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L'EMERGENTE GIGANTE RUSSO GIOCA LE SUE CARTE IN MODO STRATEGICO

DI F. WILLIAM ENGDAHL
Geopolitics – Geoeconomics

Il vertice di Parigi del settembre 2006 tra il russo Vladimir Putin, il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Angela Merkel ha mostrato il riemergere della Russia come una superpotenza mondiale. La nuova Russia sta crescendo di influenza attraverso una serie di mosse strategiche imperniate attorno alle sue doti geopolitiche nel settore energetico – soprattutto petrolio e gas naturale. Lo sta facendo avvantaggiandosi abilmente delle follie strategiche e dei madornali errori politici di Washington. La nuova Russia è inoltre consapevole che se non agisce in maniera decisa ben presto finirà circondata e superata da un rivale militare, gli Stati Uniti, verso cui ci sarebbe ben poca difesa. La battaglia, in gran parte silenziosa, rappresenta la scommessa più alta nella politica internazionale di oggi. L’Iran e la Siria sono visti dagli strateghi di Washington come semplici tappe del disegno della fine della grande Russia.L’agenda del vertice di Parigi includeva gli investimenti francesi in Russia ed il problema del programma nucleare iraniano (di costruzione russa). In generale, comunque, si è parlato anche della questione delle prossime forniture di energia russa all’Unione Europea, nello specifico alla Germania. Putin ha rassicurato il cancelliere tedesco sul fatto che la Russia potrebbe eventualmente deviare una parte dei futuri rifornimenti di gas naturale dal suo grande giacimento di Shtokman nel Mare di Barents. Il progetto da 20 miliardi di dollari è previsto per il 2010 ed è stato studiato per rifornire i terminali statunitensi di gas naturale liquido.

Fin dal devastante imprevisto di due anni fa della “Rivoluzione dei colori”, sponsorizzata dagli Stati Uniti, prima in Georgia e poi in Ucraina, la Russia ha iniziato a giocare molto attentamente le sue strategiche carte energetiche: dai reattori nucleari in Iran, alla vendita di armamenti in Venezuela ed in altri stati dell’America Latina, fino alla cooperazione strategica per il gas naturale in Algeria.

Nello stesso tempo l’amministrazione Bush è rimasta impantanata in un intricato groviglio geopolitico, attraverso un’agenda di politica estera noncurante tanto dei suoi alleati quanto dei suoi nemici. Questa incauta politica è stata associata, più di ogni altro personaggio di Washington, al precedente amministratore delegato della Halliburton, Dick Cheney.

La “Presidenza Cheney”, che è il nome con cui gli storici etichetteranno gli anni di George W. Bush, si è basata su una strategia chiara. E’ stata spesso fraintesa dai critici che si sono eccessivamente incentrati sui suoi aspetti più visibili, come l’Iraq, il Medio Oriente e gli stridenti venti di guerra intorno al Vice-Presidente ed al suo vecchio amico, il Segretario della Difesa Don Rumsfeld.

La “Strategia Cheney” è stato un disegno di politica estera statunitense basato sul tentativo di controllo diretto dell’energia globale, controllo da parte dei Quattro Grandi [Big Four] privati giganti del petrolio, statunitensi o legati agli USA – ChevronTexaco o ExxonMobil, BP o Royal Dutch Shell. In particolare, si è puntato al controllo di tutte le regioni maggiori produttrici di petrolio e di gas naturale. Tale controllo si è attuato parallelamente al tentativo degli Stati Uniti di ottenere la totale supremazia militare sull’unica minaccia potenziale alle sue ambizioni – la Russia. Cheney è stata la persona ideale che ha saputo tessere insieme una politica energetica e militare in una coerente strategia per il dominio.

L’amministrazione Cheney-Bush è dominata da una coalizione di interessi composta dalle Big Oil [Grandi Compagnie petrolifere] e dalle grandi del complesso industriale militare americano.

Questi interessi corporativi privati esercitano il loro potere attraverso il controllo della politica del governo degli Stati Uniti. Un’agenda essenzialmente militaristica ed aggressiva è stata portata avanti. Ed è stata impersonata dalla Halliburton Inc., la precedente compagnia di Cheney, che allo stesso tempo è la più potente compagnia di servizi energetici e geopolitici e la più grande costruttrice di basi militari.

Per comprendere questa politica è importante analizzare come Cheney, in qualità di amministratore delegato della Haliburton, focalizzava il problema dei futuri rifornimenti di petrolio alla vigilia della sua elezione alla vice presidenza degli Stati Uniti.

Dove in realtà si nasconde il vero affare’: Il discorso di Cheney a Londra del 1999

Tornando indietro al 1999, un anno esatto prima delle elezioni USA che lo hanno consacrato il più potente vice-presidente della storia, Cheney tenne un discorso rivelatore poco prima che la sua compagnia approdasse al London Institute of Petroleum. Ad una domanda sulle prospettive globali per le grandi compagnie petrolifere, Cheney rispose così:

Stando a diverse stime nei prossimi anni ci sarà una crescita media annuale del 2% della domanda mondiale di petrolio che sarà accompagnata da una riduzione del 3% della produzione. Ciò significa che entro il 2010 avremo bisogno di circa 50 milioni di barili al giorno in più rispetto ad oggi. Per cui chiedo, da dove dovrà provenire questo petrolio? I governi e le compagnie petrolifere nazionali controllano circa il 90% delle risorse. Il petrolio rimane fondamentalmente un affare dei governi. Mentre, da una parte, molte regioni del globo offrono grandi opportunità, dall’altra il Medio Oriente con i suoi due terzi delle riserve mondiali ed i bassi prezzi, è in pratica il luogo dove concludere il vero affare. Nonostante le stesse compagnie siano ansiose di ottenere un maggiore accesso in quelle aree, i progressi continuano ad essere lenti. E’ vero che la tecnologia, le privatizzazioni e le aperture di buona parte dei paesi hanno creato molte nuove opportunità ma, guardando indietro ai primi anni 90, le aspettative prevedevano che significative quantità di nuove risorse sarebbero arrivate dalle regioni dell’ex Unione Sovietica e della Cina. Naturalmente ciò non accadde.

Le osservazioni di Cheney meritano un’attenta lettura. Egli presuppone una crescita contenuta della domanda di petrolio entro la fine di questa decade, cioè entro quattro anni. Avremo cioè bisogno di una quantità aggiuntiva di circa 50 milioni di barili al giorno. L’attuale produzione è stabile sugli 83 milioni di barili. Ciò significa che, per evitare conseguenze catastrofiche sulla crescita economica globale, il pianeta deve procurarsi, secondo le stime di Cheney del 1999, un’ulteriore produzione pari a circa il 50% dei livelli del 1999, e tutto entro il 2010. Ciò equivale a cinque nuove regioni petrolifere per un’estensione pari alle dimensioni dell’attuale Arabia Saudita. E’ questa l’esorbitante quantità di cui abbiamo bisogno.

Dato che per portare nuovi giacimenti a pieno regime occorrerebbero non meno di sette anni, non si avrebbe avuto abbastanza tempo per affrontare un’eventuale crisi energetica con conseguente rialzo dei prezzi. Le stime di Cheney erano inoltre basate anche su una stima eccessivamente contenuta della domanda di petrolio di paesi come Cina e India, le economie con il più alto tasso di crescita.

Un secondo punto degno di nota del discorso di Cheney è l’osservazione con cui afferma che “il Medio Oriente con i suoi due terzi delle riserve mondiali ed i bassi prezzi è in pratica il luogo dove concludere il vero affare.” In ogni caso, come ha apertamente sottolineato, il “bottino” petrolifero era in mani statali o governative, non aperto allo sfruttamento privato e pertanto inaccessibile alla Halliburton di Cheney e ad i suoi amici della ExxonMobil, Shell, Chevron o BP.

In quel periodo l’Iraq, con la sua seconda più grande scorta di petrolio dopo l’Arabia Saudita, era sotto il controllo di Saddam Hussein. L’Iran, che è il secondo produttore mondiale di gas naturale, era guidato da una teocrazia nazionalista che mai avrebbe aperto le porte alle proposte delle compagnie private statunitensi. Infine le riserve di petrolio del Mar Caspio erano soggette ad un aspro conflitto geopolitico tra Washington e Mosca.

L’affermazione di Cheney, “il petrolio resta fondamentalmente un affare dei governi”, e non dei privati, acquista un nuovo significato se ci tuffiamo nel settembre 2000, nel cuore della campagna elettorale Bush-Cheney. In quel mese Cheney, insieme a Don Rumsfeld, Paul Wolfowitz e molti altri che in seguito si aggregarono alla nuova amministrazione Bush, diffuse un rapporto intitolato “Re-building America’s Defenses” [Ricostruire le Difese Americane]. Il rapporto era stato stilato da un ente nominato Project for the New American Century (PNAC) [Progetto per il Nuovo Secolo Americano].

Il gruppo PNAC di Cheney invitava il futuro presidente a trovare un pretesto adeguato per dichiarare guerra all’Iraq, con l’obiettivo di occuparlo militarmente e prendere il controllo delle sue riserve petrolifere. Il loro rapporto asseriva in maniera diretta, “L’irrisolto conflitto iracheno fornisce un’immediata giustificazione, mentre la necessità di una sostanziale presenza militare americana nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein…

Nel settembre 2000 Cheney firmò un documento strategico in cui dichiarava che il punto chiave era “la presenza americana nel Golfo”, ed un cambio di regime in Iraq, indifferentemente dal fatto che Saddam Hussein fosse il buono, il brutto o il cattivo. Era il primo passo dell’esercito statunitense verso “il vero affare”.

Non fu una coincidenza il fatto che all’inizio del 2001, immediatamente dopo le elezioni, Cheney ottenne il comando della “Presidential Energy Task Force” [Task-Force Presidenziale per l’Energia], dove lavorò a stretto contatto con i suoi amici delle Big Oil (le grandi del petrolio), compreso un certo Ken Lay della Enron, con cui Cheney aveva precedentemente lavorato al progetto del gasdotto afgano.

Insabbiata nel dibattimento che infine portò al bombardamento ed all’occupazione statunitense dell’Iraq nel marzo 2003, c’era un’azione legale sotto l’ala del “Freedom and Information Act” proposta dal Sierra Club and Judicial Watch, inizialmente creata per trovare informazioni sul ruolo avuto da Cheney nella crisi energetica californiana. L’istanza chiedeva che il Vice-Presidente Cheney rendesse pubblici tutti i documenti e le registrazioni degli incontri relativi al progetto della sua Task Force.

Nell’estate del 2003, nonostante la violenta opposizione di Cheney e di tutta la Casa Bianca, il Dipartimento USA per il commercio rilasciò parte dei documenti. In mezzo ai file relativi all’analisi energetica interna agli Stati Uniti c’era, curiosamente, una mappa dettagliata dei giacimenti petroliferi iracheni, degli oleodotti, delle raffinerie e dei terminal, e c’erano inoltre due cartelle dettagliate contenenti progetti in Iraq insieme a una lista dei “pretendenti stranieri dei contratti petroliferi in Iraq.” La lista degli stranieri comprendeva la Russia, la Cina e la Francia, tre membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che si erano apertamente opposti all’approvazione da parte delle Nazioni Unite dell’invasione americana dell’Iraq.

Il primo provvedimento dell’occupazione post-bellica era stato infatti quello di dichiarare nulli tutti i contratti sottoscritti tra il governo iracheno, Russia, Cina e Francia. Il petrolio iracheno doveva essere un affare americano, gestito dalle compagnie americane o dai loro amici intimi britannici… la prima scommessa era stata vinta.

Ciò era esattamente quello a cui Cheney alludeva nel suo discorso a Londra del 1999. Rendere le risorse medio-orientali indipendenti dai governi nazionali e metterle in mano agli Stati Uniti. L’occupazione militare dell’Iraq era il primo grande passo nella sua strategia. In ogni caso per Washington “il vero affare” era in ultima istanza il controllo delle riserve energetiche russe.

La De-costruzione della Russia: “L’obiettivo finale

Per ovvie ragioni politiche e militari Washington non può ammettere apertamente che il suo obiettivo strategico, dalla caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, è sempre stato lo smembramento e la de-costruzione della Russia ed il controllo effettivo delle sue enormi risorse di gas e petrolio. Tuttavia l’Orso Russo possiede ancora formidabili mezzi militari, sebbene dilapidati, ed anche una notevole potenza di fuoco atomica.

Nella metà degli anni novanta Washington iniziò un processo deliberato per portare uno ad uno i nuovi stati satellite ex-Sovietici, non nell’Unione Europea, ma nella NATO, dominata da Washington. Nel 2004 Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Bulgaria, Romania, Slovacchia e Slovenia erano già state annesse alla NATO, e la Repubblica di Georgia era pronta.

Questo sorprendente potenziamento della NATO, e gli allarmi che provocò in Europa occidentale ed in Russia, era parte della strategia invocata dagli amici di Cheney nel “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” nel loro rapporto “Ricostruire le Difese Americane.”

Già nel 1996, Bruce Jackson, membro del PNAC, amico intimo di Cheney, e successivamente alto dirigente del gigante della difesa statunitense, la LockheedMartin, era a capo di una lobby molto potente a Washington, la US Committee to Expand NATO [Commissione per l’Espansione della NATO], più tardi rinominata US Committee on Nato [Commissione USA sulla NATO].

La Commissione annoverava tra le sue fila molti membri del PNAC: Paul Wolfowitz, Richard Perle, Stephen Hadley e Robert Kagan. La moglie di Kagan, tale Victoria Nuland, attuale ambasciatrice statunitense alla NATO, è stata la consulente in politica estera di Cheney dal 2000 al 2003. Hadley, un falco della politica molto vicino al Vice-Presidente Cheney, fu nominato da Bush per sostituire Condoleezza Rice come Consigliere della Sicurezza Nazionale.

La rete guerrafondaia di Cheney fu trasferita in blocco dal PNAC in posti chiave dell’Amministrazione Bush per organizzare la politica della NATO e del Pentagono. Bruce Jackson e gli altri, dopo il successo dell’ingresso nella NATO di Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999, organizzarono il cosiddetto “Gruppo di Vilnius” che esercitò pressioni per portare nella NATO altri dieci paesi ex-appartenenti al Patto di Varsavia. Jackson era solito chiamare questo evento il “Big Bang.”

Il Presidente Bush ha ripetutamente usato il termine ‘Nuova Europa’ nei discorsi riguardanti l’allargamento della NATO. In un discorso del 5 Luglio 2002 per celebrare i leader del Gruppo di Vilnius, Bush dichiarò,

Le nostre nazioni condividono una visione comune della Nuova Europa, dove stati liberi sono uniti gli uni con gli altri e con gli Stati Uniti d’America attraverso alleanze e rapporti di cooperazione.’

L’ex-dirigente della Lockheed, Bruce Jackson, si attribuì il merito di aver portato il Baltico ed altri paesi del Gruppo di Vilnius nella NATO. In una sua testimonianza del 1° Aprile 2003 davanti alla Commissione del Senato per le Relazioni Internazionali, Jackson dichiarò di aver dato origine al concetto di ‘Big Bang’ per definire il processo di allargamento della NATO, concetto più tardi adottato dal ‘Gruppo di Vilnius delle Nazioni Baltiche e dell’Est Europa.’. Come Jackson ha sottolineato, nel suo ‘Big Bang’ egli “proponeva l’inclusione di questi sette paesi nella NATO con il pretesto di uno scambio tra vantaggi strategici per la NATO e benefici morali per le comunità democratiche di quelle nazioni.” Il 19 Maggio 2000 a Vilnius, in Lituania, questi propositi furono adottati da nove delle nuove democrazie europee. Jackson sottolineò anche i benefici per l’industria militare statunitense, compresi gli amici della Lockheed, derivanti dalla nascita di un nuovo e più vasto mercato militare ai confini della Russia.

Una volta che l’obiettivo della NATO era stato raggiunto, Bruce Jackson e gli altri membri della lobby, chiusero la Commissione sulla NATO nel 2003 e, simultaneamente, negli stessi uffici, diedero vita ad una nuova lobby, il Project on Transitional Democracies [Progetto per le Democrazie in Transizione] che, stando ai suoi atti, era “organizzato per sfruttare le opportunità di accelerare le riforme democratiche e l’integrazione che crediamo avverrà nella prossima decade nella regione euro-atlantica.” In altre parole, favorire la Rivoluzione dei Colori ed il cambio di regime in Eurasia. Tutti e tre i principali protagonisti del progetto lavoravano nel partito repubblicano, e Jackson e Scheunemann avevano in passato stretto accordi con i maggiori fornitori militari, Lockheed Martin e Boeing.

Jackson e gli altri membri del PNAC e della Commissione NATO crearono inoltre una potente organizzazione lobbistica, la Committee for the Liberation of Iraq [Comitato per la Liberazione dell’Iraq (CLI)]. Il gruppo consultivo del CLI comprendeva anche gli intransigenti senatori repubblicani come Stephen Solarz e Robert Kerrey. Era dominata da risoluti neo-conservatori del partito repubblicano come Jeane Kirkpatrick, Robert Kagan, Richard Perle, William Kristol e l’ex Direttore della CIA, James Woosley.

In veste di membri onorari erano presenti i senatori Joe Lieberman e John McCain.

Jackson affermò che la creazione del CLI, alla luce del successo dell’espansione NATO che aveva ottenuto grazie alla precedente Commissione, era stata richiesta da alcuni amici alla Casa Bianca con l’obiettivo di supportare l’amministrazione Bush nell’opera di convincimento del Congresso e dell’opinione pubblica sulla necessità di una guerra. ‘Alcune persone alla Casa Bianca mi dissero: “Abbiamo bisogno che tu faccia per l’Iraq quello che hai fatto per la NATO”, riferì testualmente Jackson in un’intervista ad American Magazine il 1° Gennaio 2003.

In breve, l’accerchiamento della Russia, la Rivoluzione dei Colori e la guerra in Iraq fanno tutti parte della stessa strategia geopolitica americana, strategia che in ultimo prevede la de-costruzione della Russia una volta per tutte, in modo da non lasciare rivali alla superpotenza USA. La Russia — non l’Iraq o l’Iran — è sempre stato l’obiettivo principale della loro strategia.

Nel 2004, durante una cerimonia di benvenuto per i nuovi dieci membri NATO, il Presidente Bush affermò che da quel momento in poi la missione NATO avrebbe esteso la sua competenza oltre lo stesso perimetro dell’alleanza.

D’ora in poi i membri NATO estenderanno la copertura verso le regioni del Medio Oriente, per rafforzare la lotta al terrorismo e provvedere ad una sicurezza comune.”

La fine dell’era Yeltsin costituì una leggera stonatura nei piani americani. Putin iniziò lentamente ed in maniera abbastanza cauta ad emergere come forza dinamica nazionale, incaricata di ricostruire la Russia che usciva dal saccheggio che il Fondo Monetario Internazionale perpetrava tramite le banche occidentali ed oligarchi russi corrotti.

Fin dal momento del collasso dell’Unione Sovietica la produzione russa di petrolio era talmente cresciuta da diventare nel 2003, anno della guerra in Iraq, il secondo paese produttore mondiale dopo l’Arabia Saudita.

Il vero significato dell’affare Yukos

L’evento determinante nella geopolitica energetica della Russia sotto Putin risale al 2003; Washington, incurante dei movimenti mondiali di protesta e dei richiami delle Nazioni Unite aveva da poco fatto chiarezza sul fatto che avrebbe militarizzato l’Iraq ed il Medio Oriente.

Per meglio capire la geopolitica energetica russa è necessario risalire all’Ottobre del 2003, ossia allo spettacolare arresto del miliardario Mikhail Khodorkovsky, “l’Oligarca Russo”, ed alla conseguente confisca della sua compagnia petrolifera, il gigante Yukos.

Khodorkovsky fu arrestato all’aeroporto di Novosibirsk il 25 Ottobre 2003 dalla Procura Generale russa con l’accusa di evasione fiscale. Immediatamente il governo Putin bloccò le quote della Yukos Oil, e successivamente prese dei provvedimenti estremi che portarono al collasso il prezzo delle sue azioni. Il solo spunto che fu riportato dai media occidentali sottolineava l’unica differenza che, secondo gli analisti occidentali, intercorre tra i metodi del governo Putin e quelli dell’era Sovietica, e cioè la rapidità d’azione. Khodorkovsky fu arrestato appena quattro settimane prima di una decisiva votazione alla camera bassa della Duma, votazione che Khodorkovsky aveva cercato di pilotare sfruttando le sue ingenti ricchezze. Il controllo della Duma era il primo passo del piano per correre contro Putin alle elezioni presidenziali dell’anno successivo. La votazione favorevole della Duma avrebbe permesso a Khodorkovsky di cambiare la legge elettorale in suo favore, ed anche di bloccare la controversa legge sulle risorse del sottosuolo, che avrebbe impedito alla Yukos e ad altre compagnie private di ottenere il controllo delle materie prime del sottosuolo e di sviluppare oleodotti e gasdotti privati indipendenti da quelli nazionali.

Khodorkovsky violò la promessa degli oligarchi fatta a Putin, e cioè che a loro sarebbe stato permesso di continuare a mantenere le proprie attività – di fatto sottratte allo stato attraverso le dismissioni volute da Yeltsin – se fossero rimasti estranei agli affari politici russi ed avessero riportato in patria parte dei loro capitali. Khodorkovsky, il più potente oligarca di quel periodo, era il veicolo di quello che stava diventando un ovvio ‘putsch’ di Washington contro Putin.

L’arresto di Khodorkovsky avveniva a seguito di un incontro informale tenutosi il 14 Luglio dello stesso anno tra lui e Dick Cheney.

A seguito dell’incontro con Cheney, Khodorkovsky iniziò i suoi colloqui con la ExxonMobil e con la ChevronTexaco, la vecchia società di Condi Rice, per concedere un maggior controllo della Yukos, tra il 25% ed il 40%. Ciò allo scopo di rendere Khodorkovsky immune da ogni possibile interferenza da parte del governo di Putin grazie alla forte partnership della Yukos con le grandi compagnie petrolifere statunitensi e, quindi, con Washington. Ciò avrebbe inoltre di fatto dato a Washington, tramite le Big Oil, un potere di veto sulle future operazioni commerciali riguardanti il petrolio ed i condotti russi. Alcuni giorni prima del suo arresto nell’ottobre 2003 per frode fiscale, Khodorkovsky aveva ospitato George H.W. Bush, il rappresentante del potente e segreto gruppo Carlyle di Washington a Mosca. Discutevano gli ultimi dettagli per l’acquisto da parte della compagnia petrolifera statunitense di quote della Yukos.

La Yukos inoltre aveva anche presentato una grande offerta per acquistare la rivale Sibneft da Boris Berezovsky, un altro oligarca dell’era Yeltsin. La YukosSibneft, con i suoi 19,5 miliardi di barili tra gas e petrolio, avrebbe detenuto la seconda maggiore riserva mondiale dopo la ExxonMobil. La YukosSibneft sarebbe stata la quarta compagnia mondiale in termini di produzione, con un regime di estrazione di 2.3 milioni di barili di petrolio al giorno. L’acquisizione della Yukos Sibneft da parte dell’Exxon o della Chevron sarebbe stato un vero e proprio colpo di stato energetico. Cheney lo sapeva; Bush lo sapeva; e Khodorkovsky anche.

Ma soprattutto lo sapeva Vladimir Putin, ed agì decisamente per fermarla.

Khodorkovsky aveva tessuto dei legami molto forti con il potere anglo-americano. Creò una fondazione filantropica, la Open Russia Foundation, basata sul modello della fondazione Open Society del suo stretto amico George Soros. Al consiglio direttivo della fondazione sedevano Henry Kissinger, un suo amico, il rampollo londinese della famiglia di banchieri Lord Jacob Rotschild ed il precedente ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, Arthur Hartman.

Dopo l’arresto di Khodorkovsky il Washington Post scrisse che il miliardario russo si era assicurato i servigi di Stuart Eizenstat – rappresentante del Ministero del Tesoro, Sottosegretario di Stato, Sottosegretario al Commercio durante l’amministrazione Clinton – per fare pressioni su Washington per la sua liberazione. Khodorkovsky era profondamente legato all’establishment anglo-americano.

La successiva protesta dei media occidentali sul ritorno della Russia ai metodi comunisti ed alla gretta politica di potere, ignorò coscientemente il fatto che Khodorkovsky stesso non era certo un esempio di purezza. Tempo prima infatti aveva annullato unilateralmente il contratto con la British Petroleum. La BP era stata un partner della Yukos, e aveva investito circa 300 milioni di dollari perforando il promettente giacimento di Priobskoye in Siberia.

Una volta portata a termine la perforazione, Khodorkovsky avrebbe fatto fuori la BP con metodi da gangster che in gran parte del mondo civilizzato sarebbero stati considerati fuori legge. Alla fine del 2003 la produzione di petrolio dal giacimento di Priobskoye raggiungeva i 129 milioni di barili, con un valore di mercato di circa 8 miliardi di dollari.

Ancora, per quanto riguarda la sua reputazione, c’è da dire che nel 1998, dopo che il FMI aveva elargito un prestito miliardario alla Russia al fine di prevenire il collasso del Rublo, la banca Menatep di proprietà dello stesso Khodorkovsky trasferì l’esorbitante cifra di 4,8 miliardi di dollari dai fondi del FMI ai suoi stretti amici banchieri, tra cui qualche americano.

A questo punto risulta chiaro come le grida di protesta di Washington all’arresto di Khodorkovsky furono alquanto insincere, se non addirittura ipocrite: Washington era stata scoperta con le mani nella marmellata russa.

Il finale della storia segnò un punto a favore del governo Putin che mirava alla ricostruzione della Russia e ad erigere una strategia difensiva nei confronti degli attacchi stranieri guidati da Cheney e dal suo amico Blair in Gran Bretagna. Il tutto avvenne sullo sfondo dello sfrontato accaparramento dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 e dell’annuncio unilaterale di Bush dell’abrogazione del solenne trattato con la Russia, l’ABM (il trattato contro le testate balistiche), con l’obiettivo di continuare lo sviluppo del sistema missilistico difensivo USA, un atto che da Mosca poteva essere interpretato solo come una minaccia alla propria sicurezza.

Infatti, siamo alla fine del 2003, non ci voleva un grande acume strategico-militare per capire che i falchi del Pentagono ed i loro alleati dell’industria militare e petrolifera avevano maturato una visione degli USA, priva dei bavagli imposti dai trattati internazionali, così da poter agire in modo unilaterale secondo i propri interessi. Le loro raccomandazioni erano state pubblicate da uno dei tanti media filo-conservatori. Nel gennaio 2001 il National Institute for Public Policy (NIPP) aveva pubblicato il Rationale and Requirements for U.S. Nuclear Forces and Arms Control (Fondamenti e Requisiti per il Controllo Statunitense delle Armi Nucleari), poco prima che iniziasse l’esperienza dell’amministrazione Bush-Cheney. Il rapporto, chiedendo una riduzione unilaterale delle forze nucleari, era stato firmato da 27 veterani delle amministrazioni passate e presenti. La lista comprendeva anche l’uomo che è oggi il consigliere di Bush sulla Sicurezza Nazionale, Stephen Hadley; comprendeva inoltre l’assistente speciale al Segretario della Difesa, Stephen Cambone, ed anche l’Ammiraglio James Woosly, il precedente capo della CIA e presidente della ONG Freedom House a Washington. La Freedom House aveva giocato un ruolo centrale nella Rivoluzione dei Colori in Ucraina ed in tutte le altre nazioni ex-Sovietiche.

Questi eventi furono subito seguiti da una serie di destabilizzazioni, finanziate da Washington, dei governi periferici alla Russia che in un certo modo erano vicini a Mosca, tra cui la “Rivoluzione delle Rose” in Georgia che spodestò Edouard Shevardnadze in favore di un giovane Presidente filo-americano e pro-NATO di nome Mikheil Saakashvili. Il trentasettenne Saakashvili saggiamente ripristinò il vecchio oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan che avrebbe impedito a Mosca il controllo del petrolio del Caspio. Gli Stati Uniti mantennero stretti rapporti con la Georgia fin dall’inizio della Presidenza Saakashvili. Esperti militari statunitensi istruirono a dovere le truppe georgiane e Washington versò milioni di dollari al fine di preparare la Georgia al suo ingresso nella NATO.

A seguito della Rivoluzione delle Rose in Georgia, la Freedom House di Woolsey, la National Endowment for Democracy, la Fondazione Soros ed altre ONG di Washington organizzarono la provocatoria “Rivoluzione Arancione” in Ucraina nel Novembre 2004. Lo scopo di tale rivoluzione era quello di installare un regime pro-NATO sotto la contestata presidenza di Victor Yushchenko, in un paese strategico per tagliare la Russia fuori dalla rotta dei maggiori flussi di combustibili verso l’Europa Occidentale. I movimenti di ‘opposizione democratica’ della vicina Bielorussia iniziarono a ricevere milioni di dollari dall’Amministrazione Bush, dal Kirghizistan, dall’Uzbekistan e da molti altri staterelli ex-sovietici che formarono una barriera tra i potenziali condotti energetici che avrebbero collegato Cina, Russia ed il Kazakhistan.

Ancora una volta il controllo dei gasdotti e degli oleodotti era il cuore delle strategie USA. Non ci dobbiamo quindi sorprendere se qualcuno nel Cremlino iniziò a chiedersi se George W. Bush, il rinato partner Texano di Putin, stesse parlandogli con la lingua biforcuta, come direbbero gli Indiani.

Alla fine del 2004 era chiaro a Mosca che una nuova Guerra Fredda, questa volta riguardante la supremazia nucleare ed il controllo strategico dell’energia, era pienamente in atto.

Era altrettanto chiaro il filo conduttore delle azioni apparentemente incomprensibili portate avanti da Washington, azioni iniziate a partire dalla dissoluzione dell’Unione-Sovietica nel 1991… era chiaro l’obiettivo finale della politica USA, non la Cina, tanto meno l’Iraq o l’Iran… era l’Eurasia!

L’obiettivo ultimo dei giochi geopolitici era per Washington la completa de-costruzione della Russia, l’unico stato dell’Eurasia capace di organizzare una efficace combinazione di alleanze usando le sue immense risorse energetiche. Ciò, naturalmente, non sarebbe mai stato possibile dichiararlo.

Dopo che nel 2003 Putin e la politica estera russa, ed in particolare la politica energetica, erano ritornati ai principi base della geopolitica della “Heartland” (letteralmente il ‘Cuore della Terra’ per indicare la zona centrale del continente Eurasia) di Sir Halford Mackinder, politica che era stata il fondamento della strategia della Guerra Fredda Sovietica dal 1946, Putin iniziò a portare avanti una serie di mosse difensive al fine di restaurare una sorta di equilibrio sostenibile in conseguenza della crescente politica di isolamento della Russia da parte di Washington. I successivi errori strategici statunitensi hanno reso più facile il compito della Russia. Ora, con la posta che è aumentata per entrambi gli attori – NATO e Russia – quest’ultima ha trasformato la sua strategia da semplicemente difensiva ad offensiva, in modo da assicurarsi una posizione geopolitica più proficua, facendo leva sulle sue risorse energetiche.

Il “Cuore della Terra” di Mackinder e la partita a scacchi di Brzezinski

E’ fondamentale capire bene il significato storico del termine geopolitica. Nel 1904 Halford Mackinder, geografo britannico, tenne un’audizione alla ‘Royal Geographic Society’ di Londra che avrebbe cambiato la storia. Nel suo discorso intitolato ‘Il cardine della geografia nella storia’, Mackinder tentò di definire la relazione tra la geografia delle nazioni o delle regioni – la loro topografia, il loro rapporto con il mare o con la terraferma, il loro clima – con la loro politica ed il posto nell’ordine mondiale. Egli postulò due classi di potere: da una parte il potere del mare, includendovi la Gran Bretagna, gli Stati Uniti d’America ed il Giappone; dall’altra la grande forza dell’Eurasia che, grazie allo sviluppo del trasporto su rotaia, ha permesso alle grandi masse di unirsi indipendentemente dal mare.

Per Mackinder, ardente difensore dell’Impero, la lezione implicita nella continuata egemonia dell’Impero Britannico dopo la Prima Guerra Mondiale era prevenire a tutti i costi una convergenza di interessi tra le nazioni dell’Est Europeo – Polonia, Cecoslovacchia, Austria, Ungheria – e la Russia, ‘Cuore della Terra’ dell’Eurasia, o ‘Terra Pivot’, come fu chiamata. Dopo la pace di Versailles, Mackinder riassunse le sue idee nel famoso detto:

Chi governa l’Est Europeo comanda il ‘Cuore della Terra’;
Chi governa il ‘Cuore della Terra’ comanda l’ ‘Isola-Mondo’;
Chi governa l’ ‘Isola-Mondo’ comanda il Mondo.

Il ‘Cuore della Terra’ per Mackinder significava il centro dell’Eurasia, e l’ ‘Isola-Mondo’ era invece tutta l’Eurasia, compresa l’Europa, il Medio-Oriente e l’Asia. La Gran Bretagna, mai inclusa nell’Europa continentale, era per lui una forza navale a parte. La prospettiva geopolitica di Mackinder diede una scossa all’ingresso della Gran Bretagna nella Prima Guerra Mondiale, diede il via all’ingresso nella seconda. Essa dettò le linee guida delle provocazioni calcolate di Churchill nei confronti di un sempre più paranoico Stalin, così da portare, a partire dal 1943, la Russia nella Guerra Fredda.

Da una prospettiva statunitense, il periodo della guerra fredda del 1946-1991 è stato incentrato sul controllo dell’ ‘Isola-Mondo’ di Mackinder e, conseguentemente, sull’impedire al ‘Cuore della Terra’ rappresentato dalla Russia di arrivarci. Uno sguardo alla mappa delle alleanze militari USA durante la guerra fredda chiarisce ogni dubbio: l’Unione Sovietica fu geopoliticamente contenuta da ogni contatto significativo con l’Europa Occidentale, il Medio-Oriente o l’Asia. Da parte della Russia diciamo che i suoi sforzi durante la guerra fredda furono diretti ad eludere la ‘cortina di ferro’ della NATO.


L’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale, Zbigniew Brzezinski, scrivendo dell’era post-Sovietica nel 1997, attinse anch’egli dalla geopolitica di Mackinder, per descrivere i principali obiettivi strategici degli Stati Uniti diretti ad impedire che l’Eurasia divenisse un blocco economico e militare coerente e quindi un contrappeso allo status di superpotenza degli USA stessi.

Per comprendere la politica estera degli USA dall’arrivo della Presidenza Bush-Cheney del 2001, è utile citare l’articolo di Brzezinski apparso nell’ottobre del 1997 nel Foreign Affairs del Consiglio sulle Relazioni Estere di New York:

L’Eurasia è presente nella maggior parte delle vicende storiche… Tutti i pretendenti al potere globale storicamente più importanti hanno avuto origine nell’Eurasia. Gli stati più popolosi aspiranti all’egemonia regionale, Cina ed India, si trovano in Eurasia, e sono i contendenti politici ed economici potenziali della supremazia americana. Dopo gli Stati Uniti le sei maggiori economie si trovano qui… L’Eurasia conta il 75% della popolazione mondiale, il 60% del suo PIL ed il 75% delle sue risorse energetiche. Collettivamente il potenziale dell’Eurasia surclassa anche l’America.
L’Eurasia è il supercontinente assiale del mondo. Una potenza che dominasse l’Eurasia avrebbe un’influenza decisiva su due delle tre regioni più produttive, l’Europa Occidentale e l’Est Asiatico. Uno sguardo all’atlante suggerisce inoltre che un forte potere in Eurasia sarebbe in grado di controllare automaticamente il Medio-Oriente e l’Africa. Con un’Eurasia con un ruolo così decisivo nello scacchiere geopolitico, non è più sufficiente creare una politica per l’Europa ed un’altra per l’Asia. Quello che avverrà con la distribuzione del potere tra le diverse regioni eurasiatiche avrà un’importanza decisiva per la supremazia mondiale americana.

Se consideriamo le parole dello stratega Brzezinski e gli assiomi di Harfold Mackinder come il principio guida della politica estera, prima inglese e poi americana, da più di un secolo di storia, inizia a diventare chiaro il perché uno stato russo riorganizzato sotto la presidenza Putin, si sia messo in moto per resistere alle proposte ed ai chiari tentativi di decostruzione promossi da Washington in nome della democrazia. In che modo Putin ha attivato le difese? In una parola: Energia.

La geopolitica energetica russa

In termini di standard di vita, mortalità e prosperità economica, la Russia di oggi non è certamente una potenza mondiale. In termini di energia è invece un colosso. Territorialmente è ancora la nazione più grande del pianeta, estendendosi dal Pacifico alle porte dell’Europa. Possiede vasti territori, enormi risorse naturali e, soprattutto, detiene la più grande riserva di gas naturale, la fonte energetica che attualmente si trova al centro dei giochi di potere mondiali. La Russia è inoltre, nonostante la caduta dell’Unione Sovietica, l’unico stato sulla faccia della terra che possieda una potenza militare capace di tenere testa a quella statunitense.

In Russia vi sono più di 130.000 pozzi petroliferi e qualcosa come 2.000 depositi di gas e petrolio di cui almeno 900 inutilizzati. Le riserve petrolifere sono state stimate in 150 miliardi di barili, pari forse a quelle dell’Iraq. Potrebbero forse essere anche di più ma la difficoltà di trivellazione in molte regioni dell’Artico non permette una stima esatta. Prezzi maggiori di 60 dollari al barile iniziano comunque a rendere più conveniente l’esplorazione di quelle regioni remote.

Attualmente i prodotti petroliferi vengono esportati all’estero attraverso tre linee principali: il Mar Baltico ed il Mar Nero per l’Europa Occidentale, il tragitto del Nord ed infine il percorso dell’Estremo Oriente verso il Giappone, la Cina ed i mercati est-asiatici. La Russia possiede dei terminali sul Baltico a San Pietroburgo ed i più recenti a Primorsk. Ci sono inoltre terminali in costruzione a Vysotsk, Batareynaya Bay e Ust-Luga.

La rete statale russa di gasdotti è anche chiamata ‘sistema unificato di trasporto di gas’ e comprende una vasta rete di condotti e stazioni di compressione che si estende per più di 150.000 chilometri attraverso la Russia. Per legge è concesso l’utilizzo dei condotti solo alla controllata statale Gazprom. La rete è forse il bene di maggior valore se escludiamo le fonti energetiche stesse. Questo è il cuore della nuova geopolitica di Putin ed il nocciolo del conflitto con le compagnie gassifere e petrolifere occidentali e con l’Unione Europea, il cui Commissario per l’Energia, Andras Piebalgs, è originario di quella Lettonia da poco tempo nuovo membro NATO.

Nel 2001, non appena divenne chiaro a Mosca che Washington avrebbe trovato un modo per attirare le Repubbliche Baltiche nella NATO, Putin appoggiò lo sviluppo di un nuovo porto e più grande sulle coste russe del Mar Baltico a Primorsk, per un costo di 2,2 miliardi di dollari. Questo progetto, conosciuto come il Sistema Baltico di Oleodotti (BPS), riduce drasticamente la dipendenza da Lituania, Lettonia e Polonia. Il Baltico è la maggiore rotta russa per l’esportazione del petrolio che va dalla Siberia occidentale e dalle province petrolifere di Timan-Pechora fino al porto di Primorsk nel Golfo Russo di Finlandia. Il BPS è stato completato a marzo di quest’anno e possiede una portata di circa 1,3 milioni di barili al giorno destinati ai mercati occidentali in Europa.
Nello stesso mese, marzo 2006, il precedente Cancelliere tedesco, Gerhard Schroeder era stato nominato Presidente di un consorzio russo-tedesco incaricato di costruire un gasdotto sotto il Mar Baltico della lunghezza di circa 1.200 chilometri. Il maggior azionista di questo Progetto per il Gasdotto Nord-Europeo (NEGP) è la Gazprom con il suo 51%. Le società tedesche BASF e E.On detengono il 24,5% ciascuna. Il progetto, il cui costo è stimato intorno ai 4,7 miliardi di euro, è stato iniziato alla fine del 2005 e collegherà il terminale del porto russo nella città di Vyborg, vicino San Pietroburgo sul Baltico, con la città baltica di Greifswald, nella Germania orientale. Il giacimento siberiano di gas naturale di Yuzhno-Russkoye sarà sviluppato da una impresa in partecipazione tra Gazprom e BASF. L’accordo è stato l’ultimo atto importante di Gerhard Schroeder in veste di Cancelliere; provocò non poche proteste sia del governo polacco filo-americano, sia di quello ucraino, il quale assisteva alla perdita di controllo sui flussi energetici provenienti dalla Russia. Nonostante i suoi stretti rapporti con l’amministrazione Bush, il nuovo Cancelliere Angela Merkel è stato obbligato ad inghiottire il rospo ed accettare il progetto per il semplice fatto che l’industria tedesca è dipendente dalle importazioni di energia dalla Russia, essendo quest’ultima il maggior fornitore di gas naturale della Germania.

L’enorme deposito di gas naturale di Shtokman, nel settore russo del Mar di Barents, a nord del porto di Murmansk, farà anch’esso parte del progetto NEGP. Quando sarà completato in entrambi i gasdotti il NEGP rifornirà la Germania di circa 55 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno.

Nell’Aprile del 2006 il Governo Putin ha annunciato l’inizio del primo stadio nella costruzione del condotto ESPO (Siberia Est – Oceano Pacifico), un vasto oleodotto che collegherà Tasishet, nella regione dell’Irkuzia a Perevoznaya Bay sulla costa russa dell’Oceano Pacifico, per un costo di oltre 11,5 miliardi di dollari. Lo realizzerà la Transneft, una compagnia di stato russa. Quando sarà ultimato l’oleodotto sarà in grado di pompare fino a 1,6 milioni di barili al giorno dalla Siberia all’estremo oriente russo, e da lì verso i paesi asiatici emergenti, in particolare la Cina. Il primo stadio sarà completato entro il 2008. Inoltre Putin ha annunciato che sarà implementata una raffineria prossima ai confini con la Cina, in modo da poter vendere prodotti raffinati alla stessa ed ai mercati asiatici. Attualmente il petrolio siberiano viene consegnato nei paesi del Pacifico solo attraverso il trasporto ferroviario.

Per la Russia, il percorso Taishet-Perevoznaya massimizzerà i suoi benefit strategici nazionali. In futuro sarà possibile esportare petrolio in Giappone direttamente dal porto di Nakhodka. Il Giappone, paese estremamente dipendente dall’importazione di greggio, è impaziente di trovare nuove fonti sicure di petrolio fuori dal Medio-Oriente. L’ESPO potrebbe inoltre rifornire le due Repubbliche di Corea e la Cina tramite la costruzione di oleodotti da Vladivostok verso Blagoveshchensk e Daqing. Il percorso di Taishet offre una chiara visione del percorso di cooperazione energetica tra Russia, Cina, Giappone e gli altri paesi dell’Est Asiatico.

Sakhalin: la Russia ridimensiona le Big Oil

Nel tardo settembre del 2006 è esplosa una disputa apparentemente minore che si concluse con la revoca del permesso ambientale al progetto Liquified Natural Gas [Gas Naturale Liquido], il ‘Sakhalin II’ della Royal Dutch Shell, che doveva permettere di rifornire di gas naturale il Giappone, la Corea del Sud ed altri paesi entro il 2008. La Shell è socia in un progetto Anglo-Giapponese di sfruttamento di gas e petrolio nell’isola russa di Sakhalin, a nord dell’isola giapponese di Hokkaido.

Nello stesso periodo, il governo Putin annunciò che le stesse restrizioni ambientali non erano state rispettate nemmeno dalla ExxonMobil nella costruzione del terminale petrolifero ‘De Kastri’, nell’Isola di Sakhalin, facente parte del ‘Progetto Sakhalin I’. Sakhalin I è stato progettato per contenere circa 8 miliardi di barili tra petrolio e gas, rendendo così l’area un raro “Giacimento Super Gigante” per usare la terminologia dei geologi.

Nei primi anni 90 il governo Yeltsin aveva fatto un’offerta disperata al fine di attrarre capitali e tecnologia esteri nello sfruttamento delle regioni petrolifere e gassifere della Russia, in un periodo in cui i prezzi delle risorse energetiche erano veramente bassi. Con un coraggioso inizio, Yeltsin conferì alle maggiori compagnie petrolifere occidentali i diritti di sfruttamento in due grandi progetti: Sakhalin I e Sakhalin II. Sotto il PSA, Production Sharing Agreement (Accordo di Compartecipazione alla Produzione), la ExxonMobil, partner principale del progetto Sakhalin II, riuscì ad ottenere le concessioni russe senza vincoli fiscali.

Sempre secondo gli accordi del PSA, che è un tipico accordo intercorrente tra le Big Oil anglo-americane ed i paesi del terzo mondo, il governo russo sarebbe stato ricompensato con quote degli eventuali proventi dell’estrazione. Ma le prime gocce di oro nero per la Russia sarebbero fuoriuscite solamente dopo che tutti i costi di produzione fossero stati coperti. Il PSA era stato originariamente ideato da Washington e dalle Big Oil per agevolare un proficuo controllo delle compagnie petrolifere dei progetti in paesi terzi. I maggiori giganti USA del petrolio, in collaborazione con l’Istituto James Baker, che aveva redatto il Rapporto per una Task Force Energetica per Cheney, utilizzano la forma del PSA per controllare il petrolio iracheno dietro la copertura di una compagnia petrolifera statale irachena.

Poco prima che il governo russo dichiarasse pubblicamente i problemi della ExxonMobil nel terminale di Sakhalin, la stessa compagnia aveva annunciato una lievitazione dei costi del progetto.

La ExxonMobil, il cui studio legale è James Baker III, uno stretto partner anche della coppia della Casa Bianca Bush-Cheney, annunciò un 30% di maggiorazione dei costi iniziali, una cifra che avrebbe tagliato fuori la Russia dai proventi del petrolio stando agli accordi del PSA. La notizia arrivò alla vigilia dell’inaugurazione da parte della ExxonMobil del terminale a De Kastri, nell’isola di Sakhalin. Il Ministro russo dell’Ambiente e l’Agenzia per lo Sfruttamento del Sottosuolo dichiararono immediatamente che il terminale ‘non rispettava le direttive ambientali’, pertanto la produzione doveva essere fermata.

La Royal Dutch Shell britannica detiene la concessione, sempre sotto i termini del PSA, per sviluppare risorse petrolifere e gassifere nella regione Sakhalin II, e per costruire il primo progetto russo per il Gas Naturale Liquido. Il progetto di 20 miliardi di dollari, che impiega 17.000 persone, è giunto all’80%. E’ il più grande progetto mondiale integrato per petrolio e gas, e comprende le prime produzioni russe offshore di petrolio e gas.

Le chiare mosse del governo russo contro la ExxonMobil e la Shell furono interpretate come un tentativo di Putin di riprendere il controllo delle risorse energetiche naturali russe che erano state svendute durante la presidenza Yeltsin. Ciò sarebbe coerente con la emergente strategia energetica di Putin.

Il Progetto ‘Gas Blue-Stream’ tra Russia e Turchia

Nel novembre 2005 la Gazprom completava lo stadio finale del gasdotto Blue Stream, lungo 1.213 chilometri e costato 3,2 miliardi di dollari. Il progetto trasporta gas dai giacimenti di Krasnodar attraverso gasdotti sottomarini nel Mar Nero fino al terminal di Durutsu, vicino Samsun, sulla costa turca del Mar Nero. Da qui fino ad Ankara. Quando nel 2010 raggiungerà il massimo regime avrà una capacità di circa 16 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

La Gazprom sta ora discutendo sul transito di gas russo verso i paesi dell’Europa meridionale e di quella dell’Est. Grecia, Italia meridionale ed Israele stanno tutti negoziando con la Gazprom per attingere gas dalla linea Blue Stream attraverso la Turchia. Un nuovo tragitto per la fornitura di gas è in via di sviluppo – quello che passerà attraverso i paesi dell’est e del centro Europa. Il nome provvisorio del progetto è Gasdotto Sud-Europeo. L’aspetto principale è implementare un nuovo sistema di trasporto del gas, sia dalla Russia sia da paesi terzi.

In conclusione, senza considerare il potenziale emergente dell’ingresso della Gazprom nei mercati in via di sviluppo di petrolio, gas naturale ed energia nucleare, è chiaro come la creazione di nuove alleanze economiche in Eurasia sia saldamente al centro dei negoziati russi.

I Piani statunitensi per la ‘Supremazia Nucleare

La chiave della riuscita della Russia di Putin sta nell’abilità di difendere la sua strategia energetica eurasiatica con un credibile deterrente militare, e di contrastare i piani militari, ora palesi, di Washington per ciò che il Pentagono definisce la ‘Dominazione ad ampio raggio’.

In un articolo abbastanza rivelatore intitolato ‘Il ritorno della supremazia nucleare degli USA’ nel numero di marzo 2006 di Foreign Affairs, il magazine del New York Council on Foreign Relations, gli autori Lieber e Daryl Press affermano:

Oggi, per la prima volta in almeno 50 anni, gli USA si trovano sull’orlo del raggiungimento della supremazia nucleare. Probabilmente sarà presto possibile per gli Stati Uniti distruggere gli arsenali a lungo raggio di Russia e Cina al primo colpo. Questo drammatico cambiamento nell’equilibrio nucleare scaturisce da una serie di miglioramenti dei sistemi nucleari statunitensi, dal rapido declino dell’arsenale russo e dalla lentezza della modernizzazione cinese in fatto di armi nucleari. Finché le politiche di Washington non cambieranno, oppure finché Mosca e Pechino non faranno passi in avanti per accrescere le dimensioni e la prontezza delle loro forze, la Russia e la Cina – ed il resto del mondo – vivranno all’ombra della supremazia nucleare statunitense per ancora molti anni a venire.

Gli autori statunitensi affermano accuratamente che fin dal collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 l’arsenale nucleare strategico russo si è ‘deteriorato notevolmente.’ Concludono inoltre che gli USA hanno inseguito per un buon periodo di tempo, e lo fanno tuttora, la supremazia nucleare globale.

Nella National Security Strategy [Strategia per la Sicurezza Nazionale] dell’Amministrazione Bush del settembre 2002, si afferma esplicitamente che fa parte della politica ufficiale degli Usa stabilire un primato militare mondiale, un pensiero, oggi, non molto accomodante per molte nazioni alla luce delle recenti azioni di Washington dopo gli eventi del settembre 2001.

Uno dei progetti prioritari del Segretario della Difesa Rumsfeld è stato la costruzione, multi-miliardaria, di un sistema di difesa missilistico. E’ stato spacciato agli elettori americani come una difesa da un possibile attacco terroristico. In realtà, come è stato apertamente dimostrato da Mosca e Pechino, il sistema è stato pensato esclusivamente per le uniche due potenze nucleari, Russia e Cina.

Come mostra l’articolo del Foreign Affairs, ‘questa sorta di difesa missilistica che gli Stati Uniti potrebbero plausibilmente schierare sarebbe di prezioso aiuto in un contesto di offensiva militare — in aggiunta cioè alla potenza di fuoco degli USA – e non di difesa. Se gli Stati Uniti lanciassero un attacco nucleare verso la Russia o la Cina, la regione colpita sarebbe ridotta ad un arsenale di minuscola sopravvivenza – se non addirittura annientata. A quel punto anche un sistema di difesa missilistico relativamente modesto sarebbe in grado di proteggere efficacemente gli aggressori da un’eventuale rappresaglia, in quanto il nemico già devastato avrebbe veramente poche testate disponibili.’

Nell’attuale contesto, dove gli USA hanno inviato truppe dei suoi partner NATO in Afghanistan e Libano, e apertamente appoggiano l’ex repubblica dell’URSS, la Georgia, non è una sorpresa che a Mosca potrebbero risultare fastidiose le promesse del presidente americano di diffondere la democrazia nel ‘Grande Medio Oriente’. Questo termine, ‘Grande Medio Oriente’ è una creazione dei vari opinionisti e pensatori vicini a Cheney, tra cui i redattori del ‘Progetto per il Nuovo Secolo Americano’, per riferirsi ai paesi non-arabi come Turchia, Iran, Israele, Pakistan, Afghanistan, ai paesi dell’Asia Centrale (ex URSS), all’Azerbaijan, Georgia e Armenia. Al summit G-8 dell’estate 2004 il presidente Bush usò ufficialmente il termine per la prima volta riferendosi all’area oggetto della diffusione della democrazia.

Lo scorso 3 Ottobre il Ministro degli Esteri russo ha avvertito che la Russia potrebbe ‘prendere misure appropriate’ nel caso la Polonia utilizzasse elementi del nuovo sistema di difesa missilistico americano. La Polonia è oggi un membro NATO. Il suo Ministro della Difesa è un certo Radek Sikorski, ex appartenente all’AEI di Richard Perle a Washington. E’ stato anche Direttore Esecutivo del ‘New Atlantic Iniziative’ un progetto disegnato appositamente per attirare verso la NATO i paesi appartenuti al Patto di Varsavia. Gli Stati Uniti stanno inoltre costruendo, sotto l’ombrello della NATO, un sistema europeo di difesa missilistica.

L’unico bersaglio plausibile è la Russia, nel senso che un tale sistema sarebbe di supporto ad un eventuale primo attacco degli USA. Il completamento del sistema europeo, la militarizzazione dell’intero Medio Oriente, l’accerchiamento della Russia e della Cina per mezzo di una rete interconnessa di basi militari americane, molte delle quali installate sotto il pretesto della Guerra al Terrore, tutti questi aspetti appaiono agli occhi del Cremlino come parte di una deliberata strategia mirata al predominio ad ampio raggio degli USA. Il Pentagono si riferisce a ciò indicandolo anche con le parole Escalation Dominance [Supremazia nell’Escalation] per indicare la capacità di prevalere in guerre di ogni livello, anche nucleari.

Lo status militare di Mosca

Mosca non è stata completamente passiva durante questo crescendo. Durante il discorso alla nazione del maggio 2003, Vladimir Putin parlò di rinforzare e modernizzare il deterrente nucleare russo con la creazione di nuovi tipi di armi tali da ‘assicurare la capacità di difesa della Russia e dei suoi alleati nel lungo termine’. La Russia ha fermato il suo programma di distruzione delle testate SS-18 Mirved nel momento in cui l’amministrazione Bush ha dichiarato unilateralmente la fine del trattato di antiproliferazione delle testate balistiche, e ha di fatto annullato il trattato Start II.

La Russia non ha mai smesso di essere una potenza ad alta tecnologia militare – un trend questo che è continuato dal momento in cui è diventata uno stato moderno. Mentre da un lato le sue forze armate terrestri, navali ed aeree si trovano in condizioni disastrate, gli elementi per una resurrezione della Russia verso lo status di superpotenza militare ci sono ancora. La Russia è stata costantemente presente al gradino più alto della tecnologia militare nelle varie esposizioni mondiali, ed è stata anche abbastanza efficace nella dimostrazione delle sue potenzialità.

Nonostante le sue difficoltà economiche e finanziarie la Russia produce ancora tecnologia militare allo stato dell’arte, secondo quanto riferisce un’analisi di un gruppo di pensiero, vicino a Washington, del 2004 chiamata ‘Power and Interest News Report (PINR)’. Uno dei migliori risultati raggiunti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica è stato il veicolo corazzato da combattimento BMP-3, che è stato scelto da paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman tra decine di veicoli Occidentali.

Il sistema missilistico terra-aria russo S-300 ed il suo ben più potente successore, l’S-400, sono considerati più efficaci e potenti dei sistemi Patriot di fattura statunitense. La già citata esercitazione militare tra il Patriot e l’S-300 non ha mai avuto luogo, lasciando così il complesso russo in una indiscussa, sebbene mai verificata, atmosfera di superiorità sugli americani.
Continuando in questo elenco troviamo la famiglia dei Kamov-50, elicotteri militari che montano le più recenti tecnologie belliche, rendendoli una forza equivalente a quella posseduta da Washington. Le industrie europee del settore lo confermano.

Nelle recenti esercitazioni militari Indo-Americane le forze aeree indiane, equipaggiate dei moderni SU-30 russi, si sono ben districate nella maggior parte degli ingaggi con gli F-15 americani, costringendo Hal Homburg, Generale dell’Aviazione Statunitense, ad ammettere che la tecnologia russa in mani indiane ha bruscamente rimesso con i piedi a terra l’Air Force americana. L’assetto militare russo continua a sfornare elicotteri, carri armati e veicoli d’assalto che se la giocano alla pari con il meglio che l’occidente offre.

Le esportazioni di armi, oltre che gas e petrolio, sono state uno dei metodi migliori per accumulare valuta pesante. La Russia è il secondo maggiore esportatore mondiale di tecnologia militare dopo gli USA. Come riportato in diverse riviste, giornali e periodici, è molto più facile che la sua moderna tecnologia militare sia esportata all’estero piuttosto che destinata al rifornimento delle sue forze armate a causa dei numerosi vincoli di natura finanziaria. Ciò comporta delle implicazioni per le future operazioni di combattimento che gli USA dovranno affrontare, in quanto le varie insurrezioni, guerriglie o gruppi terroristici armati che si svilupperanno in tutto il pianeta – sono queste le formazioni con cui si dovrà scontrare in futuro – saranno dotate di armi russe.

L’arsenale nucleare russo ha giocato un importante ruolo politico sin dalla fine dell’Unione Sovietica, fornendo una sicurezza costante alla stessa. Dopo un breve conflitto interno tra il 1998 ed il 2003, lo Stato Maggiore russo concordò con il Ministero della Difesa sul fatto che una politica di dismissione delle testate nucleari a favore di un ritorno ad armamenti convenzionali non era tollerabile. Nel 2003 la Russia dovette acquistare dall’Ucraina bombardieri strategici e missili balistici intercontinentali e tenerli immagazzinati lì. Fin da allora il nucleare è stato una priorità. Oggi le finanze di stato, grazie anche al rialzo dei prezzi dei combustibili fossili, stanno riprendendo fiato. La banca centrale russa è diventata una delle cinque maggiori riserve di valuta statunitense con i suoi 270 miliardi di dollari.

Il fondamento materiale delle forze militare russe è la sua industria per la difesa. Dopo il 1991 la Federazione Russa ereditò la grande massa del complesso industriale difensivo dell’URSS.

Oggi gli Stati Uniti stanno rinforzando la loro influenza e la loro presenza militare nel Medio Oriente malgrado un generale decremento delle sue commesse militari. Perché? Il petrolio è certamente il motivo principale. Ma in termini geopolitici l’obiettivo è anche il potere che deriva dal controllo dell’Eurasia – come Mackinder ha suggerito molto bene. La pressione per una supremazia nucleare degli USA sulla Russia è il fattore che, nella politica mondiale di oggi, rappresenta il rischio più alto di un coinvolgimento del mondo in una conflagrazione nucleare.

L’affermazione fondamentale della geopolitica di Mackinder è tutt’oggi rilevante: ‘Restano le grandi realtà geografiche: Terra contro Mare, Centro contro Periferia…’ Sia la Russia che gli Stati Uniti lo hanno capito molto bene.

F. William Engdhal
Fonte: http://www.engdahl.oilgeopolitics.net
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20.10.2006

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FABIO MAURIZI

Pubblicato da Truman