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MARX AVEVA RAGIONE: FORSE IL CAPITALISMO SI STA AUTODISTRUGGENDO

DI NOURIEL ROUBINI
Global
Research

WSJ

Nouriel Roubini: “Karl Marx aveva ragione. Ad un certo punto, il capitalismo può
auto-distruggersi.”

Nouriel Roubini insegna economia presso la New York University; è stato uno dei primi a prevedere la crisi del 2008.

Benché non sia un marxista, oggi, in una intervista sul Wall Street Journal, Roubini ammette che Marx avesse ragione sul capitalismo e che vi sia la possibilità che esso si stia auto-distruggendo nella maniera che Marx stesso delineò più di 150 anni fa.TRASCRIZIONE A CURA DI B. J. MURPHY

Ecco una breve trascrizione della parte più importante di questa interessante intervista. Leggetene ogni parola con attenzione, almeno una volta. B. J. Murphy

WSJ: Ha disegnato un cupo scenario di crescita inferiore alla media, con un rischio crescente di un’altra recessione nel prossimo futuro. Cosa possono fare il governo e le aziende per rimettere in marcia l’economia? Oppure non resta che aspettare e mandare giù anche questa?

Roubini: Le aziende non stanno facendo nulla, non sono di aiuto, sono nervose per l’accresciuto rischio. Dichiarano che stanno tagliando la capacità in eccesso poiché non c’è abbastanza domanda, ma questo porta ad uno stallo. Se non si impiega personale, non ci sarà abbastanza reddito, né fiducia da parte dei consumatori, e quindi non abbastanza domanda. Negli ultimi due/tre anni c’è stato un peggioramento a causa del massiccio trasferimento di reddito dal lavoro alla rendita, dai salari al profitto; il differenziale di reddito è cresciuto. La propensione alla spesa delle famiglie è maggiore di quella delle aziende, poiché le aziende hanno maggiore propensione al risparmio delle famiglie, pertanto la re-distribuzione del reddito e della ricchezza rende il problema della scarsa domanda ancora peggiore.

Karl Marx aveva ragione. Ad un certo punto, il capitalismo può auto-distruggersi. Non si può continuare a trasferire reddito dal lavoro al capitale senza causare eccesso di capacità produttiva e calo della domanda aggregata. Questo è ciò che è accaduto. Pensavamo che i mercati funzionassero. No, non stanno funzionando. Il singolo può essere razionale. L’azienda, per sopravvivere e crescere può abbattere sempre più il costo del lavoro, ma i costi del lavoro sono il reddito e quindi il consumo di qualcun altro. È un processo auto-distruttivo.

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Fonte: Marx Was Right.

Capitalism May Be Destroying Itself

15.08.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRO PAGANINI

Pubblicato da supervice

  • Jack-Ben

    Avete notato adesso tutti avevano previsto il crollo del 2008…. ma proprio tutti lo avevano previsto… mannaggia ma allora come mai e’ successo???

  • victorserge

    secondo me è successo perché le crisi sono il motore del capitalismo e nessuno osa fermare la macchina in corsa.
    in ogni caso però dubito che nei prossimi anni si passi da economie neoliberiste a economie di impronta socialista.
    nessuno vuole socialismi o comunismi di sorta; assumersi la responsabilità di reinventarsi un sistema economico non è alla portata degli umani di questo inizio secolo; magari le generazioni future, dopo lo scempio che gli abbiamo lasciato in eredità.

    in ogni caso comunque: hasta la victoria siempre!!

  • terzaposizione

    Jack-ben seguo Nouriel Roubini da quando a dicembre 2006 in una convention di manager-economist-indistriali affermò che saremmo andati in contro ad una crisi abissale, articolandola in 12 step; fu deriso dal relatore della Convention e si guadagnò il nick di Dr-Doom / catastrofe.Poi nell’inverno 2008/2009 affermò, dopo un domanda di un giornalista, che la Lehman Brothers era la FINE dell’INIZIO, ci ho messo qualche mese a comprendere l’aforisma.Se vuoi trovi in rete la sua premonizione del 12/2006. Roubini non ha mai vinto un Nobel, mentre tutti i vari guru ebrei del’economia-finanza sono stati premiati,da Firedman a Krugman, ma adesso per avere una “profezia” da Roubini devi sganciare un milione a a domanda. Verifica : Roubini Dr.Doom dicembre 2006 ” dopo queste notizie di sventura ci vuole un drink” (disse ridendo l’anchorman della convention)

  • NerOscuro

    Beh, spero di non rattristarti rivelandoti che Nouriel Roubini nasce da una famiglia ebrea iraniana.

  • Jack-Ben

    Gente forse lo abbiamo capito che siamo al Caffe’ al massimo possiamo permetterci ancora un digestivo e dopo per alcune zone si tornera’ al medioevo con sciabole e balestre… per i piu fortunati

  • terzaposizione

    Persiana, lo so benissimo essendo cugino di ebrei persiani milanesi di mia conoscenza.D’altronde il 90% degli Economisti Mondiali sono ebrei.
    Inoltre l’ebraismo dei semiti,Nouriel è semita, non è mai stato per me causa di xenofobia, ma lo è il falso ebraismo dei sionisti seguaci del Talmud che sono askenhaziti,cioè caucasici.

  • terzaposizione

    Più che al caffè, direi al conto e la carta di credito non è accattata.Ti consiglio di legegre i 12 passi della crisi di roubini,un documento del 2007.

  • ilnatta

    Marx si che era un Ashkenazi pero’. come Einstein e molti altri grandi uomini… poi scusa, i sefariditi come Ovadia Yosef dove li metti? quelli non ti urtano???

  • nuovorinascimento

    Il costo del lavoro – microcosto ricordiamolo – rappresenta la semplice risposta alle crisi in voga nelle grandi aziende. Abbattono salari e diritti e cosi cala drasticamente il potere d’acquisto in una spirale involutiva senza fine.
    Chi ci rimette….sempre il popolo da mille anni.E addio middle class…

  • Hamelin

    Ti posso assicurare che il 90% non lo ha ancora capito .Ieri sera parlando con amici universitari mi sono rattristato parecchio . Non erano in grado di stare dietro ad un discorso ben argomentato…si bloccavano al dogma dell’insegnamento mainstream.A un certo punto penso mi abbiano scambaito come un folle predicatore di sventure irrealizzabili… Credo che alla fine quando il botto arriverà per costoro sarà davvero difficile…

  • ilbeltra

    Ma cosa dici??????che significa. Tanti lo prevedevano dal 2007 e me lo ricordo come fosse ora, ma erano le solite voci fastidiose fuori dal coro. Leggi questo blog e ancora non hai capito come va il mondo?????

  • Davide71

    Ciao a tutti:

    Marx aveva previsto che il capitalismo si sarebbe autodistrutto, e aveva ragione! Il capitalismo è morto nella Prima Guerra Mondiale. Questo che viviamo adesso è FASCISMO, nel quale il denaro è tutto in mano a coloro che possono operare le leve del potere, indipendentemente dal fatto che siano eletti o no.

  • alvise

    Beh, prova ancora più tangibile sono i libri, e Benetazzo, bistrattato finchè si vuole su CDC, che l’economia la conosce, anche se non è un genio (gli manca “eu”), lo scriveva anche lui nei suoi libri, veri, tangibili.

  • terzaposizione

    I sefarditi sionisti urtano come i khazari.

  • terzaposizione

    Caro Alvise, Benetazzo spesso è illuminante,ma molte volte sembra un fondamentalista veneto.

  • alvise

    Ti sei aggiudicato il mongolone di bronzo.Ma quale fascismo.E’ vero che pecunia non olez, ma nemmeno odora di ideologie.I capitalisti, o poteri forti dell’economia, come a me piace chiamare, di cui conosciamo tutti i nomi, se ne fottono del fascismo o comunismo, quelli non hanno ne religione ne idealismi.L’unico ideale in cui credono sono le Palanche, e questo non è un luogo comune, è una verità che contrasta la tua battuta

  • terzaposizione

    PLUTOCRAZIA di banchieri sionisti gesuiti.

  • Jack-Ben

    Sara’ anche illuminante ma ormai si e’ perso per strada anche lui …. ormai molti nascono tutti incendiari e arrivano pompieri, i sui scritti ormai hanno perso lo smalto dell’inizio ormai e cotto e stracotto…

  • Tao

    Marx e Spencer. Nel cimitero di Highgate, stanno sepolti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Eppure del filosofo Herbert Spencer (che in vita, 1820-1903, fu definito “l’Aristotele della sua epoca”) non si ricorda quasi più un cane, mentre sulla tomba di Marx trovi sempre sdraiato qualche fiore. Lo rileva Eric Hobsbawm all’inizio del suo ultimo libro Come cambiare il mondo, sottotitolo: Perché riscoprire l’eredità del marxismo. Ecco: perché tornare a Herr Karl? Negli ultimi tempi senti ripetere che la crisi avrebbe ridato colorito alle sue analisi. Bella scoperta. Finché ci sarà capitalismo, lo spettro di Marx resterà appollaiato sulla sua tomba vuota. Quindi dov’è la novità? Il professor Hobsbawm la illustra con due aneddoti. Il primo risale a qualche anno fa, quando il direttore della rivista di bordo della compagnia aerea United Airlines – “i cui lettori sono per l’80 per cento uomini d’affari americani” – gli chiese di poter ripubblicare un suo articolo sul Manifesto del 1848. Il secondo episodio ha invece per protagonista l’ubiquo finanziere George Soros che, avvicinando lo storico del Secolo breve durante un pranzo, gli disse: “Marx ha scoperto centocinquant’anni fa qualcosa sul capitalismo di cui dobbiamo tenere conto”.

    Insomma, i signori del denaro riscoprono il barbuto di Treviri? Sì, ma a modo loro. Cioè vedendo in lui il geniale entomologo del mercato, il profeta della globalizzazione. Cosa che Marx effettivamente fu. Salvo che quei processi non intendeva soltanto descriverli ma trasformarli. “E, bene o male, non lui ma i suoi variopinti discepoli il mondo lo hanno modificato” dice Eric Hobsbawm. “Certo, fino a poco più di mezzo secolo fa un terzo degli abitanti del pianeta era governato da regimi che si richiamavano al marxismo. Oggi la porzione si è ridotta a un 20 per cento. Prenda l’esempio più macroscopico: la Cina. Forse non è mai stata marxista però come si fa a capirne le metamorfosi senza rifarsi a quella tradizione? E la Russia: si è soliti dire che lì è finito tutto. Ma quanto è successo in quel Paese nel Novecento non solo ha lasciato tracce: si è incorporato nelle mentalità. Per altri versi, il marxismo non ha forse cambiato il volto di posti quali l’Italia e la Francia dove i partiti comunisti erano i più forti?”.

    Però l’ultimo libro di Hobsbawm non è solo una genealogia del presente: “Oggi, il motivo più evidente per riprendere in mano Marx è la crisi. Il capitalismo è tornato a manifestare i propri limiti, ma ponendo nuovi problemi: globali. Le soluzioni non possono venire né dal mercato attuale né dalle esperienze del secolo scorso. Per regolare il futuro dell’economia mondiale si renderà necessaria una qualche nuova forma di pianificazione”.

    Pianificazione. Parola che fa tintinnare campanelli. Che sprigiona rimembranze non proprio gradevoli. Però il professore precisa subito: “Non penso ovviamente a un’economia totalmente socializzata. Dico soltanto che il capitalismo, e il liberalismo con lui, si è dimostrato incapace di affrontare i problemi del secolo. Il suo funzionamento va studiato, vanno capite le sue tare. Ma poi le decisioni andrebbero prese in ambito extraeconomico”. Da chi? Lo Stato? “È sotto scacco del mercato”.

    Non per niente, in un saggio precedente, il professore ne scandagliava la crisi attribuendola innanzitutto al laissez-faire della politica che evacua il pubblico mollandolo all’impresa e, in cambio, ne riceve la disaffezione partecipativa di un cittadino ridotto a monade consumatrice. In Come cambiare il mondo si ribadisce che “la politica rimane una dimensione necessaria della lotta per il miglioramento sociale”, ma Eric Hobsbawm si rende conto quanto problematico sia riaffermarne il primato in tempi nei quali Stato e mercato si annodano sino a rendersi sempre più indistinguibili, tempi di partiti-azienda e di tele-leader ma anche di gauchisti che ingannano l’attesa degli arresti domiciliari in loft da 50 mila dollari al mese. The marxist professor annuisce. Poi si stringe nelle spallucce e concede: “È vero, ma che vuole, io mi sono formato negli anni del Fronte Popolare. E ormai sono troppo vecchio per pensare a possibilità di soluzione diverse dalla politica”. È nato proprio in quel rivoluzionario 1917 che sconvolse il mondo. A 14 anni, viveva a Berlino e, leggendo le poesie di Brecht, si scoprì comunista. Lo comunicò immediatamente all’insegnante, che gli rispose: “È chiaro che lei non sa di cosa sta parlando. Vada in biblioteca e s’informi”. Detto fatto. Sugli scaffali il giovane Hobsbawm trovò il Manifesto. È ancora da lì che a un giovane incuriosito da Marx consiglierebbe di cominciare. Se non altro perché in quell’opuscolo la dinamica del capitalismo tendente ab origine a globalizzarsi veniva resa con potenza letteraria “quasi biblica”. E il mondo descritto “nel 1848 in passaggi di cupa, laconica eloquenza è palesemente quello del XXI secolo”. Più o meno. Anche se Marx non l’aveva mai dato per scontato, ma solo sperato – il proletariato non è stato il becchino della borghesia (casomai il contrario); e il capitale, per sopperire alle proprie contraddizioni nell’ambito della cosiddetta produzione reale, ha dimostrato di poter estrarre guadagni dribblando il lavoro: vedi l’ipertrofia della finanza. Per Hobsbawm il denaro che fabbrica denaro rappresenta, certo, “una reductio ad absurdum” dell’economia alla quale va posto rimedio. Epperò – contro gli antimondialisti – dice: “La globalizzazione è un processo irreversibile. Sebbene fino adesso sia stata esclusivamente economica e culturalmente abbia operato come standardizzazione uniformante. Di questo passo andiamo verso un mondo che assomiglia agli aeroporti: centri commerciali tutti uguali dove si parla un’unica lingua, l’inglese globale”. Guarda con scetticismo a critici dello sviluppo e fan della decrescita (“Non è realistica, non si può far marcia indietro, fermare ciò che va avanti”) ma ammette che la questione ambientale “è il tallone d’Achille del capitalismo” e “dovrebbero essere gli Stati ad occuparsene. Non l’industria che, pur con tutti gli accorgimenti ecologici, resta industria. Cioè produce auto e vuole venderle” spiega sorseggiando un espresso di qualità, come il suo italiano. Eredità di una lunga entente cordiale col Pci (ma anche dello studio di Gramsci).

    La svolta della Bolognina non gli va ancora giù: “Fu un suicidio. Naturalmente, una trasformazione era necessaria, ma da lì a buttare nella spazzatura un’intera tradizione ce ne corre”. Nel libro rimarca: “A quanto mi risulta, nessun leader di partito della sinistra europea negli ultimi venticinque anni ha dichiarato il capitalismo inaccettabile come sistema”. E in questa resa al modello economico Hobsbawm non individua solo il grande tradimento di Marx (“che sempre lo considerò un modello storicamente determinato, dunque non eterno”) ma soprattutto il peccato originale di una sinistra ormai incapace di “pensare una società diversa”.

    Risultato? “Il malcontento non è sparito ma – anche nella vecchia classe operaia – si è canalizzato nel negativismo populista o xenofobo”. Il malcontento però viaggia anche sulle nuove reti comunicative e tra movimenti che, pur con tutti i loro limiti, invocano democrazia dal basso. “Sono senz’altro fenomeni interessanti perché producono un nuovo agire politico, nuovi attori e centri d’iniziativa. Quanto sta accadendo in alcuni Paesi arabi merita grande attenzione. A meno che non riproduca gli antichi limiti delle rivolte del 1848. Lanciare un movimento è facile, ma dopo? Che succede? Dietro c’è abbastanza forza, organizzazione, maturità politica? Io penso che, anche qui, la globalizzazione apra molte possibilità ma che la vera opportunità di cambiamento si produca quando lo sviluppo economico crea una classe media/intellettuale abbastanza estesa per poter diventare un agente politico decisivo”.

    Torniamo alla crisi. Quando è scoppiata, sembrava il crollo del muro di Berlino alla rovescia. E sentivi leader nel panico sgolarsi: “Bisogna moralizzare il capitalismo”. Demagogia? “Sì. Il capitalismo si moralizza solo quando ha paura. Nel dopoguerra ha accettato di darsi una regolata perché temeva il ritorno del grande crac e perché dall’altra parte c’era l’Urss che, malgrado tutto, rappresentava il suo memento mori. Ma dagli anni 90 il mercato non ha più paura di nessuno”.
    Forse solo di se stesso. Però sa come impasticcarsi per addormentare gli incubi. Anche se qualche raffinato magnate torna a sfogliare Marx. Di lui, alla fine, sembra essersi dimenticata solo Londra, la città in cui visse per oltre trent’anni, fino alla morte. A Dean Street, Soho, c’è la casa dove abitò nella fase più grama. A ricordarlo, solo una targhetta blu. Però per leggerla devi essere provvisto di un buon telescopio. Poco oltre trovi invece un club intitolato a Marx. Ma non Karl: Groucho. Dannato umorismo inglese.

    da Il Venerdì di Repubblica
    18.08.2011

  • Tetris1917

    Quanti assertori del capitalismo d’assalto, piccoli corifei e grandi economisti borghesi, sapevano nel loro intimo che il moro, aveva dalla sua l’analisi e la proposta (unica e indissolubile) per mettere questo nefando prodotto dell’umanita’ alle spalle. Il problema e’ che Marx, il popolo non lo legge, e ancora peggio non gli viene spiegato. Meglio un miserabile Cavour, fiumi di carta nei libri e celebrazioni in pompa magna, a queste figure di mezza tacca. Intanto …il moro seduto sul fiume se la ride, e stanno passando ad uno ad uno.