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LA RETE MONDIALE DELLE BASI USA

Le basi del terrore dei popoli o le maglie di una rete che imprigiona l’umanità

DI JULES DUFOUR
Mondialisation.ca

Il controllo delle attività umane, economiche, sociali e politiche mondiali è assicurato sempre più dagli Stati Uniti d’America (USA) la cui volontà di dominio si esprime in una strategia di interventi diretti ed indiretti continui per orientare le norme degli affari mondiali in funzione dei loro interessi. Il Rapporto Globale 2000, pubblicato nel 1980, presentava lo stato del mondo evidenziando le minacce che avrebbero potuto pesare su questi interessi. Venti anni più tardi, gli Statunitensi, per giustificare, nel contesto della loro sicurezza, gli interventi compiuti ad ogni latitudine, costruiscono la più grande montatura che si possa immaginare: “una guerra mondiale contro il terrorismo” o, in altri termini, una guerra contro quelli/e che osano non voler diventare i loro schiavi.

I quattro elementi maggiori della strategia di conquista e di dominio del mondo da parte degli Statunitensi sono:1) controllo dell’economia mondiale e dei mercati finanziari;

2) saccheggio di tutte le risorse naturali (materie prime e risorse energetiche) nevralgiche per la crescita delle loro ricchezze e del loro potere attraverso le attività delle corporazioni multinazionali;

3) controllo dei 191 governi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ed infine

4) la conquista, l’occupazione e la sorveglianza di questi elementi grazie ad una rete di basi o di installazioni militari che coprono l’intero Pianeta (continenti, oceani e spazio extra-atmosferico). Si tratta di un Impero di cui è ben difficile determinare la giusta ampiezza.

È tuttavia possibile descriverne la configurazione globale a partire dalle informazioni rese pubbliche nei rapporti annuali presentati al Congresso statunitense sulle spese militari nazionali e la rete delle basi militari dislocate all’estero ed anche in una serie di analisi della configurazione di questo insieme in numerose regioni del mondo.

Questo articolo ha per obiettivo di presentare un breve prospetto della rete mondiale delle basi militari possedute o controllate dagli Statunitensi, gli effettivi, le aree della divisione spaziale di queste installazioni, i costi annui del loro impiego, gli elementi da esse sorvegliati ed i progetti attuali di espansione di questa rete.

Esamineremo, in una seconda parte, il movimento mondiale di resistenza popolare a questi progetti. Analizzeremo, in un altro articolo, le reti di altre potenze nucleari come quelle del Regno Unito, della Francia e della Russia.

I. Le basi militari.

Le basi militari sono i luoghi di addestramento, di preparazione e di stoccaggio degli equipaggiamenti di guerra degli eserciti nazionali nel mondo. Sono poco conosciute, perché visitarle è di fatto proibito per il grande pubblico. Benché esse presentino numerose configurazioni secondo le specifiche funzioni che sono chiamate a svolgere, possono essere classificate in quattro grandi categorie: le basi aeree (Air Force), foto 1 e 2, le basi terrestri (Army), le basi navali (Navy) e le basi di comunicazioni e di sorveglianza (Spy).

Foto 1. Base aerea di Diego Garcia situata nell’Oceano Indiano.


Foto 2. Diego Garcia. Vista di due B-52 e di sei Kc-135.

II. Più di 1000 basi o installazioni militari

La maggior parte delle fonti di informazioni su questa questione (soprattutto C. Johnson, il Comitato di Sorveglianza della Nato, l’International Network for the Abolition of Foreign Military Bases, ecc.) rivelano che gli Statunitensi posseggono o occupano tra 700 e 800 basi militari nel mondo.

Concepita da Hugh d’Andrade e realizzata da Bob Wing, la carta 1 intitolata: “U.S. Military Troops and Bases around the World”, The Costs of ‘Permanent War’, pubblicata nel 2002, permette di costatare la presenza di militari statunitensi in 156 paesi, della loro presenza su basi statunitensi in 63 paesi, di basi recentemente costruite (dopo l’11 settembre 2001) in sette paesi ed un totale di 255.065 effettivi militari. Questa presenza che si traduce in un totale di 845.441 installazioni diverse copre, nei fatti, dei terreni per una superficie di 30 milioni di acri. Secondo Gelman, basandosi sui dati ufficiali del Pentagono del 2005, gli USA possiederebbero 737 basi all’estero. Con quelle del territorio metropolitano e dei loro propri territori, le basi coprirebbero una superficie totale di 2.202.735 ettari, cosa che farebbe del Pentagono uno dei più grandi proprietari terrieri del pianeta (Gelman, J., 2007).

Mappa 1. I militari statunitensi nel mondo. I costi della ‘guerra continua’ e alcuni dati comparativi

I dati di Peace Pledge Information 2003, indicano che tra il 2001 e il 2003 la rete statunitense comprendeva 730 installazioni e basi in più di 50 paesi e si appoggiava su di un personale militare americano in dozzine di altri paesi (mappa 2). Altre fonti menzionano che gli USA possedevano nel 2004 più di 750 basi suddivise in 130 paesi su tutti i continenti. Un grande numero di esse erano situate su isole. Secondo C. Johnson, l’Impero americano ne possiederebbe o affitterebbe più di 1000 in totale all’estero (Johnson, 2007). In breve, le basi e le truppe statunitensi occupano e controllano la quasi totalità degli spazi terrestri e marini del pianeta. Alcuni paesi sembrano ancora sfuggir loro come la Siria, l’Iran, la Corea del Nord, Cuba ed il Venezuela, una situazione che un Impero, si può esserne certi, non potrà tollerare troppo a lungo.


Mappa 2. Le basi militari statunitensi nel mondo (2001-2003)

La mappa della Rete mondiale NO BASES (mappa 3) mostra quanto segue:

– Basi operative situate nel nord America, in alcuni paesi latino-americani, in Europa Occidentale, nel Medio Oriente, in Asia centrale, in Indonesia, nelle Filippine ed in Giappone.
– Basi disattivate
– Nuovi basi selezionate
– Basi di spionaggio
– Basi di spionaggio satellitare
– Paesi con basi statunitensi
– Basi la cui acquisizione è in negoziazione
– I paesi senza basi americane

La superficie terrestre è strutturata in un vasto campo di battaglia

Queste basi o installazioni militari di diversa natura sono suddivise su di una griglia di comandi divisi in cinque unità spaziali e quattro unità speciali (Unified Combattant Commands, Mappa 4)


Mappa 4. Il mondo ed i territori sotto la responsabilità di un comando o struttura di comando.

Ogni unità è posta sotto il comando di un generale. La superficie terrestre è dunque caratterizzata come un vasto campo di battaglia che può essere pattugliato o sorvegliato costantemente a partire da queste basi.

I territori sotto comando sono (abbiamo conservato i loro nomi in inglese) il Northern Command (Peterson Air Force Base, Colorado); il Pacific Command (Honolulu, Hawaii); il Southern Command (Miami, Florida, mappa 5); il Central Command (MacDill Air Force Base, Florida); l’European Command (Stuttgard-Vaihingen, Germania); il Joint Forces Command (Norfolk, Virginia): lo Special Operations Command (MacDill Air Force Base, Florida); il Transportation Command (Scott Air Force Base, Illinois) e lo Strategic Command (Offtut Air Force Base, Nebraska).

Mappa 5. Il Southern Command

La NATO, in quanto alleanza militare ed ormai anche politica, possiede la sua rete di basi, 30 in totale, situate prevalentemente in Europa occidentale: Whiteman negli USA; Faurfors, Lakenheath e Mildenhall nel Regno Unito; Eindoven in Ollanda; Brüggen, Geilenkirchen, Landsberg, Ramstein, Spangdahlem, Rhein-Main in Germania; Istres e Avord in Francia; Morón de la Frontera e Rota in Spagna; Brescia, Vicenza, Piacenza, Aviano, Istrana, Trapani, Ancona, Pratica di Mare, Amendola, Sigonella, Gioia del Colle, Grazzanise e Brindisi in Italia; Tirana in Albania; Incirlik in Turchia; Eskan Village in Arabia saudita e Ali al Salem in Kuwait.

III. Un personale militare ad ogni latitudine

Secondo i dati della libera enciclopedia Wikipedia (dati del febbraio 2007), il sistema della difesa statunitense metropolitana (si stimano a 6000 il totale delle installazioni militari negli stessi USA) e mondiale fa capo ad un personale di 1.400.000 persone di cui 1.168.195 negli Stati Uniti e nei loro territori oltremare. Secondo la stessa fonte essi ne impiegano 325.000 all’estero di cui 800 in Africa, 97.000 in Asia (escludendo il Medio Oriente e l’Asia centrale), 40.258 in Corea del Sud, 40.045 in Giappone, 491 nella base di Diego Garcia nell’oceano Indiano, 100 nelle Filippine, 196 a Singapore, 113 in Tailandia, 200 in Australia e 16.601 su navi da guerra.

In Europa, si conta ancora la presenza di 116.000 militari statunitensi di cui 75.603 in Germania. In Asia centrale, circa 1.000 militari sono di stanza nella base aerea di Ganci (Manas) in Kirghizistan e 38 si trovano a Kritasanasi, in Georgia, la cui missione è di assicurare l’addestramento dei soldati georgiani. In Medio Oriente, si contano 6.000 militari di cui 3.432 nel Qatar e 1.496 nel Barhein. In Occidente, fuori dagli USA e dai loro territori, se ne ritrovano 700 a Guantanamo, 413in Honduras e 147 in Canada.

La mappa 3 presenta il personale in carica secondo una graduatoria di sette grandi insiemi. Il numero totale del personale della Difesa limitato agli Stati Uniti stessi e nei loro territori è di 1.139.034 militari. Nelle altre regioni dell’emisfero occidentale se ne contano 1.825, in Europa 114.660, in Africa subsahariana 682, in Africa del Nord, in Medio Oriente ed in Asia del Sud 4.274 e nell’Est asiatico, nell’ex-URSS 143 e nel Pacifico 89.846.

IV. I costi di utilizzo di questa rete mondiale

Le spese militari degli USA sono passate da 404 a 626 miliardi di dollari, valore equivalente del dollaro del 2007 (dati del Center for Arms Control and Non-Proliferation di Washington) tra il 2001 e il 2007 e dovrebbero superare i 640 miliardi nel 2008 (figura 1 e http://www.armscontrolcenter.org/archives/002244.php ). Esse corrispondevano nel 2006 al 3,7% del PIL e a 935,64$ pro capite.

Figura 1. Le spese militari degli USA dal 1998.

Secondo i dati della mappa 1 (The Costs of “Permanent War and By the Numbers”) il bilancio della Difesa proposto nel 2003 di 396 miliardi di dollari ha raggiunto nei fatti i 417.4 miliardi e corrispondeva già ad un aumento di quasi il 73% in rapporto a quello del 2000 che ammontava a 289 miliardi e più della metà del bilancio discrezionario degli Stati Uniti. Dal 2003 queste spese vengono ad aggiungersi a quelle della guerra di occupazione dell’Iraq che raggiunge oggi (fine marzo 2007) un totale accumulato di 413 miliardi di dollari secondo il National Priorities Project.

Le stime dei bisogni del bilancio della Difesa che sono stati presentati nel marzo 2006 nel Libro verde della Difesa corrispondevano alla somma totale di quasi 440 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2007. Il personale richiesto era di 1.332.300 militari ed altri impiegati, ma è noto che questi dati non comprendevano i crediti necessari per la guerra mondiale contro il terrorismo. Si trattava dunque di bilancio regolare.

Amy Goldstein del Washington Post, nel quadro di un articolo sui fatti salienti del bilancio nazionale del 2007 intitolato 2007 Budget Favors Defense, scriveva a questo proposito: “nell’insieme, il bilancio dell’anno fiscale 2007 avrà come effetto di attuare i cambiamenti che l’Amministrazione si era riproposta di apportare nel corso degli ultimi cinque anni, ossia di aumentare le capacità militari e di difesa contro le minacce terroriste sul suolo degli Stati Uniti restringendo le spese in numerosi settori di attività come quelli dell’educazione e del trasporto ferroviario.”

V. Delle basi per il controllo delle risorse energetiche fossili

Gli Usa hanno intrapreso, dopo gli eventi del 11 settembre 2001, una guerra globale contro il terrorismo, prima in Afghanistan e successivamente in Iraq e accanendosi contro i paesi che non obbediscono fedelmente all’ordine che essi vogliono imporre all’insieme dell’umanità e particolarmente l’Iran, la Corea del Nord, la Siria ed il Venezuela. Essi sorvegliano da vicino i governi che non sono necessariamente favorevoli all’espansione della loro influenza sulle risorse dei loro territori. Essi sono particolarmente preoccupati dai movimenti di resistenza ai loro interventi nell’America del Sud, cosa che ha portato il presidente Bush ad effettuare re­centemente una visita lampo in numerosi paesi come il Brasile, l’Uruguay, la Colombia, il Guatemala ed il Messico « Per promuovere la democrazia ed il commercio», ma soprattutto per tentare di neutralizzare questi movimenti e di edificare un contrappeso suffi­ciente per frenarne l’espansione.

La stessa cosa vale anche per l’Asia centrale. Secondo Iraklis Tsavdaridis, Segretario del Consiglio mondia­le della Pace (WPC), la presenza delle basi militari degli USA non deve essere percepita come al servizio di un obiettivo puramente militare. Le basi sono lì per promuovere gli interessi economici e politici del ca­pitalismo degli Stati Uniti. Per esempio, le imprese ed il governo statunitense hanno già manifestato un vivo interesse per costruire un corridoio di sicurezza per il petrolio ed il gas naturale del bacino del mar Caspio in Asia centrale passando attraverso l’Afghanistan, il Pakistan ed il mar Arabo (mappa 6). Questa regione non conterrebbe che il 6% delle riserve di petrolio conosciute ed il 40% delle riserve di gas. La guerra di occupazione dell’Afghanistan e la costruzione delle basi militari degli USA in Asia centrale sono considerate come un’occasione propizia per fare di questo oleodotto una realtà.

Gli USA sono in guerra in Afghanistan ed in Iraq per questa ragione fondamentale e vogliono perseguire queste operazioni sino al raggiungimento del loro obiettivo. Secondo i dati dell’Enciclopedia libera Wikipedia, le truppe statunitensi impiegate in questo paese hanno in totale quasi 190.000 militari. L’Operazione Enduring Freedom in Iraq soltanto è condotta da quasi 200.000 effettivi includendo i 26.000 soldati degli altri paesi partecipanti alla “missione”. Ventimila potrebbero congiungersi agli altri contingenti i prossimi mesi. In Afghanistan, si conta la presenza di 25.000 militari in totale (mappa 6 e 7).

VI. Delle basi militari per il controllo delle risorse rinnovabili strategiche

Secondo la lista redatta dall’enciclopedia libera Wikipedia, le basi statunitensi all’estero, eredità della Guerra fredda, erano situate principalmente in Europa occidentale di cui 26 in Germania, 8 in Gran Bretagna e 8 in Italia. A queste basi si potevano aggiungere 9 installazioni in Giappone.

Nel corso degli ultimi anni e adesso, nel contesto della guerra contro “il terrore”, gli USA hanno iniziato la costruzione di 14 nuovi basi attorno al Golfo persiano, un piano di costruzione o di rafforzamento di 20 basi (106 installazioni in totale) in Iraq per una spesa totale di 1.100 miliardi di dollari in questo solo paese (Varea, 2007) e l’utilizzo di una decina di basi in Asia centrale.

Hanno anche intrapreso o proseguito dei negoziati con diversi paesi per installare, acquisire, ingrandire o affittare altre basi e, in particolare, con il Marocco, l’Algeria, la Repubblica del Mali, il Ghana (Ghana WEB. 2006), il Brasile, l’Australia (Nicholson, B., 2007), la Polonia, la Repubblica Ceca (Traynor, I., 2007), l’Uzbekistan, il Tagikistan, il Kirghizistan, l’Italia (Jucca, L., 2007) e la Francia con un accordo per installarsi a Gibuti (Manfredi, E., 2007). Tutti questi provvedimenti si inseriscono nella prospettiva di approntare una serie di basi in un corridoio est/ovest tra la Colombia, il Maghreb, il Vicino Oriente, l’Asia centrale sino alle Filippine che gli Statunitensi hanno chiamato “arco di instabilità” (Johnson, C., 2004) così come di assicurare un accesso facile e permanente alle risorse idriche e biologiche di grande valore come quelle del bacino amazzonico (Delgado Jara, D., 2006 e Mappe 9 e 10).

VII. I movimenti di resistenza

Analogamente all’opposizione tradizionale organizzata e condotta dalle organizzazioni pacifiste e anti-guerra nel mondo nel corso degli ultimi 40 anni, la ridefinizione della rete delle basi militari statunitensi imposte da un reimpiego delle forze armate in funzione della localizzazione delle risorse strategiche tradizionali e delle risorse rinnovabili di grande valore suscita numerose manifestazioni di opposizione e di resistenza. Lo si è potuto osservare recentemente in Spagna, in Equador, in Italia, in Paraguay, in Uzbekistan, in Bulgaria e in diversi altri paesi. Queste manifestazioni si sono aggiunte ai movimenti di resistenza di lunga data sviluppati in Corea del Sud, Porto Rico, Guam, nelle Filippine, Cuba, Europa, Giappone ed altrove.

Un movimento mondiale di resistenza alla presenza di basi militari all’estero è nato e si è sviluppato nel corso degli ultimi anni. Si tratta di NO BASES o della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere.

Questa rete ha come obiettivo di proseguire il processo di disarmo e di smilitarizzazione del pianeta e soprattutto lo smantellamento delle basi militari straniere. Raggruppa le organizzazioni che promuovono la pace istituita dalla democrazia partecipativa e la giustizia sociale. La rete No Bases organizza delle campagne di educazione e di sensibilizzazione del pubblico mobilitando, in questo senso, le forze vive della società civile. Si occupa anche dei lavori di riutilizzo dei siti militari abbandonati come è il caso, in particolare, dell’Europa occidentale.

Sino al 2004, queste campagne hanno avuto innanzitutto una portata locale e nazionale. La Rete ha intenzione oramai di estendersi su scala globale, perché come sottolinea la Rete stessa: “È molto importante sviluppare dei legami più forti e più stretti tra le campagne avente un impatto locale e quelle che mobilitano un paese intero o quelle che possono avere una portata mondiale.

I gruppi locali attraverso il mondo possono ispirarsi e trarre dei benefici condividendo informazioni, esperienze e strategie”.

La Rete aggiunge: “Il fatto di prendere coscienza che non si è soli nella lotta contro le basi straniere è un fattore che rafforza e motiva gli attori. Le attività e campagne la cui coordinazione è mondiale permettono di fare conoscere anticipatamente la portata e l’importanza della resistenza alla presenza militare straniera nel mondo. Nella congiuntura attuale in cui si assiste ad un processo più intenso di militarizzazione e di ricorso alla forza nel mondo si prova un bisogno urgente e pressante di stabilire e di rafforzare la rete internazionale dei militanti,
delle organizzazioni e dei movimenti che portano un’attenzione particolare alla presenza militare straniera e che lavorano al rafforzamento di un sistema di giustizia e di pace”.

Per la Rete, le guerre in Afghanistan ed in Iraq, la militarizzazione e la sorveglianza accresciuta dei governi e delle attività della società civile ad opera degli Stati Uniti costituiscono un momento favorevole al rafforzamento dei movimenti di resistenza: “Durante un incontro internazionale contro la guerra, tenutosi a Giacarta, nel maggio del 2003, qualche settimana prima dell’inizio dell’invasione dell’Iraq,

una campagna globale contro le basi militari è stata proposta come un’azione a priori per i movimenti globali antiguerra, di giustizia e di solidarietà”.

Da allora, questa campagna è cresciuta di ampiezza. E’ stata stabilita una lista di indirizzi ([email protected] e [email protected]); essa permette la diffusione delle esperienze dei membri del movimento e scambi di informazioni e di discussioni. Questa lista è formata ora da 300 persone e organizzazioni di 48 paesi.


Un sito Internet
permette anche di informare adeguatamente l’insieme dei membri della Rete. Numerose rubriche forniscono un’informazione preziosa sulle attività che si svolgono un po’ ovunque nel mondo.

La Rete è sempre più attiva e pratica, e partecipa, così, ai Forum sociali continentali o mondiali ed organizza conferenze e incontri. Ha partecipato al Forum sociale europeo a Parigi nel 2003 e a Londra nel 2004, al Forum sociale delle Americhe in Equador nel 2004 ed a quello del Mediterraneo in Spagna nel 2005. Uno dei raduni maggiori è stato tenuto a Mumbai, in India, nel 2004 nel quadro del Forum sociale mondiale. Più di 125 partecipanti provenienti da 34 paesi hanno posto le fondamenta di una campagna globale coordinata. Sono state stabilite alcune priorità d’azione come quella di fissare un dato giorno per una Azione globale tendente a sottolineare le sfide concernenti la presenza delle basi militari all’estero. Infine, è importante menzionare che la Rete ha tenuto quattro sedute di discussioni al Forum sociale di Porto Alegre nel 2005 di cui una sul finanziamento delle attività della Rete.

Conviene ricordare che la Rete si iscrive decisamente nel movimento pacifista globale. Ha permesso di far comprendere maggiormente a questo movimento l’importanza della problematica della presenza delle basi militari all’estero e che è importante che gli organismi di giustizia e di pace le prestino una maggiore attenzione.

La pertinenza del dibattito concernente la presenza di basi militari all’estero non è più da dimostrare. Le funzioni attribuite alla base di Guantanamo che sfuggono al controllo del diritto internazionale, le sfide attorno ai progetti di espansione della potenza militare degli USA nel Medio Oriente ed in Asia centrale, la vivace opposizione popolare alle mire ed agli scopi statunitensi nella regione andina in Sud America (mappa 11) come quella che si osserva in Giappone attorno alle basi di Henoko e di Okinawa, ecc., sono una sfida ed esigono un’azione globale concertata contro questa occupazione implicita nel concetto di “Permanent War”.

La conferenza internazionale di Quito e di Manta, Equador, marzo 2007

Una conferenza mondiale di rete per l’abolizione delle basi militari straniere, ha avuto luogo a Quito e a Manta, Equador, dal 5 al 9 marzo 2007. La conferenza ha avuto l’obiettivo di sottolineare gli impatti politici, sociali, ambientali ed economici delle basi militari straniere e di far conoscere i principi dei movimenti anti-basi e costruire formalmente la rete, le sue strategie e piani di azione.

Gli obiettivi principali della conferenza sono stati:

– Analisi del ruolo delle basi militari straniere e di altre forme di presenza militare nella strategia di dominio globale ed i suoi impatti sulla popolazione e l’ambiente;
– Condivisione delle esperienze di solidarietà con le lotte di resistenza contro le basi militari straniere nel mondo;
– Raggiungimento di un consenso sugli obiettivi, sui piani di azione, di coordinamento, di comunicazione e di presa di decisione per una rete globale per l’abolizione di tutte le basi militari straniere e di altre forme di presenza militare;
– Accordo sulle lotte e sui piani di azione globali che rafforzino le lotte delle persone nel paese ed assicurino il loro coordinamento su scala internazionale.

CONCLUSIONI

Questo articolo ha permesso di constatare quanto sia considerevole l’influenza della potenza militare degli Stati Uniti nel mondo e come essa non faccia che aumentare. Gli Statunitensi considerano la superficie terrestre come un terreno da conquistare, da occupare e da sfruttare. La divisione del mondo in unità di combattimento e di comando illustra molto bene questa realtà. In questo contesto, ci sembra che l’umanità si trovi controllata cioè legata a delle catene le cui maglie sono costituite dalle basi militari.

Il processo di re-impiego delle installazioni militari in corso deve essere analizzato in modo meticoloso se si vogliono comprendere le strategie di intervento di Washington in tutte le regioni del mondo. Questo processo è condotto sotto il governo della forza, della violenza armata, dell’intervento attraverso degli accordi di “cooperazione” le cui velleità di conquista sono incessantemente affermate nella progettazione delle pratiche del commercio e degli scambi. Lo sviluppo economico è assicurato dalla militarizzazione e dal controllo dei governi e le società e le risorse immense vengono sacrificate per permettere questo controllo nella maggior parte delle regioni dotate di ricchezze strategiche per consolidare le basi dell’Impero.

L’edificazione della Rete internazionale per l’abolizione delle basi militari straniere si rivela un mezzo straordinario per lottare contro il processo di militarizzazione del Pianeta. Questa rete è indispensabile ed il suo sviluppo non potrà farsi senza un’adesione o un impegno di tutti i popoli del mondo. Sarà estremamente difficile mobilitarli, ma i legami creati da questa rete saranno favorevoli per le lotte concertate su scala mondiale.

Concludendo, conviene rivedere i termini della Dichiarazione finale della 2a Conferenza internazionale contro le basi militari straniere tenutasi a L’Avana nel novembre del 2005,

dichiarazione formulata dai delegati di 22 paesi
. Quest’ultima racchiude le sfide maggiori concernenti l’avvenire dell’umanità e costituisce un Appello alla solidarietà internazionale per il disarmo e la pace.

Jules Dufour, Ph. D., è presidente dell’Associazione canadese per le Nazioni Unite (A.C.N.U.)/ sezione Saguenay-Lac-Saint-Jean, membro del Circolo universale degli Ambasciatori di Pace, membro del Consiglio nazionale dello Sviluppo & Pace.

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Jules Dufour
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10.04.2007

Traduzione di MASSIMO CARDELLINI

Pubblicato da Truman