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MA COS’E’ QUESTA CRISI ? IL CRACK DELLA FINANZA SPIEGATO AL POPOLO (PARTE PRIMA)


DI VALERIO EVANGELISTI
Carmilla on line

1. Le rovine di Buffalo

L’anno scorso, 2007, mi trovai a viaggiare per il nord degli Stati Uniti, proveniente dal Canada, in compagnia di un amico, docente universitario a Toronto. Rimanemmo molto colpiti da ciò che vedevamo. Villaggi in rovina, quasi disabitati. Accampamenti di roulottes. Una città famosa, Buffalo, ridotta a un fantasma. Alle 18 del pomeriggio le vie erano quasi completamente deserte, a parte qualche barbone di colore, dal ventre prominente e con la bottiglia in mano. Donne obese che trascinavano la loro borsa fino alla fermata dell’autobus. Attorno, grattacieli di tipo newyorkese con una metà dei vetri rotti. La stessa Camera di Commercio, concepita a mo’ di monumento, necessitava di riparazioni. Quello che la guida proponeva come “quartiere dei divertimenti” era una sfilza di immobili cadenti e di porte sbarrate. Unica presunta attrattiva un caffè Starbuck con due tavolini all’aperto. Non c’era altro.

Questo per dire che la crisi finanziaria, cominciata negli Stati Uniti e ora estesa all’Europa e al mondo intero, non mi ha colto di sorpresa. Prima che la finanza, stava soffrendo l’economia reale, in buona parte del cosiddetto Occidente. Buffalo era stata a suo tempo città industriale, finché le sue fabbriche non furono condannate a morte, per via della “globalizzazione”, della “delocalizzazione” e dell’incapacità di reggere una concorrenza fattasi mondiale. Per i padroni una soluzione semplice: investire altrove. Per la forza-lavoro nessuna soluzione, salvo ridurre progressivamente i propri consumi. Fino a trovarsi in miseria nera, e non consumare affatto. A parte i periodi di scarse occasioni lavorative a breve termine, senza garanzie di un reddito duraturo. Il cosiddetto precariato – o, per dirla in termini moderni, la “flessibilità”. Si badi alla valenza delle parole. Quanti elogino, o abbiano elogiato in passato, la “flessibilità”, sono dall’altro lato della barricata (cioè dalla parte del padronato), quale che sia la loro bandiera.
Chi aveva appartenuto alla classe media aveva spesso stipulato mutui con le banche per comperarsi una casa, nella certezza di poterli rimborsare nel tempo. Non si era atteso che l’ammontare delle rate mensili d’improvviso crescesse, fino a triplicarsi o a quadruplicarsi. Quando non ce la fece più, smise di pagare. Lasciando, giustamente, le banche stesse in mutande, e intente a vendere pacchetti di clienti morosi alle loro consorelle. Si scambiavano sacchetti di spazzatura attraverso il mondo intero, fingendo che valessero qualcosa. Mentre la loro vittima sfruttava la sua carta di credito fino all’esaurimento.
Fin qui arrivano le analisi correnti, leggibili ovunque. Occorre spingersi un poco più in là. Altrimenti sembra che la causa di tutto sia stata l’eccessiva fiducia del sistema bancario nei confronti della solvibilità di poveri cristi. Colpevoli reali, per lo meno di imprudenza, a rigor di logica.

2. L’orologio del capitalismo

Perché le rate dei mutui erano aumentate? Perché la Federal Reserve aveva, tra il 2003 e il 2007, quintuplicato il tasso di interesse, dopo averlo ridotto nel triennio precedente a un semplice 1%. Con l’abbassamento aveva sollecitato compere e investimenti, con l’innalzamento tentava di reagire al rialzo mondiale del prezzo del petrolio e di altre materie prime. In pratica, cercava di scoraggiare l’acquisto di prodotti petroliferi, rendendoli più costosi; ma così facendo, oltre a frenare gli investimenti (e a generare precariato e disoccupazione), colpiva gravemente chi fosse in posizione debitoria, come un gran numero di americani.
Va spiegato, semplificando all’estremo, che un imprenditore che voglia investire deve per forza ricorrere al prestito bancario. Se il tasso d’interesse praticato dalla banca (legato per varie vie al tasso ufficiale deciso dagli organi centrali) è alto, vi rinuncia. La sua rinuncia produrrà disoccupazione e minor consumo. Se invece è basso, vi sarà espansione. Con la conseguenza negativa che un maggior numero di occupati, elevando la domanda di merci, genererà inflazione. La piaga più temuta dal liberalismo oggi dominante. La teoria economica che ai giorni nostri, vinto il nemico “socialista” (ma anche il nemico semplicemente keynesiano), esercita la propria dittatura, ha fatto dell’inflazione uno spauracchio.
Si tratta di scegliere chi favorire. In Italia, quando l’inflazione era al 27% e vigeva la scala mobile, la classe operaia stava benissimo e pareva chiamata ad alti destini. Non appena chi diceva di rappresentarla si è adeguato alla “compatibilità”, alla “concertazione”, al “patto tra produttori”, l’inflazione è scesa, però a prezzo di un indebolimento economico e politico della classe operaia che preludeva al suo disfacimento. Gli autori del crimine hanno un nome: CGIL-CISL-UIL. La prima è caduta nel ridicolo. Snobbata dalle altre due confederazioni, oggi non è nemmeno ammessa ai tavoli di trattativa. Si è formata una nuova “triplice”, CISL-UIL-UGL (la ex Cisnal). Dal centro”sinistra” alla destra tout court. Restino sacrosanti i fischi che, nel 1977, accolsero Luciano Lama all’università La Sapienza di Roma. Osava presentarsi a proporre la fine della rivolta, o la sua canalizzazione istituzionale, contro un ordine che, prima che ingiusto, è un condensato di follia.
Il capitalismo è questo: una specie di pendolo demenziale, che deve mantenere un precario equilibrio tra grandezze contraddittorie e dotate di dinamica contrastante. Investimenti / inflazione / occupazione contro Recessione / deflazione / disoccupazione. Nei momenti estremi la scelta è puramente politica e di classe. La destra liberista (oggi dominante) pensa che il maggior nemico sia l’inflazione, e lo si vede dall’ostinazione della BCE nel non abbassare i tassi, salvo esservi costretta – in questi giorni – dalla crisi galoppante. La sinistra che si accontenta del sistema crede invece che ciò che va combattuto sia in primo luogo la disoccupazione, ma, non osando e non volendo affrontare il problema nel suo assieme, propone di detassare salari e pensioni, senza toccare i profitti, sacri e intangibili.
Inutile chiederle un’analisi più profonda. Inutile farle notare che, se c’è una questione di salari bassi, essa è legata a profitti troppo elevati, e che non ci sono espedienti per aumentare i primi (detassazioni in busta paga e simili) slegati dalla necessità di diminuire i secondi. Riconoscerlo, sarebbe fare rientrare in campo l’odiata lotta di classe.

Non sia mai. Dogma della “sinistra moderna” è che il mercato è la regola, l’inflazione è il nemico comune, il passaggio dal pubblico al privato la sola via per abbattere lo spauracchio inflazionistico, la concertazione l’unico modo per unire lavoro e capitale contro un avversario fantasmatico: il debito pubblico, lo spettro incombente.

3. Goldfinger

Ciò dovrebbe fare sorridere, invece fa sogghignare, bene che vada. Non stiamo parlando di grandezze reali, ma di grandezze virtuali. Parliamo di denaro, all’origine avatar di una qualche merce, mentre oggi non ne rappresenta alcuna, tradotto com’è in astratti ghirigori matematici. Ci fu un tempo in cui la moneta simboleggiava l’oro, ma era un’epoca remota. A parte il fatto che le riserve auree oggi esistenti non hanno alcun corrispettivo nelle monete, meno che mai nel dollaro (lo 007 di Operazione Goldfinger troverebbe ai giorni nostri, nel violare Fort Knox, pochi lingotti e molte ragnatele), se si gratta sotto i simboli monetari non si trova nulla. Né ricchezze, né produzione, né esportazione di merci. Solo scartafacci di operazioni matematiche, numeri e curve sullo schermo di un computer. I paesi più indebitati sono in realtà quelli più ricchi di beni reali. Tutta l’Africa, una parte dell’Asia, l’America Latina. Da là vengono petrolio e gas, carbone e legno, e grano e uranio e diamanti.
Quei paesi dovrebbero dominare, vista la loro supremazia in termini spendibili, reali. Invece sono i più asserviti e indebitati. Asserviti all’astrazione della moneta, prigionieri di un debito stabilito per convenzione. Mentre gli Stati Uniti non producono quasi un cazzo (fortuna che hanno un’America Latina pronta a importare orridi televisori NTSC, in cui la visione ha la qualità di una videocassetta avariata; e macchinoni ridicoli per dimensioni, nelle strade messicane o peruviane), salvo un software che in India o in Cina sono capaci di imitare in un giorno.
La sola merce esportabile dagli Usa è il dollaro, valuta universale di scambio (come lo è la lingua inglese, propagata in mille declinazioni, e sempre più lontana dall’originale). Solo che esportare moneta e importare merci, che non si è capaci di produrre da soli, può condurre a una impasse. Per motivi materiali? In parte sì, come vedremo, ma principalmente per motivi immateriali, psicologici – come è naturale, dato che stiamo parlando di astrazioni.

4. La guerra, ancora “igiene del mondo”

Può venire meno, per esempio, la fiducia nel dollaro. L’amministrazione Bush accende due o tre focolai di guerra nel mondo, confidando, come aveva fatto Bush Sr per Grenada, Panama, l’Iraq, o Clinton per i Balcani, in una rapida soluzione dei conflitti. Se va bene, è una pacchia per tutto il sistema economico occidentale. Bacini interi di materie prime sotto controllo, possibilità di investire nella ricostruzione dei paesi devastati, l’industria militare che fa da volano all’intera economia. La guerra incide anche su settori non direttamente coinvolti, da quello dell’intrattenimento (il cinema di Hollywood ha campato per un ventennio sul secondo conflitto mondiale) a quello dell’alimentazione per eserciti d’occupazione e popoli “liberati”. Più naturalmente l’onnipresente finanza, pronta a radicarsi con filiali bancarie e assicurative nei territori sottomessi.
Questo, però, in caso di vittoria. E se invece si profila una sconfitta? Se gli iracheni non si rassegnano a essere colonia, se gli afghani non si lasciano piegare (buone o cattive che siano le loro ragioni)? Se, insomma, una guerra si impantana e non procura né materie prime, né prospettive di investimenti nell’edilizia, né altri stimoli per i settori economici che vi si sono gettati? Se moltiplica i suoi costi?
La risposta era più sopra. Il prezzo del petrolio e di altre materie prime, fuori controllo, sbanda paurosamente verso l’alto. Quale reazione si alzano i tassi d’interesse, con effetti disastrosi anche sui mutui (tra molte altre variabili). Una popolazione già deprivata del salario indiretto costituito dai servizi sociali, viste le risorse illimitate destinate a guerre perse, si trova senza casa o soggetta a mutui assurdi di punto in bianco. Le banche, che per un decennio avevano giocato sui debiti dei poveri, confezionandoli in pacchetti utili allo scambio, non riescono più a continuare il gioco di prestigio. I sacchetti di spazzatura adesso sono vuoti, e ogni potenziale compratore se ne accorge con facilità. Gli istituti di credito, che di sacchetti ne avevano accumulati troppi, si ritrovano i magazzini pieni di fuffa, impossibili da far circolare.
Ma non è tutto. L’ultima frontiera della finanza è l’economia reale (come prediceva Rudolf Hilferding), a partire dal settore di base, quello alimentare. Ai primi sintomi di sisma industriale, i fondi di investimento americani, seguiti da quelli di tutto il mondo, si gettano sui cereali e su altre coltivazioni di generi commestibili, facendone aumentare il prezzo a dismisura. E’ un mercato poco controllabile, viste le miriadi di produttori individuali. Il solo mezzo per disciplinarlo sono gli OGM, che costringono chi semina a stare alle condizioni di chi vende le sementi. L’esito è chiaro agli occhi di chi acquista pasta, pane e altri generi di prima necessità. Il loro prezzo aumenta all’inverosimile. Aveva problemi irresolubili con i mutui per la casa, adesso ne avrà anche con l’alimentazione quotidiana. Beato lui se vive nel Primo o Secondo mondo, dove fa ancora, teoricamente, parte della “classe media”. Guai a lui se abita nel Terzo o nel Quarto. I mutui subprime sono al di là della sua portata. Invece vi rientra il prezzo dei cereali di cui si nutre. Impossibilitato a comperarli, cercherà di immigrare nel “ricco” Occidente. Ignaro del fatto che, se il cibo costa troppo per lui, ciò dipende da scelte operate dal fondo pensione degli insegnanti elementari statunitensi (il più forte di tutti). E che, se il suo paese è soffocato dal debito, quest’ultimo è infinitamente inferiore al debito Usa. Nascosto dall’impiego del dollaro quale valuta di scambio.

5. Viva Hilferding!

Bisognerebbe riscoprire Rudolf Hilferding, da cui Lenin attinse a piene mani, pur coprendolo di insulti per le prese di posizione contingenti dell’economista. Cosa sosteneva Hilferding, ne Il capitale monopolistico? Che il capitale astratto avrebbe progressivamente preso le redini dell’economia produttiva, fino ad assumerne il pieno controllo. Non con un atto di forza, bensì per reciproca complicità. I profitti reinvestiti nel settore finanziario, a scapito degli investimenti nella produzione di merci. Il monopolista e il banchiere che finiscono per essere una persona sola. Anzi, una non-persona: Monsieur Le Capital l’aveva chiamata Marx (e così l’avrebbe chiamata uno studioso lucidissimo, Marco Melotti, scomparso di recente).

Hilferding è stato tra i pochi, seri, continuatori di Marx, al di là di scelte politiche oggettivamente discutibili, e di soluzioni controverse (secondo lui, nazionalizzando le banche, un governo socialista avrebbe automaticamente assunto il controllo delle grandi imprese). Ciò che resta valido, nel suo ragionamento, è la denuncia della tendenza del capitalismo a farsi progressivamente più evanescente, a fondarsi su un sistema simbolico sempre più distante da ciò che crea ricchezza, e cioè il lavoro.
Perduto il referente concreto, si avrà un assetto instabile, soggetto a periodiche crisi (qui non è più Hilferding che parla, ma Marx in persona). Fino alle paradossali inversioni cui il capitalismo moderno ci ha abituati. Un’azienda è tanto più sana quanti più lavoratori espelle (sì, ma quanto consumeranno dopo gli espulsi? Quale domanda solleciterà gli investimenti?). Un’economia è tanto più solida quanto più comprime la spesa (meno servizi gratuiti, minore accesso a ciò che spetterebbe di diritto: salute, casa, scuola e altri capisaldi del vivere civile. Privatizzare il privatizzabile). Un paese è tanto più povero quanto più è ricco di risorse naturali.
Su tutto, lo spettro sempiterno di minacce diaboliche e impalpabili: il debito incombente, la stramaledetta inflazione, l’eccesso di moneta sui mercati, ecc. A suo tempo, da Keynes si passò a Milton Friedman, e a lui si ispirarono Ronald Reagan e Margaret Thatcher, più i loro devoti successori. Peccato che Friedman, e con lui gli economisti supply siders, mai abbiano messo assieme una dottrina organica dell’economia. Andavano a casaccio. I loro seguaci hanno messo (temporaneamente) in ginocchio il Cile e l’Argentina. Frutto dei loro esperimenti sono anche i polacchi che si offrono di pulirci i parabrezza ai semafori.
Per inciso, la non-dottrina di Friedman oggi è adottata dalla Banca Centrale Europea (l’ha inclusa anche nel progetto di Costituzione e nel patto di Lisbona) e dall’Occidente nel suo assieme. Se come teoria fa acqua, i suoi risvolti politico-sociali sono netti: smontare la classe operaia – o più in generale il proletariato – quale soggetto compatto, portatore di istanze collettive. Scinderla in individui costretti a contrattare individualmente, o a piccoli gruppi, la propria sopravvivenza. Abolire i contratti di lavoro nazionali, in modo da lasciare i soggetti deboli in balia di se stessi. Illuderli con lo specchietto di una falsa autonomia, in modo che l’azienda possa, all’occorrenza, liberarsene come facevano le antiche mongolfiere, quando staccavano e gettavano nel vuoto i sacchetti di sabbia per prendere il volo.
Un precario riesce con difficoltà a essere un soggetto antagonista: teme per il suo posto di lavoro. Idem per un falso “lavoratore autonomo”: difenderà la propria posizione individuale. Idem per un operaio o per un impiegato, circondato da un mare di precari e di disoccupati: nel timore di finire in quelle acque, accetterà ogni sorta di disciplina e di prepotenza. Peggiore di tutte è però la posizione del lavoratore subalterno che ha accettato di convertire in fondi azionari i propri risparmi o la propria pensione. Diventa oggettivamente parte marginale dell’economia astratta. Trepida per i soprassalti dei listini di borsa, che legge con fatica. Diversamente da un azionista vero, non può agire: deve solo subire. Voterà Berlusconi, l’unico che lo può salvare.
Ignora infatti cosa sia la politica dell’open mouth, della “bocca aperta”, teorizzata dai supply siders e adottata da Ronald Reagan. Lanciare sorrisi e messaggi ottimistici, dire bugie per rassicurare. Convincere tutti che la povertà del presente è ricchezza futura. Chiamare a una corsa in cui i cavalli migliori potranno vincere (traggo il paragone da Martin Eden, del compagno Jack London). I cavalli in corsa non si parlano tra loro. Alcuni cadono, altri si azzoppano. Uno solo vince, ma la vittoria vera è di chi lo cavalca. Attenzione a quanti vi parlano di “merito”: hanno in mente l’ippodromo. Sono i fantini.

Chi tiene assieme un proletariato sparso e incitato alla competizione reciproca dovrebbero essere i sindacati. Peccato che questi – a eccezione dei sindacati di base, e di qualche punta confederale – abbiano fatto propria l’ideologia dominante.
Si tratta di comprendere meglio la composizione attuale di classe, nel contesto dell’economia astratta. Da lì si deve ripartire, e da un quadro internazionale che offre sorprese sgradite ai monetaristi.

MA COS’E’ QUESTA CRISI ? IL CRACK DELLA FINANZA SPIEGATO AL POPOLO (PARTE SECONDA)

Una premessa alla seconda parte

La prima parte di questo intervento ha suscitato varie reazioni, per lo più positive. Non è però mancato qualche commentatore che ha approfittato del pezzo per attaccarmi, in genere aggrappandosi a cose che con l’articolo non avevano nulla a che vedere. Il caso più clamoroso, per poca intelligenza, è quello di un tizio che si è valso del sottotitolo – “Il crack finanziario spiegato al popolo” – per accusarmi di volermi atteggiare a intellettualino che parla ai classici “poveri ignoranti”. Non ha colto l’intenzione ironica, né l’avvertimento che la trattazione dell’argomento sarebbe stata di stile colloquiale.
A parte i casi palesi di imbecillità, c’è stato anche chi, prendendo a pretesto una mia frase volutamente paradossale – sugli Stati Uniti che “non producono un cazzo” – ha voluto elencarmi tutta una serie di beni che gli Usa invece producono, dalle sigarette Marlboro, agli aerei, alle biotecnologie.

Per lo meno, in questo caso una base di ragionamento c’era, solo che l’interlocutore sottovalutava le mie conoscenze. Un paese in cui l’industria manifatturiera produce appena il 15% del PIL (nel 2002: oggi è molto meno) e le importazioni superano enormemente le esportazioni, è un paese che “non produce un cazzo”. Non lo dico io. Lo dice Emmanuel Todd in Dopo l’impero (Tropea, 2003; si vedano le pagine 75-96 dell’edizione francese, Gallimard, 2002, che è quella che ho io). Lo aveva già detto Immanuel Wallerstein in Il declino dell’America (Feltrinelli, 2004; di lui si legga anche questa recentissima intervista, in francese e in spagnolo, nonché questo intervento. Insomma, io sto cercando di far conoscere tesi altrui, non mie. Se ometto una bibliografia è solo per gli intenti divulgativi che perseguo.

Per i pignoli, considerazioni molto simili alle mie si trovano negli ultimi numeri di Proteo, la rivista quadrimestrale del Centro Studi sulle Trasformazioni Economico-Sociali, e soprattutto in questo saggio di Giorgio Gattei, da cui ho largamente attinto.
E se scrivo che oggi Goldfinger, violato Fort Knox, vi troverebbe solo ragnatele, sto esponendo in linguaggio magari pittoresco una verità nota a tutti: l’attuale insufficienza delle riserve auree americane, in rapporto alla quantità di dollari in circolazione. Chi non lo sa veda di informarsi. Come veda di leggersi la semplice voce “Federal Reserve” su Wikipedia, per capire come la Fed possa modificare, attraverso il tasso ufficiale di sconto, un tasso di interesse in teoria di competenza del mercato.
Ma ora lascio le quisquilie e torno al discorso che stavo facendo.

6. La classe “smaterializzata”

Un certo Harry Braverman, operaio americano e redattore della Monthly Review, scrisse nel 1974 un libro eccellente: Lavoro e capitale monopolistico (Einaudi, 1975). In esso sosteneva che Monsieur Le Capital rimodella di continuo le classi subalterne, secondo le sue convenienze. A volte sono il classico proletariato di fabbrica. Altre volte si tratta di soggetti apparentemente autonomi (dagli impiegati, ai precari con partita IVA, ai “collaboratori esterni” così diffusi ai nostri tempi). Comunque è sempre la classe operaia ribattezzata in vari modi, senza che la sua subalternità venga meno. Gente coinvolta nella valorizzazione del capitale, in maniera diretta o indiretta, a seconda delle fasi storiche. Lungo filiere di produzione che si propagano territorialmente, nel paese d’origine o altrove.

Il “decentramento produttivo” degli anni Settanta ha avuto il suo corollario nella “delocalizzazione” degli anni Duemila. Grazie alla cosiddetta “globalizzazione”, cioè alla vittoria del capitalismo soprattutto americano sul socialismo “reale”, ogni padrone ha potuto cercare altrove manodopera a minor costo. La ha trovata in Asia, in America Latina, nei paesi dell’Europa orientale. Operai che si accontentano di un salario da due soldi, tanto per non patire la fame (sono oltre 18.000 le imprese italiane impiantate in Romania). Salari ridicoli, da filiali georgiane, moldave, polacche, persino ceche (la Cecoslovacchia, quando era unita, fu un po’ il fiore all’occhiello, sul piano della produzione industriale, del sistema sovietico). E’ ritornello insistente quello che la classe operaia sia in via di sparizione, che il lavoro “immateriale” abbia preso il suo posto, che non rimangano altro che declinazioni della classe media. In realtà, su scala mondiale, gli operai si sono moltiplicati, con una distribuzione geografica dipendente dal luogo in cui si insediano le attività produttive. Il falso lavoro autonomo, invece, prospera in tutto l’Occidente (Usa+Europa+Giappone, oltre a Canada e Australia).
Monsieur le Capital, a questi primi risultati, stappa bottiglie di champagne. Trova manodopera in condizioni quasi schiavistiche qui e là per il mondo, può dissolvere lentamente la forza-lavoro interna, “esternalizzare” rami produttivi in sovrappeso, frullare in pezzettini la classe a lui antagonista, in modo che non abbia nemmeno più la percezione di essere una classe. Soggetti sparsi, isolati, privi di identità e di connessioni, dediti alla concorrenza reciproca. Producono senza corrispettivi adeguati, e dunque consumano sempre meno. A ciò rimedia l’economia astratta, puramente monetaria. Lì finiscono i profitti. La produzione di merci a mezzo di nulla. Vuoti indici bancari o borsistici, totalmente slegati dall’economia reale. La quale resta la fucina del proletariato. Ciò che si è fatto immateriale è il capitale, non le classi subalterne!
Chi si domanda dove siano oggi “gli operai di un tempo”, in realtà si sta domandando dove sia finita la forza che questi avevano per un secolo e passa accumulato. Perché dove siano gli operai è facile scoprirlo, se si guarda al di là dei confini nazionali, oppure se, nell’ambito della stessa nazione, si getta un’occhiata nelle sedi delle infinite agenzie per il reclutamento di lavoratori interinali, sorte a ogni angolo di strada. Per non parlare del lavoro nero, o anche di larghi settori del lavoro impiegatizio, di quello detto “autonomo”, di quello terziario, del comparto dei servizi. E’ lì la classe operaia, in una fase in cui non è più conveniente radunarla in grandi complessi industriali. Oppure vive nelle mansioni semi-servili degli immigrati, variabile moderna dell’antico bracciantato senza averne la storica compattezza.

7. Povere classi medie

E’ stato ripetuto fino all’ossessione che asse centrale dell’odierno assetto produttivo sarebbero le “classi medie”. Operose, diligenti, risparmiatrici. Oggetto di libidine per tutte le forze politiche: di destra, ovviamente, ma anche di centrosinistra, di post-sinistra, persino di “sinistra radicale”. Poi basta una scommessa sbagliata dell’economia finanziaria, ed ecco che quelle classi medie si trovano con il culo per terra. Pronte a cadere, con il loro pugno di azioni che non valgono più nulla, con fondi di investimento diventati inaffidabili, con i loro mutui ormai impagabili, con generi di prima necessità dai prezzi impazziti, nel baratro sottostante.
Attenzione: non in una “classe” sottostante. Le classi esistono oggettivamente, però, soggettivamente, per esistere, bisogna che abbiano che abbiano consapevolezza di se stesse. Per un lungo periodo, dal 1980 a oggi, la piccola e media borghesia ne ha avuta, certo più forte di quella degli operai e dei proletari in genere, che andava declinando. Le trombe suonate da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher chiamavano a raccolta, echeggiate dal triccheballacche di Bettino Craxi, dubbio socialista, e più tardi dall’ancor peggiore Tony Blair. Si apriva l’era storica della middle class, riluttante alla solidarietà con chi le stava sotto i piedi. Il suo valore supremo, a parte il denaro, era l’egoismo considerato virtù. La non-solidarietà. In Italia fu epocale, nel 1980, la marcia dei 40.000 quadri e impiegati della Fiat di Torino contro l’occupazione della “loro” fabbrica da parte dei lavoratori di rango inferiore, nell’ambito di una vertenza sindacale. Noi siamo “classe media”, che cazzo volete da noi? Perché mai dovremmo sentirci partecipi dei vostri problemi?
Da qui partirono il craxismo e il suo figlio deforme e cattivissimo, il berlusconismo (nella sua prima versione neoliberista, non in quella attuale, populo-fascista). Mi chiedo quanti dei 40.000, se sono ancora al mondo, non debba oggi alimentare figli maggiorenni che passano da un lavoro all’altro e vivono presso i genitori, oppure non temano per le proprie pensioni o per i propri risparmi. Quanti di essi siano più simili a chi sta loro sopra e diversi da chi sta loro sotto. Gente del genere non mi ispira la minima simpatia umana. Si sono tuffati nella piscina del padrone, solo che per loro mancava l’acqua. Hanno battuto la testa. Mi guarderò dal chiamare il Pronto Soccorso.

8. L’orologio impazzito

Torno al filone serio del discorso, e cioè al baratro improvviso che si può spalancare, e si spalanca in questi giorni, sotto i piedi della classe media, non solo negli Usa. La turbolenza è forse solo transitoria, ma i suoi effetti si protrarranno. Un’economia astratta, fattasi troppo astratta (cioè troppo lontana da là dove il lavoro dà valore alle merci), per tenersi in piedi sottrae liquidità all’economia reale. Richieste imprenditoriali di crediti per l’investimento resteranno deluse. Conseguenza, per quell’orologio impazzito che è di norma il capitalismo, rallentamento dell’innovazione e dei profitti, rivalsa sul costo del lavoro, licenziamenti, calo dei consumi (chi ha perso il suo posto di certo consuma meno), domanda bassa, discesa dei prezzi produttivi (a cominciare da quelli delle materie prime), ascesa dei generi di prima necessità (le esigenze di una forza-lavoro in crisi si spostano su beni necessari alla sopravvivenza: pane, riso, pasta, fagioli ecc., a seconda dei quadranti geografici).
Proiettiamo la cosa su scala intercontinentale. E’ una tragedia umana. Lo scemo di turno continuerà a ripetere che il capitalismo ha arricchito il mondo intero, in pochi anni di dominio assoluto. In realtà lo ha solo esposto alla capricciosità di un sistema fatto di simboli, e in cui ogni uomo è un avatar, separato dalle sue esigenze di vita. Finché il tutto non si blocca, e la finanza, in crisi debitoria, si rivale bloccando il credito alla produzione.
E’ quella che viene detta “recessione”. Portato per vocazione di classe a colpire i soggetti subalterni, Monsieur Le Capital insisterà perché gli operai siano pagati meno, perché possano rivalersi solo attraverso gli straordinari (e cioè amplificando all’estremo la loro giornata lavorativa), perché rinuncino a tutto ciò che prima avevano di garantito: casa (con molti dubbi sul grado di garanzia), scuola, posto fisso di lavoro, pensione in età ancora attiva, assistenza medica e sociale. Si accuserà di fannullaggine chi godeva di qualche salvaguardia dal licenziamento immotivato. Tutto ciò che era gratis, perché ritenuto socialmente utile, per non dire spettante di diritto, dopo sarà messo in vendita. Servono liquidi da immettere sul mercato finanziario. La scuola, dalle elementari all’università, il pubblico impiego, l’elevazione dell’età pensionabile, il passaggio dal lavoro sicuro al precariato (accompagnato da opportuni slogan che esaltino la “flessibilità”) diventano oggetti di risparmio monetario, perché la finanza possa ripartire. Perché possa risanare, con i suoi tuffi e le sue giravolte, con la sua inconsistenza di fatto, le incongruenze di un dominio di classe. Unico fattore concreto in tutta questa vicenda.

9. Chi fabbrica le classi

Dunque, si dirà con scandalo, le classi esistono ancora. Certo che esistono. Cambiano forma e localizzazione perché così vuole il vero “fabbricante di classi”. Il capitale? Sì, ma non direttamente. Il capitale ha una sua estensione pratica. Il proprio “gabinetto d’affari”: lo Stato. Più i vari conglomerati statuali transnazionali che hanno preso vita nel corso dei decenni, su scala continentale e intercontinentale, a spese della democrazia. Tipo una Banca Europea che non è eletta da nessuno, e tuttavia regge attualmente il “sistema Europa”, decidendo direttamente, senza censure possibili, cosa sia meglio per i suoi cittadini. Una funzione ribadita dal recente progetto di Costituzione Europea, che santificava il libero mercato. Progetto respinto dalle cittadinanze di vari paesi (Francia, Danimarca, Irlanda), tra le poche chiamate a un voto diretto; e, poiché quel voto non era quello auspicato dalle classi dominanti, rimandate a votare come scolaretti colti in fallo, oppure aggirate a colpi di decreto e di maggioranze parlamentari. In nome della democrazia.
Si dirà: ma lo Stato è democrazia. I cittadini votano i loro rappresentanti, e costoro operano scelte in nome della pubblica utilità, per il bene di tutti. Non è affatto così. Lo Stato è anzitutto economia. Può scegliere di intervenire o non intervenire, sono scelte sue. A seconda delle decisioni, attraverso i propri organi interni o collaterali, rimodella o rinomina le classi sociali, amplia o contrae i servizi, indirizza l’imposizione fiscale e, attraverso il monopolio dell’uso della forza, reprime o neutralizza i segmenti riluttanti alla sua disciplina. Lo Stato è come un lombrico: contrae o prolunga il proprio corpo. Si proclamerà in ritirata nei periodi di prosperità del capitale, si allungherà nei momenti in cui il capitale va protetto dall’ennesima turbolenza. Se la crisi è grave per davvero, si spingerà fino a nazionalizzare i settori da proteggere e salvaguardare. Fase nella quale i commentatori meno avveduti parleranno di uno Stato neoliberista che si fa keynesiano, o addirittura “socialista”.

Stronzate. Marxisti e post-marxisti, o anche marxisti “eretici”, non hanno mai parlato di “nazionalizzazione”, bensì di “socializzazione” dei mezzi di produzione. La nazionalizzazione è un mezzo fra i tanti in mano al capitale. Per fare un esempio, la Corea del Sud, durante la crisi delle “tigri asiatiche”, nazionalizzò temporaneamente il sistema bancario, che poi cedette (con lucro) ad acquirenti privati. La “socializzazione” è qualcosa di molto diverso, e implica una capacità decisionale dal basso, dagli operai che partecipano alle scelte strategiche di una direzione eletta dalla base, e dunque revocabile.
Attualmente nessuna delle due alternative, nazionalizzazione o socializzazione, appare praticabile; salvo la prima, applicata occasionalmente in circostanze d’emergenza dallo stesso Stato-capitale. Ma perché insisto nel rendere indissolubile questo binomio, Stato e Capitale? Perché ritengo che entrambi diano corpo, congiuntamente, al “fabbricante di classi”? Non è lo Stato la proiezione diretta della volontà degli elettori, che, scegliendo i propri parlamentari, avvia, nei sistemi democratici, la sustanziazione di un potere decisionale che interpreta la volontà collettiva?

10. Dove sta la democrazia

No, non lo è. Intanto, l’autonomia degli eletti dagli elettori è postulata da quasi tutta la scienza politica contemporanea (Ralf Dahrendorf, Anthony Giddens e molti altri). Si rimproverano spesso gli eletti quando questi si adeguano alla volontà di chi li ha mandati in parlamento (a volte ciò è chiamato “populismo”), dando per scontata e auspicabile l’autonomia del ceto dirigente dai votanti che lo esprimono. Inoltre, sottili meccanismi di selezione, capacità diseguali di modellare l’opinione pubblica, influenze collettive di stampo culturale e/o mediatico, pure e semplici menzogne (si veda il recente studio di Vladimiro Giacchè, La fabbrica del falso, Derive / Approdi, 2008), conducono a una “rappresentazione” della democrazia ben diversa da come essa stessa ama definirsi, cioè proiezione di una volontà comune. Lo dimostrano molti studi sul perpetuarsi delle élites parlamentari: condivisione dinastica di un seggio, in cui ci si trasmette il potere secondo linee di sangue (Filippo Burzio è stato tra i migliori analisti di questa degenerazione); prevalere delle imposizioni di partito sull’espressione delle preferenze; accessibilità differenziata ai media e alla visibilità da parte delle masse. Aveva ragione Marx quando, ne La questione ebraica, poneva in rilievo la fondamentale ipocrisia del sistema detto impropriamente “rappresentativo”: fingere che, con l’introduzione del suffragio universale, tutti i soggetti titolari di voto abbiano eguali diritti, mentre non è affatto così. Chi è in posizione subalterna non ha modo di condizionare o di alterare il processo elettorale, mentre chi gode di uno status sovraordinato lo ha, naturalmente. Il Diritto con la D maiuscola, nel sancire che tutti i cittadini sono eguali davanti alla Legge, sancisce la “menzogna democratica”: l’uguaglianza che afferma di fatto non esiste, la comunicazione è in mano ai privilegiati che possono comprarsela e dominarla. Non esiste oggi nessuna democrazia reale, né in Oriente né in Occidente. Nella seconda fetta del mondo c’è ancora libertà di parola, però non tocca alcun serio processo decisionale. Si può dire di tutto (lo sto facendo), ma le parole liberamente espresse non smuovono più vento di un battito d’ali di farfalla. Sono lasciate volare perché innocue.

Lo Stato non è la democrazia all’opera. E’ invece la sede di pianificazione del capitale, dove, da una prospettiva più ampia di quella aziendale, si disegnano i progetti di sfruttamento di grande portata. Si potrà decidere se stringere o allentare le redini, se è il caso di nazionalizzare o di privatizzare. Il “fabbricante di classi” non è neutrale, sa lui come gestire la subalternità e far guadagnare i fantini. Ogni tanto cade di sella, è vero. Ma nessuno si illuda che in quel momento –le crisi – batta davvero la testa, e si converta alla causa dei ronzini.
Esiste un solo evento che fonda democrazia diretta e la fa duratura. E’ quello della lotta, quando la classe operaia, pur scomposta nelle svariate denominazioni in cui il capitale l’ha frammentata (operai veri e propri, precari, impiegati “fannulloni”, ceto medio alla fame, nugoli di senza casa, lavoratori autonomi che autonomi non sono per niente, studenti riluttanti a entrare in questo bel mondo, fornitori di servizi “esternalizzati”, migranti vittime di un nuovo schiavismo, ecc.), scendono nella piazza e se la tengono. La fase acuta durerà poco, ma sedimenterà. Possono nascerne organi di decisione dal basso capaci di innescare future conflittualità.
E’ minoranza? Può darsi, ma è maggioranza tra chi è attivo, e non schiavo del voto e degli equilibri parlamentari. Contrapposto a chi è passivo e, contento di votare ogni cinque anni, per eleggere rappresentanti incontrollabili, vive solo in sondaggi regolarmente consensuali. Di peso politico e democratico analogo a chi, col televoto, decide chi resterà nell’Isola dei Famosi.

Valerio Evangelisti
Fonte: www.carmillaonline.com
Link: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002826.html#002826
30.10.08

Pubblicato da Davide

  • sultano96

    Qualcuno avvisi l’autore che esiste l’antropocrazia! Non ne posso più di leggere il rivoltare della frittata!

  • lupomartino

    Valerio Evangelisti, ho letto per ora solo la parte prima perchè non ho tempo. Non vedo l’ora di leggere la seconda perchè la prima la condivido appieno.
    La stampo e la faccio leggere in giro, che almeno qualcuno apra gli occhi.
    Ps: dovresti andare tu a condurre Porta a Porta o Che tempo fa o Anno zero

  • manolete

    Salud,

    per chi fosse interessato, oltre alla prima parte qui riprodotta, http://www.carmillaonline.com ha già pubblicato anche la seconda…

    Suerte,
    manolete

  • idea3online

    Dove sta la democrazia?

    La democrazia è un modo di essere non un programma applicato per offrire libertà, mi spiego….Il mondo è diviso in nazioni, in determinate fasi in alcune di queste nazioni il capitale o altro genera benessere, il benessere è l’HUMUS della democrazia, non è il gruppo politico di turno che applica il modello democratico, ma è il benessere che consente al popolo di essere calmo, felice, entusiasta, lo stesso popolo per il gruppo di comando è visto come collaboratore non come antagonista, quando il benessere circola tra il popolo il potere applica la democrazia…però…..è proprio questo però che ci fa riflettere…se il benessere non circola più, purtroppo il gruppo di potere non può considerare il popolo come collaboratore, in quanto il popolo inizia ad avere pretese, il popolo chiede diritti, ma come…sì, è il benessere che crea il senso democratico…non è la nazione che applica la democrazia perchè migliore di un altra..ma è il potere di una nazione o gruppo di nazioni che in un determinato periodo di tempo regnano nel mondo a consentire il benessere e lo stesso genera le emozioni democratiche in tutti noi solo perchè ognuno di noi è lasciato libero perchè non nuoce al potere centrale…..però quando come in questa fase storica il benessere non può essere più donato perchè una nazione è debole, oppure per altri motivi..è proprio in questa fase di crisi del benessere che la democrazia non è il modello applicabile, in quanto il popolo esasperato non potrà trovare nel benessere il senso di libertà ma andrà a trovarlo altrove con le rivolte….e come un sogno in un solo giorno una stato democratico può diventare fascista o non democratico.

    Cari amici non è colpa di Berlusconi o di altri leader, il vero potere in una nazione è il popolo, però se il benessere finisce o si trasferisce in altre nazioni tutto cambia…per noi e per gli altri..infatti se tra 20 anni Cina e Russia saranno le potenze del sistema economico in quelle zone il benessere che circola tra il popolo sarà l’HUMUS della democrazia.

  • Affus

    Do you remember Iri?

    IRIW è un acronimo, sta per: Istituto per la Ricostruzione Industriale… Molti (non so quanti…) se lo ricordano per il mostro clientelare che la politica tangentocratica della repubblica nata dalla resistenza lo fece via via diventare riuscendo, infine, a smantellare quello che, dalla sua creazione fino agli anni ‘60, era considerato un modello di gestione sano dell’economia e della sua produzione industriale, agricola e del terziario…

    Forse non ci crederete ma l’Iri nacque in circostanze del tutto analoghe alle attuali… Correva l’anno 1933, da qualcuno ricordato come XI dell’era fascista, e il mondo, soprattutto quello occidentale, si sbatteva all’interno della crisi finanziaria del 1929 scatenata, allora come ora, pensate un po’, negli Usa…

    Il sistema creditizio americano, allora come ora, crollò e, con esso, si trascinarono nella morsa della recessione e del disastro economico e produttivo i sistemi che a quel modello facevano riferimento e di quel sistema erano complici…

    Per una di quelle avventure che altri (non io…) chiamò della “Provvidenza”, in Italia – come si diceva sopra – vigeva un governo (ma che dico: governo? si governano le vacche: gli uomini si dànno un “regime”…) che pretendeva infischiarsene altamente delle scongiure accademiche e dei dettami liberisti. Primo fra tutti, quello del laissez faire… Di “lasciar fare” alla “mano invisibile del mercato”, che minacciava di strangolare popolo e nazione, non ritenne darsene per inteso… E s’inventò qualcosa d’altro e di diverso pur di sottrarre il collo degli italiani dal cappio dell’usura…

    Perdonate se ripeto lo scritto di Qualcuno già citato (da me…) altrove: «Cos’è questo liberismo? Se qualcuno ritiene che per essere perfetti liberali bisogna dare a qualche centinaio di incoscienti, di fanatici, di canaglie la libertà di rovinare quaranta milioni di italiani, io mi rifiuto energicamente di concedere questa libertà…». Detto fatto, quel Qualcuno si regolò di conseguenza…

    Bisogna dire che il Capo di quel governo (oppss, scusate: volevo scrivere “di quel regime”…) aveva, ancora allora (dico così, perché in seguito il fiuto lo tradì…), un fiuto, appunto, incredibile nello scegliersi gli uomini cui affidare la responsabilità di gestione di settori vitali della vita societaria: voleva riformare la scuola? e, beh, mica ci metteva una Gelmini o un BerlinguerW qualsiasi… macché, Lui si andava a prendere il massimo filosofo italiano: Giovanni GentileW; voleva riformare la giustizia? e mica si rivolgeva ai suoi avvocati di fiducia per cotanta impresa: convocava il più grande giurista esistente: Alfredo RoccoW; voleva riformare il sistema economico italiano, per risparmiargli una crisi che, pur venendo da lontano, avrebbe travolto la nazione? beh, pur con tutto il rispetto per l’attuale nostro ministro dell’Economia e della Finanza, incaricò Alberto BeneduceW [nella foto a sinistra]… Non so se mi spiego…

    Mo’, si dà il caso che il Beneduce (nomen est omen?) provenisse da esperienze politiche socialiste-riformiste; che avesse collaborato con la Banca d’Italia nelle politiche di sostegno all’industria bellica (‘15-‘1; che, nel 1916, fosse nominato amministratore delegato dell’Ina; che, nel 1919, dimessosi dalla carica amministrativa (ah! c’era un conflitto di interessi che si rispettava… all’epoca…) per candidarsi alle elezioni politiche nelle liste socialiste; che divenne deputato e, da lì, presidente della commissione Finanze della Camera; che, nel 1921, fu ministro del Lavoro del governo presieduto da Ivanoe Bonomi; che, nel 1924, non si ripresentasse alle elezioni, abbandonando così la carriera politica. Putacaso, l’allora Capo del governo, che non gliene poteva frega’ di meno delle antecedenze politiche di chi reputava utile alla causa della nazione, nel frattempo lo aveva preso a stimare, tanto da farne, nel 1925, presidente dell’Istituto di Credito per le Imprese di Pubblica Utilità.

    Oh! La Pubblica Utilità… Chi ricorda ancora cos’è la pubblica utilità? Volete mettere quanto era meglio parlare, fino a ben poche settimane fa, di utili di mercato? Beh, invece, all’epoca, la pubblica utilità era ancora l’obiettivo mirato dall’azione di (Quel) governo… E, quando la crisi finanziaria del 1929 cominciò a far sentire gli spifferi della tempesta anche al di qua dell’oceano Atlantico, il suo Capo alzò la cornetta, chiamò Alberto Beneduce e gli fe’:

    «Senti, Benedù… qui va tutto a puttane, mica solo il fascismo… qui va a puttane l’America, l’Europa e pure l’Italia… quelle cazzo di banche della Commerciale, del Credito italiano e del Banco di Roma, se so’ compromesse colle consorelle americane… ‘tacci loro… quelle crollano, crollano pure le nostre e bonanotte ar secchio de tutti li sonatori… Che se pò fa’? Le finanziamo?»

    «Ma che sei scemo? – gli rispose Beneduce – La Banca d’Italia è già esposta per 7 miliardi ar fine de sostenelle. Je ne damo n’artri po’, de sordi? E quando ne uscimo più fora? Se pò fa’ de mejo…».

    «Per esempio?», chiese Lui…

    «Per esempio: lo stato assorbe le partecipazioni delle banche in crisi, finanziandole affinché non falliscano; però, poi, trasferiamo le partecipazioni ad un ente statale creato ad hoc. In questo modo, lo stato smobilizza le banche in rotta e diventa proprietario per una percentuale rilevante del capitale azionario delle imprese in debito con quelle banche stesse e, di fatto, diventa pure il maggiore imprenditore nazionale… A quel punto, è lo stato che dirige i consigli di amministrazione delle imprese…».

    Lui ci pensò un po’ su… Poi, riprese la parola: «A Benedù… ma che me stai a propone la socializzazione delle imprese?».

    «No, non ancora: è prematuro, prima devi da fini’ de costrui’ lo stato corporativo… Ma, intanto, se c’è lo stato nei consigli d’amministrazione delle imprese è mejo de che se ce stanno li banchieri… e se i super-profitti li reinvestimo in opere pubbliche anziché lascialli alle banche pe’ li giochetti de borza de li mortacci loro, ‘ansai quanto sarebbe mejo ancora?»…

    «E certo che sarebbe mejo… – fece Lui, grattandosi la capa pelata e dubbiosa – ma famme capi’ ‘na cosa: se nun li caccia fora la Banca d’Italia li sordi per rileva’ le banche, chi li caccia?».

    «E i bot, che l’hanno inventati a fa’? Famo emette li boni dall’Ente de stato che andamo a crea’… Voi scommette’ che er risparmiatore preferisce affida’ er gruzzolo suo allo stato anziché alle banche, soprattutto in ‘sto momento? Che ne pensi, te? », sapendo, il Beneduce, che il duce, lesto di comprendonio, malgrado la pelata, avrebbe detto “bene”…

    «Bene… So’ d’accordo co’ te: famo come dichi tu… E come lo chiamamo ‘st’ente statale? Io lo chiamerei: “Banche Andatevene Affanculo”… Famme ‘n po’ vede’ che acronimo sorte fora? Ecco, viene fora: “Baa”… che te sembra?».

    «Aho! Sei sempre er solito massimalista… bisogna esse’ più moderati… Ecco, chiamamolo: Istituto per la Ricostruzione Industriale…».

    «Iri? ».

    «Sì: Iri…».

    «Vabbeh… Iri me sona bene».

    Il resto è storia:

    23 Gennaio 1933. Il governo istituisce l’Iri (Istituto per la Ricostruzione Industriale) espandendo il ruolo di controllo dell’economia da parte dello stato. L’Iri giungerà ad avere oltre il 21% del capitale azionario di tutte le società per azioni italiane.

    12 Marzo 1934. L’Iri assume la proprietà della Banca Commerciale, del Credito Italiano, della Banca di Roma e di molte imprese controllate da questi istituti bancari: Ansaldo, Ilva, Cantieri Riuniti dell’Adriatico, Sip, Sme, Acciaierie Terni, Edison…

    24 Maggio 1934. Mussolini dichiara: «I tre quarti dell’economia italiana, industriale ed agricola, sono nelle mani dello stato». Forse esagerava un po’ sulle quote: l’uomo era così ma, comunque, la via era tracciata…

    La crisi finanziaria del ‘29 fu superata e il “modello Italia” venne additato come esempio virtuoso di economia politica…

    L’Iri – pensate, ancora – sopravvisse perfino agli esiti fatali di Quel regime. Negli anni ‘60, in tempi di “boom economico”, proprio l’Iri fu tra i protagonisti del “miracolo italiano”. I governi laburisti inglesi, e non solo loro, guardavano alla “formula Iri” come esempio positivo di intervento dello stato nell’economia, giudicandolo senz’altro migliore della semplice “nazionalizzazione”, perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato. Il che, se ci pensate bene, in termini di politica economica è esattamente la terza via fra capitalismo puro e comunismo…

    Poi, vennero prima Prodi, nel 1982, a ridurre il raggio d’influenza dell’Iri, cominciando a parlare di “privatizzazioni” e, quel che è peggio, a praticarle; poi, venne l’accordo (1992) Andreatta (allora ministro del Tesoro del governo Giuliano Amato) – Van Miert (commissario europeo alla “concorrenza”) che, sulla base del Trattato di Maastricht (un obbrobrio di puro stampo liberista), alzò il tiro delle privatizzazioni fino alla liquidazione dell’Enel, dell’Eni, eccetera, eccetera, eccetera… fino alle dismissioni finale di Telecom Italia e Autostrade, con la garanzia agli acquirenti delle laute rendite di cui hanno goduto e godono e con quale scapito per i servizi “pubblici” ben si sa…

    Fino a che, nel 2002, l’Iri fu messo in definitiva liquidazione, incorporato in Fintecna, alias: Finanziaria per i Settori Industriale e dei Servizi S.p.A., una società che è, sì, sotto controllo completo del Ministero dell’economia e della Finanza ma che ha come ragione sociale principale il coordinamento e controllo delle società “con prospettive di uscita dal portafoglio”, alias, ancora: “privatizzazioni-liquidazioni”. Pace all’anima dell’Iri…

    Ora, io, con “Aridatece l’Iri”, cosa voglio sostenere?

    Ma che cazzo! È la centomilionesima volta che il liberismo mostra i limiti della sua infamia e crolla… E, ogni volta che crolla, chiede allo stato – dal quale, in tempi di vacche grasse (per i liberisti) pretende che se ne stia alla larga dai suoi affarucci di mercato e non interferisca – di rifarsi vivo e di salvare le sue imprese primarie: vale a dire, le banche…

    E pure stavolta sta ripetendo il giochetto: “aiuto aiuto… stiamo crepando perché siamo talmente ingorde da aver investito i vostri soldi (del contocorrentista e/o azionista) in prestiti scriteriati… Però, se crolliamo noi (le banche) le imprese chi le sostiene? Tanto più che (le imprese…) sono tutte nostre debitrici (molto più che nel ‘29…). O ci tirate fuori dal buco nel quale ci siamo cacciate o ci finite dentro pure voi, stati e imprese…”.

    E va bene, gli risponderei io… Socializzeremo le vostre perdite… Però, facciamo come si fece in Italia nel 1933: io, stato, pago le vostre malefatte ma, da questo momento in poi, le imprese debitrici con voi, lo sono con me, stato… Indi per cui, entro nei consigli di amministrazione delle imprese produttive e voi, banche, ne uscite… Do ut es…

    Se pò fa’… Se pò fa’… Volendo…

    Miro Renzaglia
    Fonte: http://www.mirorenzaglia.org

  • Affus

    Esiste un solo evento che fonda democrazia diretta e la fa duratura. E’ quello della lotta, quando la classe operaia, pur scomposta nelle svariate denominazioni in cui il capitale l’ha frammentata (operai veri e propri, precari, impiegati “fannulloni”, ceto medio alla fame, nugoli di senza casa, lavoratori autonomi che autonomi non sono per niente, studenti riluttanti a entrare in questo bel mondo, fornitori di servizi “esternalizzati”, migranti vittime di un nuovo schiavismo, ecc.), scendono nella piazza e se la tengono. La fase acuta durerà poco, ma sedimenterà. Possono nascerne organi di decisione dal basso capaci di innescare future conflittualità.

    Siamo alla solita pappardella della lotta di classe come soluzione dei problemi , dove essendo diventati rari i vecchi proletari, si cerca di amalgamare e unire le altre categorie , compreso gli autonomi e gli statali , in modo da potere gridare ancora una volta : “lavoratori di tutto il mondo unitevi e rompete le vostre catene “,…… per ritornare a uno stanilismo in cui il capobastone di turno ,come al solito ,avendo livellato e finito di depauperare il corpo sociale ( socializzazione del plusvalore ), impone la legge dei lavoratori garantiti dallo stato e la nuova libertà “democratica” . Certo poi ci vogliono i piani quinquennali altrimenti come si fa a gestire una nazione di milioni di anime senza programmare l ‘economia .
    Quindi vedo in lontananza preferire la solita legge del più forte ( della giungla ) di darwiniana memoria come legge del corpo sociale ,dove la più lesta , questa volta, è la “classe operaia” che impone a tutti il suo tiranno che li rappresenti magari con delega a vita , perché il tiranno difficilmente poi si lascia mettere da parte in quanto la rivoluzione ne potrebbe risentire ( cuba docet per tutti ) . Insomma, niente di nuovo sotto il sole,caro professore , dopo tante accurate e veritiere analisi ed enunciazioni intelligenti . Io provo a proporre una diversa angolazione nella visione della società degli uomini, che dovrebbe svilupparsi , non secondo la legge dell’ homo homini lupus , dove l’uomo è concepito singolarmente ed è pericoloso perché ha degli istinti ferini naturali ( Hobbes) che bisogna regolare, altrimenti la bestia più feroce impone a tutti la sua legge . E cosa proponeva Hobbes e i suoi amici ? La delega al monarca ( o il contratto sociale ) del governo per mettere a tacere i troppi galli del pollaio sociale che , seguendo i loro istinti, avrebbero potuto imporre la loro legge a tutti .
    Ecco che io sostengo , come Aristotile , che il primo nucleo sociale è la famiglia e non lo stereotipo dell’uomo che compare nella mente dei pholosophes della cultura occidentale alienata di tipo anglosassone .
    In questa famiglia “naturale” ci sono degli esseri e dove si intravvede pure una diversità di ruoli e anche già una gerarchia ( bestemmia !) . L’insieme di queste famiglie che occupano un territorio delegano a un terzo le decisioni riguardo al bene comune valide per tutti . Questo insieme di famiglie formano delle categorie che se regolate non debbono delinquere per forza , basta accettare le regole e non inneggiare alla libertà dalle regole . Ma in base a quale parametro l’autorità terza misura se stessa e la stessa società si misura ? La conosci la legge naturale che non è quella che ci proponeva Hobbes che fosse ? L’uomo non è istinto e materia . La conosce questa lingua professore ?

  • geopardy

    Scusa, non voglio sostenere che l’analisi di Evangelisti sia perfetta, ma tu cosa proponi, il ritorno alla famiglia patriarcale?
    Il mondo non era esente da guerre ed ingiustizie quando era così.
    Un’altra domanda, ritieni che l’umanità in genere abbia un percorso unitario e globale, oppure si dovrebbe tornare al territorio e al cortile di casa?
    Non è una polemica, ma una necessità per capire uno dei mondi possibili che stai prospettando.
    Il problema fondamentale dell’uomo è quello della volontà di potenza e di potere sugli altri, che poi degenera in tutte le sue applicazioni ed in ogni scala.
    Pensi che la famglia gerarchica sia stata estromessa dalle nostre società per un progetto occulto o per certi suoi limiti non più tollerabili in un’era cosiddetta tecnologica e democratica?
    Pensi che una tale famiglia porti ad un’apertura verso il mondo esterno o alla necessità di un super pater familia, un monarca o qualcosa di simile per intenderci?
    Non credi che il concetto più prossimo sia quello di tribù?
    Come mai tutte le religioni monoteiste sono patriarcali, con una figura femminile dedita esclusivamente alla generazione ed alla custodia dei figli?
    Quelle società sono in maggioranza nel mondo, stanno producendo giustizia sociale e distribuzione delle ricchezze, oppure mafie tra presunti consanguigni tribali?
    Non mi sembra un’adeguata ricetta, come nessuna, appartenente al passato sperimentato, lo è più.
    Certo, quando vigeva il patriarcato, la società non cambiava di una virgola, diciamocelo, semmai bisognerebbe riscoprire certi valori di saggezza che aveva e sono pienamente d’accordo, ma non il suo ripristino.
    Ci serve una qualche elaborazione più profonda, che al momento è difficile realizzare pienamente, almeno fino alla fine vera di questo ciclo.
    Un conto è il fatto educativo, che vuole nel padre una figura autorevole (lo sostiene anche la psicologia), un conto è una famiglia gerachica.
    Questa genera gerarchi e non credo sia quello che ci serve per un buon salto di qualità, forse può servire a mantenere i privilegi di chi li ha già, ma il vero rispetto di un figlio nei confronti del padre si conquista sapendosi rapportare con lui e dialogare costruttivamente, non ci serve una altro duce o un altro re.
    Non so se ho capito bene quello che intendi dire, ma per esperienza storica l ritorno alla famiglia con gerarchie, mi sembra quanto di più vicino ad un inquadramento militarista di un popolo.
    Sparta sempre Sparta, ma, poi, per conoscere la grecità si deve ricorrere ad Atene ed a tutte le meraviglie della conoscenza che ha saputo darci.
    Ogni volta che c’è stata la crisi definitiva di un sistema, si è entrati in periodi di oscurantismo ed anche per secoli e secoli, poi, però, si è sentita la necessità di ritornare all’Atene dei filosofi.
    Salve

  • Affus

    Non propongo un ritorno alla famiglia patriarcale ma un modello di sistema che sia lo sviluppo ( per gradi ) di ciò che in nuce troviamo nella famiglia . La tribù , il villaggio , la città ,la regione , lo stato sono lo sviluppo di aggregati sociali locali basati sull’insieme di famiglie . In pratica un sistema di governo non ha come fine lo sviluppo del PIL ma è quel sistema che permette al suo popolo composto da milioni di famiglie di avere un sviluppo normale ordinato e possibile senza conflitti di interessi .Il sistema non è il nemico da abbattere perché ti sfrutta necessariamente . Si nasce , si cresce , ci si sviluppa , ci si sposa , si fanno i figli e si muore . Penso che, sia la società tecnologica o capitalista consumista, basata sugli utili e sui dividendi e sia la società socialista abbiano costruito dei sistemi dove alla fine la famiglia sia stata sfruttata per fini ideologici o di consumo e produttività . SE si vuole parlare di vita associata si deve parlare per prima cosa di famiglie . Si , l’umanità specialmente oggi , ha uno sviluppo unitario grazie ai mezzi di comunicazione sociale e al progresso tecnologico, urge quindi una terza via . Nessun ritorno al cortile e al campetto di casa propria ma riscoperta di quei valori che già ci sono sia nell ‘aborigeno australiano e sia nell’individuo nordamericano – E’ possibile la convivenza tra i due solo a una condizione , solo rispettando delle norme di giustizia (naturale ) e universali ,che , però , se si parla di norme comuni , oltre a quelle che avrebbe volute imporre il comunismo al mondo intero , bisogna riconsiderare tante belle utopie della nostra cultura sul concetto di libertà e di democrazia .
    E guardi che per me tutti i sistemi di governo sono pressoché buoni e si adattano alle condizioni di un popolo, ma il problema non sono i sistemi sociali, il problema è quello di avere uno stesso ideale , anzi una stessa legge . Il pluralismo ideologico è una cosa sacrosanta solo nell’ambito delle scienze empiriche , li è utile alla causa, ma è una cosa nefasta nel corpo sociale . Non esiste solo Sparta e Atene , esiste anche la familgia naturale che vive entro una miriade di sitemi .Saluti .

  • operaiomantici

    Riguardo al tema della democrazia secondo me votare non ha senso, perché chi si può candidare e avere i mezzi per farsi pubblicità elettorale è quasi certamente appoggiato da “Monsieur Le Capital” per fare i suoi interessi, dando l’illusione di fare quelli dell’elettore.

    Per me i parlamentari dovrebbero essere estratti a sorte fra tutti i cittadini, magari introducendo qualche filtro, come non essere mai stati condannati, avere un minimo di titolo di studio e/o esperienza nel mondo del lavoro. Così si spezzerebbe il conflitto di interessi.

  • geopardy

    Caroo Affus,
    se mi permetti il tu, vorrei sapere cosa intendi per “famiglia naturale”, mi sembra una definizione che, letteralmente è un po’ vaga e si presti ad interpretazioni che sono materia per l’antropologia, la psicologia e la sociologia.
    Quando sarebbe nata questa famiglia naturale.
    Il fatto che qualsiasi sistema di potere ti vada bene, poichè si adatta alle condizioni del popolo, mi fa sorgere una domanda:
    perchè i popoli nella storia hanno sentito l’esigenza di liberarsi di tante formule di sistemi di potere?
    Perchè esitono i contestatori?
    Le formule naturali che mi porti come accenno di esempio, gli aborigeni, hanno sistemi di credenze (non le contesto) completamente avulsi dal nostro sistema di società, anche se qui esistono cose simili in forma mercificata.
    Ogni scelta in tale direzione, porterebbe, ad esempio, il nordamericano a parlare il sioux ed a prendere decisioni intorno al calumet della pace (veramente servirebbe là), quindi tutto un altro tipo di società e di esistenzialismo, tutto un altro concetto dell’uomo ed una sua diversa collocazione nell’ecosistema mondo.
    Sostieni che il pluralismo ideologico è utile solo nelle scienze empiriche, ma come puoi pretendere di estrapolare le enormi differenze di concetto di tribù, famiglia e derivati in un unico contesto ideale (non uso accortamente la parola ideologico, anche se il senso, credo, non differisca).
    Comunque, prima tappa, la spiegazione del concetto di famiglia naturale (ammesso esista un concetto così atavico di rapportarsi tra le tipologie maschili e femminili, ma anche omosessuali, dato che in natura, mi sembra non sia pratica disdegnata).
    Ciao