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LA SENTINELLA DELLE UNIVERSITA' E LA TECNICA LOBBISTICA

DELLA DIFFAMAZIONE

DI MAURO MANNO

Si sta sgonfiando il clamore sulla cosiddetta ‘black list antisemita’ di professori ebrei che ‘fanno lobby per Israele.’ Sembra si trattasse solo di una lista di professori universitari, ebrei e non ebrei (tra l’altro), che avevano firmato un appello contro il boicottaggio degli accademici israeliani da parte di numerosi accademici e intellettuali britannici. Una lista copincollata quindi, presa da un sito filoisraeliano, contenente i nomi di personaggi che difendono Israele e la sua politica e che non tollerano che altri non la pensino come loro.

La ‘Sentinella delle Università’, questo significa Campus Watch, è un altro esempio eclatante della tecnica lobbistica di diffamazione di professori universitari non sionisti. Ciò avviene negli Stati Uniti, un paese dove la lobby sionista la fa da padrone.

Campus Watch è uno dei tentacoli della Lobby di cui parlano Mearsheimer e Walt, quello che specificamente opera nelle università ed è stato generato dalla mente fascistoide del sionista Daniel Pipes. Lo scopo dichiarato dell’organizzazione di Pipes è di “monitorare gli studi mediorientali nelle università”, in realtà Campus Watch è un’organizzazione di spie, delatori e falsificatori.

Il suo vero fine consiste nell’organizzare studenti e personale universitario ebraici o filo-israeliani (e anti-islamici) perché aiutino la lobby a individuare quei professori palestinesi, arabi, islamici o anche ebrei antisionisti per cercare di cacciarli dalle università americane. La tecnica è quella di raccogliere e utilizzare loro affermazioni, durante i corsi, per denunciarli pubblicamente chiamando, contestualmente, tutta la lobby a fare pressioni sull’Università perché siano licenziati.

Il più delle volte sono accuse fabbricate su distorsioni di affermazioni corrette dei professori presi di mira. Lo stesso non viene fatto nei confronti di professori di altra provenienza etnica o culturale a meno che non siano anch’essi favorevoli al mondo arabo o islamico e contrari a Israele e al sionismo.

Appena un professore è preso di mira da Campus Watch, l’intera lobby si scatena. I giornali locali e nazionali sono invitati a farne un casus belli (proprio come è successo ai media nostrani per la cosiddetta Black List), i finanziatori ebrei dell’Università in cui lavora il professore incriminato minacciano di cessare i finanziamenti, gli studenti dell’organizzazione riempiono le facoltà di volantini e striscioni o raccolgono firme, tutti gli ebrei pro-lobby che non hanno nulla da fare, scrivono lettere ai dirigenti dell’Università o ai politici locali o nazionali, i politici sionisti intervengono al Congresso per chiedere al ministro della pubblica istruzione che intervenga contro lo “scandalo”, i politici filo-israeliani o filo-ebraici, sono invitati a fare lo stesso. Che il professore incriminato abbia ragione o torto non c’entra più nulla. Si tratta di un linciaggio vero e proprio davanti al quale è difficile rispondere e difendersi. Il più delle volte la lobby ottiene quello che vuole, con buona pace della giustizia.

Ultima vittima di questo clima di caccia alle streghe è un studioso ebreo antisionista, Norman Finkelstein, il quale ha appena perso il posto alla DePaul University di Chicago. Le opere di quest’ultimo, estremamente documentate, vengono boicottate dalla lobby in America e in Europa con pressioni sulle case editrici perché non le pubblichino o sui giornali perché non le pubblicizzino. Il suo torto è quello di aver smantellato alcune favole sioniste come, ad esempio, 1) quella che i palestinesi nel 1948 lasciarono ai sionisti la Palestina spontaneamente e non furono invece cacciati con attacchi terroristici, con assassini, stragi, ecc.(vedi il libro Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict); 2) quella che la Palestina era una ‘terra senza popolo’ adatta ad essere colonizzata da un ‘popolo senza terra’ (vedi il libro già citato e inoltre il più recente Beyond Chuztpah); 3) quella che le ‘compensazioni’ estorte alla Germania o alla Svizzera siano andate ai ‘sopravvissuti dell’olocausto’ e non invece alle ricche organizzazioni della lobby ebraica negli USA e a Israele (vedi L’industria dell’olocausto). Evidentemente Finkelstein è un’ebreo scomodo un ebreo ‘che odia se stesso’ secondo la nota terminologia sionista. Chi ha condotto la campagna contro Finkelstein è il noto avvocato ebreo Alan Dershowitz, famoso tra l’altro per essere riuscito cavillosamente a far assolvere O. J Simpson dall’accusa di aver assassinato la moglie e il convivente di costei. Dershowitz, sionista dichiarato e personaggio in vista della lobby, si atteggia anche a storico (di cose sioniste) e fa il difensore d’ufficio di Israele. Proprio per svolgere questo che egli ritiene il suo dovere, l’avvocato Dershowitz aveva prodotto il libro The Case for Israel. In questo scritto, egli riproponeva la favola della Palestina “terra senza popolo”. Finkelstein, nel suo libro Beyond Chuztpah (che in italiano vuol dire ‘Oltre ogni faccia tosta!) enumera almeno una ventina di lunghe citazioni non dichiarate (si chiama plagio) di Dershowitz dal libro di Joan Peters, From Time Immemorial, di cui lo stesso Finkelstein si era occupato in Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict. Eppure l’ebreo Dershowitz è protetto dalla lobby e si gode la sua immeritata carriera universitaria vendendo milioni dei suoi libri filo-israeliani, mentre l’ebreo Finkelstein paga il prezzo della sua posizione antisionista. Chi difende Finkelstein viene di solito accusato di essere ‘antisemita’ ma è semplicemente assurdo definire antisemita chi sostiene uno studioso ebreo contro un altro ebreo che si atteggia a studioso ma è solo un plagiario falsificatore della storia.
Ma è giusto sottolineare che un ebreo è un ebreo sionista o antisionista? Non solo credo sia giusto ma doveroso. Bisogna però sempre specificare se si tratta di un sionista o un antisionista, di un filo-israeliano o un anti-israeliano, di uno favorevole ad uno stato unico, per ebrei e palestinesi in Palestina o un sostenitore dello stato ebraico per gli ebrei da una parte e dei bantustans (i ghetti, i lager come è attualmente Gaza) per i palestinesi dall’altra. Solo così si può combattere l’antisemitismo. Questa visione colpisce tutti gli ebrei indistintamente ed è fondata su una concezione razzista. Non tutti gli ebrei invece e per fortuna sono sionisti e quelli che non lo sono io li considero miei fratelli e alleati in una battaglia politica, al di sopra delle razze e delle etnie, per la giustizia e la pace. D’altronde, come il nostro presidente Napolitano sa bene, nel passato i sionisti sono stati una infima minoranza ebraica, considerati fanatici e disprezzati proprio dalla maggioranza degli altri ebrei a causa della loro alleanza con tutti gli antisemiti dell’Europa, compresi i nazisti.

Ma torniamo a Campus Watch e vediamo come opera questa organizzazione:

1) Il caso del professore Joseph Massad.

Il professore Massad insegna Politica e Storia del pensiero politico al Dipartimento di studi linguistici e culturali del Medio Oriente e dell’Asia della Columbia University, è di nazionalità giordana ma di origine palestinese. [1] Il 20 ottobre 2004 il giornale pro-israeliano The New York Sun pubblicò un articolo in cui si parlava di un filmino che registrava le proteste di alcuni studenti ebrei che ritenevano essere stati maltrattati da Massad. Il film era stato prodotto da un’organizzazione denominata “David Project” aderente al Campus Watch di Daniel Pipes. Nel film, lo studente Tom Schoenfeld affermava che durante una lezione del professore Massad aveva chiesto di potergli rivolgere una domanda. Avuto il permesso, aveva voluto specificare subito di essere israeliano. A questo punto Massad lo avrebbe interrotto chiedendoli se avesse servito nell’esercito israeliano e affermando che non gli avrebbe permesso di fare la sua domanda se prima non avesse detto pubblicamente quanti palestinesi avesse ucciso. Il film fu inviato ad alcuni amministratori della Columbia University, Judith Shapiro, Alan Brinkley e Simon Klarfeld (non si traggano conclusioni affrettate dai nomi, per favore!). Il 22 ottobre il membro del Congresso Weiner, un Democratico eletto nelle circoscrizioni di Brooklyn e Queens (con forte presenza ebraica) scrisse al presidente della Columbia, Lee Bollinger, chiedendo il licenziamento di Massad.

Il licenziamento non ci fu perché fu dimostrato che Massad era innocente ma due risultati furono comunque ottenuti. Il primo fu che la Columbia University lanciò una campagna di raccolta fondi per istituire una cattedra di studi israeliani (?) per compensare la mancanza di studi su Israele (ma Israele non fa parte del Medio Oriente?). Il secondo è che il professor Massad fu intimorito. Ci chiediamo se le recenti posizioni di Massad sul peso della lobby ebraica in America (la lobby è ininfluente) non siano determinate da quella intimidazione e dal fatto che egli, pur essendosela scampata una volta, sa molto bene di essere sempre sotto tiro.
In questo caso, la lobby incamera un posto di professore per il propagandista pro-israeliano che andrà ad occupare la cattedra dei cosiddetti “Studi Israeliani” al di fuori degli studi mediorientali.

2) Il caso del professore Yuan Cole.

Il professor Cole, insegna Storia presso l’Università del Michigan. È anche l’autorevole autore di numerosi libri sulla storia e sulle religioni del Medio Oriente. Tiene anche l’interessante blog ‘Informed Comment, Thoughts on the Middle East, History, and Religion ’ ed è Presidente del Global American Institute.
Nel 2006, ha avuto l’ardire di fare domanda per un posto di insegnamento liberatosi presso la Yale University. Quest’ultima è una delle maggiori università americane che dà onore e imprimatur al suo corpo docente. La candidatura di Cole ha superato i primi tre livelli di selezione, ma il comitato determinante lo ha respinto[2]. Riguardo a questa decisione del comitato, Liel Leibowitz, del Jewish Week, ha affermato che questa procedura è del tutto inusuale, perché non è mai successo che un professore promosso dai primi tre livelli di selezione fosse poi bocciato dal comitato, il quale di solito si limita ad approvare, come pura formalità, le nomine di chi è stato già ritenuto idoneo.[3] Il professore di storia della Yale, John Merriman, a proposito della inusuale bocciatura di Cole, ha affermato: “Adoro questo posto. Ma non ho mai visto una cosa del genere alla Yale prima. In questo caso, l’integrità accademica è stata chiaramente sostituita dalla politica”.[4] In effetti il professore Cole è presidente dell’Associazione di Studi Mediorientali, parla correntemente l’arabo e il persiano, ed ha pubblicato numerosi libri sulla storia egiziana e della corrente sciita dell’Islam. Cosa era successo? Perché un professore con il “top-rank scholarly achievement” di Yuan Cole non può essere assunto presso la prestigiosa Yale University? Qualche giorno prima era apparso sul giornale di Campus Watch e contemporaneamente sul giornale dell’Università, lo Yale Herald, un articolo che affermava che Cole era privo di una “mente acuta” e che l’Università “rischiava di sacrificare la propria credibilità accademica in cambio del clamore” che l’assunzione di Cole avrebbe generato. Era chiaramente una minaccia che significava: Se assumete Cole noi creeremo tanto di quel clamore che ve ne pentirete. Tra i nemici di Cole ecco che apparve un peso grosso della lobby, un tale Michael Rubin, ex-aiutante (aide) dell’amministrazione Bush, membro di vari centri di ricerca filo-israeliani e professore della Yale legato all’organizzazione Campus Watch. Costui per ben due volte attaccò Cole sul giornale cittadino Yale Daily News.
Ma non potevano essere questi attacchi sulla stampa (uno ferocissimo di Rubin che accusava Cole di essere “antisemita” e di “deridere la partecipazione di importanti ebrei americani nel governo”) ad aver bloccato la carriera accademica dello studioso. Questi attacchi mostravano però la ragione per cui la lobby si opponeva in tutti i modi alla promozione di Cole. Sul suo blog, Informed Comment, Cole, da anni difende i palestinesi e critica Israele nonché “importanti ebrei americani nel governo”, vale a dire i neo-conservatori sionisti e questo gli è valsa l’accusa di “antisemitismo”. Gli attacchi ingiusti e feroci di Rubin e soci potevano tutt’al più rappresentare un tentativo di denigrazione, ma ciò che fece spostare l’ago della bilancia contro Cole fu la lettera che il giornalista Joel Mowbray del Washington Times aveva scritto a una dozzina di “benèfici” donatori della Yale, in cui si descriveva l’eventuale promozione di Cole come una sventura e soprattutto la conseguente reazione di alcuni donatori ebrei nei confronti dell’Università. Secondo il Jewish Week, “diversi membri della facoltà hanno affermato di aver saputo che almeno quattro importanti donatori ebrei… hanno contattato i dirigenti dell’Università chiedendo espressamente che fosse negata la promozione a Cole”.[5]

I finanziamenti ebraici nelle università sono quindi utilizzati come clava per ottenere una politica “accademica” filo-israeliana. C’è quindi da meravigliarsi se l’elite intellettuale statunitense è così “distratta” sui problemi del Medio Oriente e sul dramma dei palestinesi?
Il collega di studi mediorientali Zachary Lockman, che insegna alla New York University, ha affermato: “Dall’11 Settembre c’è stato da parte di un piccolo ma ben finanziato gruppo di persone esterno alle Università, uno sforzo concentrico finalizzato a monitorare molto attentamente ciò che noi professori diciamo; questo gruppo è pronto a impugnare qualsiasi piccolissimo segno di deviazione da ciò che essi ritengono opinione accettabile. Si tratta di un attacco alla libertà di insegnamento, e non è una cosa buona per la nostra società.” [6]

Qui non si tratta di una ‘black list’ che denuncia dei signori perché sono filo-israeliani o sionisti. Qui si fa sul serio, qui si lavora alacremente, e si usano i denari, per cacciare i professori non sionisti dalle università, allo scopo di orientare la cultura e la politica americana a favore di Israele.

Vogliamo concludere con citazioni da un articolo del fondatore di Campus Watch, Daniel Pipes. Lo abbiamo definito un islamofobo. Le citazioni serviranno anche a fare capire con quali intenti il personaggio opera nella sua organizzazione universitaria e fuori da essa. Il lettore giudichi da sé.[7]
In riferimento all’attentato del 22 febbraio 2006 al mausoleo sciita di Samara in Iraq, Pipes scrive

“Le bombe del 22 febbraio al mausoleo di Askariya a Samara, Iraq, sono state una tragedia, ma non sono state una tragedia per gli americani o per la coalizione. …Le sventure dell’Iraq non sono né responsabilità della coalizione, né un particolare pericolo per l’Occidente. … La soluzione dei problemi dell’Iraq non è responsabilità della coalizione, né suo compito. Quando i terroristi sunniti colpiscono gli sciiti e viceversa, è più probabile che i non-musulmani non siano colpiti. La guerra civile in Iraq, sarebbe una tragedia umanitaria, non una sconfitta strategica”.

Pipes sta invocando apertamente la guerra civile tra sunniti e sciiti; non trova che sia responsabilità dell’Occidente, né suo compito impedirla. È anzi una cosa positiva dal momento che se gli iracheni (tutti terroristi) si massacrano tra loro, è più probabile che gli americani non siano colpiti; la guerra civile in Iraq non è una sconfitta strategica; se non è una sconfitta, verrebbe da dire che è una vittoria.
Questa è la logica criminale del Divide et Impera, la strategia israeliana per dominare il Medio Oriente. Distruggere gli attuali grandi stati arabi o musulmani, frazionare le popolazioni in tante piccole entità etniche e religiose e spingerli a farsi la guerra tra loro. Così è stato in Libano, così ora in Iraq. Sono dichiarazioni di rabbioso razzismo: I musulmani si uccidono tra loro? Bene! I non-musulmani non saranno colpiti.
Ma gli orrori della guerra civile in Iraq non bastano a Pipes. Secondo questo guerrafondaio razzista:

“È probabile che la guerra civile porti al coinvolgimento della Siria e dell’Iran, accelerando così la possibilità di uno scontro tra gli americani e questi due stati, con i quali le tensioni sono già ad un punto molto alto”

La guerra civile è quindi benvenuta anche per un’altra ragione. È probabile infatti che essa porti ad uno scontro tra Siria e Iran da un lato e gli Stati Uniti dall’altro. A parte la contraddizione inerente al fatto che una guerra americana a Siria e Iran porterebbe a molte più uccisioni di soldati americani di quanti ne porta la guerra civile irachena (uccisioni che l’ipocrita Pipes dice di essere contento se sono evitate), è importante notare che qui si invoca uno scontro generalizzato in Medio Oriente. Perché? Pipes esprime ancora una volta e chiaramente la strategia sionista: distruggere i paesi arabi perché Israele regni sicuro nella regione. I goyim americani si facciano uccidere pure per il bene di Israele tanto, dice il Talmud, la vita di un goy non vale quella di un ebreo.[8] Gli americani già non sanno come uscire dal pantano iracheno e si stanno accorgendo che l’invasione dell’Iraq non ha fatto altro che esportare e amplificare il fenomeno terroristico. Ma anche questo non è un male per Israele in fin dei conti. Che ci siano state vittime terroristiche in America, in Spagna, in Inghilterra e altrove in Occidente è un bene per lo Stato ebraico. In questo modo i paesi colpiti saranno trascinati accanto agli Stati Uniti in guerre contro il mondo arabo e musulmano. Sarà una manna per Israele. Che gli occidentali facciano le guerre per lo Stato Ebraico! É se i goyim (occidentali o mediorientali che siano) si uccidono tra loro è molto probabile che gli ebrei non siano colpiti.

Mauro Manno
11.02.08

NOTE:

[1] Jim Quilty, Pro-Israeli groups pressure Columbia University, The Daily Star, October 26, 2004, vedi:
http://www.dailystar.com.lb/article.asp?edition_id=10&categ_id=2&article_id=9607 .

[2] Philip Weiss, Burning Cole, The Nation, 3 luglio 2006. Vedi: http://www.thenation.com/doc/20060703/weiss .

[3] Liel Leibowitz, Controversial Academic Shot Down for Appointment; Was Campaign against Him Politically Motivated?, The Jewish Week, 06/02/2006, vedi:
http://www.thejewishweek.com/news/newscontent.php3?artid=12578&print=yes .

[4] Philip Weiss, Cit.

[5] Philip Weiss, Cit.

[6] Philip Weiss, Cit.

[7] L’articolo da cui citiamo è: Daniel Pipes, Civil War in Iraq?, FrontPage Magazine, 28 febbraio 2006, vedi:

http://www.frontpagemag.com/Articles/ReadArticle.asp?ID=21445 .

[8] Khalid Amayreh, 19 luglio 2006, http://www.palestine-info.co.uk/am/old/article_19441.shtml .

Pubblicato da Davide