LE FOTO DEI FESTEGGIAMENTI POSSONO INFIAMMARE I ‘TERRORISTI’

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QUANTO QUELLE DELLA MORTE DI BIN LADEN

KEVIN GOSZTOLA
Opednews.com

La decisione di non rilasciare le foto
di Osama ferito e ucciso si poggia un debole insieme di ragioni, che
risiedono solamente sulla saggezza convenzionale adottata a Washington.

L’ipotesi che la pubblicazione delle
foto avrebbe potuto infiammare il Medio Oriente è già stata fatta
in precedenza: ricordiamo il
blocco delle “foto della tortura” da parte dell’amministrazione Obama nel maggio del 2009, quando ACLU stava cercando di ottenerle per mezzo di richiesta basata sul Freedom of Information Act. Greg Mitchell su The Nation rammenta agli Americani il dibattito che avvolse la decisione di diffondere le foto di Abu Musab al-Zarqawi dopo la sua morte.
Jon Stewart ha reso bene l’idea la scorsa notte al “Daily Show“:

Stiamo combattendo questa guerra da quasi dieci anni. Migliaia di morti statunitensi, decine di migliaia di iracheni sono stati uccisi e non siamo riusciti a vedere quasi niente di tutto questo.
Ricordate quanto a lungo i media hanno dovuto combattere per mostrare le bare dei militari che ritornavano in patria? Forse no, perché si vedono solo le immagini dei giorni di vittoria e non altri.
Forse dovremmo sempre mostrare le foto. Bin Laden, le immagini del nostro personale ferito, quelle delle mutilazioni dei civili innocenti. Possiamo prendere posizione sulla guerra solo se vediamo com’è in realtà, e non come in un video game dove i corpi spariscono all’istante dietro una moneta d’oro che scintilla
.

In sostanza, l’argomento chiave non dovrebbe essere quello del rilascio delle foto per controbattere le teorie cospirazioniste, che la Casa Bianca ha invece aiutato nel gettare benzina sul fuoco non rilasciando tutti i dettagli dell’uccisione di Bin Laden. Il motivo reale del mancato rilascio è perché potrebbe portare la vittoria ai Repubblicani, visto che per loro non sarebbe abbastanza, e ne chiederebbero ancora di più, come Donald Trump che ancora non è soddisfatto, anche se il Presidente ha alla fine rilasciato il suo certificato di nascita long-form.

Il motivo per cui gli Americani dovrebbero vedere le foto è perché possano capire il motivo per cui
hanno festeggiato. Dovrebbero vedere la brutalità delle immagini, che
in molti credono veementemente sia giustificata.

Cosa fa pensare che le foto dei festeggiamenti a Ground Zero
o quelle alla Casa Bianca nel giorno dell’uccisione di Bin Laden non
infiammino il Medio Oriente o che non possano provocare una qualche
pianificazione da parte di gruppi terroristici per un attacco all’America?

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Questo tizio con la scritta “Riposa
all’Inferno Osama” scarabocchiata sul suo corpo potrebbe apparire
su un manifesto stampato per la ricerca di personale di Al Qaeda (nel
caso che li usasse).

Anche questo tizio potrebbe andare
su un manifesto del genere. Non tanto perché goda della vista del sangue altrui, ma perché sembra proprio un Occidentale totalmente fogato, i cui ideali sono forse aspramente disprezzati da Al Qaeda.

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Anche questa foto all’apparenza inoffensiva potrebbe infiammare quelli che potrebbero sostenere una missione di Al Qaeda contro l’Occidente. Lo sbandieramento per festeggiare l’esecuzione di un uomo dei loro potrebbe essere un qualcosa che li spinge a organizzare un attacco.

Le prime pagine delle edizioni del Daily News e del New York Post uscite il giorno dopo l’uccisione di Bin Laden erano già sufficienti per infiammare le persone solidali alla causa di Al Qaeda. La prima pagina del Daily News riporta, “Marcisci all’Inferno!” Quella del New York Post grida, “Finalmente vendetta! Gli Stati Uniti hanno acchiappato il bastardo!” La prima frase nel Post
recita, “Alla fine ce l’abbiamo fatta a prendere quel lurido pezzo di merda.”

Questo giornalismo irresponsabile da tabloid è stato digerito
dai lettori del NYP come una ragionevole caratterizzazione di
quanto avvenuto. La gente ha attaccato queste prime pagine nei dintorni
di Ground Zero e le ha appese ai muri.

Questa foto che ritrae degli studenti universitari americani dovrebbe
aver terrorizzato l’establishment delle forze di sicurezza
USA, non perché gli studenti non dovrebbero partecipare a eventi spontanei e patriottici come nello Spring Break (ndt: è una settimana di vacanza degli studenti a inizio primavera) e fare bolgia come al college in vista di un incontro di football.
La foto dovrebbe preoccupare le persone al governo perché quella ragazza con il sigaro in bocca potrebbe facilmente ricordare ai terroristi quest’altra ragazza con la sigaretta in bocca.

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Il punto non riguarda il fatto che
alla gente non venga permesso di uscire, festeggiare e simboleggiare
la morte degli americani con le bandiere USA e che manifesti un’intensa
soddisfazione.
Il punto è che, se le foto di Bin Laden morto potrebbero essere una potenziale minaccia nei confronti degli Stati Uniti nel caso del rilascio, cosa potrebbero provocare le immagini delle persone che festeggiano la sua morte?

Jeremy Scahill di The Nation è andato in onda su “The Tavis Smiley Show” per discutere la sua idea che la morte di Bin Laden sia “un evento triste”. Egli crede che gli Americani dovrebbero riflettere sulle distruzioni che hanno avuto inizio con l’11 settembre e su quelli che sono morti in guerra, invece di considerare un’uccisione alla stregua di un “evento sportivo”. E ritiene che i festeggiamenti danno l’idea di una “cultura che si esalta con le esecuzioni”.

Ancora Donna Marsh O’Connor, che ha perso una figlia in cinta l’11

settembre scrive:

Facendo parte di una famiglia che ha avuto una giovane donna uccisa negli attacchi, voglio che la morte di Bin Laden ci faccia compiere una riflessione profonda, che ci ricordi quante cose sono successe dai quei giorni e che ci faccia presente tutto quello che abbiamo perso nel campo nei nostri diritti civili, nella fiducia che il nostro governo operi in modo etico. Voglio che ci vengano restituite le libertà civili, l’affidamento alla Costituzione e il ruolo della legge. Voglio, ancora, che i miei bambini si sentano liberi.

Prendiamo forza e rivendichiamo che la nostra terra sia la terra della
libertà, la terra civile e giusta. Ci sono dei costi tremendi se ci
si sottrae a questo dovere. L’abbiamo visto proprio ora nelle nostre
strade.

O’Connor afferma inoltre, “Dobbiamo farci carico dell’energia che si è liberata dall’eliminazione di questo criminale da parte del governo statunitense e dovremmo cercare di sancire, invece, la fine degli anni del terrore.”

Tornando ancora alle foto, Michael Shaw dell’HuffingtonPost

ha questo da dire:

Quello che i poteri occulti non riescono a capire è che una cancellazione lascia sempre un sua traccia e un suo peso morale.
La sparizione di una foto, che ci dà una rappresentazione delle realtà (specialmente in questi giorni, quando in Egitto, in Libia e in Siria si vedono cittadini che sembra muoiano alla luce del sole solo perché le foto vengano poi pubblicate su Twitter), l’atto deliberato del nascondere le foto, nella nostra società sempre più documentata e dipendente dai
media, equivale all’intenzione di tenere l’uccisione nell’oscurità.
È evidente, alla fine, che quest’atto d’omissione, rafforzato dal tono dimesso e sulla difensiva del Presidente, non solo offende l’intelligenza del popolo Americano ma alla fine rafforza i sospetti del comune musulmano.

Non pubblicando le foto, stiamo lasciando la vittoria ai terroristi, così come gli abbiamo lasciato la vittoria dopo l’11 settembre. Abbiamo modificato i nostri comportamenti e abbiamo applicato sempre più restrizioni alla libertà e alla trasparenza. Nel fare questo è probabile che abbiamo rafforzato i terroristi.

Pubblicate le foto. Non faranno alcun male agli Stati Uniti. Ma continuare la guerra in Afghanistan e in
Pakistan e proseguire nel sostegno ai regimi dittatoriali del Medio Oriente lo farà di sicuro.

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Kevin Gosztola è un multimedia

editor per OpEdNews.com e scrive per WLCentral.org

Fonte: http://www.opednews.com/

Link: http://www.opednews.com/articles/2/Celebration-Photos-Just-as-by-Kevin-Gosztola-110506-524.html

06.05.2011

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da SUPERVICE

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