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LA TV AL SERVIZIO DEL VUOTO

DI MASSIMO FINI

Sono stato un paio di sere fa a un cocktail alla Terrazza Martini di Milano dove si celebravano i cinquant’anni della Televisione Italiana, con la partecipazione di Aldo Grasso, Enrico Mentana, Claudio G. Fava e quelli della Gialappa’s. A parte Fava, straordinario critico di cinema, oggi settantacinquenne, in possesso di un bagaglio culturale che non è più di questo mondo, dal dibattito non è uscito granché, anche perché i discorsi di Grasso e Mentana venivano continuamente interrotti e sviati dalla petulanza di quelli della Gialappa’s che credono di avere ancora vent’anni mentre hanno passato i quaranta e che, come tutti coloro che fanno Tv oggi, pensano di dover ribadire in ogni occasione i tic che li han resi personaggi di successo e non sono in grado di affrontare un qualunque argomento con un minimo di profondità.

Il dibattito s’è comunque centrato sull’eterna questione se fosse meglio la Televisione d’antan o quella di oggi. In fondo sarebbe bastato il confronto fra Claudio G. Fava, che sul piccolo schermo ha portato per tanti anni cultura, attraverso il cinema, e i finti ragazzi della Gialappa’s per rispondere a questa domanda. Ma io voglio prendere un altro punto di partenza e chiedermi innanzitutto, longanesianamente, se “si stava meglio quando si stava peggio”, quando la Tv non esisteva. Perché per quanto ciò possa sembrar strano, e addirittura bizzarro, a chi abbia meno di cinquant’anni c’è stato un tempo in cui la Tv non c’era. E si viveva meglio. O meglio: si viveva. In prima persona e non di resoconti. La sera noi ragazzi scendevamo in strada a giocare giochi che ci eravamo inventati noi o che ci erano stati tramandati da quelli più grandi oppure, a seconda dell’età, a fare il filo alle ragazze, quelle poche che i genitori lasciavano uscire dopo cena, che pur c’erano anche se dovevano rientrare per le undici o, al massimo, a mezzanotte.

Gli adulti se ne stavano al bar, a giocare a scopone, a ramino o, nei locali interni, a poker o chiacchieravano anch’essi in strada, frammischiati con noi ragazzi. Altri andavano in sezione o in parrocchia. C’era una vita di quartiere, comunitaria che permetteva anche un controllo sociale. Gli abitanti vivevano la loro città, anche la notte, cosa che oggi nei grandi agglomerati, come Milano e il suo immenso e anonimo hinterland, è scomparsa riducendosi i punti d’incontro a pochi e scontati luoghi (i cinema del centro fino all’una e qualche discoteca trendy, oppure, d’estate, i Navigli). Se invece la sera si rimaneva a casa si stava insieme, genitori e figli finché i ragazzi andavano a letto.

È vero che all’inizio anche la Tv fu un momento di aggregazione. Poiché ce l’avevano in pochissimi la si vedeva al bar oppure si andava a casa dell’amico ricco che ce l’aveva già. Ma durò poco. In brevissimo tempo la Tv divenne “l’elettrodomestico più amato dagli italiani”, piazzato inesorabilmente in ogni casa. Ed è proprio qui che stanno la sua forza e la sua penetratività più che nel fatto che “fa vedere”. Anche il cinema “fa vedere”, ma bisogna scegliere il film, uscire di casa, prendere un mezzo, pagare un biglietto. La Tv invece è lì. La sua potenza è dovuta alla distribuzione capillare più che alla sua tecnica.

Tuttavia la prima televisione, quella dirigista di Ettore Bernabei, fu una gran bella televisione, forse la migliore del mondo perché univa la fantasia italiana al garbo imposto dai dirigenti Rai o anche a una “pruderie” spesso comica che ci tocca comunque rimpiangere di fronte allo sbraco di oggi. Era una televisione che si poneva degli intenti pedagogici, il primo era di unificare l’Italia dei dialetti in una lingua comune, comprensibile a tutti ma a un livello più che dignitoso.

E ci riuscì benissimo. C’erano addirittura delle venature puriste nel linguaggio degli annunciatori, dei conduttori, dei giornalisti dove oggi impera una sorta di basic-italian-english ad inflessione romanesca.

La sera si davano Cechov, Dostoevskij e persino film come “Il settimo sigillo” di Bergman oppure lo sceneggiato all’italiana. La Tv aveva assunto la funzione che in epoca preindustriale era stata del teatro. Prima che, con l’avvento della borghesia, nell’Ottocento, diventasse un fatto snobistico, il teatro era frequentato da tutti, signori e plebei, grazie anche alle “compagnie di giro”. E a teatro passava ogni tipo di cultura. Vi passava la cultura contadina, magica, orgiastica, scatologica, scurrile appena mediata dal giullare e dal buffone. Vi passava la stessa cultura contadina o quella cavalleresca o popolare urbana, ma filtrata dal genio dell’artista ed allora si aveva produzione di alta cultura: ed era il teatro di Ruzante, la Commedia dell’arte, il teatro picaresco, il teatro di Rabelais, del Pulci, dell’Ariosto, di Montaigne, di Shakespeare. E vi passava l’alta cultura tout court, quella classica, greca e latina, con Plauto, con Terenzio, con Seneca, con Aristofane, con Sofocle, con Euripide, con Eschilo. Vi passava infine la cultura che piaceva alla nascente borghesia: la cronaca, l’attualità, il dramma storico, quello d’avventura o sentimentale. Per cui ci andrei cauto, prima di dire che i ceti popolari di allora erano più ignoranti del ceto medio di oggi imbesuito da Bonolis e da Costanzo (en passant: io ho visto il mio primo “Otello” grazie a una “compagnia di giro” che si fermò a Stella Santa Giustina, un minuscolo paese dell’entroterra savonese).

Quella prima Tv cercava di dare, come un tempo il teatro, cultura e insieme divertimento, ma anche il cosiddetto “varietà” era lontanissimo dal vuoto pneumatico dell’attuale “contenitore”. Lo spettacolo del sabato sera, l’intrattenimento popolare per eccellenza, si chiamava allora “Il mattatore” di Gassman (con un professore, che mi pare si chiamasse Carotenuto, che dava un minimo di inquadramento quando i “mattatori” erano personaggi storici), “Un, due, tre” con Tognazzi e Vianello, “Alta fedeltà” (testi di Chiosso e Guglielmo Zucconi), “Studio uno” di Walter Chiari (1963), Lelio Luttazzi (1964), Ornella Vanoni (1966), “Il signore di mezz’età” a cura di Camilla Cederna, Marcello Marchesi, Gianfranco Bettettini, presentato dallo stesso Marchesi con Lina Volonghi e Sandra Mondaini, “L’amico del giaguaro” con Bramieri, la Del Frate e Raffaele Pisu, “Scarpette Rosa” con Carla Fracci, Walter Chiari e Mina a fare da valletta, “Quelli della domenica” con Paolo Villaggio (testi di Marchesi e Costanzo). Erano tutti spettacoli che si sostenevano su un’idea e la sviluppavano e su protagonisti d’ottimo, o grande livello. C’è da tener conto anche che quella prima Tv era costretta a prendere i propri protagonisti dalle arti, dal cinema, dal teatro, dal balletto, dal circo. Era tutta gente che sapeva fare qualcosa, recitare un monologo, improvvisare uno sketch, raccontare una barzelletta, fare delle acrobazie circensi. Oggi i protagonisti del piccolo schermo sono tali, nella stragrande maggioranza, per partenogenesi televisiva. Non sanno fare nulla se non presentare ossessivamente se stessi. E le sorelle Lecciso, di cui tutti attualmente menan scandalo o fan finta, non sono che l’ultimo esempio di un meccanismo autoreferenziale che prima di loro ha messo in orbita decine, centinaia di personaggi simili e che son spesso gli stessi che oggi le contestano.

Per quello che riguarda il palinsesto nel suo complesso non c’è quindi dubbio che la Tv dell’altro ieri fosse di una qualità infinitamente più alta di quella attuale. Oggi c’è una tecnica di altissimo livello (ma questo non è merito di nessuno, perché la tecnologia procede per conto suo) al servizio del vuoto, del nulla. La riforma del 1973 e poi l’avvento delle Tv private, vale a dire la concorrenza è una delle cause principali del disastro, di questa autentica devastazione che ha inciso profondamente non solo sulla cultura ma anche sulla politica e, in generale sulla “way of life” del nostro Paese. Per inseguire l’ascolto – che vuol dire pubblicità e quindi quattrini – si presentano spettacoli di livello sempre più basso per raggiungere il maggior numero di spettatori, i quali a loro volta educati in questo modo, chiedono cose ancora più infime in un circolo vizioso che pare non avere un fondo. Anche perché la cultura, non essendo un bisogno primario, non trova un ostacolo nel gusto. Voglio dire che se io vendo delle mele di qualità sempre più scadente il pubblico, via via assuefacendosi, le acquisterà lo stesso. Ma se alla fine gliele do marce le rifiuta. Il prodotto culturale, agendo sulla mente e pervertendola, può inabissarsi all’infinito. È vero che oggi – come dicono i programmisti delle Tv per giustificarsi – l’attuale ceto medio non sarebbe in grado di reggere, di digerire e di capire trasmissioni di buon livello culturale che, negli anni Sessanta e nei primi Settanta, i ceti popolari vedevano tranquillamente. E non è solo questione che allora non potevano scegliere. C’è che il pubblico è decerebrato, l’Italia intera è decerebrata e sprofondata in un’ignoranza grassa e pigra. Deputati e senatori della Repubblica, stuzzicati dalle “jene”, non hanno saputo rispondere a domande nozionistiche elementari, non hanno saputo dire la data della Rivoluzione francese o quella della scoperta dell’America.

Resta l’informazione su cui, a detta di Enrico Mentana, si sarebbero fatti dei grandi passi avanti, perché pluralista. Ma anche su questo sarei scettico. La Tv democristiana era governativa, prudentissima e faceva ovviamente il gioco dei “padroni del vapore”. Ma se diceva una cosa era quella. Aveva la forza dell’ufficialità che oggi è rimasta all’Ansa. “L’ha detto la Televisione” diceva la gente e ci credeva, con buona ragione. Oggi siamo bombardati da una quantità enorme di informazioni che, in quanto a credibilità, si annullano a vicenda. E la stessa mole toglie loro importanza. Viviamo in un blob permanente in cui non siamo più in grado di dare una gerarchia alle notizie. Il fenomeno Lecciso vale cento morti in Iraq.

Inoltre se le Tv, nel loro complesso, non sono più al servizio di una Dc governativa che non esiste più, lo sono però di una classe politica unita dall’interesse comune ad autoperpetuarsi, a non mettersi in discussione come tale, a magnificare in ogni modo l’attuale modello di sviluppo partorito dalla modernità, in cui destra e sinistra sono nate e si sono affermate, e che produce, infine, un “pensiero unico”, totalizzante e totalitario, che non lascia filtrare nemmeno uno spillo di quanto potrebbe essergli alternativo.

Massimo Fini
Fonte:www.ilgazzettino.it

15.12.04

Pubblicato da Davide