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LA RUSSIA PROSSIMA VENTURA

DI GIULIETTO CHIESA

Dove va la Russia? Domanda periodicamente emergente, che storicamente ha quasi sempre significato una constatazione implicita: va e non viene, cioè va da un’altra parte. Russia versus Europam, per esempio. Ma la domanda è oggi particolarmente pertinente, perchè fino a ieri sembravamo tutti convinti che, dopo la “fine della storia” di Francis Fukuyama, la Russia non andasse da nessuna parte per il semplice fatto che, come tutti, era già arrivata al capolinea, rappresentato dal mercato, dallo stato di diritto, dalla democrazia. Invece non era così. Niente affatto. E qui sorgono molte domande, che concernono non la Russia, ma noi. Perchè, per esempio, ci eravamo tutti illusi che il problema Russia fosse ormai definitivamente risolto? Non è – viene il sospetto – che il nostro modo eurocentrico, o occidentalecentrico , non funziona bene per descrivere il mondo contemporaneo? Ma questo è un altro discorso. Resta il fatto che la Russia va piuttosto verso l’Asia che non verso l’Europa. Per giunta tutto ci dice che la Russia – parlo dei russi – vorrebbe, avrebbe voluto, spasmodicamente, “venire” verso l’Europa, ma le cose sono andate storte, contro i nostri e i loro desideri. C’è molto di ancestrale e di profondo, per esempio, nella diffidenza dei russi verso la Cina. Bisogna affondare nei secoli per capire che è scomodo e pieno di pericoli avere come vicini popoli grandi e in espansione. I cinesi ebbero le stesse sensazioni sgradevoli quando la Russia arrivò d’impeto, quasi risucchiata dalle immensità vuote della Siberia, fin sulle rive dell’oceano Pacifico. Reciproca diffidenza storica, dunque. I russi di oggi, quando pensano al loro futuro, sognano una società assai più vicina a quella tedesca, o francese, che non a quella cinese. Parigi e Berlino sono le loro mete ideali, come lo erano trecento, quattrocento anni orsono.

Paradossalmente, anche per i cinesi, la meta ideale non è certamente Mosca, ma lo sono New York, San Francisco, Los Angeles. Invece gli uni e gli altri convergono sull’Asia, dove entrambi i popoli vivono e vivranno. Potrò sbagliarmi, ma tutto questo mi fa pensare che il nostro modello di vita, per quanto gradevole all’apparenza, specie da coloro che lo guardano da fuori, non sia così facilmente esportabile come siamo abituati a ritenere. Vedi, per esempio, l’Irak. Siamo andati lì – abbiamo spiegato – per portargli la libertà e per abbattergli la dittatura che li opprimeva, e loro, ingrati, rispondono a colpi di bombe e di kamikaze.

Ma anche questo è un altro, e lungo, discorso. Resta il dato che la Russia, appena affacciatasi verso il mondo occidentale, se ne è ritratta. E sta tornando verso una forma di potere autocratico assai simile a quella di Alessandro II, quando ancora lo zar era non solo il re, ma il proprietario in senso stretto del territorio che governava. Singolare e – avrebbe detto Niccolò Machiavelli – “maravigliosa” evoluzione, nel senso di imprevista, curiosa, sorprendente. Altro che fine della storia! Si potrebbe dire, al contrario, con Giovanbattista Vico, che siamo di fronte a un vero e proprio ricorso storico.

Si dà il caso, infatti, che Vladimir Putin ha realizzato, piano piano, senza fare proclami, passo dopo passo, un’operazione che ha mutato la fisionomia del potere in Russia. Di che si tratta? Del fatto che praticamente il sistema degli oligarchi privati costruito da Boris Eltsin tra il 1992 e il 1999 – anno in cui è stato allontanato dal potere dagli stessi oligarchi – è stato sostituito da un sistema di oligarchi di stato. Nomina dopo nomina, il nuovo zar ha portato ai vertici di quasi tutte le più importanti compagnie energetiche del paese i suoi uomini più fidati. A cominciare da Gasprom, il gigante per eccellenza di gas e petrolio, scendendo per li rami, si può dire che il presidente-zar detiene il controllo diretto di tutta l’energia della Russia. Restano fuori da questo controllo, ma è pura apparenza, le imprese petrolifere e industriali di Roman Abramovic e il colosso elettrico Rao-EES, sotto la presidenza del “liberale” e ultra neo-liberista Anatolij Ciubais. L’apparenza consiste nel fatto che Roman Abramovic non resterebbe un attimo in possesso dei beni di cui dispone e che è riuscito a rapinare nell’epoca della caccia all’oro eltsiniana, se non fosse totalmente, incrollabilmente fedele allo zar. Il quale gli ha lasciato perfino una via di fuga, rappresentata dalle sue compere natalizie in campo calcistico, e varie altre piccole e medie scappatelle finanziarie negli offshore di tutte le latitudini. Sarà là che andrà a rifugiarsi non appena lo zar si spazientisse. E la stessa, identica cosa vale per Ciubais, che rimane al suo posto (dove arrivò per nomina di Boris Eltsin) solo ed esclusivamente perchè è riuscito a conquistare, piegandosi, la benevolenza del padrone.


(Roman Abramovic)

Il messaggio lanciato al paese – e ai restanti, marginali oligarchi privati – con l’arresto e la condanna di Mikhail Khodorkovskij (nella foto sotto) è stato proprio questo. Chi non si piega sarà liquidato. Con i mezzi “moderni” del “diritto telefonico”, quelli cioè in cui l’indipendenza della magistratura russa finisce quando la “vertushka” (il telefono diretto con il Cremlino di cui sono dotati tutti gli uffici principali del potere) suona.

Dunque, poichè in Russia nulla di nuovo è stato costruito, in questi ultimi 14 anni, per lanciare il paese verso una profonda riorganizzazione – di mercato, appunto – dell’economia, e poichè la Borsa di Mosca è per il 70% la borsa del petrolio e del gas, come è sempre stata, il controllo dell’energia significa il controllo del paese. Al quale va aggiunto il controllo – stavo per scrivere “statale”, mentre dovrei dire “personale” – assoluto sui media televisivi centrali.

Tutte cose che con la democrazia occidentale non hanno molto a che fare (salvo che con quella particolarissima democrazia occidentale che è l’Italia di Berlusconi. Ma anche questa è un’altra storia, nella quale probabilmente si riuscirebbe a capire la ragione dell’amicizia comprovata tra lo zar e il premier). E molti si chiedono che succederà adesso, tra poco, quando teoricamente Vladimir Putin, stando alle regole formali che fino a oggi ci autorizzano a definirlo un leader delle democrazie occidentali, dovrà abbandonare il potere perchè la sua Costituzione ne delimita le possibilità di rielezione oltre il secondo mandato.

Non scommetterei un soldo bucato sull’eventualità che se ne vada davvero. E dove mai potrebbe andare un uomo così giovane? E come immaginare che possa lasciare il potere a qualcun altro, sulla cui lealtà assoluta (non occorre che abbia letto Machiavelli per saperlo) contare sarebbe atto di altissimo rischio? E perchè mai Vladimir Putin avrebbe costruito e accumulato, con certosina determinazione, un tale sconfinato potere politico ed economico sul proprio paese e sui propri sudditi? Per lasciarlo a chi?

Resta dunque da studiare quali saranno le vie più probabili attraverso cui, senza troppo vulnerare l’involucro “democratico” del potere russo, lo zar resterà al comando. Lo farà forse imponendo alla Duma (interamente sotto il suo controllo) di votare una modifica della Costituzione? Troppo scoperto, ma non da escludere, come extrema ratio. Oppure con un gioco di prestigio consistente nell’accelerazione del processo di unificazione tra Russia e Bielorussia. In tal modo si creerebbe un nuovo stato, con una nuova Costituzione unificata. Il presidente del nuovo stato (che dovrà avere una nuova denominazione, per la gioia degli editori di carte geografiche e atlanti) sarebbe eletto per la prima volta e per due o tre mandati consecutivi. Quanto basta allo zar per arrivare ad un’età avanzata e per garantirsi una vecchiaia davvero sicura. Alla testa delle due ex repubbliche unite basterebbe mettere due primi ministri con poteri analoghi (cioè minimi) a quelli dell’attuale capo del governo di Mosca. E il gioco sarebbe fatto. Forse è in questa chiave che vanno lette le due recenti promozioni di due fedelissimi del presidente. Dmitrij Anatolievic Medvedev, nuovo oligarca di stato, oltre che capo dell’Amministrazione presidenziale, che diventa primo vice-premier nel governo di Nikolai Fradkov, e Sergei Borisovic Ivanov che, restando ministro della Difesa, diventa anche vice-premier.

Ecco dove va la Russia. L’abbiamo promossa, frettolosamente, repubblica democratica, secondo i nostri gusti. Adesso scopriamo che non lo è. Putin, dal canto suo, non è un improvvisatore. Sa perfettamente che la finzione democratica sta per finire, così come sta finendo l’illusione dell’Imperatore d’oltre oceano, che egli fosse un alleato definitivo nella “grande lotta contro il terrorismo internazionale”. Per questo Putin porta la Russia in Asia, verso est. Là c’è la Cina, che non è stata ancora promossa nel campo democratico e che non lo sarà neppure domani, perchè deve diventare il nemico con cui fare i conti del dominio mondiale. Diventare alleati, per Mosca e Pechino, sta diventando, più che una scelta, una necessità urgente da adempiere.

Giulietto Chiesa
Fonte: www.giuliettochiesa.it/
Link:http://www.giuliettochiesa.it/modules.php?name=News&file=article&sid=182
da “Galatea” di dicembre 2005

Pubblicato da Davide