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LA RICORRENZA DEL 25 APRILE E LE PIE BANALITA’ SULLA “MEMORIA CONDIVISA”


DI FRANCESCO LAMENDOLA
Arianna editrice

Se non vivessimo in un Paese la cui classe dirigente ha fatto della furbizia da quattro soldi e dell’ipocrisia più spudorata il suo abito mentale permanente, potremmo anche guardare ai sempre più frequenti sermoni sulla necessità di addivenire a una «memoria condivisa» del 25 aprile in termini di un volonteroso, anche se patetico, sforzo di riconciliazione. Ma nella Repubblica della menzogna eretta a sistema e del calcolo politico sistematico, ove tutto è in vendita e tutto si riduce al gioco delle fazioni per accaparrarsi quante più poltrone possibile, «a pensare male – come diceva Andreotti – si fa certamente un peccato, ma ci si azzecca quasi sempre» (parola di uno che se ne intendeva, e se ne intende tuttora, parecchio).

Dunque: si invoca una memoria condivisa, affinché il 25 aprile non sia più un giorno di divisione, non sia più il segno clamoroso di un passato che non passa e l’ostentazione della vittoria di una parte politica su un’altra parte politica; ma un giorno di comprensione e, se possibile, di riconciliazione.
Belle parole, senza dubbio.
Ma sono tutte balle.


Per la sinistra, le pie omelie sulla memoria condivisa sono il tentativo di giungere a una pace ideologica di compromesso, dopo che il crollo del muro di Berlino le ha dato la spiacevole sensazione di essersi venuta a trovare dalla parte sbagliata della barricata; mentre il vento del ’68 -protrattosi per buona parte degli anni Settanta – le aveva dato l’inebriante illusione di essere, per l’appunto, dalla parte giusta (e prossima vincitrice), e che sarebbe bastato aspettare un altro poco per raccogliere il frutto maturo della disgregazione della borghesia.

Per la destra, si tratta di sdoganare definitivamente il proprio passato fascista, anche nei libri di storia, dopo che già vi è riuscita nelle due aule del Parlamento; anche se al prezzo – invero un po’ salato – di mostrarsi ogni giorno più realista del re, ad es. più filo-sionista degli stessi americani, come quando l’onorevole Fini, con lo zucchetto ebraico in testa, si è recato prima alla sinagoga di Roma, poi a Gerusalemme, per deplorare la politica razziale del Fascio.

Per il centro – perché sia chiaro che il centro esiste tuttora, alla faccia del preteso bipolarismo “alla anglosassone”, e ancora decide le sorti politiche del Paese, anche se è frazionato, per ragioni strategiche, su entrambi i versanti in lotta (si fa per dire) – si tratta di ricordare agli Italiani, popolo notoriamente dalla memoria corta, che “loro lo avevano sempre detto” che fascismo e comunismo sono due estremismi uguali e contrari; e che, quindi, dalla parte giusta della Storia, erano sempre stati solo loro: gli esponenti e gli ineffabili eredi della Democrazia Cristiana.

Tutti accomunati dalla stessa demagogia, dalla stessa furbizia e dalla stessa ipocrisia.
A nessuno importa un fico secco, in realtà, della pacificazione nazionale, tanto è vero che non si lasciano sfuggire mai il minimo pretesto per rinfocolare le diffidenze, le divisioni e gli odii; non c’è fattaccio di cronaca (ad es. lo stupro di una donna italiana da parte di qualche immigrato), non c’è emergenza, fatalità, frana, terremoto, siccità o alluvione che non tornino buoni per andare a caccia di un miserabile pugno di voti, dalle elezioni politiche a quelle amministrative, aizzando animosità mai sopite e inimicizie mai ricomposte, con diabolica astuzia e con una tenacia e perseveranza degne davvero di miglior causa.
E a nessuno di quei signori importa della pacificazione nazionale, per il semplice fatto che non solo l’ideologia, ma anche la politica sono entrambe morte e sepolte, e tutto quello che resta, in un paesaggio di macerie popolato ormai soltanto dagli orribili mostri della speculazione edilizia tirati su da palazzinari impenitenti, è una corsa scomposta al potere per il potere, agli affari per gli affari, al denaro per il denaro; il tutto condito dalla pratica sistematica della corruzione, della cialtroneria, del totale disprezzo non solo della legalità, ma anche del pudore.
A chi volete che importi se, il 25 aprile del 1945, vinse la parte “giusta” oppure quella “sbagliata”? Questioni da lasciare agli storici di professione, questioni tanto sottili quanto astratte e lontane: quel che conta sono gli affari o, come diceva il buon re Luigi Filippo d’Orléans, quel che conta è arricchitevi!, e al diavolo tutto il resto.

Perciò, lasciamo le lacrimose omelie sulla memoria condivisa ai ciurmatori della peggiore demagogia oggi imperante; e, semmai, dedichiamo una riflessione alla possibilità di una memoria condivisa come problema civile, culturale e morale del popolo italiano, lontano dalle ignobili strumentalizzazioni dei politici di mestiere.
E, per farlo, sgombriamo il campo dalle versioni di comodo della nostra storia recente, ristabilendo alcune semplici, anche se sgradevoli, verità.

Punto primo: il 25 aprile non c’è stata alcuna Liberazione.
Infatti, tutti gli storici seri ammettono che, senza la sconfitta militare dell’Asse, la Resistenza non solo non avrebbe vinto, ma neppure sarebbe incominciata. La resistenza è incominciata dopo l’8 settembre 1943, ossia dopo l’armistizio di Badoglio con gli Anglo-americani; e quell’armistizio è stato il punto d’arrivo del complotto del 25-26 luglio precedente. Checché se ne dica, il fascismo è caduto per un suicidio del suo gruppo dirigente e, in seconda battuta, per un colpo di Stato della monarchia, d’accordo con la massoneria, la chiesa e i grandi industriali (questi ultimi terrorizzati dal progetto di Mussolini di nazionalizzare le loro aziende): le tre forze che, ancora oggi, più contano nel Bel Paese.
Se gli eserciti anglo-americani – autoqualificatisi “liberatori”- non avessero risalito per due anni la Penisola, cospargendola di macerie, da Montecassino a Treviso e alla martire Zara, fino a raggiungere, nell’aprile del 1945, la valle del Po, non ci sarebbe stata nessuna Liberazione. E con ciò non intendiamo negare valore morale all’azione di quanti, nella resistenza, si batterono per nobili ideali di libertà e di giustizia, ma semplicemente riportare le cose alle loro giuste proporzioni. Niente sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943, niente complotto reazionario e monarchico contro Mussolini; niente governo Badoglio, niente resistenza e niente aiuti alleati alla resistenza; niente forzamento della Linea Gustav prima, della Linea Gotica poi, niente Liberazione e niente festa del 25 aprile.
Questo è poco ma sicuro.

Punto secondo: i vincitori – esterni e interni – avevano bisogno di una sanzione morale che stabilisse, una volta per tutte, che essi avevano combattuto dalla parte giusta, gli “altri” da quella sbagliata. I vincitori esterni cercarono quella sanzione nei processi di Tokyo e di Norimberga e nella commemorazione annuale del D-Day, ossia dello sbarco in Normandia. I vincitori interni – vincitori in sottordine – la cercarono in una solenne ricorrenza civile.
Così è nato il 25 aprile.
Ovvio che, per realizzare una simile operazione, bisognava avvalorare la Vulgata secondo la quale tutti i buoni erano stati da una parte, e tutti i cattivi dall’altra; e che il bene, alla fine, aveva trionfato sul male, anzi sul Male Assoluto.
Perciò, proibito parlare di episodi come il massacro di Porzûs; proibito parlare degli infoibamenti da parte dei titini; proibito parlare della strategia politica dei bombardamenti aerei alleati, e, in particolare, della totale distruzione di Zara; proibito parlare dei massacri di fascisti avvenuti dopo il 25 aprile 1945; proibito parlare del dramma dei 350.000 profughi della Venezia Giulia, costretti a fuggire senza nulla poter portare con sé.
Proibito anche domandarsi se azioni partigiane come quella di Via Rasella, fatte in modo da esporre la popolazione civile alle inevitabili rappresaglie tedesche, fossero realmente giustificate, sia sotto il profilo militare, sia sotto quello morale.

Punto terzo: all’interno della resistenza convissero, si sovrapposero e, a volte, si scontrarono (anche fisicamente) anime, strategie e finalità talmente differenziate, che la comune scelta di campo antifascista non basta certo a far parlare di un unico fenomeno resistenziale. E il nucleo più forte e combattivo di essa, ossia il Partito Comunista Italiano, cercava essenzialmente un regolamento di conti col fascismo, dopo le vicende del 1919-25: non per instaurare un regime democratico, ma per fare quel che i bolscevichi avevano fatto in Russia nel 1917, e che esso medesimo aveva sperato di fare nel “biennio rosso”.
Se fosse dipeso soltanto dalla volontà di Togliatti, e se i carri amati dell’Armata Rossa fossero arrivati a Trieste, Milano e Torino prima di quelli anglo-americani, l’Italia sarebbe semplicemente passata da una dittatura a un’altra. E, a proposito di Trieste, gli abitanti di quella città – occupata e terrorizzata per 40 giorni dalle soldatesche comuniste di Tito – sanno bene di che cosa stiamo parlando; Trieste che solo nel 1954, e a prezzo della perdita di altre terre sicuramente italiane, ha potuto tornare alla madrepatria.

Questo, dal punto di vista storico.
Resta da vedere se si possa immaginare una «condivisione della memoria» del 25 aprile sotto il profilo morale.
Ora, se quella del 1943-45 fu – come ormai tutti gli storici onesti riconoscono – una vera e propria guerra civile; e se gli eserciti anglo-americani non erano dei “liberatori”, ma semplicemente degli occupanti (come tanti altri che li avevano preceduti nella storia italiana, e tutti chiamati da qualche fazione in lotta contro i propri avversari interni), ebbene, allora è evidente che non ci potrà mai essere una memoria condivisa, perché le guerre civili non nascono dal nulla e perché gli eserciti di occupazione – e non di liberazione – sono tutti, sempre, espressione dei “cattivi” e non dei “buoni”: ossia di interessi stranieri che mirano a mettere in ginocchio, materialmente e moralmente, e il più a lungo possibile, il Paese occupato.
Tanto è vero che, nella conferenza di pace di Parigi del 1947, l’Italia è stata trattata dai suoi generosi “alleati” né più, né meno che come un Paese nemico e sconfitto: e, come rappresentanti di un Paese nemico e sconfitto, i nostri delegati hanno dovuto firmare i trattati che vennero loro imposti, senza alcuna possibilità di discuterne i contenuti.
Viene in mente una frase significativa, pronunciata a Udine, nell’immediato dopoguerra, dal famoso predicatore padre Lombardi (animatore del movimento Mondo Nuovo), davanti a una enorme folla di pubblico, uomini e donne esausti dalle sofferenze della seconda guerra mondiale: «Li abbiamo chiamati liberatori; li abbiamo chiamati amici; erano, tutti, nemici».

Tutti nemici; tutti cattivi: si dirà che questo è qualunquismo.
Molto bene,
E allora, vogliamo ricordare che Churchill volle la guerra, molto più di Hitler, perché non gli andava giù il fatto di aver dovuto rinunciare a bombardare la Germania dal cielo nel 1919, essendo finito troppo presto il primo conflitto mondiale; e che poté sfogare tale sadico istinto nel 1944-45, quando ridusse in cenere, una dopo l’altra, le città tedesche, a partire dalle più indifese e prive di valore strategico, come Dresda?
Vogliamo ricordare, poi, che Roosevelt volle la guerra, molto più del Tripartito, perché il tanto decantato New Deal (leggenda dura a morire) era stato, in realtà, un clamoroso fallimento, e solo una guerra di proporzioni mondiali – come già era accaduto venti anni prima, con Woodrow Wilson – avrebbe potuto ridare fiato all’economia americana?
E vogliamo, infine, ricordare che il macellaio Stalin, artefice della morte di forse 8 milioni di cittadini sovietici negli anni Trenta – con la collettivizzazione forzata delle campagne e con le Grandi Purghe – era amico e alleato di Hitler dall’agosto 1939; e che, forte di quella alleanza, attaccò e invase la Polonia, i Paesi Baltici, la Romania, la Finlandia, senza che le democrazie occidentali trovassero nulla da ridire o da eccepire; mentre, per la sola invasione della Polonia, esse dichiararono guerra alla Germania nel giro di quarantott’ore?

Questo, sul piano etico-politico generale.
Sul piano della coscienza morale individuale, il discorso della «memoria condivisa» è ancora più impraticabile, per non dire assurdo.
Lo ripetiamo: quella del 1943-45 fu una guerra civile.
Come si può pretendere una condivisione della memoria da parte di coloro che ebbero i genitori o i nonni uccisi, non di rado crudelmente e fuori di ogni contesto di legalità (come nel caso dei massacri avvenuti dopo la fine “ufficiale” della seconda guerra mondiale), sia dall’una che dall’altra parte?
E come negare che da entrambe le parti vi furono sublimi episodi di eroismo e nobili motivazioni; così come, da entrambe le parti, feroci regolamenti di conti, malvagità gratuite e basse ragioni di tornaconto personale?

Per favore: un po’ di onestà intellettuale.
Nessuna delle due parti può pretendere il monopolio della giustizia. Spetta agli storici spiegare come accadde che tanti italiani, pur amanti del proprio Paese, abbiano fatto una scelta opposta e si siano combattuti spietatamente a vicenda; ma questa è la verità dei fatti. Dura, contraddittoria, amara: senza sconti per nessuno.
L’unica cosa che gli Italiani, oggi, potrebbero e dovrebbero condividere, non è «la memoria», espressione generica e dolciastra che tradisce una intollerabile ipocrisia di fondo, ma il riconoscimento della coerenza e della dignità di quanti, da una parte e dall’altra, credettero di servire la propria patria e anche valori universali come l’onore, la fedeltà, il cameratismo (da una parte), la libertà, la giustizia, la volontà di giungere alla pace (dall’altra).
Non si può chiedere di più, umanamente, a quanti hanno perduto amici e parenti in una guerra fratricida, contrassegnata – per definizione – da atti che poco avevano a che fare con i nobili ideali proclamati a parole.

Ecco, questa potrebbe essere la memoria condivisa: non – per dirla con Hegel – una grande notte, dove tutte le vacche appaiono nere; ma il rifiuto delle ragioni dell’odio, della faziosità politica camuffata da amor di Patria, della violenza abbellita da una retorica pomposa.
Solo così, forse, i morti potranno trovare pace. E solo così noi potremo udire ancora la loro voce – come scrive il poeta Ungaretti in Non gridate più – e «sperare di non perire».

Altrimenti, lasciamoli in pace, quei morti.
Cercare di strumentalizzarli ancora, e sia pure in una nuova forma, a oltre sessant’anni di distanza, è l’operazione più lugubre e squallida che si possa immaginare.

Francesco Lamendola
Fonte: www.ariannaeditrice.it
Link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18636
27.04.08

Pubblicato da Davide

13 Commenti

  1. Innanzitutto credo che la considerazione storica iniziale sia errata: tutti gli storici riconoscono che diverse regioni del nord italia erano gia’ “libere” quando sono arrivate le truppe alleate. E’ certamente vero che se i tedeschi non fossero stati impegnati dagli angloamericani e dai sovietici la resistenza italiana (come quella jugoslava) non avrebbe potuto liberare parte del territorio, ma questa considerazione vale per tutte le truppe impegnate: nessuno avrebbe potuto vincere la guerra da solo, ne’ gli americani, ne’ i russi e certamente non le resistenze interne a Italia, Francia, Jugoslavia, Grecia ecc ecc

    Credo si debba avere rispetto per i morti e comprendere umanamente tutte le scelte, ma non si puo’ negare che gran parte di coloro che scelsero volontariamente di combattere a fianco dei nazifascisti lo facevano non perche’ sostenitori di “valori universali come onore e fedelta’ ” ma anche e soprattutto perche’ sostenitori delle idee di oppressione, violenza, razzismo e malata esaltazione nazionalista su cui erano costruiti il nazismo e il fascismo. Basti pensare ai tanto esaltati militi della X MAS di Junio Valerio Borghese.

  2. materialeresistente

    E’ la solita solfa per “ridiscutere” e “riscrivere” la resistenza.Naturalmente con una botta al cerchio ed uno alla botte, da questo punto di vista operazione ancora più squallida.
    Con i se e con i ma non si scrivono i libri di storia (se gli alleati, se il fascismo, se Hitler e se Mussolini).
    Se non altro per il rispetto che si deve a 45.000 partigiani morti e 20.000 feriti.
    Loro non hanno bisogno di imbarcare sul carro tutti i voltagabbana, ma neanche hanno la necessità di essere messi nella stessa fossa comune.Penso che non gradirebbero.

  3. E’ vero che molte zone del nord erano già liberate. Però più che liberate, erano senza poteri. Infatti, tutti i fascisti erano scappati proprio perchè ormai sapevano che la guerra era persa e che le truppe anglo-americane (si usa chiamarle così) erano in arrivo. Era cosa nota da giorni che per il 25 aprile sarebbe scoppiata l’insurrezione finale che avrebbe spazzato via i rimasugli del vecchio regime, per questo gli ultimi gerarchi (e Mussolini stesso) cercarono di riparare in Svizzera o comunque al sicuro. Poi in realtà non fu proprio così. A Milano per esempio, i partigiani scesero in piazza il 25 aprile solo in tardissima matinata, perchè molti ancora temevano che qualche truppa fascista fosse ancora in giro. Quando si appurò il fatto che i fascisti si erano squagliati, tutti giù in piazza: i partigiani veri, e quelli ben più numerosi dell’ultim’ora, pronti a buttarsi sul carro dei vincitori per potersi rifare una verginità.

  4. Ci sono almeno alcuni punti da chiarire.

    1) L’idea che il 25 aprile dovrebbe essere condiviso l’ha tirata fuori proprio la destra, la quale si rende conto che gli equilibri di potere sono cambiati e può tentare di riscrivere la storia (magari alla maniera di Dell’Utri).

    2) Il 25 aprile non è mai stato un simbolo di tutti. La Liberazione fu contro il fascismo ed i fascisti non sono mai spariti, caso mai si sono mimetizzati per qualche tempo.

    3) Durante il predominio di una cultura di sinistra, quando la liberazione veniva celebrata senza problemi, il 25 aprile era vuoto di significato, o almeno si faticava a trovare il significato.

    4) Proprio oggi che la destra autoritaria ed a-democratica va al potere, si capisce il significato del 25 aprile, il monito di chi ha dovuto combattere per la propria libertà, perchè la libertà non viene regalata, né esportata con le armi, né si compra al supermercato.

    Detto questo, molte osservazioni dell’articolo sono giuste, ma il quadro generale non mi convince assolutamente.

  5. Salve !
    Sono un appassionato di valori universali ; quelli per cui varrebbe la pena combattere e dare la vita .
    Pare che i partigiani combattevano per dei valori univesali , però, quando io ne parlo ai figli dei partigiani affermando che ci sono ancora valori universali in giro , loro subito storcono il muso e non vogliono piu sentirne parlare , come mai ? Ma siamo sicuri che i valori che affermavano i partigiani erano valori universali ? Non potrebbe essere che contrabbandavano nient’altro che idee massoniche come l’ugualitarismo demagico e il libertarismo economico e sociale ?
    Cioè le stesse idee della massoneria americana che invece venerava il dio dollaro coi suoi valori allegati ? Se poi combattevano per avere una paga superiore dai loro padroni , non era il caso di scomodare grossi valori e sistemi culturali . Nei paesi angolossassoni , senza nessuna rivoluzione e potere operaio di sorta , la società stava e sta molto meglio .

  6. Ricostruzione sommaria di alcuni anni cruciali per la nascita della Repubblica e dei nuovi assetti geopolitici europei e mondiali quali furono gli ultimi due anni del secondo conflitto mondiale.
    Davvero singolare che una persona che ha pretese d’onestà intellettuale e obbiettività “storica”, inizi praticamente tutti i suoi capitoli dell’articolo pubblicato con la particella “se”, quando è noto a chiunque che “con i se e con i ma…”, lo dico così per buttare una dose supplementare di faciloneria nella ricostruzione o interpretazione dei fatti proposta dall’illustrissimo Lamendola.
    La Resistenza non ebbe un determinante peso nella sconfitta militare dell’Asse…ma non dirmi…
    Qualche migliaio di guerriglieri malvestiti, malnutriti e male armati cosa avrebbero potuto fare più di quello che hanno fatto?
    Bombardare il Reichstag?
    Con cosa?
    Con gli aquiloni?
    O forse avrebbero potuto partecipare allo sbarco in Normandia?
    Con cosa?
    Canoe?
    Zattere?
    Ma per favore…raccolgo l’invito alla serietà e all’onestà intellettuale ma muovere simili accuse al movimento partigiano è semplicemente ridicolo.
    I fascisti della RSI compirono un gesto “coraggioso e disperato” continuando la guerra a fianco della Wermacht, delle Waffen SS?
    Beh…capirai…continuarono la guerra a fianco di uno degli eserciti più organizzati, disciplinati e meglio armati del tempo.
    Quanto a coraggio, ne ebbero molto di più sotto questo punto di vista quelli che chiamati “banditi”, dietro le linee nazifasciste combatterono la guerriglia nelle grandi città industriali del Nord Italia, armati poco e male.
    Cosa vogliamo fare?
    Sostituire la retorica del “tutti antifascisti” e “tutti partigiani” con quella del “partigiani tutti opportunisti e cialtroni”?
    Perchè temo che lì si voglia arrivare impostando il tema storico in questo modo.

  7. Al di là di tutte le considerazioni politiche ed ideologiche di due dicotomie, (fascismo e comunismo) tenute in vita all’occorrenza da politici in cerca di consensi, ma che in realtà non possono più rispondere alle esigenze dei tempi attuali, nessuno ha, nei commenti, fatto notare quanto la vittoria della Resistenza abbia accelerato quel processo di americanizzazione che oggi pervade il nostro vivere quotidiano. Forse non era nei progetti di molti partigiani, i quali, come ha fatto notare l’autore avrebbero ben accettato i carri dell’Armata Rossa sfilare per le nostre città, e nessuno potrà mai sapere cosa ne fosse stato del nostro Paese se non fosse entrato in guerra (come la Spagna?). Ma entriamo nel campo delle congetture e di una fanta storia che non ci porta a nulla. Resta il fatto che come disse Pasolini:”[…] Oggi il regime è un regime democratico, però quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente a ottenere, il potere di oggi, cioè il potere della società dei consumi, invece, riesce a ottenere perfettamente. Il vero fascismo è proprio questo potere della civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia, e questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto, è avvenuta in questi ultimi cinque, sei, sette, dieci anni… è stato una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi, sparire. Adesso, risvegliandoci, forse, da questo incubo, e guardandoci intorno, ci accorgiamo che non c’è più niente da fare”.
    Permettetemi di concludere che la sensazione, per chi è nato nei decenni successivi, e quindi avulso dalle sentite e reali divisioni di quella guerra civile, è quella di essere passati dalla padella alla brace.

  8. Quale 25 Aprile… in Sicilia?

    Ci siamo, anche in Sicilia, il rito
    della ricorrenza del 25 Aprile, dei festeggiamenti per la liberazione dal fascismo e dal nazismo, del ricordo della Resistenza partigiana.
    Anche in Sicilia, manifestazioni,convegni e volantini all’insegna della ritrovata libertà dopo il ventennio nero, la fame e la guerra.
    Ma, quale 25 Aprile si ricorda e si festeggia in Sicilia?
    Quando nel Nord Italia era attiva la “Resistenza”, in Sicilia, il Popolo di Sicilia,almeno da un anno, era impegnato in ben altra tipologia di Resistenza:la Resistenza Siciliana-cancellata dalla memoria storica dei Siciliani e dai libri di storia dell’italica scuola imposti ai nostri figli- fu combattuta contro l’Italia badogliana e togliattiana, che chiedeva ai giovani dell’Isola di versare altro sangue per “la Patria”, ma questa volta contro i “nuovi nemici”,i nazifascisti.
    I giovani Siciliani contro questa prospettiva insorsero, insorsero con le armi, occupando i municipi, proclamando intere zone della Sicilia- vedi Comiso- territori liberi, autogestiti,”Repubbliche”.
    Non solo, tutta l’Isola fu scossa dalla rivolta popolare contro la fame e, in alcuni episodi, come a Palermo(nella foto sopra) il regio esercito della ritrovata Italia”democratica” ha represso con vere e proprie stragi queste rivolte siciliane, altro che “Bella ciao”!
    In questo contesto si sviluppò- anche se fra mille contraddizioni- un forte movimento di massa indipententista, il MIS (Movimento per l’Indipendenza della Sicilia) e un piccolo esercito gerrigliero, l'”Esercito Volontario indipendentista Siciliano”-EVIS- artefici di una decisa lotta contro lo Stato colonialista italiano, lotta culminata con la concessione dello Statuto speciale di Autonomia.
    Quale 25 Aprile… in Sicilia?
    Quale “Resistenza”?
    Quella dei giovani Siciliani contro la guerra e la fame o quella delle “Brigate Garibaldi” del Nord Italia?
    Quale “Liberazione” devono ricordare e festeggiare i Siciliani, che, dal 1943 al 25 Aprile ’45 e oltre, sono stati riempiti di piombo dalla “nuova”
    Italia antifascista?
    Insomma:come, quando e perchè, in Sicilia, è avvenuta la “Liberazione” tanto celebrata in questi giorni?
    In verità, anche se è una verità che non fa tanto piacere, e a tanti, è che il 25 Aprile, anche il 25Aprile, è stato imposto alla Sicilia e ai Siciliani.
    Ed è una verità oggettiva… mentre le brigate partigiane sfilavano festose e vittoriose a Milano e a Torino, in Sicilia la mafia, sulla pelle dei siciliani, collaborava con il “nuovo” apparato politico, lo stesso apparato politico che gestirà l’affaire bandito Giuliano,la strage di Portella delle Ginestre,l’uccisione di tanti sindacalisti, l’assassinio
    della stessa Autonomia Siciliana…
    Quale 25 Aprile…in Sicilia?

    a cura di Orazio Vasta

    Fonte: http://rarika-radice.blogspot.com/2008/04/maquale-25-aprile-si-festeggia-in.html

  9. Altra dimostrazione lampante di come un fascio giudichi stupidamente le idee che hanno animato il cominismo, esattamente quanto stupidamente fanno nel giudicare i personaggi che del fascismo hanno fatto parte.
    Mentre i vertici partitici del PCI, vittime degli eventi o complici poco cambia, tradivano le speranze e le idee della popolazione comunista, allo stesso modo il duce e la gearchia fascista hanno fatto la stessa cosa, ma questo è al di là delle tue capacità cognitive Affus, il tuo desiderio di avere un leader ti acceca come sempre il giudizio.
    Punzecchiata a parte, caro Affus, stavolta mi hai sorpreso con una considerazione nient’affatto idiota. Era ora, ma ricordati sempre, sottolineo SEMPRE, che l’idea e l’ideale sono una cosa, le gerarchie di partito un altra, ne consegue che le PERSONE che credono in un idea, qualsiasi essa sia, non vuol dire che partecipino attivamente agli errori/orrori della gerarchia che resta sempre un espressione del potere. Fascista, comunista, liberale, socialista o democristiana che sia l’etichetta, sempre del nemico si parla, il nemico del popolo da sempre, il potere.

  10. Vorrei parlare di una diversa visione che mi porta nella celebrazione del 25. Giorno della liberazione dall’oppressione fascista. Ma per noi al sud fu vera liberazione nel meridione? Potremmo dire che si è passati da un’oppressione all’altra e quella che idealizzata portò all’unificazione del regno d’Italia fu di gran lunga peggiore a detta degli storici. I nostri presunti liberatori piemontesi avviarono una politica fatta di saccheggio dalle casse piene d’oro borboniche (il regno di Piemonte aveva enormi debiti fatti per le guerre d’indipendenza) ai macchinari industriali che portarono all’emigrazione meridionale (allora sconosciuta) per vari motivi ci furono le decisioni di far morire quello che rimaneva dell’industria per avviare lo sviluppo della nascente al nord (protetta e foraggiata economicamente), l’innalzamento di tasse (solo al sud fu applicato un aumento di oltre il 32%), l’imposizione della leva obbligatoria, prima sconosciuta. Alle masse popolari del Sud non restò altro che la strada della resistenza armata (chiamata dal nuovo regime “brigantaggio”). Si trattò, in realtà, di una feroce guerra civile durata 5 anni. L’esercito piemontese esercitò con la legge Pica del 1863 una vera pulizia etnica, radendo al suolo 54 paese con fucilazioni, deportazioni e carcerazioni di oltre 1 milione di persone fra cui vecchi, donne e bambini. Gli eccidi si susseguirono senza soluzione di continuità per dodici anni. Fu una storia violenta, dettata ed imposta dalla legge del più forte, dalle leggi del protezionismo di ferro, usuraio e sfruttatore, applicato con la prassi del più sconcio trasformismo clientelare. Sicuramente penso che tutto questo è conosciuto qui. Ma una storia tanto distorta descritta dai vincitori è rimasta là, nessuno ha voluto ritoccarla. È nata la questione meridionale e uno storico comunista come Tarrow in un suo libro analizzando la realtà meridionale, elaborava che per una corretta azione il Pci doveva divedersi in 2 partiti, in 2 strategie diverse, data la gran distanza economico-sociale. Tutti, tanti problemi sono rimasti insoluti. Non si ricorda che al sud che la guerra finì subito dopo l’8 settembre e la gente fu lasciata sola con mafiosi piazzati a capo d’amministrazioni? Si può far credere ancora alla favola dei mille, a quella del massone Garibaldi che portava i capelli lunghi, perché una donna in america latina mentre tentava di stuprare le aveva mozzato un orecchio. Oggi, è anche per questioni mai affrontate che la guerra fra il nord ed il sud non è più sui campi infestate dai briganti, ma ha portato a far sì che un bagno di coltura si sia creato, quello di una cultura storica retriva e bugiarda (il fenomeno lega) che, può facilmente riferirsi alle allora descrizioni di un sud geneticamente arretrato. I primi amministratori piemontesi descrissero l’ambiente siciliano come un pozzo pieno di fango con una popolazione composta di feroci beduini indifferenti alle libere istituzioni. Sono passati 188 anni e nonostante il rimescolamento dovuto all’emigrazione tuttora si avvertono tracce profonde. A quei tempi, espressiva era la frase coniata: o brigante o emigrante. “Contro un’oppressione non si può descrivere un popolo che insorge eroe, mentre un altro brigante”. Così scrisse il primo ministro inglese Distraele. E non si può affermare che nelle città la sopraffazione si fermò con le migliaia d’arresti senza nessun motivo. Molti erano per rubare denaro e beni agli arrestati. Grandi appalti, dati ad imprese del nord, furono solo altrettante ruberie. Una cosa ancora si deve ricordare, a tanti sconosciuti. È la storia di migliaia di soldati borbonici deportati nella fortezza di Finestrelle, un vero e proprio lager nell’alto Piemonte. Lì i prigionieri coperti di cenci di tela, mangiavano una sozza brodaglia con un po’ di schifoso pane nero, subendo trattamenti bestiali con le rigide condizioni climatiche. Migliaia furono fatti deliberatamente morire per fame, freddo e malattie, pochi i sopravvissuti. In quelle condizioni la vita media non superava i 6 mesi. Ancora oggi entrando lì su un muro è ancora visibile un’iscrizione: “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce”. Fa pensare ad una di quelle scritte nei lager nazisti. Ha quindi senso questa giornata rievocativa, in parte estranea al sud? Penso che fra fenomeni di leghe, criminalità organizzata che controlla una gran quantità di territorio italiano e di politica, un’america che spadroneggia con ampliamento di basi e arsenali sconosciuti, vaticano che decide su scelte dello stato, l’Italia sia oramai solo un’entità geografica e le previsioni di questo nuovo governo sono quelle. Non affermo il principio che è un fatto negativo o positivo, ma sono sicuro che dato la mancanza di stato civico, di valori più ampi e meno provincialistici porterà a negativo. Non lo sarebbe per altri paesi con vero senso dello stato civico. (scusate se vi sono errori, ma ho buttato giù alcune cose di un discorso che andrebbe enormemente approfondito)

  11. Mi ha incuriosito molto la storia della deportazione dei soldati borbonici nella fortezza di Fenestrelle (non Finestrelle) della quale nel sito ufficiale http://www.fortedifenestrelle.com/ non vi è traccia.
    Qual’è la tua fonte?

  12. Non ci vuole molto a fare una ricerca a riguardo, si scoprirebbero molte cose…
    cmq ti do un pò di link, che a loro volta rimandano ad altre fonti 🙂
    http://www.storiain.net/arret/num78/artic2.asp
    http://www.storiain.net/arret/num116/artic2.asp
    http://www.lametropolis.it/briganti.htm
    http://cronologia.leonardo.it/storia/a1864f.htm
    http://www.eleaml.org/sud/storia/fenestrelle.html
    http://www.duesicilie.org/OLDSITE/Fenestrelle.html
    http://www.brigantaggio.net/
    http://www.adsic.it/
    E soprattutto sarebbe da leggere il libro di Fulvio Izzo “I LAGER DEI SAVOIA: Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali”
    edizione controcorrente 1999

  13. Grazie.
    Soprattutto per il libro di cui istintivamente mi fido un po’ di più delle fonti reperibili su internet.
    Giusto ieri sera ho incontrato una persona appassionata di storia che ha visitato la fortezza di Fenestrelle ed era al corrente di alcune notizie che hai dato.