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LA PLUTOCRAZIA AMERICANA E LA GUERRA CONTRO I LAVORATORI

DI CHARLES SULLLIVAN
Dissident Voice

In America durante la massima diffusione della schiavitù, i proprietari delle piantagioni non permettevano ai loro schiavi di istruirsi perché ciò sarebbe stato considerato una pericolosa minaccia allo status quo. La conoscenza è potere nelle mani di un popolo oppresso. La classe dirigente ha sempre sfruttato a proprio favore l’ignoranza delle masse, consapevole che cittadini ignoranti sono facilmente ingannabili e controllabili, pronti ad obbedire agli ordini di governanti plutocratici.

E’ per questo motivo che le tv commerciali, la Chiesa ed il sistema educativo, non svolgono un servizio pubblico, ma sono essi stessi strumenti della Plutocrazia e dell’impero. Loro scopo, svolto indubbiamente bene, non è informare ma dominare e fare propaganda.

Dobbiamo continuare a parlare della nostra storia con le nostre parole altrimenti gli storici lo faranno per noi riportandola in modo falso. La storia della classe lavoratrice è fatta di lotte e di oppressione; una lotta per il raggiungimento di un equilibrio stabile e di una giustizia sociale prima contro una vecchia classe di commercianti e proprietari, ed ora contro l’attuale cricca al potere oggi.Il posto di lavoro in America è uno singolare e prevedibile ambiente nel quale il lavoratore gode di poche libertà e protezioni. Un posto decisamente poco democratico dove, stranamente, la Costituzione e la carta dei diritti hanno poco margine di manovra. Chiunque dubiti di questo dovrebbe provare a lavorare a progetto o alla Wal-Mart ( grandi magazzini) e provare a metter su un sindacato. Io, per esperienza personale, per aver tentato di organizzare i lavoratori sono stato accompagnato fuori da più di un posto di lavoro.

Generalmente, un posto di lavoro americano è strutturato gerarchicamente, solitamente con al vertice dell’organizzazione un uomo di razza bianca, preposto alla politica aziendale e a dare ordini. I lavoratori, in quanto produttori di benessere attraverso la fabbricazione di prodotti o alla realizzazione di servizi, possono dire poco o niente riguardo alla politica aziendale o su come il lavoro debba venir svolto. Se pochi lavoratori sono poco inclini a vedere il proprio posto di lavoro da un’ottica così severa, per ovvie ragioni, esso in effetti ricorda essenzialmente l’ambiente di una piantagione, pervaso da un clima dittatoriale, con un padrone contorniato da un branco di schiavi che eseguono ordini in cambio di paghe di sussistenza.

Gran parte dei lavoratori americani sono alle strette dipendenze dei loro datori di lavori, e ne diventano effettivamente la loro proprietà a perdere. Impiegati a disposizione possono venir licenziati senza giusta causa o motivo. Se il datore di lavoro non gradisce il loro abbigliamento o il taglio dei loro capelli, o le loro scelte politiche, può porre fine al rapporto di lavoro. Il lavoratore, per riparare ai torti subiti, ha poca, se nessuna, possibilità di ricorrere all’autorità giudiziaria, a meno che il posto di lavoro non sia sindacalizzato, cosa che avviene solo in rari casi.

I lavoratori con forte rappresentanze sindacali non stanno al servizio dei datori di lavoro, e godono, tra le altre cose, di quei diritti non usufruiti dai lavoratori a progetto, quali una maggiore sicurezza lavorativa, migliori condizioni lavorative, paghe più alte e maggiori benefici.

Il posto di lavoro americano è nettamente diviso in classi, come del resto lo è la società nel suo complesso, suddivisa in una gerarchia organizzata. La catena di comando è formata da proprietari, managers e lavoratori. Più ci si trova in alto all’interno della gerarchia, più alto è il lo status economico-sociale. La scala gerarchica può essere ulteriormente suddivisa in due vaste categorie: lavori amministrativi e lavori manuali. I primi generalmente richiedono competenze più approfondite rispetto ai secondi. Se tendenzialmente offrono migliori paghe e più benefici, sono fonte di maggiore stress e richiedono maggiori responsabilità e più ore lavorative. Al livello più basso della scala troviamo i fannulloni, i lavoratori – produttori di quasi tutto il benessere prodotto.
E’ di questo gruppo di cui intendo occuparmi in questo articolo.

All’interno di questa organizzazione, i lavoratori ricevono solo una piccola percentuale del benessere da loro creato, questo perché i capitalisti hanno creato la proprietà privata della produzione economica. Tale organizzazione procura uno smodato potere ai detentori della proprietà e lascia ben poco agli altri oltre al poter rivendere il proprio lavoro all’offerta più bassa.

Le cooperative sociali, seppur imperfette e costrette a competere nei mercati finanziari, hanno fornito considerevoli miglioramenti al lavoratore e costituiscono una forma di sicurezza rispetto ai modelli di lavoro convenzionali. L’esempio maggiormente conosciuto è quello della cooperativa Mondragon in Spagna. [www.mondragon.mcc.es n.d.t.]

Il lavoratore americano, come lo schiavo prima di lui, viene tenuto dalla Plutocrazia in uno stato di perpetua ignoranza per paura che lui/lei possa risvegliarsi e ribellarsi. La maggiore paura che ossessionava i sogni dei proprietari di piantagioni era la ribellione.
La rivolta di Nat Turner e John Brown continua ancora a turbare i sogni dell’attuale gruppo dirigente, e ciò spiega perché noi siamo sotto costante sorveglianza da parte del governo. Alla ricerca di qualsiasi segno di disordine, di un qualsiasi indizio precursore di rivolta sociale organizzata.

Gli studenti di storia americana, specialmente quelli di storia del lavoro, non possono non rendersi conto che a noi è stata spacciata una difettosa carta delle merci che non può funzionare né per noi né tantomeno per il resto del mondo.

Il sogno americano è un mito fabbricato nelle stanze dei bottoni dell’ America e perpetuato dai media. Il novantacinque per cento delle persone non otterrà mai una fetta della torta, non importa quanto e come duramente essi lavoreranno. La vita facile è riservata solo a quei pochi privilegiati che non lavorano affatto e producono niente. Il mito è stato creato per continuare a far lottare i lavoratori, e per mantenere al loro posto una moltitudine disordinata. E’ un mito spesso preso ad esempio e utilizzato come metodo di controllo e motivazione estremamente efficace.

Se la gente studiasse scrupolosamente la storia del lavoro, sarebbe pronta a risvegliarsi. Saprebbero cosa accadde a Chicago, in Haymarket Square; a Ludow, nel Colorado, sulle colline di Matewan, nel West Virginia; nelle acciaierie di Pittsburgh, in Pennsylvania, nei maglifici del Massachusettes, nelle fabbriche di rotaie a Martinsbur, West Virginia. Come, delinquenti al soldo dell’agenzia investigativa Baldwin-Felts o milizie federali o statali avessero versato il sangue di lavoratori in lotta in ognuno di questi luoghi o in altre località americane. Questi eventi, nei programmi della scuola pubblica, vengono curiosamente omessi perchè potrebbero dare pieni poteri al popolo.

Noi dobbiamo qualcosa a quelle coraggiose anime e non dovremo mai permettere che il loro ricordo svanisca nel buco di orwelliana memoria creato dagli storici revisionisti. Attraverso il loro esempio, sappiamo che l’America non è sempre stata addomesticata, così indifferente, codarda, o compiacente di fronte alle ingiustizie. Grazie alla loro fiera resistenza di lavoratori, sappiamo che le nostre origini sono nate dalla lotta e dalla voglia di far sentire lo spirito battagliero; uno spirito che per lo più ora giace dormiente, ma non è del tutto morto. E’ una storia che potrebbe essere risvegliata e presa a cuore se noi avessimo il coraggio e la saggezza di comprenderla, e di essere così forti e tenaci come lo furono i nostri antenati.

Osservate come la classe lavoratrice – formata da uomini, donne, ragazzi che costruirono le ferrovie americane e le autostrade, che raccolsero i nostri prodotti agricoli e ci fornirono la carne, e crearono le infrastrutture economiche, che lottarono e morirono nelle nostre guerre imperialistiche, non abbiano mai goduto degli stessi diritti e privilegi dell’elite economica e dei datori di lavoro che pagavano loro le paghe. Essi non furono mai considerati, nemmeno dagli artefici della Costituzione.

Le lotte della classe lavoratrice sono state immortalate nelle canzoni di Joe Hill, Woody Guthrie, Pete Seeger, e molti altri. Essi meritano di essere ricordati perché le storie raccontate sono basate su fatti reali. Oggi sono rilevanti come lo furono nei giorni in cui vennero scritte, anche se non sono più conosciute da tutti. Matewan, in West Virginia, e il centro di Baghdad hanno molte più cose in comune di quanto non si pensi.

I costi economici, sociali ed ambientali della globalizzazione industriale vengono avvertiti dai lavoratori nel mondo. I profitti delle aziende e i compensi agli amministratori delegati sono aumentati a livelli record, mentre la povertà e le difficoltà economiche hanno seguito la curva opposta, tendente verso il basso, per chi quei profitti li produce. Le persone benestanti sulla terra ora godono di profitti scandalosi ottenuti attraverso lo sfruttamento globale dei lavoratori, specialmente in parti del mondo sconvolte dalla guerra.

Così come accadde in America, il capitalismo non sta sradicando la povertà e non sta aumentando gli standard di vita nel resto del mondo, come proclamavano coraggiosamente i suoi sostenitori; esso diffonde maggiore povertà, aumenta il degrado ambientale e la disparità economica mentre intensifica le divisioni socio-economiche di classe, e fomenta guerre su guerre imperialistiche nella sua ricerca di egemonia e profitto.

Come dimostrato dai capitani d’industria, il capitalismo ha sempre mosso guerra ai lavoratori. Una perenne guerra economica all’interno degli Stati Uniti, attraverso la demonizzazione dei sindacati rivoluzionari operata dall’industria e dai suoi prostituiti media, mentre la classe lavoratrice dal canto suo ha fornito foraggio costante alle sue guerre imperiali e alle sue occupazioni militari. I lavoratori devono rendersi conto che le guerre all’estero sono un’estensione della guerra di classe in casa e dovrebbero quindi rifiutarsi di prendervi parte.

Gli attuali eventi, compresa l’occupazione dell’Iraq, dimostrano la nostra ignoranza degli eventi storici che ci condannano a ripetere gli stessi errori, fin quando non avremo finalmente imparato la lezione e saremmo in grado di affermare, “Mai più!”

Mentre guardiamo ai democratici del Congresso per porre fine all’occupazione in Iraq ed evitare un altro imminente disastro in Iran, dobbiamo riconoscere che, come le tv commerciali, queste persone stanno lavorando per la Plutocrazia, e non per il bene pubblico. Si continuerà a raccogliere fondi per l’occupazione? La risposta è un chiaro “sì” finché i lavoratori permetteranno di essere considerati delle pedine dal gruppo dirigente e continueranno a mantenere una mentalità servile verso gli oppressori del governo e dall’insieme dell’industria militare.

Lo scorso anno nelle strade francesi, quando i datori di lavoro, tentarono la strada del lavoro interinale, scoppiò il caos. La risposta dei lavoratori fu sollecita e fiera. In America, dove la gente china la testa all’autorità illegittima, non si udì alcun piagnucolio di protesta.

Ogni anno il lavoratore americano cede sempre più terreno al gruppo dirigente senza opporre resistenza. I nostri antenati quel terreno lo difendevano con il sangue ed il coraggio di un lavoro organizzato – una lezione che noi sembriamo aver dimenticato in quest’epoca di resa e codardia morale. In questo modo ci ritroviamo come classe, e come nazione, sempre più in preda agli spasimi dell’oscuro fascismo dello stato e delle società.

E’ ora di reclamare lo spirito di lotta appartenuto al lavoratore americano. E’ ora di far tornare indietro il sindacato rivoluzionario e la difesa radicale dei diritti dei lavoratori, compreso la proprietà pubblica del meccanismo produttivo.

Se vogliamo essere seri riguardo alla democrazia in America, dovremmo partire dal nostro posto di lavoro. Ma noi piuttosto che mettere in pratica la democrazia preferiamo parlarne.

Abbiamo molto da imparare dalle canzoni di Joe Hill, Woody Guthrie e Pete Seeger – canzoni profondamente radicate nelle lotte di classe della classe operaia contro i suoi oppressori. E dobbiamo ancora imparare dalle lezioni della storia, che siamo condannati a ripetere in un ciclo infinito di bisogni e sprechi, guerre e carestie. Finché non lo facciamo, niente cambierà.

Charles Sullivan è architetto industriale, fotografo, scrittore free-lance e agitatore sociale, vive nel lembo orientale della West Virginia. Sarà felice di ricevere i vostri commenti all’indirizzo: [email protected]

Charles Sullivan
Fonte: http://www.dissidentvoice.org
Link: http://www.dissidentvoice.org/Feb07/Sullivan27.htm
27.03.2007

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di A.G.

Pubblicato da Davide

  • dalemoni

    In Francia l’anno scorso non hanno cercato di introdurre le agenzie di fornitura di lavoratori interinali che sono già presenti dagli anni ’80,come riportato nell’ articolo di sopra, ma un nuovo tipo di contratto di lavoro individuale,con il “periodo di prova” lungo 2 anni, per i lavoratori al primo impiego con meno di 26 anni(CPE) e i neoassunti dalle imprese con meno di 20 dipendenti(CNE).

    Il periodo di prova è una clausola che convalida il contratto;se questo periodo è irragionevole o ha durata pari alla durata del contratto,il contratto non verrà convalidato in tempi ragionevoli e non entrerà mai in vigore.
    Il periodo di prova dovrebbe essere una clausola di garanzia a tutela delle parti contraenti,prolungato in modo abnorme diventa una clausola che rende nullo il contratto per mancata convalidazione,a tutto vantaggio del parte economicamente più forte,il datore di lavoro.

    Contrat Premiere/Nouvelle Emabauche.
    Il CPE è stato ritirato al contrario il CNE è stato promulgato ed è diventato legge nonostante le proteste.
    I media Usa hanno seguito con attenzione e un certo sgomento la protesta degli studenti francesi.

  • Lif-EuroHolocaust

    L’articolo di Sullivan ha due difetti fondamentali:

    1) l’istruzione non garantisce la rivolta contro l’ingiustizia del Potere. Dimostrazione di ciò sono le numerose rivolte contadine e operaie del passato europeo. Contano semmai altri aspetti, quali una convergenza di condizioni materiali e una generazione di uomini adeguati (sanguigni, orgogliosi). Condizioni che, oggi, nonostante l’istruzione mediamente diffusa, non esistono e in cui il grosso delle preoccupazioni degli individui (in Italia in particolare) oscillano tra il consumismo del sabato pomeriggio e se permettere agli omosessuali di sposarsi (come a dire: fesserie di ben poco conto…).

    2) dire, come fa l’autore, che “un posto di lavoro americano è strutturato gerarchicamente, solitamente con al vertice dell’organizzazione un uomo di razza bianca, preposto alla politica aziendale e a dare ordini” è introdurre uno dei soliti (e sempre meno interessanti) luoghi comuni della retorica progressista. Ossia, scrivere che al comando ci siano uomini bianchi (cosa peraltro sempre meno vera. E, poi, “bianco” che significa? Perchè se vi riferite solo alla pelle, allora le cose sono più complesse: xx secolo docet. O no?) significa in un modo o nell’altro lasciar credere che ci sia un vantaggio per i bianchi. Abbinando episodi vari ed eventuali di “razzismo” (vero o presunto) contro non-bianchi, il risultato (ovviamente in un orizzonte più ampio dell’articolo di Sullivan) è quello di mostrare una realtà non (più) vera, in cui i bianchi godono, per attrito, di un vantaggio passato, il quale era anche o soprattutto un vantaggio numerico, quantitativo, senza toccare l’attualità, dove i bianchi comuni sono divenuti carne da macello del Capitale, alla pari di chiunque altro.
    In realtà non è cambiato molto dal passato: anche nei decenni e secoli passati era così, ma con la differenza di governanti che governavano (per) il proprio popolo e non per un progetto élitario globale, il cui risultato da temere è la distruzione etnico-culturale e degli habitat naturali.
    Oggi, “il proprio popolo” è divenuto, per le élites “bianche”, non l’insieme dei bianchi con nazionalità simile, ma l’insieme degli uomini e delle donne, di qualunque nazionalità, potenzialmente sfruttabili, globalmente parlando.
    Di fronte a ciò, l’etnia delle élites ha importanza? Il razzismo (presunto) attuale da cosa è dato? Dall’etnicità, senza importanza, delle élites o dal processo di distruzione etnica in atto? Direi la seconda e, dicendo la seconda, il razzismo attuale è contro i bianchi, ben più che contro altre etnie.
    Ma non lo si ammetterà: i bianchi comuni attuali sono colpevoli per le (vere o presunte) turpitudini dei governanti bianchi del passato…