote, appunto.

      Non è così.
      GF davvero non è di sinistra.
      E' solo per dire come l'enormità della guerra è tale che, a confronto, le differenze fra destra e sinistra svaporano, sono poco più che balocchi dialettici.

      L'enormità della guerra è la lezione di Ungaretti. E GF parla di quello.

      Ungaretti (o, per mezzo di lui, il mio "prof di ita") mi riconciliano col significato di "enorme", immiserito da un uso troppo frequente, banalizzato.
      E me ne rappresentano la densità semantica (che include sia "grandissimo" che "stupidissimo"). E, in un utilizzo finalmente appropriato del lemma, me lo legano indissolubilmente alla guerra, in un'esperienza a un tempo intellettiva ed emotiva.
      Se Ungaretti o il prof fanno questo per me, alunno delle superiori. Se mi arredano l'anima col senso profondo, essenziale, ultimo, della guerra... chissenefrega se GF è "fascio" o "zecca" (o se Ungaretti era stato interventista, poi fascista, poi antifascista).
      E' un uomo vero che parla a un uomo in divenire e cerca di aiutarlo a crescere più completo, mettendolo in contatto con un altro uomo vero del passato. Non è una questione di ideologia, ma di umanità.


      p.s.:
      Credevo anch'io che essere di sinistra facesse la differenza e che "i buoni" fossero tutti dal mio lato della barricata. Poi però ho compiuto 20 anni.



      [dovere di cronaca: "esperienze che arredano l'anima" è una frase di Vattimo, non mia]

    1. castagna 3 giugno 2016

      Molto volentieri, Truman.
      Fatto sotto titolo : "Polemiche. Scontri. Dibattiti."

    1. Truman 3 giugno 2016

      Troppo materiale da discutere, castagna.

      Potresti ricopiare il tuo commento qui sopra nel forum "opinioni"?

      (Magari con il titolo "lo scazzo" o uno più politicamente corretto, tipo "duelli verbali").

    1. totalrec 2 giugno 2016

      Georgejefferson ha scritto:

      "Un insegnante che non e' capace di "coinvolgere" i giovani e da la colpa "al sistema", e che gli insegna ad abbassare il capo di fronte alla possibilita della libera ermeneutica interpretativa a favore dell'autorità che solo lei puo "interpretare" non e' un insegnante, e' un dispositivo di controllo anch'esso che replica la sudditanza verso i padroni, una cosa ben oliata dal sistema, nel mondo accademico".


      Sorvoliamo sul fatto che termini come "sistema" sono stati banditi da tempo, in quanto ignobilmente dozzinali, non solo dal mio pensiero, ma dal mio stesso lessico (come "destra" e "sinistra" intese in senso politico, del resto: le "parole zombie" di cui parlavo altrove). Sorvolando su ciò, lungi da me il desiderio di finire nel mezzo di un altro flame, però sarei curioso di capire che diavolo s'intenda per "libera ermeneutica interpretativa". Spero che non intenda anche lei riferirsi al metodo esemplificato dal tracannatore di mojito dell'altro thread; e cioè il bel sistema per cui si prendono Shakespeare e Catullo, li si infila nello shaker con condimento di lemmi squillanti e à la page ("Imperialismo! Borghesia! Simbolo fallico!"), ricavandone così uno squisito cocktail analcolico di nonsense. Questo è un lavoro da barman, non da insegnante, né da studioso di letteratura. "Libera ermeneutica" non significa infilare un cibreo di parole nel sacchetto della tombola, estrarne un po' a caso e disporle come capita l'una accanto all'altra. Perfino Gadamer (che non è il mio idolo) riconosceva che la "libera ermeneutica" deve trovare il suo preciso limite nella struttura letterale del testo. Io insegno (cioè cerco di insegnare) ai miei studenti a non ciarlare a vanvera. Insegno che un testo va letto più volte e va compreso, prima di pronunciare su di esso una singola parola. Insegno che per "comprendere" un testo occorre analizzarlo ed essere profondi nell'analisi. Occorre porsi nell'ottica della persona che lo ha scritto, immaginarsi i suoi valori, la società e l'epoca storica in cui viveva, imedesimarsi nel suo modo di pensare. L'utilità immensa della letteratura sta proprio nel far capire agli studenti che non sono affatto il prodotto più puro e perfetto dell'evoluzione umana, bensì semplici anelli di una catena di significato che si estende a ritroso da qui all'alba dei tempi e che presenta, in ogni suo tratto, diverse strutture, diverse configurazioni, diverse e strane significanze che occorre esplorare. E' nella letteratura che avviene il vero "contatto col diverso", cioè con modi di pensare e di approcciare la realtà assolutamente alieni. E' nella letteratura che l'orribile "schiacciamento sul presente" (cioè quella forma di pensiero che tende a ricondurrre l'intera storia umana al qui e ora, come se le epoche passate non fossero che un'appendice senza valore dell'attualità querula) può essere superata e sconfitta. Per fare questo, però, occorre avere un profondo rispetto per il testo, non già infilarlo nel frullatore e ricavarne una spremuta di ciarle a cazzo. Questo rispetto non vuol dire, ovviamente, che il testo - come diceva Bachtin - non possa e anzi non debba colorarsi di significati nuovi col mutare delle epoche: è vero che i classici vivono nel "tempo grande", cioè che la loro immortalità consiste anche nell'acquisire nuovo senso a contatto con le trasformazioni storiche. Vuol dire però che il testo va rispettato e ascoltato, se si vuole che ci comunichi questi nuovi significati; se invece si tenta, anziché di "dialogare" con esso, di sopraffarlo, di zittirlo con la nostra voce, di ruttargli in faccia le nostre ossessioni falliche mentre ci strafacciamo di tequila, allora non è più il testo a parlare, è la nostra bocca che, come spesso accade, si bea dell'aria che le passa tra i denti. Imparare a rispettare un testo, non significa affatto "abbassare il capo" di fronte a chicchessia; significa, al contrario, riprendersi quelle capacità di ascolto, di approfondimento, di riflessione su diverse prospettive visuali, la cui assenza è proprio ciò che rende la generazione attuale così impotente e schiava dell'autorità (qualunque cosa essa sia).

      (GF)

    1. totalrec 2 giugno 2016

      Sorvoliamo sul fatto che termini come "sistema" sono stati banditi da tempo, in quanto ignobilmente dozzinali, non solo dal mio pensiero, ma dal mio stesso lessico (come "destra" e "sinistra" intese in senso politico, del resto: le "parole zombie" di cui parlavo altrove). Sorvolando su ciò, lungi da me il desiderio di scatenare un altro flame, però sarei curioso di capire che diavolo s'intenda per "libera ermeneutica interpretativa". Spero che non intenda anche lei riferirsi al metodo esemplificato dal tracannatore di mojito dell'altro thread; e cioè il bel sistema per cui si prendono Shakespeare e Catullo, li si infila nello shaker con condimento di lemmi squillanti e à la page ("Imperialismo! Borghesia! Simbolo fallico!"), ricavandone così uno squisito cocktail analcolico di nonsense. Questo è un lavoro da barman, non da insegnante, né da studioso di letteratura. "Libera ermeneutica" non significa infilare un cibreo di parole nel sacchetto della tombola, estrarne un po' a caso e disporle come capita l'una accanto all'altra. Perfino Gadamer (che non è il mio idolo) riconosceva che la "libera ermeneutica" deve trovare il suo preciso limite nella struttura letterale del testo. Io insegno (cioè cerco di insegnare) ai miei studenti a non ciarlare a vanvera. Insegno che un testo va letto più volte e va compreso, prima di pronunciare su di esso una singola parola. Insegno che per "comprendere" un testo occorre analizzarlo ed essere profondi nell'analisi. Occorre porsi nell'ottica della persona che lo ha scritto, immaginarsi i suoi valori, la società e l'epoca storica in cui viveva, imedesimarsi nel suo modo di pensare. L'utilità immensa della letteratura sta proprio nel far capire agli studenti che non sono affatto il prodotto più puro e perfetto dell'evoluzione umana, bensì semplici anelli di una catena di significato che si estende a ritroso da qui all'alba dei tempi e che presenta, in ogni suo tratto, diverse strutture, diverse configurazioni, diverse e strane significanze che occorre esplorare. E' nella letteratura che avviene il vero "contatto col diverso", cioè con modi di pensare e di approcciare la realtà assolutamente alieni. E' nella letteratura che l'orribile "schiacciamento sul presente" (cioè quella forma di pensiero che tende a ricondurrre l'intera storia umana al qui e ora, come se le epoche passate non fossero che un'appendice senza valore dell'attualità querula) può essere superata e sconfitta. Per fare questo, però, occorre avere un profondo rispetto per il testo, non già infilarlo nel frullatore e ricavarne una spremuta di ciarle a cazzo. Questo rispetto non vuol dire, ovviamente, che il testo - come diceva Bachtin - non possa e anzi non debba colorarsi di significati nuovi col mutare delle epoche: è vero che i classici vivono nel "tempo grande", cioè che la loro immortalità consiste anche nell'acquisire nuovo senso a contatto con le trasformazioni storiche. Vuol dire però che il testo va rispettato e ascoltato, se si vuole che ci comunichi questi nuovi significati; se invece si tenta, anziché di "dialogare" con esso, di sopraffarlo, di zittirlo con la nostra voce, di ruttargli in faccia le nostre ossessioni falliche mentre ci strafacciamo di tequila, allora non è più il testo a parlare, è la nostra bocca che, come spesso accade, si bea dell'aria che le passa tra i denti. Imparare a rispettare un testo, non significa affatto "abbassare il capo" di fronte a chicchessia; significa, al contrario, riprendersi quelle capacità di ascolto, di approfondimento, di riflessione su diverse prospettive visuali, la cui assenza è proprio ciò che rende la generazione attuale così impotente e schiava dell'autorità (qualunque cosa essa sia).

      (GF)
    1. oriundo2006 2 giugno 2016

      Bellissimi e pregnanti gli squarci di luce che Freda, attraverso Ungaretti, riesce a darci trafiggendo la falsità della nostra epoca. Paradossale però che il suo primo intervento sia come dire: la parola è divenuta chiacchera, slavata nell’oblio dell’Essere ( qui filosofeggio io … ! ) e dunque non serve a nulla: dunque anche intervenire su CDC lo è o no ? Chissà…

      Nel mentre, scavati dal dubbio e tormentati dall’angoscia dell’indicibile, o taciamo definitivamente o aspettiamo rassegnati che sia la guerra prossima ventura a ridare senso alla voce della nostra anima. Se ci sarà chi potrà ascoltarla…
      P.S.: analogo intuito ebbe millenni orsono un saggio cinese che invitò a riannodare il significato tra parole e cose: la loro separatezza era sia indice che fonte di distorsione dell’equilibrio generale del mondo…oggi ridare il nome alle cose imporrebbbe di elevare patiboli ovunque. E costringere tutti al silenzio...
    1. Georgejefferson 2 giugno 2016

      Poi se all' "autore", gli piace paragonare la "tragedia" delle guerre sempre buone alle classi di oppressori" con le bambinate odierne del messaggino what's up, e l'infantilizzazione (che e' un male certo, ma e' nell'abuso, non nel messaggino in se') delle persone ai fini di controllo, buon per lui.


      Ma e' una stronzata galattica.

      Un insegnante che non e' capace di "coinvolgere" i giovani e da la colpa "al sistema", e che gli insegna ad abbassare il capo di fronte alla possibilita della libera ermeneutica interpretativa a favore dell'autorità che solo lei puo "interpretare" non e' un insegnante, e' un dispositivo di controllo anch'esso che replica la sudditanza verso i padroni, una cosa ben oliata dal sistema, nel mondo accademico.
    1. Georgejefferson 2 giugno 2016

      Ti ho toccato il santino Makkia? Quello impegnato con la penna nera a correggere "la grammatica" simbolo del "valore" che gli hanno inculcato le classi di oppressori?


      Il bau bau del linguaggio viene usato dalle destre fingendo che sia "una novità" (come dispositivo di controllo) della modernità. Perche questa frase:

      "Qui finisce la prosopopea positivista sulle illimitate capacità dell’uomo di creare progresso e benessere attraverso la tecnologia. Qui tacciono tutte le chiacchiere rivoluzionarie sull’eguaglianza e sui diritti: si tocca ora con mano che qualcuno o qualcosa, come diceva Totò, aveva già provveduto a renderci uguali fin dall’alba dei tempi."

      Non usa il linguaggio per propagandare la sua personalissima (di destra) visione del mondo? Quella che gli hanno inculcato ovviamente, perchè nessuna visione del mondo e' "nuova" e neppure "originale", ma la destra stigmatizza solo quella della sinistra, il resto sarebbe "natura", fingendo che la reificazione dell'operato dell'uomo sia "cosa" al di la dell'uomo, tranne quella di sinistra, che e' da stigmatizzare, ovviamente.

      Oppure:

      "Le parole “vita” e “morte” iniziano a risplendere di un significato diverso, così dissimile da quello limitante e ridicolo in cui lo squittìo della scienza medica le aveva confinate; la parola “fratelli”, udita pronunciare una notte nel buio della trincea, riesce a trasformare tanti singoli individui perduti nell’oscurità in un gruppo coeso, capace di ribellarsi alla propria fragilità e di resistervi"

      Non usa la retorica a scopi propagandistici tale e quale quella descritta da Nietzsche? Oppure solo perchè (probabilmente) cosi intriso di ideologia, non se ne rende conto, basta a trasformarla in "linguaggio neutro" e non in nuce "dispositivo di controllo" tale e quale quello diffuso dalle classi oppressive?

      Ma capisco che per tanti (va di moda) la distinzione destra sinistra e' solo una retorica falsa. Non c'e' problema
    1. mazzam 2 giugno 2016

      Del mio infelice post me ne scuso molto.

      Se devo dire, ho preso il tuo come il commento di un pigro e quell'"inutile" dove io ho trovato sostanza, proprio non l'ho digerito. Tuttavia ti ho risposto con astio e me ne vergogno.
      Scusa ancora, abbi il meglio dalla vita.

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