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L’OPERA DEI MISSIONARI MESSA IN DISCUSSIONE

Il presidente del Venezuela sta cacciando gli evangelisti dal paese sostenendo si tratti di spie per conto degli Stati Uniti. Il loro ruolo all’interno delle tribù indigene è stato controverso.

DI CHRIS KRAUL
editorialista del Times

PUERTO AYACUCHO, Venezuela — Gary Greenwood, scrupoloso missionario timorato di Dio, non sembra una spia mandata dalla CIA. Ma il presidente venezuelano Hugo Chavez sostiene che questo ragazzo allampanato originario del Michigan sia niente meno che un esploratore mandato in avanscoperta dagli Stati Uniti per preparare un’ imminente invasione di questo paese dell’America Latina.
Lo scorso mese Chavez ha ordinato l’espulsione dalla foresta amazzonica di circa 200 missionari evangelici appartenenti alla chiesa battista. La sua accusa è che si tratti di spie impegnate ad insidiare e sfruttare le tribù locali usando le piste d’atterraggio della giungla per la “penetrazione imperialista”. Dalla scorsa settimana i missionari hanno 90 giorni di tempo per lasciare la zona.
Greenwood ha accolto le accuse con una risata dicendo che non c’era tempo per fare spionaggio a Cuwa, l’isolato villaggio Yanomami dove ha vissuto con la famiglia per quattro anni. Sebbene abbia ammesso insieme ad altri missionari che il loro scopo principale era quello di convertire gli indiani al cristianesimo, il giovane trentatreenne afferma di aver passato la maggior parte del tempo ad aiutarli: scavando pozzi, aggiustando motori fuoribordo e rendendo le loro capanne più vivibili.

Quanto alle intenzioni degli Stati Uniti, Greenwood si chiede scherzando come mai il Pentagono voglia lanciare un’invasione dalla fitta giungla dell’Amazzonia, in cui il movimento delle truppe o dei veicoli militari sarebbe problematico.

“Non sarebbe più sensato scegliere la costa dei Caraibi?” chiede mentre esce da questa città sul fiume Orinoco lasciandosi la giungla alle spalle.

Queste accuse apparentemente bizzarre mostrano il deterioramento delle relazioni tra Chavez e gli Stati Uniti – un tempo stretto alleato – che dipendono tuttora dal Venezuela per il 12% delle importazioni di petrolio. Chavez accusa gli “imperialisti” Stati Uniti di una miriade di mali sociali presenti in America Latina, una retorica che secondo i sondaggi ha una certa risonanza in un continente alla ricerca del cambiamento.

Alcuni osservatori vedono questa espulsione, che ha colpito la Nuova Missione della Florida e le sue propaggini, come parte di un irrigidimento verso i gruppi religiosi da quando il predicatore televisivo statunitense Pat Robertson lo scorso agosto suggerì l’assassinio di Chavez. La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni di base nell’ Utah annunciò il mese scorso di aver ritirato tutti i suoi 219 missionari dal paese a causa dei crescenti ritardi e difficoltà per ottenere o rinnovare i visti.

Chavez è in dissidio anche con la Chiesa Cattolica Romana. Il Cardinale venezuelano Rosalio Castillo Lara, confidente di Papa Giovanni Paolo II, accusa Chavez di star diventando sempre più autocratico.

“Chavez ha bisogno del conflitto perchè gli permette, tra le altre cose, di mitigare le tensioni all’interno della sua coalizione,” afferma Javier Corrales, scienziato politico all’ Amherst College ed esperto del Venezuela. “Chavez sta anche cercando di indebolire i gruppi organizzati che godono di autonomia, specialmente se sono stranieri.”

Alcuni antropologi e funzionari di governo hanno acclamato l’azione di Chavez, sostenendo che l’espulsione sia la giusta conclusione di un dibattito che in Venezuela si protrae da 60 anni e riguarda la possibilità che gli evangelisti, pur fornendo servizi essenziali, minaccino la diversità culturale delle etnie venezuelane attraverso l’imposizione dell’assimilazione e della modernità.

Affermano che i problemi creati dai missionari non sono lo spionaggio o il capitalismo sfrenato bensì i cambiamenti religiosi e comportamentali che vengono imposti alle tribù in cambio di materiali e assistenza medica. Secondo i critici questi cambiamenti stanno distruggendo i riti primitivi delle tribù e derubano la gente di ciò che le Nazioni Unite ha definito patrimonio culturale mondiale.

“L’attività delle Nuove Tribù costituisce un genocidio culturale e lo stato deve risponderne,” afferma l’ex senatore ed antropologo Alexander Luzardo in un’intervista rilasciata nella capitale Caracas.
“Per troppo tempo lo stato ha tollerato la loro presenza in quelle aree demandando loro le responsabilità nei settori della sanità e dell’educazione.”

Ma molti dei circa 45.000 indigeni presenti nel bacino amazzonico criticano l’ordine di espulsione, sostenendo che i missionari hanno migliorato la loro vita.

Ingrid Turon, membro del consiglio e della comunità indigena Yeguana nel villaggio di Toki, a sei ore da qui, ha detto che quanti si oppongono ai missionari vogliono deprivare le popolazioni native dei vantaggi della modernità.

“Per loro siamo come animali dello zoo che la gente dovrebbe venire a vedere a pagamento, così possono pubblicare i loro libri e scattare foto”, afferma Turon. “Vogliono negarci il progresso che loro vogliono per sé, che il mondo intero vuole.”

Greenwood afferma che vivere in mezzo agli Indiani come un “amico e vicino” gli dà una prospettiva diversa e – aggiunge – più premurosa rispetto a quella degli antropologi che vengono periodicamente in visita per studiare le comunità e i loro usi.

“E’ qui che diventiamo un po’ critici degli scienziati che considerano gli Yaonami come un compito per la scuola. Qui non si tratta di oggetti ma di persone”, afferma Greenwood. “Se si usa un approccio libresco invece che relazionale sono gli Indiani che ne pagano le conseguenze.”

Greenwood non ha negato di voler insegnare agli Indiani la Bibbia,che è stata tradotta nel linguaggio Yanomami e di mostrare loro “la strada del Signore.” Questi insegnamenti includono lo scoraggiare gli Yanomami dall’assumere sostanze alcoliche o allucinatorie, dal praticare la poligamia e l’incesto nonché dalla violenza fra tribù.

Ha però ribadito che a nessun indiano di Cuwa sono stati negati vestiti, cibo o medicine perché non aveva rispettato i suoi insegnamenti religiosi.

Figlio di un imprenditore, Greenwood si definisce un “Signor tuttofare”, che ha dedicato gran parte del suo lavoro a cercare di cambiare le abitudini degli Yanomami che non riteneva salutari. Ad esempio ha installato pavimenti di cemento e costruito tavoli e panche in molte capanne a Cuwa nel tentativo di dissuadere gli Indiani dal mangiare per terra, pratica che conduce a malattie come la dissenteria amebica.

Ma ha imparato a non intromettersi in certe aree, specialmente in politica. “Non critichiamo mai il presidente. Queste persone sono molto patriottiche.”

Greenwood afferma che dedicava una parte relativamente piccola della giornata alla religione mentre passava la maggior parte del tempo ad aiutare gli Yanomami ad avere di che nutrirsi e vestirsi e a restare in salute, sempre una battaglia nell’ implacabile Amazzonia.

Sua moglie Sarah, infermiera, gestiva una clinica in cui curava la dissenteria, la malaria e i morsi di serpente di cui soffrono le 120 persone che vivono a Cuwa, che in Yanomami significa “tu sei qui”.

In media una volta al mese Sarah Greenwood chiedeva aiuto via radio usando i servizi di evacuazione sanitaria aerea sponsorizzati e gestiti dai missionari in Amazzonia per trasportare un abitante a Puerto Ayacucho affinché ricevesse cure mediche d’emergenza.

Il futuro di questi servizi medevac* adesso sono in forse. Chavez dichiara che le otto piste d’atterraggio costruite dai missionari avevano lo scopo di facilitare la “penetrazione imperialistica”, accusa negata da Greenwood.

“Non è mai stata fornita alcuna prova concreta, niente foto, campioni di uranio o altri elementi che ci si aspetta di vedere quando si viene accusati di qualcosa,” afferma Greenwood.

Alcuni sostenitori dell’espulsione la considerano un segno positivo di impegno da parte del governo venezuelano che finalmente assume le proprie responsabilità riguardo alle popolazioni native. Chavez ha inviato motori fuoribordo, cibo e generatori alle comunità amazzoniche isolate.

Liborio Guarulla, il primo governatore nativo dello stato di Amazonas ed alleato di Chavez, ha dichiarato in un’intervista che Chavez stava difendendo la diversità in Venezuela. Guarulla l’ha definita un’inversione rispetto alla politica presidenziale del passato atta a favorire l”unità culturale” un obiettivo che secondo lui i missionari hanno portato vicino velocizzando l’assimilazione delle tribù.

“Ne emerge un quadro davvero sconcertante che vedeva la Missione delle Nuove Tribù impegnata ad imporre ai nativi una visione apocalittica ed obbligatoria secondo cui la fine del mondo era vicina”, afferma Guarulla.

Aggiunge che il governo di Chavez si sta davvero impegnando per fornire quei servizi sanitari ed educativi finora garantiti dai missionari.

Ma l’antropologo Isam Madi, favorevole alla presenza dei missionari, teme che l’impeto del nuovo governo svanirà dopo le elezioni locali di dicembre. Ha avvertito che il tasso di mortalità tra varie tribù tra cui la Yanomami, sceso grazie alla presenza di missionari come Sarah Greenwood, potrebbe tornare a salire soprattutto tra neonati e bambini dopo la loro cacciata.

“E’ vero, i missionari portano un cambiamento culturale ma preferisco il cambiamento culturale se implica un minore tasso di mortalità” afferma Madi, che gestisce un’ associazione di beneficenza chiamata “Foundation for Indigenous Democracy” a Santa Elena, nello stato di Bolivar.

Lo scorso mese i Greenwoods si sono affiliati ad una chiesa venezuelana con la speranza di ottenere il permesso di restare. Si trovano a Caracas dove hanno fatto domanda per un visto che permetterebbe loro di raggiungere un’altra comunità Yanomami.

Gary Greewood afferma: “Abbiamo pregato per questo e crediamo che sia ciò che vuole il Signore, ovvero che continuiamo ad aiutare queste persone.”

Chris Kraul
Fonte: ://www.latimes.com
Link: http://www.latimes.com/news/printedition/
la-fg-missionaries20nov20,1,1364052,full.story?ctrack=1&cset=true
20.11.05

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LOREDANA D’ELIA

*Vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/MEDEVAC

Pubblicato da Davide

  • giorgiovitali

    CON LA SCUSA DI REDIMERE I SELVAGGI sono secoli che va avanti la colonizzazione. In America centro-meridionale poi, si sta svolgendo una lotta all’ ultimo indio tra protestanti ( per lo più delle sètte moderniste e fondamentaliste ) e cattolici che da sempre gestiscono quelle terre. Dai tempi della prima colonizzazione iberica. Quindi, come dimostra l’ alto numero di “missionari” protestanti in quelle terre che gli USA considerano il proprio cortile di casa, Chavez ha ragione da vendere quando pretende l’ allontanamento di quelle persone. Le quali sono sempre e comunque “spie”. L’ unica eccezione a questa regola, fra migliaia di casi, fu l’ esperimento di socializzazione portato avanti dai Gesuiti nel seicento, stroncato prestissimo dal governo spagnolo ( qualcuno avrebbe pensato il contrario? ) sul quale è stato fatto un ottimo film con Robert De Niro.

  • Tao

    LA POLEMICA SYLVIE BRUNEL EX PRESIDENTE DEL GIGANTE DELL’UMANITARISMO «ACTION CONTRE LA FAIM»

    Le Ong sotto accusa: con la carità troppo proselitismo

    E’ giunta in Francia una delegazione di indios amazzonici, venuta a protestare contro la politica del governo brasialiano. Ma soprattutto contro le Ong: «Ne abbiamo abbastanza di loro, parlano a nostro nome e non conoscono la nostra cultura, ci riempiono di soldi, ma senza risultati». Megamacchine di un business piagnone, gigantesche nomenklature caritative ma con accesso agli hotel di lusso, carrozzoni che girano a vuoto attorno alla propria conservazione: il dossier delle organizzazioni non governative è come si vede ben fitto di accuse. Ma c’è dell’altro. Sylvie Brunel fino al 2002 è stata presidente di «Action Contre la Faim», uno dei giganti dell’umanitarismo francese. Poi si è polemicamente dimessa innescando un acceso dibattito sulla burocratizzazione dell’Ong, a cui ha dedicato anche un sulfureo romanzo «Frontières»; insegna geografia dello sviluppo all’Università di Montpellier e a «Sciences Po», a Parigi. Indica la nuova, ambigua trasformazione del «charity businnes» nel proselitismo religioso: «Il mescolare nello stesso gesto conversione e aiuto», il tentativo con l’aiuto umanitario di imporre la propria visione del mondo. Dal Sudan allo Tsunami è il tempo del soccorritore apostolo, musulmano, evangelista o buddista che sia. La vittima, sfinita e indifesa, è obbligata a sillabare preghiere per essere ammesso al mondo dei disperati «buoni», corretti, quindi soccorribili. «L’aiuto è diventato umanitario e quindi si avvicina al religioso, non si vuole dare una soluzione politica, ma salvare una vita. – spiega la Brunel -. E’ così che si tende a subordinare l’azione di aiutare popolazioni in crisi alla conversione, si chiede di adottare credenze religiose che non sono necessariamente quelle delle vittime. Non è una novità, esisteva già nell’Ottocento ma sta dilagando. Il fattore umanitario è diventato un mezzo come un altro di propaganda religiosa. Esempi? Tanti. Nel Sudan: nel Nord, attorno a Khartoum, Ong musulmane fanno dipendere il loro aiuto alla conversione all’Islam; e nel Sud altre organizzazioni religiose evangeliste domandano a quelli che ricevono un aiuto che si comportino da buoni cristiani». «Non è un caso – continua – che il presidente venezuelano Chavez abbia proibito a nuove Ong di lavorare presso gli indios, perché non vuole che facciano del proselitismo. Paradossalmente i cattolici che sono stati i primi conquistatori sono oggi quelli che distribuiscono l’aiuto in modo più ecumenico, sono largamente battuti in tema di proselitismo dagli islamici, dagli evangelisti, ma anche dai buddisti e dagli ebrei». Scientology ha lavorato forsennatamente nella Thailandia dello tsunami, i colossi evangelisti «World Vision», «Habitat for Humnanity», «Samaritan’s Purs» alzano le loro bandiere in Oriente, in Iraq, in Afghanistan: seguendo l’esercito Usa. «Tutto si spiega con ragioni legate alla fine della guerra fredda. L’aiuto pubblico allo sviluppo che nel contesto della guerra fredda fluiva dagli stati del Nord ai loro vassalli del Sud è diventato sempre di più un aiuto umanitario, ha perso il suo contesto geopolitico. E soprattutto, dal 1992 al 2001, è cresciuto del 40 per cento. «Dunque – spiega la Brunel – organizzazioni uscite dalla società civile hanno visto entrare nelle loro casse molto, molto denaro. Questo ne ha fatto delle grosse macchine che lavorano al servizio dei governi nei settori o nelle zone considerate chiave dal punto di vista geopolitico.

    Questa è l’umanitarizzazione dell’aiuto. La seconda ragione sono le nuove tecniche di informazione e di comunicazione, in particolare Internet, che permettono a questi gruppi che prima erano dispersi e isolati di organizzarsi in reti, diventare importanti. Così ad esempio gli evangelisti possono federare le loro chiese nel mondo, ricevere fondi giganteschi dal governo americano e contemporaneamente l’appoggio di 70 milioni di fedeli e centinaia di chiese. E poi, terza ragione, la esplosione del debito, i piani di aggiustamento strutturale, la privatizzazione delle imprese, insomma tutto quello che ha caratterizzato l’ultimo decennio si è tradotto in uno smantellamento degli stati, e questo ha dato alle organizzazioni di assistenza più grande potere». La soluzione? Secondo la Brunel la trasparenza e il controllo, le stesse medicine che possono correggere le distorsioni dello «show umanitario»: «Il tempo del dilettantismo e della benevolenza è finito. Può essere un fatto positivo perché consente una professionalizzazione del gesto umanitario. Ma il rischio è che le spese di funzionamento e soprattutto di comunicazione prendano un peso prevalente e che certe organizzazioni finiscano per funzionare al servizio della propria conservazione, la vittima non è più che l’alibi dello spiegamento di una macchina enorme che gira a vuoto a profitto di se stessa e di nomenklature che si arrogano il diritto di dire ciò che è bene e ciò che è male. A loro non si chiedono quei meccanismi di controllo che si esigono per stati e imprese e ciò vuol dire che i loro programmi non sono né trasparenti né discussi. Ecco trasparenza e controllo: è quello che occorre».

    Domenico Quirico
    Fonte: http://www.lastampa.it
    8.12.05

    GLI USA PROTESTANO
    Putin contro

    Non era una prova di disgelo. Il silenzio del governo americano di fronte alla controversa proposta di legge della Duma russa, in cui si impongono forti limitazioni alle attività delle organizzazioni non governative sul territorio della Federazione, era soltanto un segnale di messa in attesa. A ristabilire con decisione il collegamento è stata ieri Condoleezza Rice, che da Kiev – seduta a fianco del presidente ucraino Viktor Yushenko – ha espresso «tutta la preoccupazione degli Stati Uniti per il provvedimento in corso di approvazione», non mancando di ricordare che «le ong rappresentano un contributo essenziale allo sviluppo economico del Paese». Se la legge sulle ong presentata due settimane fa venisse approvata in seconda e terza lettura – la Duma si è impegnata a chiudere la questione entro la fine del 2005 – associazioni come Human Right Watch, Greenpeace, New Eurasia Foundation (sorta dalla fusione della russa Dinasty, l’americana Eurasia e Madariaga di Javier Solana), Amnesty International, Medecins sans Frontières e moltissime altre, si troverebbero costrette a lasciare la Russia. «La vita per noi diventerebbe impossibile – ha detto Holly Cartner, direttore regionale di Hrw -. Ci dovremmo registrare come persone giuridiche, affrontare lo stillicidio di continue revisioni, il controllo sulla tassazione delle donazioni, pratiche burocratiche insostenibili». Per non parlare del fatto che fondatori e dirigenti dovrebbero risiedere stabilmente in Russia da almeno un anno per poter lavorare.

    Dopo i richiami formali del Consiglio d’Europa – che considera il provvedimento russo in aperta violazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani – Vladimir Putin ha dato istruzioni al capo di gabinetto di presentare nuovi emendamenti, ma ha anche ricordato che la legge è essenziale per garantire il Paese dalla minaccia di ideologie legate al terrorismo e al fondamentalismo. «Sfortunatamente abbiamo a che fare con un forte aumento delle tendenze estremiste – ha detto il presidente russo – e questo ci obbliga a rafforzare i nostri strumenti di legge». Per usare le parole del deputato di Russia Unita, Andrei Makarov, le ong sarebbero per lo piú «organizzazioni criminali camuffate da associazioni umanitarie, con il compito di riciclare denaro sporco proveniente dall’estero». Gli ultranazionalisti di Zhirinovski sono ancora piú espliciti: «Abbiamo visto che cosa è successo in Ucraina, Georgia e Moldavia e come hanno funzionato le filiali locali delle ong finanziate dalla Cia – ha detto il deputato Ostrovskij -. Dobbiamo difendere i cittadini russi dal caos in cui le ong possono precipitare il nostro Paese». Indifferente al fatto che in regioni calde come il Nord Caucaso il lavoro di mediazione delle ong tra autorità e popolazione locale è essenziale per evitare che una quotidianità conflittuale si trasformi in un inferno permanente, Vladimir Putin porta avanti senza tentennamenti il suo sogno di una Russia forte e stabile, con gli oppositori politici confinati in Siberia, i media ridotti a un ossequioso silenzio, e gli attivisti delle organizzazioni umanitarie fuori dalla porta di casa.

    Francesca Sforza
    Fonte: http://www.lastampa.it
    8.12.05