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LE CASSANDRE INSISTONO: LA CRISI PEGGIORERA'

DI MAURO BOTTARELLI
ilsussidiario.net

«Anche un gatto morto se cade dal terzo piano su qualcosa che lo fa rimbalzare torna su almeno una volta. Ma questo non significa che sia meno morto». Ambrose Evans-Pritchard, editorialista economico del Daily Telegraph, è noto per i suoi adagi taglienti e i suoi giudizi chirurgici: pochi, come quello appena riportato, sanno raccontare con cinismo e ironia la follia irrazionale di questi giorni sui mercati.

Ma anche Oltreoceano c’è chi non lesina critiche molto pesanti alle scelte dell’amministrazione Bush prima e di Obama poi, ma soprattutto alla Fed e alla sua suicida politica di tassi zero. Per Paul Craig Roberts, vice segretario al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan, quanto sta accadendo in America rischia infatti soltanto di rendere la crisi più lunga e dura. A partire dagli errori compiuti esattamente un anno fa, quando Roberts avanzò una proposta tanto provocatoria quanto coraggiosa per spezzare il circolo vizioso dello tsunami subprime e provare a evitare che vengano minati del tutto anche i fondamentali dell’economia: eliminare la regola del “mark to market”.

«Quella regola – spiega Roberts – obbliga le istituzioni finanziarie a scrivere sui libri contabili i loro mutui subprime ai valori di mercato correnti; invece per uscire dalla spirale in cui ci siamo infilati bisognerebbe consentire alle istituzioni speculative di mantenere questi strumenti derivati iscritti in bilancio al loro valore di carico, o almeno al 90% del loro valore iniziale. Così si guadagnerebbe tempo e si potrebbe sperare nella formazione di un mercato ad hoc».

Il problema, secondo Roberts, è che quegli strumenti finanziari sono finiti nei guai prima che si creasse un mercato in grado di fissare correttamente i prezzi in base al rischio e al potenziale di guadagno. «Quegli strumenti erano venduti direttamente dalle istituzioni che li emettevano agli investitori: comunque non quotati o fluttuanti in alcuna Borsa. Ora che sono malfamati e il loro valore è sconosciuto, nessuno li vuol comprare, è ovvio. È la non liquidabilità che ne abbassa il valore. Questa caduta libera ha trascinato le banche e i fondi speculativi all’insolvenza, per di più obbligandole, per far cassa, a vendere le azioni solide su mercati borsistici, accelerandone così il declino e infettando del male anche le aree sane dell’economia. Sospendere l’obbligo del “mark to market” avrebbe alleviato la pressione dalla Borsa e la Federal Reserve potrebbe evitare di abbassare ancora i tassi d’interesse per inserire liquidità nell’economia attraverso un sistema bancario che è danneggiato».

È come continuare a pompare acqua in una tubatura che perde: «Tassi d’interesse ancora più bassi peggiorano la crisi accelerando il declino del dollaro; ora che l’inflazione cresce, altra liquidità peggiora solo la crisi economica. In effetti non esiste un problema generale di scarsa liquidità: i problemi di liquidità riguardano solo questi strumenti finanziari mal concepiti».

Eppure proprio il giorno prima del clamoroso tracollo di Bear Stearns, un report di Standard&Poor’s vedeva la luce in fondo al tunnel subprime. Peccato che i fatti abbiano precipitato la situazione nel buio. «S&P sbagliava – rincara Roberts -. All’inizio la crisi toccava soltanto le banche e gli istituti che erogavano mutui, ora sono le istituzioni finanziarie non-deposit-taking a essere nei guai, basti pensare alle banche d’affari o a fondi come il Carlyle Capital. I derivati dei subprime, quindi, non sono affatto gli unici strumenti derivati a essere al centro della crisi».

Altro tema scottante è lo stato attuale dell’economia americana: qualcuno parla di recessione, altri di stagflazione come nei tardi anni Settanta, altri di depressione. «L’economia americana è già in recessione da almeno un anno, un anno e mezzo e lo è stata per la maggior parte del Ventunesimo secolo. Il Prodotto interno lordo, l’inflazione, la produttività e il numero di occupati sono altrettanti indicatori che nelle ultime decadi sono stati intaccati un po’ alla volta ma inesorabilmente e alle radici mentre le varie amministrazioni “aggiustavano” i numeri per farsi belli con l’opinione pubblica. Inoltre ora abbiamo la certezza che le statistiche sul Prodotto interno lordo e la produttività calcolavano in modo errato parti di produzione offshore delle aziende americane come Pil statunitense. Il basso costo del lavoro ottenuto utilizzando forza lavoro cinese ha gonfiato le statistiche di crescita della produttività. Inoltre l’economia americana è stata mantenuta in vita nel Ventunesimo secolo attraverso l’aumento del debito dei consumatori, non dalla crescita reale del reddito delle famiglie. I consumatori non possono più sostenere aumenti del debito per finanziare i propri consumi: in questo modo è impossibile che l’economia possa crescere. La stagflazione dei tardi anni Settanta fu frutto della politica keynesiana di gestione della domanda che pompava in alto la domanda dei consumatori attraverso denaro facile, ma diminuiva la produzione con alte tasse marginali. La politica di supply-side dell’amministrazione Reagan ribaltò questo scorretto mix di politiche, curando la stagflazione e ridando forza al dollaro. Ovviamente, continuando a fare errori come quelli che si stanno compiendo, il rischio di stagflazione può tornare».

L’indice è puntato contro la politica di tagli drastici dei tassi sposata in pieno dalla Fed di Ben Bernanke e benedetta da George W. Bush prima e da Barack Obama poi. «Con gli Stati Uniti dipendenti dagli stranieri per finanziare sia le guerre (ovvero il deficit del budget governativo domestico) sia il deficit commerciale, un basso tasso di interesse combinato con un valore declinante del dollaro farà fuggire gli investitori stranieri. In questo momento, il dollaro necessita tassi d’interesse più alti. Gli Stati Uniti non possono sanare il loro deficit commerciale perché la produzione offshore delle corporation statunitensi per il mercato americano contano come import. Producendo all’estero per il mercato interno, le corporations americane hanno fatto esplodere il deficit commerciale e distrutto milioni di posti di lavoro americani nella classe media».

Insomma, una soluzione alternativa c’era e Roberts l’aveva proposta un anno fa. La solita protervia degli ultra-liberisti? Forse, peccato che proprio ieri – a un anno di distanza – Puru Saxena, ascoltatissimo amministratore delegato della Puru Saxena Wealth Management, regalava queste parole in un’intervista alla Cnbc: «Gli Stati Uniti sono già in bancarotta visto che il loro debito sorpassa di quattro volte il valore della loro economia. Gli Usa sono pesantemente a rischio di iper-inflazione».

Non solo. Per Stephen Roach, capo del ramo asiatico di Morgan Stanley, «il fatto che la Fed abbia annunciato la decisione di comprare 300 miliardi di dollari in buoni del Tesoro legati al debito pubblico americano è un pessimo segnale: pompare soldi, ora, non serve a nulla se non a creare le condizioni di ulteriori crisi».

Saranno anche tutti ultra-libertisti e Chicago Boys ma, a occhio e croce, fino a ora le miracolose ricette di neo-keynesiani e neo-colbertisti hanno miseramente fallito nel loro tentativo di arginare la tempesta perfetta della crisi e del credit crunch.

Mauro Bottarelli
Fonte: www.ilsussidiario.net
Link: http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=14445
20.03.2009

Pubblicato da Davide

  • lino-rossi

    qualche sprazzo decente e tanti luoghi comuni. ora non ho modo di analizzarlo punto per punto, ma lo farò certamente. pessimo.

  • Eli

    Comprendo che i governi “debbano” tentare di fare qualcosa per arginare la crisi, ma i loro rimedi sono peggiori del male. Ormai si è avviato un processo d’implosione dell’economia, e fino a quando non sarà ultimato, non se ne parla di uscirne. L’acme del processo sarà fra giugno ed ottobre, poi avverrà l’inevitabile paralisi di tutto il sistema. Alcuni economisti parlano di due anni, e sono i più ottimisti; altri di venti, forse venticinque anni per uscirne. Comunque vada, compriamo le candele!

  • rosacroce

    er Paul Craig Roberts, vice segretario al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan, quanto sta accadendo in America rischia infatti soltanto di rendere la crisi più lunga e dura. A partire dagli errori compiuti esattamente un anno fa, quando Roberts avanzò una proposta tanto provocatoria quanto coraggiosa per spezzare il circolo vizioso dello tsunami subprime e provare a evitare che vengano minati del tutto anche i fondamentali dell’economia: eliminare la regola del “mark to market”.

    «Quella regola – spiega Roberts – obbliga le istituzioni finanziarie a scrivere sui libri contabili i loro mutui subprime ai valori di mercato correnti; invece per uscire dalla spirale in cui ci siamo infilati bisognerebbe consentire alle istituzioni speculative di mantenere questi strumenti derivati iscritti in bilancio al loro valore di carico, o almeno al 90% del loro valore iniziale. Così si guadagnerebbe tempo e si potrebbe sperare nella formazione di un mercato ad hoc».

    un ultima boccata d’ossigeno prima di annegare(queste ricette non servono a niente)

    a me risulta che la fed ha annunciato non 300 miliardi di dollari ,ma 2500(PER L’ACQUISTO DI T BOND AMERICANI,CIRCA 2 VOLTE IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO TOTALE)
    risulta anche che da quando lo ha fatto l’oro e l’argento e il petrolio quotati in dollari sono cresciuto del 15% in 2 gioRNi proponendo graFicamente rialzi ulteriori del 30% se non di più-

    IPERINFLAZIONE STA ARRIVANDO ,IL DOLLARO STA CROLLANDO
    PREVISTO GRAFICAMENTE EURO A 2 DOLLARI
    LA MONETA DELLA FED è AVVIATA AL GIuSTO VALORE 0,INSIEME A QUELLA della bce

  • adriano_53

    di encomiabile c’è solo la stupidità dell’articolista.

  • PIEROROLLA

    “Terminato l’evento su Globalizzazione e Sviluppo con la presenza di oltre 1500 economisti, famose personalità scientifiche e rappresentanti di organismi internazionali riunitisi a L’Avana, ho ricevuto una lettera ed un documento di Atilio Boron, Dottore in Scienze Politiche, Professore Titolare di Teoria Politica e Sociale, direttore del Programma Latinoamericano d’Educazione a Distanza in Scienze Sociali (PLED), oltre ad altre importanti responsabilità scientifiche e politiche. Atilio, solido e leale amico, aveva partecipato giovedì 6 al programma “Mesa Ridonda” della Televisione Cubana, insieme ad altre personalità internazionali che hanno partecipato alla Conferenza su Globalizzazione e Sviluppo.
    Ho saputo che sarebbe partito domenica ed ho deciso di invitarlo ad un incontro alle 5 del pomeriggio del giorno successivo, sabato 7 marzo.
    Avevo deciso di scrivere una riflessione sulle idee contenute nel suo documento. Utilizzerò in sintesi le sue stesse parole:
    “… Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale, la prima di una grandezza paragonabile a quella esplosa nel 1929 ed alla cosiddetta “Grande Depressione” del 1873-1896. Una crisi integrale, della civiltà, multi-dimensionale, la cui durata, profondità e portata geografica saranno sicuramente di maggiore ampiezza delle precedenti.
    “Si tratta di una crisi che trascende abbondantemente l’aspetto finanziario o bancario e colpisce l’economia reale in tutti i suoi aspetti. Danneggia l’economia globale e oltrepassa le frontiere statunitensi.
    “Le cause strutturali: è una crisi di sovrapproduzione e contemporaneamente di sottoconsumo. Non a caso è esplosa negli USA, perché questo paese è da oltre trent’anni che vive artificialmente del risparmio esterno e del credito esterno; queste due cose non sono infinite: le imprese si sono indebitate al di sopra delle loro possibilità; inoltre lo Stato si è indebitato non solo al di sopra delle sue possibilità per affrontare non solo una, ma due guerre, senza aumentare le tasse, ma riducendole; i cittadini sono spinti sistematicamente dalla pubblicità commerciale ad indebitarsi per sostenere un consumismo esagerato, irrazionale e sprecone.
    “Però a queste cause strutturali bisogna aggiungerne altre: l’accelerata finanziarizzazione dell’economia, l’irresistibile tendenza all’incursione in operazioni speculative sempre più rischiose. Scoperta la “fonte della giovinezza” del capitale grazie a cui il denaro genera ancora più denaro, prescindendo dalla valorizzazione apportata dallo sfruttamento della forza lavoro e considerando che enormi quantità di capitale fittizio possono essere ottenute in pochi giorni, al massimo settimane, l’assuefazione da capitale porta a trascurare qualsiasi calcolo o qualsiasi scrupolo.
    “Altre circostanze hanno favorito l’esplosione della crisi. Le politiche neoliberali di deregolamentazione e liberalizzazione hanno reso possibile che le figure più potenti che pullulano nei mercati imponessero la legge della giungla.
    “Un’enorme distruzione di capitali su scala mondiale, caratterizzandola come una “distruzione creativa”. A Wall Street questa “distruzione creativa” ha provocato che la svalutazione delle imprese quotate in borsa giungesse quasi al 50 %; un’impresa che in borsa quotava un capitale di 100 milioni, ne ha ora 50! Caduta della produzione, dei prezzi, dei salari, del potere d’acquisto. “Il sistema finanziario nella sua totalità sta per esplodere. Le perdite bancarie ammontano ormai ad oltre $500.000 milioni ed un altro bilione è in arrivo. Oltre una dozzina di banche sono in bancarotta e centinaia in attesa della stessa sorte. Oltre un bilione di dollari è stato trasferiti dalla FED al cartello bancario, ma sarà necessario un altro bilione e mezzo per mantenere la liquidità delle banche nei prossimi anni”. Quella che stiamo vivendo è la fase iniziale di una lunga depressione e la parola recessione, tanto utilizzata recentemente, non spiega in tutta la sua drammaticità ciò che il futuro prepara al capitalismo.
    “Nel 2008 le azioni ordinarie di Citicorp hanno perso il 90% del loro valore. L’ultima settimana di febbraio valevano a Wall Street 1 dollaro e 95!
    “Questo processo non è neutro perché favorirà gli oligopoli più grandi e meglio organizzati che toglieranno i loro rivali dai mercati. La “selezione darwiniana dei più adatti” sgombrerà la strada per nuove fusioni ed alleanze imprenditoriali, mandando i più deboli al fallimento.
    “Accelerato aumento della disoccupazione. Nel 2009, il numero di disoccupati nel mondo (circa 190 milioni nel 2008) potrebbe aumentare di altri 51 milioni . I lavoratori poveri (che guadagnano appena due euro al giorno) diventeranno 1.400 milioni, cioè il 45% della popolazione economicamente attiva del pianeta. Negli Stati Uniti la recessione ha già distrutto 3,6 milioni posti di lavoro. La metà durante gli ultimi tre mesi. Nell’Unione Europea il numero di disoccupati è pari a 17,5 milioni, 1,6 milioni in più di un anno fa. Nel 2009, si prevede la perdita di 3,5 milioni di posti di lavoro. Diversi Stati centroamericani come il Messico ed il Perù, per i loro stretti legami con l’economia statunitense, saranno fortemente colpiti dalla crisi.
    “Una crisi che colpisce tutti i settori dell’economia: le banche, l’industria, le assicurazioni, l’edilizia, eccetera e si dissemina nell’intero sistema capitalista internazionale.
    “Decisioni prese in campo internazionale e che colpiscono le filiali periferiche creando licenziamenti in massa, interruzioni nelle catene dei pagamenti, crollo nella domanda di input, eccetera. Gli USA hanno deciso di sostenere le Big Three di Detroit (Chrysler, Ford, General Motors), ma solo per salvare le fabbriche presenti nel paese. Francia e Svezia hanno annunciato che condizioneranno gli aiuti alle loro industrie automobilistiche: potranno trarne vantaggio solo le fabbriche che si trovano nei loro territori. Il ministro francese dell’Economia, Christine Lagarde, ha dichiarato che il protezionismo potrebbe essere “un male necessario in tempi di crisi”. Il ministro spagnolo dell’Industria, Miguel Sebastian, chiede di “consumare prodotti spagnoli”. Barack Obama, aggiungiamo noi, promuove il “buy American!”.
    “Altre fonti di propagazione della crisi nella periferia sono la caduta nei prezzi delle commodity che esportano i paesi latinoamericani e caraibici, con le loro conseguenze recessive e l’aumento della disoccupazione.
    “Drastica diminuzione delle rimesse familiari nei paesi industrializzati da parte degli emigranti latinoamericani e caraibici. (In alcuni casi le rimesse sono la voce più importante nell’entrata di valuta internazionale, superiore alle esportazioni).
    “Ritorno degli emigranti, deprimendo ancora di più il mercato del lavoro.
    “Coincide con una profonda crisi energetica che esige un cambiamento della visione attuale basata sull’uso irrazionale e predatorio del combustibile fossile.
    “Questa crisi coincide con la crescente presa di coscienza delle catastrofiche conseguenze del cambiamento climatico.
    “Aggiungiamo la crisi alimentare, acutizzata dalla pretesa del capitalismo di mantenere un irrazionale modello di consumo, trasformando terreni adatti alla produzione alimentare e destinandoli all’elaborazione di biocombustibili.
    “Obama ha riconosciuto che non abbiamo ancora toccato il fondo e Michael Klare ha scritto nei giorni scorsi che “se l’attuale disastro economico si trasforma in quello che il presidente Obama ha chiamato “decennio perduto”, il risultato potrebbe consistere in un paesaggio globale pieno di convulsioni causate dall’economia.
    “Nel 1929 la disoccupazione negli USA è arrivata al 25% man mano che crollavano i prezzi agricoli e delle materie prime. Dieci anni dopo ed a dispetto delle radicali politiche intraprese da Franklin D. Roosevelt (il New Deal) la disoccupazione continuava ad essere molto elevata (17%) e l’economia non riusciva ad uscire dalla depressione. Solo la Seconda Guerra Mondiale ha messo la parola fine a quella tappa. Ed ora perché dovrebbe essere più breve? Se la depressione del 1873-1896, come ho spiegato, è durata 23 anni!
    “Visti i precedenti, perché ora dovremmo uscire dall’attuale crisi in pochi mesi, come prospettano alcuni pubblicisti ed i “guru” di Wall Street?
    Non si uscirà da questa crisi con un paio di riunioni del G-20, o del G-7. Se esiste una prova della sua radicale incapacità di risolvere la crisi è la risposta delle principali borse valori del mondo dopo qualsiasi annuncio o proposta di legge a favore di una nuova manovra: la risposta “dei mercati” è invariabilmente negativa.
    “Come testimonia George Soros “l’economia reale soffrirà gli effetti secondari che ora stanno prendendo forza. Dato che in queste circostanze il consumatore statunitense non può servire ormai da locomotiva dell’economia mondiale, il Governo statunitense deve stimolare la domanda. Visto che affrontiamo le sfide minacciose del riscaldamento del pianeta e della dipendenza energetica, il prossimo Governo dovrebbe promuovere dei piani per stimolare il risparmio energetico, lo sviluppo di fonti di energia alternative e la costruzione di infrastrutture ecologiche.
    Si apre un lungo periodo di tira e molla e di negoziati per definire in quale maniera s’uscirà dalla crisi, chi ne beneficerà e chi dovrà pagarne i costi.
    “Gli accordi di Bretton Woods, concepiti nell’ambito della fase keynesiana del capitalismo, coincisero con la creazione di un nuovo modello d’egemonia borghese che, come conseguenza della guerra e della lotta antifascista, aveva come nuovo ed inaspettato base il rafforzamento dell’area dei sindacati operai, dei partiti di sinistra e delle capacità regolatrici e di controllo degli stati.
    “Ormai non esiste più l’URSS, la cui sola presenza, insieme alla minaccia dell’espansione ad Occidente del suo esempio, inclinava la bilancia della negoziazione a favore della sinistra, dei settori popolari, dei sindacati, ecc.
    “La Cina occupa attualmente un ruolo incomparabilmente più importante nell’economia mondiale, ma senza raggiungere un’importanza parallela nella politica mondiale. Viceversa l’URSS, a dispetto della sua debolezza economica era una formidabile potenza militare e politica. La Cina è una potenza economica, ma con scarsa presenza militare e politica nelle questioni mondiali, sebbene stia cominciando un cauto e graduale processo di riaffermazione nella politica internazionale.
    “La Cina può arrivare a svolgere un ruolo positivo nella strategia di ricomposizione dei paesi della periferia. Pechino sta gradualmente orientando le sue enormi energie nazionali verso il mercato interno. Per una serie di ragioni che sarebbe impossibile discutere qui, è un paese che ha bisogno di una crescita economica annuale pari all’8% , sia come risposta agli stimoli dei mercati mondiali o a quelli originati dal suo immenso mercato interno- solo parzialmente sfruttato. Se si conferma questa svolta, si può pronosticare che la Cina continuerà ad avere bisogno di molti prodotti provenienti da paesi del Terzo Mondo, quali il petrolio, il nichel, il rame, l’alluminio, l’acciaio, la soia ed altre materie prime ed alimenti.
    “Viceversa, durante la Grande Depressione degli anni 30, l’URSS era poco inserita nei mercati mondiali. La Cina è differente: potrà continuare a svolgere un ruolo molto importante e, come la Russia e l’India (anche se queste in misura minore), comprare all’estero le materie prime e gli alimenti di cui ha bisogno, a differenza di ciò che accadeva con l’URSS ai tempi della Grande Depressione.
    “Negli anni 30 le soluzioni della crisi sono state il protezionismo e la guerra mondiale. Oggi il protezionismo troverà molti ostacoli per la penetrazione dei grandi oligopoli nazionali nei diversi spazi del capitalismo mondiale. La conformazione di una borghesia mondiale presente in gigantesche imprese che, nonostante la loro base nazionale, operano in un’infinità di paesi, rende la scelta protezionistica nel mondo sviluppato di scarsa effettività nel commercio Nord/Nord; le politiche tenderanno – almeno per adesso e non senza tensioni – a rispettare i parametri stabiliti dall’OMC. La carta protezionistica appare molto più probabile quando sarà applicata, e sicuramente succederà, contro il Sud globale. Una guerra mondiale sospinta dalle “borghesie nazionali” del mondo sviluppato disposte a lottare tra di loro per la supremazia nei mercati è praticamente impossibile, perché tali borghesie sono state soppiantate dall’ascesa e dal consolidamento di una borghesia imperiale che si riunisce periodicamente a Davos e per la quale la scelta di un confronto militare costituisce un fenomenale sproposito. Non vuole dire che questa borghesia mondiale non sostenga, come l’ha fatto finora con le avventure militari degli Stati Uniti in Iraq ed Afghanistan, la realizzazione di numerose operazioni militari nella periferia del sistema, necessarie per la preservazione dei profitti del complesso militare-industriale nordamericano ed indirettamente dei grandi oligopoli degli altri paesi.
    “La situazione attuale non è uguale a quella degli anni trenta. Lenin diceva che “il capitalismo non cade se non c’è una forza sociale che lo faccia cadere”. Oggi quella forza sociale non è presente nelle società del capitalismo metropolitano, gli Stati Uniti compresi.
    “Gli Usa, il Regno Unito, la Germania, la Francia ed il Giappone dirimevano nel terreno militare la loro lotta per l’egemonia imperiale.
    “Oggi, l’egemonia e la dominazione si trovano chiaramente nelle mani degli Usa. Sono l’unico garante del sistema capitalista su scala mondiale. Se gli Usa cadessero si produrrebbe un effetto dominò che provocherebbe il crollo di quasi tutti i capitalismi metropolitani, senza menzionare le conseguenze nella periferia del sistema. Nel caso in cui Washington fosse minacciata da un moto popolare tutti accorrerebbero in aiuto, perché è il sostegno ultimo del sistema e l’unico che in caso di necessità può aiutare gli altri.
    “Gli USA sono un attore insostituibile ed il centro indiscusso del sistema imperialista mondiale: solo loro dispongono di oltre 700 missioni e basi militari in circa 120 paesi, costituendo la riserva finale del sistema. Se le altre opzioni falliscono, la forza apparirà in tutto il suo splendore. Solo gli USA possono dispiegare le loro truppe ed il loro arsenale militare per mantenere l’ordine su scala planetaria. Sono, come direbbe Samuel Huntington, “lo sceriffo solitario”.
    “Questo puntellamento del centro imperialista si basa sull’incommensurabile collaborazione degli altri soci imperiali, o dei suoi concorrenti in campo economico, comprendendo la maggioranza dei paesi del Terzo Mondo che accumulano le loro riserve in dollari statunitensi. Né la Cina, il Giappone, la Corea o la Russia, per indicare i maggiori possessori di dollari del pianeta, possono liquidare il loro stock di quella moneta perché sarebbe una mossa suicida. E’ chiaro che è una considerazione che deve essere presa con molta cautela.
    “La condotta dei mercati e dei risparmiatori di tutto il mondo rafforza la posizione nordamericana: la crisi si approfondisce, le manovre dimostrano d’essere insufficienti, il Dow Jones di Wall Street scende sotto la barriera psicologica dei 7.000 punti – meno del record del 1997! – e nonostante tutto la gente cerca rifugio nel dollaro e scendono le quotazioni dall’euro e dell’oro!
    “Zbigniev Brzezinski ha dichiarato: sono preoccupato perché avremo milioni e milioni di disoccupati, molta gente starà veramente male. E questa situazione continuerà per un po’, prima che eventualmente le cose migliorino.
    “Siamo in presenza di una crisi che è molto più di una crisi economica o finanziaria.
    Si tratta di una crisi integrale di un modello di civiltà che è insostenibile economicamente, politicamente, che deve ricorrere sempre di più alla violenza contro i popoli; insostenibile anche ecologicamente, vista la distruzione, in alcuni casi irreversibile, dell’ecosistema; insostenibile socialmente, perché degrada la condizione umana fino a limiti inimmaginabili e distrugge la trama stessa della vita sociale.
    “La risposta a questa crisi, pertanto, non può essere solo economica o finanziaria. Le classi dominanti faranno esattamente questo: utilizzare un vasto arsenale di risorse pubbliche per socializzare le perdite e riassestare i grandi oligopoli. Rinchiusi nella difesa dei loro interessi più immediati non hanno nemmeno la visione per concepire una strategia più integrale.
    “La crisi non ha toccato fondo”, dice. “Ci troviamo in presenza di una crisi capitalista generale. Nessuna altra è stata così grande. Quella tra 1873 ed il 1896 durò 23 anni e si chiamò Grande Depressione. L’altra molto grave è stata quella del 1929. E’ durata altrettanto, non meno di 20 anni. L’attuale crisi è integrale, di civiltà, multidimensionale”.
    Immediatamente aggiunge: “È una crisi che trascende abbondantemente l’aspetto finanziario e bancario, colpisce l’economia reale in tutti i suoi aspetti”.
    Se qualcuno prende questa sintesi e la se la mette in tasca, la legge ogni tanto o l’impara a memoria come una piccola Bibbia, sarà più informato, su ciò che succede nel mondo, del 99% della popolazione, dove il cittadino vive assediato da centinaia d’annunci pubblicitari e saturato da migliaia d’ore di notizie, romanzi e film con storie vere o false.

    Fidel Castro
    8 Marzo 2009
    11 e 16 a.m”.



    http://ildirittodisapere.blogspot.com/2009/03/debito_13.html

  • LATELA

    Forse pochi sono a conoscenza che in Europa ci hanno già pensato, ed ora le banche falsificano i bilanci legalmente: http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2008:275:0037:0041:IT:PDF.

  • lino-rossi

    rimando ai commenti che ho fatto all’articolo di Roubini.

  • LonanHista

    di adriano_53 il Sabato 21 Marzo 2009 (13:35)
    (Info Utente | Invia un Messaggio)
    di encomiabile c’è solo la stupidità dell’articolista.

    concordo!

    tempo fa ho perso un pò di tempo in questo sito, sussidiario, ebbene in 2 articoli ho trovato 5 cazzate bestiali, non su opinioni per carità, ma su informazioni e dati, ed ho capito perché anche se scrivono bene alla fine sono solo un mucchio di cazzate.

    per carità di cazzate ne scrivo anche io, però bisognerebe evitare che almeno qui su come don, gli articoli inseriti in home page, riflettano dati di fatto precisi, altrimenti si finisce per disinformare e in tanti ci cascano a pigliare fischi per fiaschi.

    Per cui, se il sussidiario è uno qi quei siti “provocatori”(cazzate scritte apposta) è un conto…ma se si vuole veramente informare con dati di fatto, almeno in home page di come don, bisognerebbe stare più attenti ad inserire cazzate di simile bestialità..
    c’è il forum…

    si possono mettere nel forum!

    mi permetto di scrivere questo, perché sono oramai 4 anni che frequento questo sito, sul quale ho tratto tante utili notizie che non avrei trovato da altri siti Italiani

    vorrei che continuasse a farlo!
    evitando appunto di disinformare, come nel caso sopra!
    keynesiani..colbertisti..ma che cazzo c’entrano?
    OGGI è UN EMERGENZA CHE è SOPRA AD OGNI SISTEMA O MODELLO!
    con la fed, una banca centrale che ricompra titoli del proprio governo dopando l’economia, perché sta per crollare tutto!
    e in home page postiamo articoli di un sito di professoretti di scuola media che ripetono le stronzate che leggono sul corsera o sul sole 24 ore?
    senza renedersi conto neppure di quello che dicono?
    e se si interessano di queste cose è perché hanno qualche risparmietto in bot?

    NON è DA COME DON..

    ps.poi se vogliamo postare le nostre cazzate personali o quelle che incontriamo su siti come il sussidiario, c’è sempre il forum!

  • LucaV
  • LucaV

    guarda caso l’articolo non è più visionabile…
    E ancora credono di essere liberi

  • Eli

    Grazie per questo articolo, davvero esuriente e con una sintesi politico-economica profonda ed accurata. Davvero la rileggerò ogni tanto per comprendere sempre meglio.

  • xmas

    L´autore é in malafede. Eliminando la regola del “mark to market” non si elimina il problema, lo si posticipa solamente, in modo che scoppi ancora piú forte. Chi va incontro a principi contabili quali trasparenza, chiarezza, prudenza … é tutto meno che una persona seria.

  • PIEROROLLA

    prego °_°