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LA RIVOLUZIONE E' LONTANA. LONTANISSIMA

DI VALERIO LO MONACO
ilribelle.com

Rispetto a solo qualche anno addietro gli italiani sono in condizioni economiche e sociali assai peggiori. Non solo: rispetto alle aspettative che si potevano supporre solo una generazione fa, ora il futuro è, senza possibilità di errore, sicuramente più nero. In qualche caso con delle certezze che si possono indicare come “definitive”. Ne abbiamo parlato spesso nel corso degli ultimi quattro anni ed è inutile tornarvici sopra. Basti un fattore, su tutti, a titolo di esempio: le generazioni che si affacciano nel mondo del lavoro in questo momento, così come anche quelle che non vi sono dentro da molto tempo, sicuramente non avranno una pensione decente. Probabilmente non ne avranno affatto. Ogni due anni, ormai, i governi del nostro paese intervengono sulle modalità per accedere alla pensione, e anche senza arrivare al caso terribile degli esodati, lo spostamento continuo dell’età pensionabile e le modifiche di accumulo (per chi, naturalmente, ha un lavoro che gli consente di versare dei contributi) puntano dritti all’unica possibilità rimasta in mano a uno Stato che non ha più denaro e che sa che non ne avrà affatto, per le pensioni, nel prossimo futuro: fare in modo, il più possibile, di non doverne erogare. A brevissimo, per chiudere con questo discorso che è solo emblematicamente introduttivo, si arriverà al punto del blocco totale, visto che la generazione dei baby boomers, grossomodo i finti “rivoluzionari” del ’68, che tutto hanno fatto fuorché rivoluzionare alcunché, e anzi si sono battuti semplicemente per prendere il posto dei loro predecessori lasciandoci in eredità la società che poi è sfociata in quello che abbiamo davanti agli occhi (un bel lavoro, non c’è che dire) arriveranno all’età pensionabile. E si tratta di un numero impressionante, per lo Stato italiano, che ovviamente non potrà farvi fronte. A quel punto, presto, ne vedremo delle nuove. E definitive.

Ma questo, come dicevamo, è solo un esempio. Il punto principale è che la situazione è cambiata in peggio e che per il prossimo futuro, complice la cornice speculativa internazionale di cui l’Italia è succube economicamente e politicamente, sarà sicuramente ancora peggiore. Gli elementi di scontento e di rabbia, per cercare di cambiare la situazione, ci sarebbero insomma tutti. Ancora di più, e forse soprattutto, ci sarebbero ormai tutti gli elementi per aver capito definitivamente che la classe politica del nostro paese – tutta – ha ampiamente dimostrato nella migliore delle ipotesi di non avere la capacità per cambiare la situazione, visto che sino a ora ha contribuito solo a peggiorarla ulteriormente, e nella peggiore delle ipotesi, che purtroppo è quella più probabile, non ha la minima intenzione di mettersi a combattere in alcun modo per cambiarla visto che sino a ora dalla situazione ha avuto solo da guadagnarne. Non è esercizio di presunzione pensare che al momento aspiri solo a mantenere lo statu quo onde continuare a beneficiare delle rendite di posizione attuali il più possibile. Cosa che troviamo anche – o forse non è un caso – in larga parte della cittadinanza.

Gli ingredienti per una rivoluzione in teoria ci sono tutti. Eppure non accade nulla. O comunque molto poco.

Se si eccettuano vacui cortei di protesta, sempre ben irregimentati e composti, dimostrazioni locali e specifiche, una pletora di movimenti e movimentini sparuti, separati e con l’indubbia difficoltà di passare dalla teoria (quando la hanno) all’azione, la situazione è quella di un placido traghettamento verso il baratro senza che le masse si stiano scaldando troppo. Naturalmente ci sono tante persone, molte più di quanto non si creda, che invece di puntare (o di sperare) in una rivoluzione, preso atto dello stato delle cose si sono date quanto meno alla ribellione, alla sedizione, operando soprattutto nel proprio quotidiano una serie di scelte che non solo in termini di idee ma proprio dal punto di vista pratico rappresentano gli unici elementi (il che non è confortante) di reazione alla situazione attuale. Naturalmente, queste, possono puntare al massimo a una imperfetta salvezza personale, certamente non a un cambiamento della situazione generale.

C’è dunque da chiedersi perché non vi siano ancora dei reali moti rivoluzionari.

Beninteso, anche nel resto del mondo occidentale è così. Se si fa eccezione ad alcune, e solo alcune, realtà della Primavera Araba, in tutto il resto del mondo europeo o statunitense i vari eventi ascrivibili ai movimenti degli Indignatos e di Occupy Wall Street sono, al momento, ancorché simbolici, ancora allo stato dimostrativo. Di presenza e testimonianza.

E paradossalmente gli atti più cruenti di cui si abbia notizia avvengono proprio nel nostro Paese, come quelli relativi al Movimento No-Tav o, bisogna pure che qualcuno lo rilevi nella giusta ottica, che non è certamente “politically correct”, con i recenti fatti di cronaca relativi alle sedi di Equitalia. Ma per ora nulla di più.

A nostro avviso gli elementi per cui non si è arrivati ancora a un punto di vera rottura, cioè di passaggio da una fase dimostrativa e simbolica a una pratica, sono diversi.

Intanto si sta ancora bene. O, per dirla brutalmente, la maggioranza degli italiani non si muore affatto di fame. Si può disquisire sul fatto che – e vi sono molti casi – piuttosto si stringa la cinghia sul cibo pur di permettersi un altro elettrodomestico. Oppure si rinunci a spese sanitarie per riuscire a pagarsi, a rate, almeno una settimana di ferie all’anno. Ma insomma, salvo i casi – pur in drastico aumento – ove veramente si è finiti sotto la soglia della povertà, gli italiani, pur senza possibilità di risparmiare, pur dovendo ricorrere ancora al credito, continuano a spendere tutto ciò che hanno come se questa fosse solo una crisi passeggera. E sperando in un miglioramento che in realtà non è affatto all’orizzonte. 

Il che innesca ovviamente una seconda riflessione conseguente: i più non hanno capito realmente la situazione. Complici i media, complici i megafoni di una classe politica che ha tutto l’interesse a tenere mascherato il reale stato delle cose, e complice, ovviamente, una ignoranza e noncuranza diffusa in merito a ciò che accade e ai veri strumenti informativi e culturali per poterlo capire (ad esempio, non si rinuncia a una pizza la sera ma si fa tranquillamente a meno di comperare dei supporti per informarsi e formarsi) è ancora evidente che nessuno crede, o vuole credere, a cosa sta accadendo. Anche se si tratta non di cose imminenti, ma del tutto immanenti, non c’è ancora la percezione, figuriamoci la convinzione, del fatto che questo ciclo economico-esistenziale sia arrivato alla fine. Dunque, se non si è presa coscienza dello stato delle cose, è evidente che a tutto si pensi fuorché a come fare per cambiare la situazione. Al più ci si rifugia nella (inutile) speranza che ciò che ci raccontano Monti, i politici e i media embedded sia vero, e che la crisi, pur dura, sia comunque sulla strada della risoluzione. Malgrado questi sacrifici pesino, si pensa, torneremo in ogni caso a vedere “la luce”.

Altra cosa, fondamentale: esiste, malgrado tutto, la fascinazione verso la politica attuale o, ancora peggio, verso alcune sue nuove espressioni, come il Movimento 5 Stelle di Grillo, che purtroppo, nonostante le intenzioni, rappresentano un elemento di fatto depotenziante. Da una parte c’è larga fetta del paese che, vedrete, accorrerà ancora alle urne, appena vi si sarà chiamati, per dare il voto a una parte o all’altra che, anche cambiando nome e alleanze, è pur sempre la stessa che ci ha portato alla situazione attuale. Dunque, pur avendo la prova provata della sua totale inefficacia, quando non peggio, rispetto alle domande che la crisi sistemica ci porge, oltre la metà dei cittadini italiani tornerà a dargli il voto. Come nulla fosse accaduto per decenni e decenni. Dall’altro lato, fenomeni come quello di Grillo, dicevamo, sortiscono il risultato di far accorrere alle urne, a legittimare ancora, di fatto, lo stato delle cose, anche quelli che dovrebbero aver capito da un pezzo che il nostro sistema politico non funziona. Pur animati dalle migliori intenzioni (tutte da verificare, naturalmente) e malgrado il fatto che queste intenzioni siano in modo manifesto insufficienti per poter aspirare a condurre un paese (manca del tutto una idea monetaria, una idea geopolitica, una idea economica, tra le altre) gli esponenti del Movimento 5 Stelle prenderanno dei voti. Parecchi anche, sortendo l’effetto opposto a quello che sarebbe necessario: invece di far aumentare l’astensione, invece di far aumentare l’indignazione, faranno credere agli elettori che gli accorderanno preferenza, che ora sono se non altro rappresentati in Parlamento. E una volta che ci si sentirà rappresentati, ovviamente, l’effetto secondario sarà quello di aspettare ancora. Una legislatura? Due? Tre? Vogliamo dire un’altra decina d’anni? Insomma attesa e rimozione totale di qualsivoglia tentazione rivoluzionaria da parte di chi lo avrà votato, mentre la storia andrà avanti senza cambiare corso. Perché pur cambiando alcune persone, all’interno di questo meccanismo, il meccanismo continuerà ad andare avanti. Cosa che, invece, rappresenta il primo obiettivo da abbattere. 

Fascinazione, questa di Grillo, e soprattutto ora dopo le elezioni Amministrative appena passate, nella quale cadono in molti e cade, peraltro, anche il “nostro” Alessio Mannino, argomentando il tutto, beninteso, nel suo articolo di questo numero del mensile, al quale come è doveroso e utile giornalisticamente diamo ovviamente spazio. La nostra posizione personale, così come quella di Fini, invece, in tal senso è diversa ed è nota.

C’è inoltre il fatto, molto più ampio e profondo da analizzare, che non esiste più, in maniera assoluta, il benché minimo spirito di comunità. Sia essa nazionale ma anche locale, figuriamoci a livello continentale. Chi è che dovrebbe fare la rivoluzione, in Italia? E a favore di chi? Ci sarebbero ancora madri che, pur controvoglia, manderebbero in battaglia i propri figli per una azione che possa avere effetti per una comunità, un Paese, una nazione, una cittadinanza che nella realtà delle cose esiste solo, e neanche più tanto, quando si disputa una partita di calcio della nazionale?

E quali sarebbero poi queste forze giovani, questi ragazzi tanto attenti alla realtà, tanto impavidi e pronti a battersi insieme per qualcosa che, a quanto pare, la maggioranza non sa neanche cosa sia?

Ma manca, soprattutto, una idea cardine attorno alla quale unirsi e, fatalmente, un leader che possa incarnarla, portarla avanti e cercare di attrarre forze. Oggi non si può intervenire in un ambito senza avere una idea generale, una dottrina politica complessiva, olistica, del mondo. Dei rapporti tra Stati e forze geopolitiche. Nella (mal) gestione dell’esistente si è persa di vista la necessità di studiare e applicarsi a teorie generali. È da queste, poi, che dovrebbero discendere le norme per la gestione dell’esistente, e non viceversa.

Insomma la Politica non c’è. Non c’è una idea pricinpale. Soprattutto, non si è presa coscienza di chi sia il Nemico Principale (di questo parlaremo presto). E se non si ha idea di chi sia il nemico, non si ha idea della direzione da prendere, è ovvio che nessuna rivoluzione potrà nascere: contro chi?; a favore di cosa? Quasi nessuno – salvo poche e fumose intuizioni – lo sa. E ancora meno possono immaginare che c’è chi, invece, ha messo bene a fuoco il tutto.

A questo punto, stanti così le cose, chi dovrebbe mai farla questa rivoluzione?

Durante una riunione di redazione, qui al Ribelle, poco tempo fa è uscita questa frase: “Più ti rendi conto di chi sono gli italiani oggi e meno ti viene voglia di difenderli. Il punto è che, per quanto ci riguarda, ancora pensiamo che in ogni caso sia ancora più utile combattere contro gli altri, contro i banksters e gli speculatori, contro il pensiero unico e la finanza”. E dunque andiamo avanti. Ma sperare in una rivoluzione, o tentare di organizzarla, come ancora molti, ingenuamente pur comprensibilmente, ci scrivono e ci esortano spesso, a ben vedere, oggi, è veramente pura utopia.

Valerio Lo Monaco
www.ilribelle.com/
20.05.2012

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Pubblicato da Davide

  • Giancarlo54

    Bello nelle analisi e, purtroppo, nella conclusione. Non ci sarà nessuna rivoluzione, come tanti hanno oramai capito da anni, solamente una bella cottura a fuoco lento e le rane, ad una ad una, saranno lessate. Magari qualche volta abbasseranno il fuoco e le rane, penseranno che il peggio sia passato, ma intanto continueranno a bollire, anzi stiamo continuando a bollire, ma noi, purtroppo, lo sappiamo.

  • Highlangher

    Un analisi realistica e impietosa ma vera fino in fondo. Non esiste peggior sordo di chi non vuole sentire , prima ci davano dei complottisti, ora dopo vent’anni di bombardamento televisivo, chi volete che pensi ancora? Chi ha un posto fisso lotta per tenerselo, chi può emigra, e chi resta bolle in pentola, come da commento precedente. Mettere d’accordo gli italiani e’ impossibile, oltre che ormai inutile.

  • ottavino

    Vabbé, allora starò dalla parte della finanza, degli speculatori, ecc….

  • ws

    Se si fa eccezione ad alcune, e solo alcune, realtà della Primavera Araba

    ahahahahahah

    quali ? egitto, tunisia o ….libia ? 🙂

  • siletti86

    A parte il passaggio sulla “primavera araba” che io non condivido, l’articolo descrive la cruda realtà. C’è da sperare soltanto che la crisi (soprattutto dal punto di vista politico) si accentui, così la gente apra gli occhi al più presto.

  • gianni72

    Articolo ridicolo nell’analisi e nella conclusione. Non mi sorprende che questi pseudorivoluzionari non siano mai riusciti a fare un fico secco. Le rivoluzioni “popolari”, per fame o per povertà, che cambiano lo status quo politico del momento, non esistono e non sono mai esistite. Esistono dei gruppi organizzati, delle èlite, che ci scontrano con altre èlite per prendere il potere. Il popolo, la piazza, è solo un’arma nelle mani di chi in quel momento storico non è al potere. Una volta rovesciato il potere, le èlite ritirano il popolo dalle piazze e tornano a fare quello che facevano gli altri. L’articolista dovrebbe tornare a scuola a studiare. E assieme a lui la maggior parte di questi rivoluzionari da 4 soldi.

  • Mel

    Articolo interessante ma…perchè il bisogno di leader ? Le Pecore hano bisogno di una guida, i Lupi hanno bisogno di un capo branco, i deboli hanno bisogno di un Capo ma gli Uomini, quelli veri, no! Se gli interessi da difendere sono comuni, se è il Bene Comune l’obbiettivo da raggiungere, non serve che ci sia un “qualcuno” a dirlo, dovrebbe (e deve) essere un sentimento insito in ognuno di Noi….i Leader,come la Storia insegna, a parte rari casi, hanno da sempre generato dittature e pochissime volte Democrazia e LIbertà. Per quanto concerne le rivoluzioni (?) arabe, concordo con altri lettori : quali sarebbero? Egitto ? Libia ? Tunisia ? Ma siamo seri.

  • snypex

    Dopo anni di attenta lettura sono arrivato a questa conclusione che voglio condividere con quelli che non hanno il prosciutto a posto del cervello:

    TUTTE LE RIVOLUZIONI SONO STATE FATTE CON I SOLDI

    senza non si fa’ niente.

    Quindi chi puo’ finanziare una rivoluzione… provate a riflettere, andate a guardare la storia passata e recente sulle rivoluzioni, il popolo e’ solo un mezzo per poterla fare, anzi le prossime le faranno con le macchine… con degli automi.

  • gianni72

    Non solo, questi finti rivoluzionari da 4 soldi addirittura sono contenti se ci si impoverisce ancora di più, facendo soffrire migliaia di famiglie con bimbi al seguito, pur di sperare di avere ragione e che si accenda una fantomatica “rivoluzione popolare”. Davvero osceni. Volete cambiare il sistema politico e l’ordine esistente? Bene, c’è da formare un’èlite pensante (cosa che richiede istruzione e disciplina), c’è da prendere accordi con altre èlite internazionali in contrasto con l’attuale èlite dominante, ed infine c’è da creare un movimento unico che indirizzi il popolo verso una protesta che funga da piede di porco per prendere il potere e convinca altre èlite ad abbandonare i dominanti del periodo. Troppo difficile? Ecco perchè chi è al potere sta al potere. Perchè è più bravo e più intelligente. Bisogna riconoscerlo.

  • gianni72

    Aspetta, smetto di ridere e ti rispondo……….. il sistema gerarchico è il migliore e forse l’unico sistema per far funzionare qualsiasi cosa. Dalla famiglia allo stato. Tutti i sistemi decisionali che funzionano sono verticistici e non orizzontali. Il resto, bene comune, democrazia, libertà, sono parole che servono al potere del momento affinchè chi potrebbe intaccarli si perda in disquisizioni assurde e non riesca mai a prenderne il posto.

  • MATITA

    già,hai ragione….purtroppo questa è la tragica verità e del resto la storia della “civilta umana” dovrebbe insegnarcelo.
    il guaio è che filosofi e ideologhi devono pur mangiare

  • ROE

    Con degli automi? Probabile.

  • Roma

    L’articolo è bello, interessante, ma completamente sbagliato. E’ completamente sbagliato perchè ha come fondamento un illusione, o meglio un utopia: che siano i popoli a fare le rivoluzioni.
    Ma Lo Monaco ha studiato la storia in maniera un pochino critica? Non sembra, ma non ha nemmeno letto e osservato attentamente i recenti fatti di cronaca! Non c’è stato nelle primavera araba un movimento che non sia stato eterodiretto (dalle potenze straniere), ispirato, fomentato e sovvenzionato dalle elite dominanti di quei Paesi.
    Non è mai esistita nella storia conosciuta un movimento rivoluzionario che fosse pura espressione del popolo. Il popolo (qualche rara volta) si è semplicemente accodato a rivoluzioni imposte dalle potenze straniere, dalle elites e dai nuovi gruppi dominanti.
    I popoli, caro Lo Monaco, devono “tirare a campare” e non hanno mai avuto nè il tempo nè la mente per pensare alla rivoluzione o a ribellarsi. Chi spera nella rivolta di popolo, finisce sempre con l’asservirsi ad un altro padrone, magari peggio del precedente, come è quasi sempre capitato nella storia!! E i motivi di tali evidenze sono tanti e anche semplici: 1° le armi, giacchè non si può fare la rivoluzione a mani nude; 2° nessuno fa niente per niente e tantomeno nessuno rischia la vita in cambio di nulla: chi paga i rivoluzionari? O pensiamo, in un eccesso di romanticismo, che uno possa rischiare la propria vita per un ideale? Suvvia, Lo Monaco, queste cose non sono difficili da capire….

  • Roma

    Giustissime osservazioni! Concordo in pieno!

  • ROE

    I tempi in cui emergeranno gli effetti della costante concentrazione della ricchezza (attraverso la moneta a corso legale) sono imprevedibili ma ci saranno. E niente sarà mai più come prima.

  • Lele9219

    Rivoluzione, Rivoluzione…ma qualcuno di voi sa che cosa è una Rivoluzione? che cosa comporta? quali sarebbe gli effetti? le vittime? i carnefici?…
    qualcuno pensa davvero che “facendo la rivoluzione” la società migliorerebbe? che la società italiana sia “scollegata” da quella, che so, statunitense o inglese?

    Fin quando continueremo ad usare categorie e modalità vecchie di secoli, non cambierà realmente nulla…
    gli esempi non sono le “primavere arabe”, ma ciò che è accaduto e continua ad accadere in Islanda.
    è ovvio che prendere come esempio il “caso Islanda” vorrebbe dire ripensare la società e le istituzioni così come oggi noi le conosciamo, vorrebbe dire tornare alle “città stato” o alle Repubbliche locali, e non so se qualcuno ha voglia che ciò accada.

  • Lele9219

    Condivido pienamente quello che hai detto…
    consiglio a Lo Monaco di guardarsi il film “Giù la testa” di Sergio Leone

  • Truman

    Non serve una rivoluzione. Ma un buon numero di rivolte potrebbero migliorare la situazione.
    Intendo dire (lo hanno già osservato in molti) che il concetto di rivoluzione è troppo legato al potere e quasi tutte le rivoluzioni sono state pilotate di nascosto. Basta guardare la Libia nel 2011 per vedere come si può mascherare da rivoluzione un tentativo di golpe.

    E allora può essere sufficiente la ribellione continua, la rivolta, fino a quando questa classe politica non si metterà a fare gli interessi del popolo.

  • maurisabba

    Come la storia e la realtà insegnano le rivoluzioni popolari non esistono, ovvero sono sempre guidate da un’èlite che viene seguita dal popolo che non ne può più. Ed è sempre finita con il consegnarsi di questo ad una nuova èlite!
    Senza considerare i costi immani, umani ed economici, di una rivoluzione. La nostra Costituzione non è tutta da buttare e meglio il M5S di niente. Evoluzione, non rivoluzione! Se non cambia la testa -almeno- del 50% + 1 della gente, le cose non cambieranno mai veramente. Il globalista potenziale alligna -per ora- sovrano nella maggior parte delle persone, anche quelle non abbienti. E’ questo il vero problema. Ci vorrà molto tempo e molta pazienza… purtroppo è così.

  • Santos-Dumont

    Ma manca, soprattutto, una idea cardine attorno alla quale unirsi e, fatalmente, un leader che possa incarnarla, portarla avanti e cercare di attrarre forze. Oggi non si può intervenire in un ambito senza avere una idea generale, una dottrina politica complessiva, olistica, del mondo. Dei rapporti tra Stati e forze geopolitiche. Nella (mal) gestione dell’esistente si è persa di vista la necessità di studiare e applicarsi a teorie generali. È da queste, poi, che dovrebbero discendere le norme per la gestione dell’esistente, e non viceversa.

    Insomma la Politica non c’è. Non c’è una idea pricinpale. Soprattutto, non si è presa coscienza di chi sia il Nemico Principale (di questo parlaremo presto). E se non si ha idea di chi sia il nemico, non si ha idea della direzione da prendere, è ovvio che nessuna rivoluzione potrà nascere: contro chi?; a favore di cosa? Quasi nessuno – salvo poche e fumose intuizioni – lo sa. E ancora meno possono immaginare che c’è chi, invece, ha messo bene a fuoco il tutto.

    Parole “sante”. E naturalmente manca anche un’avanguardia rivoluzionaria che sappia coordinare le aspirazioni della (a questo punto) inesistente massa. La maggior parte delle persone sembra aver accettato supinamente lo stigma associato ai latori delle ideologie, senza rendersi conto che in mancanza di una teoria generale l’analisi e la rivoluzione sono, ad esser buoni e non infierire, velleitarie, il che ovviamente fa molto piacere ai poteri dominanti.
    A chi poi sostiene che senza tanti soldi la rivoluzione non si fa, o che chi si ribella ha come unico scopo rimpiazzare una classe dominante con un’altra, suggerirei di leggere qualcosa su Makhno, la makhnovicina e la Piattaforma dei Comunisti Anarchici 😉

  • ROE

    Totalmente d’accordo. Ma non bisogna arrendersi all’esistente. Non sarebbe evoluzione.

  • AlbertoConti

    Il nemico sono i ricchi, la loro realtà e i loro metodi, ma soprattutto ciò che rappresentano nell’immaginario collettivo, cioè l’aspirazione alla falsa libertà. Ovvero il vero nemico è dentro ognuno di noi. I ricchi reali la loro rivoluzione l’hanno fatta e l’hanno vinta, adesso tocca alla maggioranza, il cui nemico principale ne è parte costituente, ma non per questo invincibile. Sarà una rivoluzione soprattutto interiore.

  • vraie

    La rivoluzione la stanno facendo queli che bisogna combattere
    ” (…), contro i banksters e gli speculatori, contro il pensiero unico e la finanza”

  • Kevin

    Hai ragione.

  • grillone

    la rivoluzione è lontanissima, forse addirittura impossibile, perche sono cambiati in peggio gli italiani, che sono passati dall’essere un popolo all’essere una massa di individualisti! la rivoluzione, di destra come di sinistra, è comunque un fatto collettivo, e noi italiani stiamo cercando di uscire dalla crisi ognuno da se: magari lavorando in nero, oppure tentando la fortuna col gratta e vinci, o altre cose di questo tipo. ecco perche la rivoluzione, almeno in italia, non la faremo mai

  • Santos-Dumont

    É da quando posseggo l’uso della ragione che sento portare questa argomentazione, con esiti pratici pressoché nulli. Sicuramente é necessario un cambiamento interiore, ma lo vedo più come un effetto che come una causa: serve un innesco, che può benissimo essere la ribellione individuale fattiva che mira a scardinare il sistema dall’esterno, non a integrarvisi per cambiare le cose “dall’interno”. Per questo non nutro alcuna fiducia nel movimento di Grillo: manca di prospettiva ideologica, pretende di unire le persone su basi inconsistenti e agindo istituzionalmente, si getta in pasto ai lupi del meccanismo perverso.

  • Santos-Dumont

    A costo di ripetermi, prima di lanciare accuse a Lo Monaco suggerisco di documentarsi su rivoluzioni come quella makhnovista o quella di Spagna. Se la makhnovicina non era espressione del popolo, non so proprio cosa possa esserlo…!

  • Santos-Dumont

    Discordo soprattutto dal finale. Chi é al potere lo ha raggiunto anche per rendita di posizione, per cooptazione, etc. Non é solo una questione di intelligenza (altrimenti l’India sarebbe all’apice del mondo…), sicuramente l’organizzazione ha un ruolo fondamentale (purtroppo è stato il principale motivo del fallimento anarchico sino ad oggi, Makhno l’aveva ben capito quando scrisse il manifesto in esilio a Parigi). Comunque resta il fatto che non si cambia nulla senza un certo grado di sofferenza individuale e collettiva, e questo è sicuramente il successo più clamoroso dell’opera globale di rincoglionimento delle masse.

  • Santos-Dumont

    Qualcuno direi proprio di si, ossia gli anarchici che si rifanno al modello federalista. Potrebbe essere l’unico metodo per farla finita com questo modello disumano di società. In merito al sapere cosa succede in tali frangenti, penso che chiunque abbia un minimo di curiosità intellettuale e di immaginazione può capire da sè le conseguenze di una rivoluzione… credo che se la Grecia uscirà dall’euro e dall’Unione Europea, assisteremo a un’eccellente anteprima del “medioevo prossimo venturo”.

  • Santos-Dumont

    Credo che il problema stia nel modello centralizzato di “rivoluzione”. Si può cercare un coordinamento tra cellule di ribelli e, al tempo stesso, lasciar loro una dose di iniziativa specifica per evitare orientamenti eterodiretti del tipo menzionato (Libia). Sul fatto che la classe politica si impegni a tutelare gli interessi del popolo (quale popolo…?), direi che è totalmente velleitario. Qui si tratta di scardinare il modello complessivo in sè, di evolvere in un sistema di tipo federale composto di realtà locali autogestite.

  • Santos-Dumont

    Che sia un obiettivo ancora lontano, siamo d’accordo, ma mai dire mai… 😉

  • tersite

    Non ho capito, voi volete la rivoluzione da gente incapace persino di tenere puliti i propri quartieri? Io sono tra quelli che auspicano un perentorio, immediato e defenitivo impoverimento degli italiani, solo da quel momento e su quelle macerie potremo cominciare a costruire una società diversa e si spera migliore di questa, classista e capitalista fino al vomito.

  • geopardy

    Mi sa che hai una concezione un po’ troppo assoluta della storia.

    Avrei potuto darti ragione se eravamo ancora ai Faraoni, ma negare qualsiasi progresso dell’umanità, asserendo che “le piazze” servono soltanto al ricambio di potere, mi sembra una visione statica ed alquanto nichilista, di chi non vuol vedere l’evoluzione nella storia o di chi si fa sormontare troppo dalla fretta.

    Niente è mai più perfettamente come prima, ci sono dei periodi più o meno lunghi di “regressione”, semmai, alla fine di ogni impero, ma preparano sempre il terreno ad un salto più grande dopo, con tutti i pregi e difetti che esso ha insiti in se.

    A me risulta così ed i saltini in avanti sono proprio quei filosofi e quei rivoluzionari da 4 soldi che li hanno innescati.

    Niente può esistere senza una filosofia od una religione di fondo, anche questo sistema ne è intriso fino al midollo.

    Se non agiamo per un cambio filosofico, sprofonderemo prima di risollevarci; aggiungo, poi, che il filosofo vero non intende il suo stato come una professione, ma è volto a ricercare altri spiragli nella miriade di possibilità esistenziali, almeno teoriche.

    La rivoluzione potrebbe essere più lenta di come desidereremmo e potremmo non coglierne i momenti di rottura che ci conducono ad essa, ma giungerà, anzi, è già in cammino secondo me.

    Ciao

    Geo

  • geopardy

    La rivoluzione potrebbe essere più lenta di come desidereremmo e potremmo non coglierne i momenti di rottura che ci conducono ad essa, ma giungerà, anzi, è già in cammino secondo me.

    Ciao

    Geo

  • gianni72

    No, non ho negato nessun progresso. Ho solo detto che le rivoluzioni popolari non esistono, esistono èlite che si scontrano con altre èlite per prenderne il potere. Ciò non implica mica lo staticismo o che quelli che prendono il potere siano peggiori di quelli che c’erano prima. Solo che se si vuole prendere il potere bisogna diventare èlite e stringere legami nazionali e internazionali con altre èlite, per scalzare quella al potere in quel momento. Il popolo e la violenza delle piazze sarà l’ultima tappa, quando bisognerà dare la spallata finale. Ma in quel momento è già tutto compiuto. I rivoluzionari da 4 soldi non hanno mai innescato un bel niente. Sono solo degli strumenti, a volte consapevoli, per la maggior parte inconsapevoli, del cambiamento che si vuol fare. Dopo poco torneranno a cianciare di rivoluzioni popolari e tutti si metteranno a ridere. Sai perchè? Perchè non hanno studiato, sono dei caproni irrecuperabili. Ecco, se c’è un consiglio che posso dare è proprio questo: occorre studiare tanto, occorre una disciplina ferrea, occorre organizzarsi in un sistema verticistico e non orizzontale, per diventare èlite. E questi pseudorivoluzionari non ne hanno nè voglia nè la capacità.

  • gianni72

    Non è solo questione di intelligenza infatti, ma ci vuole anche un elevato grado di crudeltà per poter prendere il potere e scalzare l’èlite dominante del momento. E questo si ricollega al tuo ultimo paragrafo. Dici invece bene sul fallimento anarchico: per prendere il potere e restarci ci vuole un’organizzazione ferrea cosa che gli anarchici non hanno.

  • gianni72

    Machno e gli anarchici spagnoli non hanno mai preso il potere, sono solo riusciti a sopravvivere per pochi anni col loro sistema all’interno di un altro sistema. Spazzati via da un sistema di potere molto più organizzato ed efficiente perchè strutturato per durare. Ma con ciò non voglio mica dire che quello di machno non era un bel sistema, sia chiaro.

  • Georgejefferson

    Ma no..che dici mai,pensa a quanti credono nella fattibilita a breve termine della democrazia diretta…decisioni a maggioranza tra grande fratello,interjuve o la belen di turno

  • Georgejefferson

    Gia,uomini veri con mille idee diverse…magari anche macronomicamente irrilevanti e dettati dall’inconsapevolezza che un mondo migliore costerebbe rinuncie…pronti a scannarsi l’un l’altro in favore delle elite in sottofondo libere di sguazzare nel potere e protette dal classico divide et impera,come sempre

  • Georgejefferson

    Secondo te Barnard non e’arrivato alla stessa conclusione?(al di la della giusta o sbagliata strategia come opinione personale)

  • Georgejefferson

    Commento interessante di un certo Livio Varalta

    La cultura, la civilta’, gli ideali sono avvenimenti purtroppo recenti.
    La necessita’/possibilita’ di formazione di gruppi di individui con piu’ di qualche decina di elementi, in cui le persone non sono legate da diretti vincoli di parentela e/o mutua dipendenza, ma da piu’ astratti obblighi sociali-economici risale alla scoperta dell’agricoltura,10000 anni.
    Il superamento del concetto di citta’ stato e la formazione di un abbozzo di identita’ nazionale risale al massimo a 5000 anni fa.
    Tutto questo a fronte di istinti di individualita’, prevaricazione, aggressivita’ che si sono sviluppati nel corso di centinaia di milioni di anni di evoluzione biologica. E soprattuto, cosa fondamentale, questi istinti si sono sviluppati perche’ davano un vantaggio nella lotta alla sopravvivenza. E quindi erano ‘buoni’.
    “Improvvisamente” questi sono diventati “cattivi”.

    Trovare il giusto bilancio tra l’esigenze degli individui,
    della societa’ e della specie e’ un’impresa ardua.
    Condivido la speranza, ma purtroppo anche una forte sfiducia nel rinnovamento dal basso, appunto perche’ richiede di vincere istinti innati, che riguardano il “qui e ora”, a favore di una razionalita’ che guarda al lungo termine

  • Santos-Dumont

    Alcuni ci hanno provato (i redattori del Manifesto) a proporre un’organizzazione migliore, però furono tacciati di eccessivo autoritarismo da una grande parte del movimento anarchico internazionale… Non credo che sia necessaria, come tu sostieni, un organizzazione “ferrea” perlomeno nel senso di “repressiva”: quel che serve é trovare un accordo nel coordinarsi, superare certe differenze ideologiche di minor importanza, e soprattutto nel non farsi fregare dai “bolscevichi” di turno, specialmente i trotskisti. In quanto alla crudeltà… esiste qualche tipo di rivoluzione o rivolta che, pur animata dai più nobili intenti, non debba ricorrere occasionalmente ad atti estremi? Ed è giustamente qui che ci fregano.

  • Santos-Dumont

    Definire il makhnovismo come um sistema all’interno di un altro è fuorviante. Al massimo giunse ad allearsi (e pure con grandi riserve da parte di Makhno) ai bolscevichi in funzione anti-borghese. Quello che intimoriva i bolscevichi era il sistema organizzativo degli anarcocomunisti, il loro concetto totalmente diverso di avanguardia rivoluzionaria non al di sopra delle masse, ma schierata al loro fianco per orientarle e aiutarle nel cammino. Cito:

    Le terre collettivizzate furono organizzate in comuni o soviet del lavoro indipendenti, senza alcun condizionamento da parte di qualsivoglia autorità o “partito guida” (…si può quindi capire perché i bolscevichi temessero così tanto i machnovisti), in cui veniva semplicemente eseguita la volontà popolare e dei contadini uniti in cooperative. Nonostante i tentativi d’influenza dei bolscevichi, questi riuscirono mai ad insidiare i contadini ucraini, anche grazie al modello federativo adottato, in cui le unità produttive erano collegate fra loro localmente, per distretto, per regione ecc.

    Nestor Makhno – Anarcopedia [ita.anarchopedia.org]

  • Viator

    Articolo interessante e condivisibile. Il miglior effetto della stabilitàdel sistema è che esso continua a seminare miseria e presto – si spera – sventura e disperazione sul popolo bove che continua a votarlo. Fortunatamente si tratta di un sistema talmente corrotto e autodistruttivo da trascinare se stesso nella rovina: mano a mano che la finanziarizzazione azzera la produzione reale si avvicina il punto in cui non ci sarà più ricchezza da succhiare al lavoro. Contemporaneamente l’occidente si indebolisce continuamente dinanzi all’ex-terzo mondo, perde la sua presa imperiale e si infittiscono le tensioni passibili di condurre a una terza guerra mondiale. Vedrete che i due processi si intrecceranno e scoppieranno contemporaneamente. Speriamo che sanciscano la totale rovina tanto delle élites plutocratiche che continuano a spolpare l’osso collo sguardo fissato al prossimo bilancio trimestrale, quanto del gregge di consumatori con il cervello sostituito da un televisore, che per inerzia e superficialità ne sopportano il basto. Tutti disinteressati a prendere atto dell’abisso verso cui stiamo correndo, speriamo tutti condannati a decenni e generazioni di sofferenze senza fine.

  • tres19

    E bla bla bla e chi la farà ? E per chi bisogna farla ? E cosa si propone ? E bla bla bla bla bla …
    Ad essere un pochino meno antropocentrici si scopre che la rivoluzione sta già avvenendo, il perchè nessuno se ne accorge è dovuto al fatto che si crede sempre di contare molto e a non essere inclusi si crede che nulla avviene.
    Piace l’idea che un manipolo di eroi animeranno le masse e tutti insieme galoppando andremo a cacciare i ladroni e a fare leggi buone e giuste? Piace vero? Solo così la si immagina la rivoluzione ?
    Ma questa semmai è una rivolta, non una rivoluzione e tra le altre cose questa modalità avviene solo nei film.
    Nella realtà non accadrà niente di simile.

    La rivoluzione spazza via, non riforma, la rivoluzione non crea, distrugge, il “creare” è già un’azione post-rivoluzione, la rivoluzione arriva a togliere di mezzo il “vecchio” e poi se ne va, lasciando il passo a qualsiasi altra proposta, ma la fattezza della proposta futura è del tutto aliena alla rivoluzione.

    La rivoluzione non piacerà a nessuno, nessuno la gestirà, nessuno ne sarà il leader, tutti vittime e carnefici allo stesso tempo, pochi la capiranno e ancor meno la sapranno apprezzare, anche perchè probabilmente questi ultimi non sono ancora nati.

    C’è ancora chi crede che ci sia stata una rivoluzione in tempi recenti? Qualcuno che crede che “quella francese” sia stata una rivoluzione? Io invece credo che la cosa più recente e più simile a una rivoluzione è quello che è successo nell’Alto Medioevo.
    Una fase caotica per centinaia di anni, ecco quello che ci aspetta, almeno in questo caso spero che le proposte non siano peggiori come lo sono state nell’esempio passato.

  • AlbertoConti

    Gli esiti pratici pressoché nulli sono più dovuti al non fare questa rivoluzione interiore che ad averla fatta, cosa storicamente non ancora avvenuta ma inevitabile in prospettiva futura. Anzi, è proprio lo scontro sociale che pone ricchi e poveri sullo stesso piano, coi risultati che abbiamo tutti sotto gli occhi. In fondo la “competizione” è questo, null’altro. Quando l’automazione ridurrà il lavoro in fabbrica all’1% di oggi con che ideologia giustifichi il mantenimento della popolazione non abbiente? Con tutto ciò auspico anch’io uno scontro di classe durissimo nell’immediato, che annienti il liberismo così come si è insediato al potere sotto forma di religione acritica, ma è un passaggio obbligato e temporaneo, nulla più. La “logica” sociale dovrà poi diventare a-ideologica, più che contro-ideologica. E’ nell’ordine naturale delle cose, se vogliamo sopravvivere allo sviluppo tecnologico.

  • bdurruti

    Lo Monaco è di quelli che vedono le rivoluzioni solo se ci sono teste tagliate.
    In realtà in occidente la rivoluzione è GIA’ IN CORSO ed è quella che porterà nel giro di 25 anni al dimezzamento dei consumi e della ricchezza e al sorgere della Cina come nuova potenza imperialistica.
    Ci saranno rivolte perchè questa poca ricchezza sarà concentrata in poche mani, ma una rivolta non è una rivoluzione.
    Qui si confonde anche il concetto di rivoluzione, che è un azione volta ad un cambio radicale del modello politico ed economico, mentre quelle locali in nord africa e mondo arabo sono solo rovesciamenti di regimi.

  • Truman

    @gianni72: riprendo tre tue frasi che (secondo me) oscillano dall’errore concettuale a quello strategico.

    1)
    Ecco perchè chi è al potere sta al potere. Perchè è più bravo e più intelligente.

    2) occorre studiare tanto, occorre una disciplina ferrea, occorre organizzarsi in un sistema verticistico e non orizzontale, per diventare èlite.

    3) Volete cambiare il sistema politico e l’ordine esistente? Bene, c’è da formare un’èlite pensante (cosa che richiede istruzione e disciplina),

    La 1) è errata. Le logiche del potere si correlano all’intellingenza in modo marginale e spesso paradossale. Le grandi organizzazioni di potere, basta guardarle storicamente, hanno l’abilità di incorporare molti stupidi nelle strutture di comando. Lo stupido ha bisogno dell’organizzazione per sopravvivere, la persona intelligente sa trovare le sue strade. (I gerarchi fascisti, i podestà, sono degli esempi di tale stupidità del potere, che non è incidentale, ma sostanziale).
    Certo, il leader deve essere intelligente. Ma non basta l’intelligenza. “L’immaginazione è sempre stata al potere” dice Wu Ming (in NIE 2.0, è una citazione a sua volta), capovolgendo uno dei motti del ’68. Chi sa gestire il potere sa immaginare scenari e situazioni.
    Ma ciò non funziona se non si sanno sfruttare gli istinti bassi delle persone, il potere coopta le persone rendendole complici di qualche crimine. La complicità, insieme alla stupidità, è il miglior collante delle organizzazioni.
    Lasciamo perdere i miti dei capi buoni, bravi ed onesti. Sono miti costruiti a posteriori dopo la presa del potere.

    La 2) è discutibile, perchè studiando molto si assimila il sistema di pensiero del potere e si tende a replicare la sua organizzazione. Non serve grande organizzazione se si è il 99%. Serve coscienza di classe, direbbe Marx, che qualcosa aveva capito.
    Perchè le elite non sono onnipotenti ed a volte la storia si muove con movimenti di massa che non sono elitari.

    La 3) parla ancora di elite. Un concetto che ha valore per capire molti poteri di oggi, ma non riesce a spiegare tutto ciò che avviene nella storia. Io preferivo le avanguardie di Lenin (mi pare riprese da Gramsci), cioè delle persone che percorrono in anticipo strade che poi tutti dovranno fare, magari in modo meno consapevole, ma tutti. Se si ragiona per elite si rischia di ripetere la trama del Gattopardo, si cambia tutto per non cambiare niente.

  • antsr

    Leggo abbastanza ignoranza nell’articolo (voglio dire l’ignorare la tipica realtà italiana) perchè se il giornalista conoscesse di più la storia dell’Italia (prendo come spunto un bel libro di Fabio Cusin: Antistoria d’Italia) in questo si trova un ritratto realistico senza illusioni nè infingimenti che anche se fatto anni fa, rimane in buona parte attuale dell’italiano: individuo asociale, indisciplinato, nè conservatore, nè rivoluzionario, sempre fazioso, perchè i rancori fraterni non si dimenticano mai. Non bisogna dimenticare che fu in questo paese che nacque il fascismo in cui la maggioranza di italiani andarono dietro al capo per poi da individualisti asociale, etc. rinnegarlo quando capirono che quel carro non era il vincente. E’ per tutto ciò che non credo ad una rivoluzione semmai ad un cambio di stile di vita imposto dalla crisi per la maggioranza mentre per una minoranza dettato da scelte responsabili e consapevoli in circuiti di un’altra economia, solidarietà, volontariato, etc. minoranza, ma significativa che lascia il suo segno nella storia.

  • gianni72

    Naturalmente il mio “bravo” non era inteso nel senso di “onesto”, ma di “più abile”. E’ chiaro che bisogna avere una certa dose di crudeltà per poter prendere il potere. Una volta fatto ciò ci si costruisce il proprio mito.
    Il resto non capisco: vuoi forse negare che chi detiene il potere sia anche intelligente? E’ talmente intelligente che, come dici tu, coopta tante persone rendendole complici nelle loro organizzazioni. MA ciò non toglie che l’èlite pensante è intelligente. E’ anche ovvio che le èlite non sono onnipotenti, ma solo perchè ci sono altre èlite che aspettano il momento opportuno per fargli le scarpe. Una èlite può essere abbattuta solo da altre èlite, i movimenti di massa fanno semplicemente rumore, oppure, se riescono a prendere momentaneamente il potere in piccole zone geografiche, durano un nano secondo, appunto perchè arrivano altre èlite molto più organizzate e molto più crudeli, che li prende a calci nel sedere. Ultima cosa: se delle èlite si scontrano tra di loro per prendere il potere, non è detto che non cambi niente come nel gattopardo. Magari una èlite, viste mutate le condizioni socio-economiche del paese, cerca di scalzare la precedente che è restia ai cambiamenti. E ciò può essere anche un bene. Di certo non sarà mai “il popolo” a prendere il potere, e non ci sarà mai un sistema decisionale orizzontale e democratico. Questo ve lo potete scordare. Il popolo deve diventare èlite per poter prendere il potere. Ma in quel caso non sarà più popolo. Ecco l’errore più grande dell’anarchismo e di tutti i suoi seguaci.

  • gianni72

    Infatti sono durati un nano secondo nell’orologio della storia proprio perchè non si sono tramutati in èlite e non hanno preso accordi e stretto alleanze con altre èlite. Hanno voluto mantenere il sistema decisionale basato sulla collettività invece che verticistico e sono stati spazzati via in men che non si dica.

  • Hamelin

    Ottimo , commento sintetico , sagace , dal cuore , reale ..
    E’ cosi’ sia , AMEN

  • Tao

    Questo scritto è dedicato al paradosso, apparentemente inspiegabile, che vede da un lato una crescente passività di massa e dall’altro lato un crescente impoverimento di massa.

    Si tratta proprio di un paradosso, a prima vista, perché ragionevolmente (e razionalmente) ci si aspetta una relazione inversa fra la passività delle masse dominate e il loro impoverimento, in base alla quale, crescendo rapidamente il secondo, come accade oggi nella penisola, dovrebbe ridursi la passività dei dominati, e questi dovrebbero diventare “reattivi”, difendendo i loro redditi e i “diritti acquisiti”, mettendo in discussione, anche in modo violento, un sistema che vorrebbe ridurli in situazioni di neoschiavitù, o addirittura alla fame.

    Ma tutto ciò oggi non si verifica, anzi, sembra che accada esattamente l’opposto.

    Se guardiamo al recente passato, i tentativi di attacco allo Statuto dei Lavoratori, ad esempio, per introdurre oltre alla precarietà, che nei primi duemila era cosa già fatta, la libertà di licenziamento degli “stabilizzati” senza una giusta causa (vertenza sull’articolo 18, del 2001-2002), scatenavano ancora una reazione di massa, nonostante che l’impoverimento e la perdita di diritti dei lavoratori non erano allora così evidenti come lo sono oggi.

    Ho letto con grande interesse l’articolo di Valerio Lo Monaco, direttore de La Voce del ribelle, in cui, a partire dal titolo, il suddetto chiarisce che “La Rivoluzione è lontana, lontanissima”.

    Il tema dell’articolo, ripreso anche da ComeDonChisciotte – oggetto di molti commenti in CDC e di un certo interesse dei lettori per la sua indiscutibile crucialità – è proprio quello che in questo scritto si cerca di trattare, e riguarda il fenomeno, ben osservabile nella società italiana di oggi, della passività di massa e di una diffusa, contestuale impotenza sul piano sociopolitico, che investe tutti, dai lavoratori precari agli stabilizzati, dal nuovo lavoro operaio con diritti decrescenti al ceto medio in declino, non esclusi noi che scriviamo, analizziamo, denunciamo le mistificazioni sistemiche e gestiamo blog alternativi.

    Già nel novecento e in condizioni culturali, sociopolitiche ed economiche molto diverse da quelle attuali, un sociologo “non di ultima”, dello spessore di Pierre Bourdieu, si chiedeva il perché, davanti ad una società ingiusta (figuriamoci che giudizio avrebbe dato il francese su quella attuale!), non vi era una diffusa ed importante reazione popolare.
    Per rispondere alla domanda delle cento pistole, Bourdieu ha elaborato ed utilizzato l’”habitus” e il “campo”, ha analizzato la violenza simbolica, ha descritto la società di allora, filtrata dai concetti sociologici da lui stesso creati (habitus come “interiorità”, inconscio collettivo di classe, introitamento delle ragioni della riproduzione sistemica, e campo esterno) ed ha compreso la potenza manipolativa sistemica, che è la causa (anche se non l’unica e la sola) di una diffusa passività, dell’acquiescenza nei confronti delle dinamiche capitalistiche, della mancanza di reazioni popolari forti ed estese.

    E’ logico che oggi, in una situazione sociale peggiore di quella degli anni sessanta, settanta ed ottanta del novecento, ci si interroghi (come fece Bourdieu a suo tempo) sulla passività di massa, sull’acquiescenza diffusa nei confronti di un sistema terroristico, capital-assolutistico, alimentato da crisi continue, che “stermina” la socialità e condanna al pauperismo e alla dissoluzione le classi dominate.

    Scrive giustamente Lo Monaco, non il primo e non certamente l’unico a sollevare il problema, che «Gli elementi di scontento e di rabbia, per cercare di cambiare la situazione, ci sarebbero insomma tutti.» e addirittura che «Gli ingredienti per una rivoluzione in teoria ci sono tutti.», ma nonostante questo «non accade nulla. O comunque molto poco.»

    L’articolo firmato da Valerio Lo Monaco mette bene in rilievo, con semplicità e chiarezza, il paradosso (tale almeno in apparenza) secondo il quale, a fronte di una situazione economica e sociale in netto e vistoso peggioramento, caratterizzata dall’accelerazione della de-emancipazione di massa, si riscontra nella società (con diretto riferimento a quella italiana) una passività persistente, anzi, più accentuata e visibile di quanto lo era nei decenni della seconda metà del novecento.
    Tale passività, generalmente diffusa e penetrata ovunque, almeno per quel che riguarda la società italiana, allontana nel tempo, spostandola a “data da destinarsi”, la prospettiva rivoluzionaria, trasformatrice, intermodale.

    Ma questo paradosso, che dovrebbe balzare subito all’occhio, è in buona misura solo apparente, e lo è, in breve, per le seguenti ragioni:
     

    1)     E’ pienamente riuscito e sta per essere portato a compimento l’esperimento epocale, attuato in dimensioni mai conosciute prima nella storia umana, di riduzione dell’uomo a uomo-precario, attraverso la precarizzazione e la svalutazione economica del lavoro, e la conseguente precarizzazione dell’intero dato esistenziale, non essendo in alcun modo separabili, nella persona, la prestazione lavorativa (il “servizio” venduto sul mercato come unica risorsa del singolo all’interno del sistema) dal resto delle esperienze di vita. In tal senso, gli strumenti di dominazione neocapitalistici economici (ultraliberismo, intangibilità della proprietà privata e dominio assoluto del mercato), monetari (sovranità monetaria “privata”, sottratta agli stati), finanziari (finanza “creativa” di rapina autonomizzata rispetto all’economia reale), sono integrati da altri strumenti che acquistano un’importanza decisiva per la creazione sociale di un tipo umano adatto a vivere, senza ribellarsi, nelle dimensioni culturali ed economiche del Nuovo Capitalismo.

     
    2)     La Rivoluzione è una faccenda che riguarda in modo diretto lo scontro fra due élite contrapposte: nel nostro caso, l’élite dominante neocapitalistica (l’Aristocrazia della classe globale) e un’élite rivoluzionaria che forse sta nascendo, ma che sicuramente non è visibile. Un’élite neonata, o ancora in embrione, portatrice di un progetto alternativo – e perché no, demiurgico – di organizzazione sociale, con diversi e nuovi rapporti di produzione. Il partito dei rivoluzionari di professione leninista, a grandi linee, ma con le dovute cautele storiche, corrisponde all’élite rivoluzionaria che cerca di emergere. Le masse-pauper di oggi (espressione mia), così come il proletariato ai tempi di Lenin, vengono dopo, non costituiscono il vero ”intelletto attivo della trasformazione storica” (rappresentato dai Rivoluzionari), ma costituiscono pur sempre un’indispensabile “massa di manovra” nel conflitto verticale, un’irrinunciabile forza in campo in quella guerra sociale di liberazione che in passato chiamavamo “lotta di classe”. L’impulso rivoluzionario, la spinta trasformatrice, nata da concrete esigenze dei dominati e da un nuovo progetto di società, parte perciò da un’élite rivoluzionaria, che riesce a mobilitare e a “smuovere dal torpore” della subalternità e dell’internità, in caso di successo, le masse, anche quelle passivizzate, flessibilizzate e prostrate come le presenti.

     
    3)     Le masse-pauper sono inerti perché l’ordine sociale neocapitalistico è ancora “in via di costruzione” e la classe povera del futuro non si è ancora completamente formata. Siamo nell’interregno fra la dissoluzione del vecchio ordine tripartito, che riporta al capitalismo del secondo millennio – borghesia, proletariato, ceti medi postbellici figli del welfare – e la nuova strutturazione di classe neocapitalistica, essenzialmente dicotomica, che si articola in Global class e Pauper class, con tutte le loro stratificazioni e segmentazioni. Mentre la costituzione della nuova classe dominante è iniziata nella seconda metà degli anni settanta (con qualche necessaria approssimazione), c’è un evidente e spiegabile ritardo nella formazione della nuova classe pauper, crogiolo delle vecchie classi dominate (operaia, salariata e proletaria e ceto medio). Non essendoci ancora la classe (in accordo con la mia visione della società, che è classista e storico-strutturale), non ci può essere l’elemento soggettivo gramsciano della “coscienza di classe” e non ci possono essere forti vincoli solidaristici fra i dominati-pauper, attualmente divisi in gruppi, soggetti al “divide et impera” sistemico e sintetizzati nell’espressione masse-pauper. Ma la coscienza di classe e i vincoli solidaristici fra i dominati organizzati nella classe sono elementi fondamentali per poter sperare in una reazione di massa a questa situazione – apparentemente paradossale – di accelerazione dell’esproprio e della de-emancipazione collettiva a fronte di un’iniziale e diffusa passività. Coscienza di classe e formazione di un “terreno di coltura” per le forze antagoniste future sono, perciò, due importanti traguardi non ancora raggiunti, mentre continua, sempre più rapidamente, la dissoluzione del vecchio ordine sociale.
     

    4)     Non è stato raggiunto il climax, il culmine della tragedia sociale, in questa grande rappresentazione storica inscenata dal neocapitalismo, cioè non abbiamo raggiunto e superato il “limite naturale” della compressione materiale e psicologica dei dominati, oltre il quale ci può essere una reazione diffusa, in qualche misura spontanea, anche se in molti casi soltanto insurrezionale e mossa dalla pura rabbia, senza uno specifico ed articolato progetto politico alle spalle.
     

    Alla luce dei quattro elementi sopra descritti – costruzione sociale dell’uomo precario, élite rivoluzionaria non ancora visibile, nuova classe subalterna non ancora formata e compressione dei dominati non ancora giunta al limite – si può spiegare il paradosso apparente che vede crescere la passività delle masse (in modo vistoso almeno in Italia) a fronte di un crescente e rapido impoverimento economico, con l’avvertenza che questa situazione “paradossale”, com’è chiaro, non potrà continuare all’infinito e potrà sostenere il sistema, evitando gli scossoni sociali, soltanto per qualche anno, difficilmente per un intero decennio.

    Eugenio Orso
    Fonte: http://pauperclass.myblog.it/
    25.05.2012

  • nuovaera89

    Sento parlare molto spesso di rivoluzione, ma quando vedo la situazione italiana, mi viene da ridere come quando avevo 5 anni e mi guardavo le banane in pigiama! Ma quale rivoluzione??? avete studiato la storia???? invece di rivoluzione, bisognerebbe parlare (come hanno affermati alcuni utenti) di EVOLUZIONE! servirebbe un cambiamento radicale nel modo di pensare, di vivere, di guardare le cose! è inutile vivere su false speranze, siamo davanti ad un periodo storico cruciale, il capitalismo sta per concludersi e ci porterà con lui, verso l’autodistruzione, è questo il momento giusto, il momento storico cruciale per cambiare rotta, o ahimè, dirigerci a tutta velocità verso l’inferno, ma non serve una rivoluzione (alquanto inutile) ma una EVOLUZIONE!

  • geopardy

    Punto 1)

    Conosco molta gente che sa “prendere” il pòtere ed ha un’intelligenza mediocre, quello che conta è un’ambizione smodata ed un istinto animale per gli inciuci e bassissima moralità, ne vediamo i risultati applicati; l’unico collettivo per cui gestiscono è quello direttamente legato al loro potere .

    Punto 2)

    Concordo con le considerazioni di Truman, anche se ci sono sempre le eccezzioni.

    Punto 3)

    Qui ci sarebbe da discutere, relativamente all’oggi, come in parte evidenziato da Truman, la tendenza per lottare contro il sistema utilizzando le sue contraddizioni, ma applicando le sue regole, porta ad una situazione ed elitaria di comando.

    In democrazia vera, ciò non dovrebbe succedere.

    Per il resto, ritengo veritiera l’affermazione della coscienza di classe, solo che oggi dovremmo espandrela all’intero genere umano e non più per categorie.

    Ciao

    Geo

  • antsr

    Sarà bella questa analisi, ma secondo me questa varia e di molto quando poi è calata in una tipica e specifica realtà. Ad esempio i francesi, come realtà composizione, storia, etc sono diversi e di parecchio dagli italiani (asociali, individualisti, etc) infine, hanno la storia di una nazione (la più antica d’europa) di cui ne sono orgogliosi. Si può dire lo stesso degli italiani, che hanno avuto una nazione creata e subita dall’alto (specie dal sud) con tutto ciò che ne consegue? E dunque un’analisi migliore deve essere per forza legata al realtà concreta in cui si vive se no è solo esercizio di frittura mentale

  • antsr

    Daccordissimo su quanto ha scritto. E’ quello che ho scritto qui e in credo fortemente e preciso che il ritratto dell’italiano medio è tanto differente da quello di un francese, spagnolo…etc. Infatti l’italiano è quell’individuo asociale, individualista, polemico…etc ed è su queste basi che si vuole fare un’analisi comparativa uguale x tutti? si ritorna ai limiti del settarismo vecchia maniera con queste analisi, quando è giusto pensare e soprattutto fare e fare per evolversi e evolvere tutto attorno partendo dal basso senza tante teorie che muoiono prima di nascere e al tempo attuale contano sempre di meno.

  • Truman

    Dice gianni72: vuoi forse negare che chi detiene il potere sia anche intelligente?

    Esattamente. Voglio negare che le elite del potere siano mediamente più intelligenti delle masse sotto di loro.

    Non è difficile, per chi sa ascoltare con un minimo di spirito critico, vedere che le risposte di Monti o della Fornero alle domande dei giornalisti mostrano intelligenze mediocri. E sono i migliori della compagine, o almeno i più influenti. I link li trovi qui su Comedonchisciotte, non ho voglia di dare esempi specifici, ce ne sono tanti.

    Per il resto sull’imbecillità del potere si possono scrivere enciclopedie e buona parte della struttura organizzativa del fascismo era composta sostanzialmente da idioti. Utili idioti che ripetevano le parole del potere ed i suoi riti.

    Credo che il tuo non riuscire a percepire una verità così elementare sia dovuto al fatto che hai studiato. Lo studio nel tuo caso ha funzionato.

    LA STORIA
    Sono convinto che molti avvenimenti storici sono dovuti al lavorio nascosto delle elite. Questo sito è pieno di esempi del genere e cerchiamo proprio di denunciare almeno alcuni di questi intrighi.

    Il problema è che nella storia ci sono forze più grandi delle elite.
    Giusto un esempio.
    Può capitare che la più grande alleanza tra criminali armati mai esistita sulla faccia della Terra (la NATO) attacchi uno dei paesi più poveri e malridotti del mondo (l’Afghanistan) con un casus belli ridicolo (bin Laden e Omar fuggiti in motocicletta). Il primo motivo nascosto era il transito degli oleodotti. Il più sostanziale motivo nascosto era il controllo del commercio mondiale dell’oppio e degli oppiacei.

    Undici anni dopo la colossale alleanza criminale ha ormai perso la guerra e non sa come dirlo. La crema delle elites mondiali non controlla un tubo in Afghanistan. E’ durata finora oltre cinque anni più della seconda guerra mondiale.

    Nella storia ci sono forze più forti degli intrighi delle elites. Chi non lo capisce prima o poi lo scopre nel modo peggiore. (Suggerimento: leggere Marx).

  • gianni72

    Undici anni dopo l’afghanistan è diventato il leader mondiale della produzione di oppio, gli oleodotti sono tutti in mano USA, il paese è diventato il principale tenutario delle basi USA in posizione strategica contro russia iran e cina, ed infine la guerra è servita per aumentare il PIl statunitense. Mission accomplished. Torna a studiare. Cosa credi, che le guerre imperialiste siano come quelle di una volta, dove vai con il tuo esercito e ci stazioni per secoli? L’imperialismo è cambiato, si esprime in forme diverse e non ha bisogno di portare vita natural durante le proprie truppe con i fucili spianati. Basta distruggere l’establishment del momento e piazzare dentro i propri maggiordomi, lasciando basi militari ben distribuite che serviranno a controllarlo nel caso qualcuno decida di fare di testa propria. Poi ritirano il ritirabile, anche sacrificandolo, tanto ormai lo hanno spolpato, e si spostano altrove. Nella storia le forze più forti SONO le èlite. Suggerimento: leggi Lenin, che di èlite e di come si ragiona da èlite, ne sapeva più di tutti.