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LA SETTIMANA DI QUATTRO GIORNI, SOLUZIONE ALLA CRISI?

DI JULIEN BONNET
Bastamag.net

Vecchio socialista, eletto consigliere regionale dell’Île-de-France sulla lista Europe écologie, Pierre Larrouturou è uno dei più strenui difensori della settimana di 32 ore, divise in quattro giorni. Un’utopia in piena crisi finanziaria? Un’utopia quando Manuel Vallas e una parte della sinistra vogliono mettere da parte le 35 ore? Al contrario! Le 32 ore sono già applicate da alcune imprese pioniere. Per l’economista la riduzione del tempo di lavoro rimane ad oggi una delle leve più sicure per lottare contro la disoccupazione.

Che bilancio trae dalle leggi Aubry sulle 35 ore?Secondo l’Insee, hanno permesso di creare fra 300 e 350mila impieghi a tempo pieno. Per la destra il bilancio è catastrofico, ma non era mai riuscita a fare così bene. Ma avremmo potuto fare ancora meglio. La riforma è stata brutale e fallimentare nella concertazione con le parti sociali. È mancato il dialogo che aveva saputo creare per esempio Jacques Delors dopo la riforma
della formazione professionale nel 1971. Infine, la seconda legge Aubry ha previsto le esenzioni dalle spese sociali senza contropartite sulla creazione d’impieghi, un grande errore che ha dato del materiale ai suoi detrattori.

Qual è la realtà del tempo di lavoro oggi in Francia?

Dopo gli ammorbidimenti successivi messi in essere dai governi di destra e le sovvenzioni agli straordinari, siamo arrivati a 38 ore per i salariati a tempo pieno, un dato nella media europea. La situazione è quasi la stessa del 1995, quando il rapporto Boissonat, chiesto da Edouard Balladur, proponeva già una riduzione dell’orario lavorativo del 20%! Ma oggi, 70.000 disoccupati arrivano ogni mese a Pôle emploi e circa 250.000 ne escono senza tutele fiscali. Ritornare alle 35 ore in un tale contesto è un nonsenso terribile!

Possiamo parlare di riduzione dell’orario di lavoro in piena crisi del debito pubblico?

La Francia ha visto 1,2 milioni di disoccupati in più durante la crisi finanziaria. In Germania la recessione è stata due volte più forte, ma il paese non ha registrato che un aumento di 200.000 disoccupati, sei volte meno. Perché? 1,5 milioni di salariati sono passati al kurtzarbeit (lavoro a tempo ridotto) e hanno lavorato il 31% del tempo in meno. Questa è stata una leva molto potente per salvaguardare il lavoro. Non si può uscire dalla crisi finanziaria se ci dimentichiamo che è innanzitutto una crisi sociale. La prima scommessa è quella di dare a tutti un vero lavoro. Viviamo in una società dei consumi in cui ognuno ha bisogno di consumare. Per uscire dalla crisi, bisogna creare del lavoro e riprendersi dalla diminuzione scandalosa della ripartizione capitale/lavoro che la Francia conosce da trent’anni. Mentre la disoccupazione sarà forte, i salariati saranno in posizione di svantaggio nel rapporto di forza con i datori di lavoro.

Secondo Lei, la riduzione dell’orario di lavoro è prima di tutto una risposta agli aumenti di produttività avvenuti sin dagli anni ’70?

Il dibattito pubblico si concentra attualmente sulla mondializzazione (o la demondializzazione), ma la maggior parte degli economisti riconoscono che le delocalizzazioni non
sono responsabili che per il 15% della distruzione del lavoro. La vera causa della disoccupazione sono gli aumenti di produttività prodigiosi registrati fin dagli anni ’70. La produttività è stata moltiplicata “solamente” per 2 fra il 1820 e il 1960, poi per 5 dal 1960 grazie alla diffusione dei robot e dei computer. È prodigioso! Allo stesso tempo, negli ultimi quattro decenni, l’orario di lavoro settimanale
è rimasto stabile, dopo che era diminuito quasi della metà durante il secolo precedente. È automatico che, se la rivoluzione dell’informatica non ha provocato una riduzione degli orari di lavoro, si è convertita in distruzione di impieghi.

Ma come finanziare una nuova riduzione dell’orario di lavoro? Le 35 ore costano oggi più di 20 miliardi di euro l’anno per l’esenzione dai contributi sociali.

Si tratta di un falso problema, poiché la creazione di posti di lavoro finanzia da sola la manovra. Se diminuiamo l’orario di lavoro per passare da 38 a 32 ore a tempo pieno, la creazione d’impiego genererà altrettanti contributi supplementari, le pensioni e l’assicurazione sanitaria. In parallelo, se accettiamo che, su 200 nuove assunzioni, 150 sono di ex disoccupati (gli altri 50 sono di nuovi lavoratori che entrano nel mercato del lavoro attirati dalla creazione di posti), sono 150 disoccupati in meno da indennizzare per Pôle emploi. Bisogna condizionare le esenzioni alla creazione di posti: per beneficiare dell’8% di esenzione, ogni impresa si deve impegnare a creare il 10% di posti supplementari grazie alla riduzione del tempo di lavoro. Sfortunatamente, la seconda legge Aubry non ha integrato questa condizione. Oggi sovvenzioniamo tutte le imprese passate alle 35 ore, anche quelle che non hanno generato nuovi posti di lavoro.

Con la riduzione del tempo lavorativo, non si rischia una nuova intensificazione dei ritmi e un aumento dello stress degli impiegati?

Sicuramente, questo è il secondo punto che avevano attaccato delle 35 ore. L’intensificazione del carico lavorativo è stato un vero scandalo in certe imprese. In una famosa società di pneumatici, i lavoratori che trattavano prodotti tossici e che dovevano, in seguito, farsi una doccia, hanno visto quest’attività passare dal tempo “professionale” al tempo libero. Per evitare questo, bisogna vietare la ridefinizione del lavoro dopo il passaggio delle imprese alle 32 ore: le pause, il tempo riservato alla vestizione, alle docce. Tutto questo deve restare tassativamente identico.

Lei ha assistito all’applicazione della settimana di quattro giorni in alcune grandi imprese che hanno fatto da apripista, come Mamie Nova, Fleury Michon, Moniquee Ranou. La riduzione dell’orario lavorativo crea un’opportunità per i lavoratori di investire nella vita della loro impresa?

Si. È il responsabile delle risorse umane di Mamie Nova che lo dice! Secondo lui la cosa più interessante, e la più complicata della riforma, è aver giustamente riflettuto sul contenuto del lavoro. Quando il direttore di una fabbrica passa a quattro giorni, deve delegare una parte dei suoi compiti al suo N-1 (il suo subordinato), che deve fare lo stesso lavoro, e cosi via fino al caporeparto e poi l’operaio. La settimana di quattro giorni favorisce così la polivalenza dei dipendenti. Nel 1998 il referendum interno a Mamie Nova per il passaggio alla settimana di quattro giorni è stato
accettato dal 90% dei lavoratori. La concertazione fra la direzione e gli azionisti è stata esemplare e qualche anno più tardi il medico del lavoro ha osservato un abbassamento dello stress e un aumento della qualità del lavoro.

Lei

è anche a favore di un passaggio alla settimana di quattro giorni

per le PMI?

Questo esiste già. Penso a un’autoscuola

a Rouen, a una cooperativa d’inseminazione porcina a Pau, a un agenzia

di pub a Parigi… l’importante è conservare la flessibilità: certe

imprese fanno la settimana di 32 ore su cinque giorni d’apertura settimanale,

altri su sei, altri ancora su sette. La durata dell’orario di lavoro

deve anche variare in base a periodi di “grassa” e di “magra”

che scandiscono il ritmo della vita di una PMI.

Altri sostenitori della riduzione

del tempo di lavoro privilegiano un approccio

“lungo tutto l’arco della vita”. Si potrebbe dare ai salariati

un anno sabbatico retribuito ogni dieci anni.

Il sogno dell’anno sabbatico e del

giro del mondo non appartiene a tutti i lavoratori! Il problema di questa

ipotesi è che durante gli altri nove anni in cui si è lavorato, il

quotidiano lavorativo non è cambiato. E temo ci saranno problemi al

ritorno del lavoratore dal suo anno sabbatico, e che un altro sia stato

inserito e poi formato in sua assenza. Bisogna licenziare il nuovo salariato?

Quello precedente non sarà troppo penalizzato per aver lasciato troppo

a lungo il suo posto di lavoro? Il mercato del lavoro mi sembra troppo

squilibrato perché i salariati possano arrischiare una tale rottura

professionale.

La settimana di quattro giorni

può ridurre le ineguaglianze fra uomini e donne?

Nel 1997 il ministero del Lavoro ha

stimato la creazione di 1,6 milioni di posti a tempo indeterminato in

caso di passaggio alle 32 ore. L’effetto sarà rinforzato abbinandolo

a una politica volontaristica in favore degli impieghi del futuro (abitazioni,

isolamenti termici, energie rinnovabili, eccetera). Adesso, una misura

del genere farà comodo in primis alle donne , che sono le prime vittime

della precarietà e del lavoro part-time. Potrebbe essere anche

un’occasione per diminuire le disparità nei compiti domestici. Ma

c’è un vero rischio: il tempo liberato servirà agli svaghi, alla

vita familiare, alle associazioni, alla cultura… o a guardare pubblicità

e porno bevendo Coca-Cola? Forse bisognerebbe articolare la riduzione

del tempo lavorativo con la ridefinizione dei ritmi scolastici, per

coinvolgere, genitori, bambini e l’Educazione nazionale in attività

associative nel pomeriggio, o in corsi al mattino.

Il PS ha ritirato la riduzione

del tempo di lavoro dal suo progetto presidenziale, e

l’opinione pubblica sembra poco sensibile a questo. Si può

parlare ancora delle 32 ore nel 2012?

È preoccupante che la destra occupi

il terreno delle 35 ore dopo dieci anni in cui una larga parte della

sinistra non osa parlarne… quando oggi il lavoro oggi il problema

numero uno. Se si intraprende una campagna politica basata sugli slogan

tipo “lavorare di più per guadagnare di più”, le 32 ore non hanno

effettivamente nessuna possibilità. Se si prende tempo per spiegare

che sono effettivamente un grande mezzo per dare lavoro ai francesi

e per uscire dalla crisi – dimostrando che ha già avuto successo nelle

grandi imprese come nelle piccole e medie, il risultato non sarà lo

stesso. In fondo, è un problema di metodo. Bisogna scommettere sull’intelligenza

dei cittadini, non sulle loro paure.

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Fonte: La semaine de quatre jours, solution à la crise ?

09.11.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ALESSANDRA LAURITO

Pubblicato da supervice

  • fernet

    Ieri sera quella cosa di nome TG2 dava la notizia che gli impiegati italiani sono tra i più stakanovisti in Europa. Si portano il lavoro a casa e sono ben contenti di lavorare anche 12 ore al giorno. Così tra il lusco e il brusco, da noi le ore settimanali passeranno a cento con i compiti che ci daranno da svolgere a casa.

  • Giancarlo54

    E non saranno ancora contenti (non gli impiegati) e diranno che avremo bisogno di piu’ competitività. Ho una voglia disperata di morsicare qualcuno.

  • cavalea

    Un po’ di pazienza, e vedremo che sarà un lusso lavorare anche 32 ore settimanali. Quello che si stenta a capire è che il paradigma che ha tenuto per 60 anni, sta collassando, e non ci sarà verso di rimetterlo in moto se ci si ostina a pretendere l’espansione infinita, in un contesto in cui si combattono guerre atroci per racimolare le ultime risorse.
    Facciamocene una ragione, dimentichiamo il passato e prepariamoci a un più ragionevole rapporto con produzione, lavoro e consumi.