LA NUOVA GENERAZIONE: PEGASO CONTRO FURIA ?

AVVISO PER I LETTORI: ComeDonChisciotte continua a subire la censura delle multinazionali del web: Facebook ha chiuso definitivamente la nostra pagina a dicembre 2021, Youtube ha sospeso il nostro canale per 4 volte nell'ultimo anno, Twitter ci ha sospeso il profilo una volta e mandato ulteriori avvertimenti di sospensione definitiva. Per adesso sembra che Telegram non segua le stesse logiche dei colossi Big Tech, per cui abbiamo deciso di aprire i nostri canali e gruppi. Per restare aggiornato su tutti gli ultimi nostri articoli iscriviti al nostro canale Telegram.

DI CARLO BERTANI
carlobertani.blogspot.com/

Questo è un lungo articolo, ve lo dico subito, così chi non se la sente d’affrontarlo può tranquillamente rivolgersi ad altro. E’ dedicato al problema di chi scrive, di chi legge, del loro rapporto dialettico e simbiotico, della possibilità che da questi rapporti ne possano nascere altri, più soddisfacenti per tutti, di natura politica e sociale.

Scrittori, giornalisti e bloggher

Tutti sappiamo scrivere, il problema è come si scrive. Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici della scrittura (ortografia, grammatica, ecc), un semplice programma come Word aiuta parecchio, giacché individua gli errori, o quasi. I veri problemi sono stilistici, ovvero dare coerenza al testo, e questo s’ottiene “sposando” l’argomento della trattazione con uno degli stilemi tradizionalmente usati nella letteratura italiana. Così, una trattazione scientifica avrà gli stilemi del saggio (precisione, linguaggio sintetico, citazioni, ecc) mentre un racconto userà un linguaggio più onirico, la favola, la suspense, ecc.

Nella foto: Carlo Bertani e GretelQueste sono, però, regole di massima, giacché un bravissimo scrittore potrebbe raccontare la sintesi delle proteine con lo stile della favola, ed a soluzioni del genere ricorrono gli scrittori della letteratura rivolta ai ragazzi, ma non è detto che non si possano ottenere buoni risultati anche con gli adulti.
Il mestiere di chi scrive, dunque, è quello di coordinare tutti questi aspetti e farli convivere armoniosamente.

Simili “percorsi” avvengono nella musica, laddove la parte “tecnica” vi potrà rendere perfetti esecutori, mentre per diventare “musicisti” ci vuole l’ispirazione e parecchio “mestiere”. Le doti che consentirono a Beethoven – oramai sordo – di scrivere la Nona Sinfonia senza averla mai ascoltata. Oppure, come per Grieg, scrivere il Peer Gynt in una baracca che sorgeva in un fiordo, dove non c’era nemmeno un pianoforte. I musicisti possiedono la cosiddetta “scala assoluta” nella mente: potrete osservare, nel film “Amadeus” di Milos Forman, come (probabilmente, è solo un esempio) Mozart scrisse il Requiem. Tutti i musicisti dell’epoca scrivevano senza provare nulla: in un certo senso, la procedura è simile nella stesura del software, quando il testing (ossia, provare le sezioni di un programma) avviene solo dopo la scrittura (implementazione).
E i parallelismi fra i due mondi – letteratura e musica – non s’arrestano qui: la punteggiatura, per lo scrittore, ha molto della scelta del tempo per il musicista, mentre il poeta è senz’altro più correlato alla musicalità del testo.
L’ultima cosa – last but not least – è avere qualcosa da raccontare.

Tutti abbiamo qualcosa da raccontare: quando, stesi sul letto o in poltrona, di fronte al mare o sotto un albero d’Estate chiudiamo gli occhi, le immagini appaiono da sole. Fateci caso.
Le prime volte non presteremo troppa attenzione a queste fantasie – potrebbe anche essere un sogno erotico sulla vicina di casa – ma, se comprendiamo dove inizia il filo d’Arianna che conduce a raccontare, quel sogno erotico potrà diventare un racconto erotico, oppure la vicina viene misteriosamente uccisa e allora “parte” il giallo a sfondo erotico/sessuale. Ancora: la vicina scompare, nessuna sa più niente di lei. Il mistero, la scomparsa, l’Africa dov’è fuggita con un altrettanto misterioso amante, e via a descrivere persone, luoghi, situazioni…
Il percorso l’ho indicato, ma non è detto che tutti riescano a percorrerlo: anche disegnare o dipingere è un “percorso” tecnico e d’ispirazione, ma non sono mai riuscito ad andar oltre un disegno infantile.
Alcuni possiedono personalità poliedriche, che consentono loro d’esprimersi in più campi e con più mezzi: sta a noi capire a quale universale apparteniamo, senza crederci subito chissà chi, ma nemmeno castrare immediatamente le nostre potenzialità.

Gli scrittori – nella semplice accezione di chi scrive ed ha qualcosa da raccontare – scelgono poi diversi campi nei quali proporre la loro comunicazione: libri, giornali, blog. Da notare che, oggi, tutte queste forme sono perfettamente fruibili in modalità cartacea ed elettronica.
Spesso, nei commenti ad un articolo, qualcuno obietta che l’argomento è sì interessante, ma non completamente svolto: questo, è il limite dell’articolo. Per rendere quel testo completamente esauriente, lo scrittore sarebbe stato costretto a “sconfinare” nel saggio, ma a quel punto la lunghezza del testo avrebbe scoraggiato molti lettori ad affrontarlo.
Così, chi scrive, tende ad auto-limitarsi, cosciente che – per semplici questioni di tempo, stanchezza o poca abitudine ad affrontare testi lunghi e complessi – la gran parte dei lettori rifiuterebbe la lettura. E, qui, si apre un nuovo scenario.
Chi, oggi, legge?

Una delle conquiste della società moderna è stata la sconfitta dell’analfabetismo: almeno, la grossolana sconfitta dell’analfabetismo. Ecco un esempio d’argomento tronco: se dovessi argomentare sugli attributi dell’analfabetismo (tradizionale, di ritorno, parziale, ecc), sarebbe necessaria una pagina in più.
Stabilito che solo una piccola parte della popolazione non sa leggere un testo, man mano che il livello degli argomenti proposti (ed il corrispondente linguaggio) aumentano per complessità, cala il numero dei lettori in grado di comprenderlo.
I quali, però, mantengono immutato il loro diritto di critica: questo spiega molti commenti campati per aria, che non hanno coerenza. Insomma, la classica situazione di chi indica il cielo e nella quale c’è chi s’ostina ad osservare il dito. Perché?
Beh, riflettiamo su una semplice constatazione: prima della Seconda Guerra Mondiale, poche persone superavano le scuole elementari. Dopo la guerra, divenne uno “standard” la terza media: per una maturità superiore, conseguita da quasi tutta una generazione, bisogna giungere ad oggi. Per questa ragione l’informazione sul Web è principalmente fruita da persone più istruite.
La circolazione dell’informazione, come oggi la conosciamo, vive solo da un decennio: prima, o acquistavi un giornale, oppure nulla. Questo, ha cambiato profondamente il mondo della comunicazione, e siamo solo agli inizi.
Ovunque, sul Web, troviamo informazione su tutto: vuoi preparare un piatto da gran chef? Vai al sito delle ricette. Vuoi sapere qualcosa di più su Giustiniano? Eccoti servito.
Ma, siamo preparati ad affrontare questo mare d’informazione?

Questo spiega la gran diffusione dei blog, ma non cadiamo nell’errore di pensare che il blog non esistesse prima di Internet: mia madre, a sua insaputa, è una bloggher giacché da decenni tiene un diario.
Il blog, questo è e non altro: importantissimo, poiché istantaneo. Se siamo riusciti a sapere molte cose sulla sporca guerra in Iraq, lo dobbiamo ai soldati americani i quali – muniti di palmare e di telefono satellitare – inviavano direttamente i post sui loro blog negli USA, spesso by-passando la censura dei giornalisti ufficiali, i cosiddetti “embedded”.
Il limite del blog è spesso lo spazio: nato come il successore elettronico del diario, mal si presta per analisi lunghe e dettagliate, anche se è tecnicamente possibile.
Nei blog, s’incontrano nello stesso luogo due diversi tipi di lettori: coloro che sono alla ricerca di un’informazione a largo spettro, forzatamente superficiale, con quelli che desiderano, invece, approfondire.
Ne nasce una confusione di termini: chi scrive su importanti siti si ritiene un giornalista, ma non c’è “giornale” in senso stretto, mentre anche le grandi testate, se vogliono sopravvivere, sono state obbligate a migrare sul Web ed a concedere i commenti, pur debitamente “purgati”.

La febbre del commento ha oramai pervaso tutto il Web: tutti vogliono commentare su tutto, sempre. Perché? Poiché, con la chiusura di tutti gli spazi di democrazia partecipativa tradizionale – talvolta solo effimeri consessi, ma pur sempre qualcosa – l’unico luogo dove farsi ascoltare è rimasto il Web. Riflettiamo sul significato e sulla partecipazione alla vita politica dei partiti in ambiti locali – il dibattito nelle sezioni – di pochi decenni or sono, e confrontiamolo con il canale a senso unico della politica in TV.
Dopo la prima Samarcanda – nella quale si correva il rischio d’incontrare non diciamo proprio il cittadino comune, ma almeno il presidente di una sconosciuta associazione, il responsabile di uno sperduto centro sociale, ecc – sono arrivate trasmissioni dove i tempi vengono suddivisi fra i politici con il manuale Cancelli. E la gente? Parterre, claque e basta.
Ovvio che, se nessuno m’ascolta, appena trovo uno spazio mi ci butto a pesce, e questo è l’aspetto positivo.
L’aspetto negativo, che finisce spesso per depotenziare totalmente la comunicazione nei siti dove si commenta, è che la critica ha dei canoni. Per carità: non tiriamo fuori la solfa della critica “costruttiva”, che fa tanto politically correct! D’altro si tratta.
Lo scrivente, che sa assai poco d’arti figurative, quando si trova (magari accompagnando una scolaresca in gita) di fronte ad un edificio di pregio architettonico o ad un quadro, esprime sempre dei giudizi estetici personali: mi piace, è armonico. No, non mi piace, ecc.
Mai, mi lancerei in analisi del tipo «L’abside ha pregevoli forme, mentre il transetto sembra incoerente, per stile e forme, con il resto del…» e così via. Cosa ci ricaverei? Probabilmente una brutta figura.

Invece, nei commenti, persone che non sanno nulla di petrolio o d’energia (e si capisce subito) si mettono tranquillamente a dissertare, assicurando che sì, è evidente che il petrolio ha origine inorganica. Oppure che no, non è vero.
Entrambe le critiche necessiterebbero di spazio e d’argomentazioni a sostegno: allora, come si risolve? S’incolla un bel collegamento ad un video ed il gioco è fatto. Giusto così?
No, perché qualsiasi contenuto esterno va presentato mediante un abstract: se ricorro ad un parere esterno, dovrò comunicare le ragioni che mi hanno condotto a sposare quella tesi. Perché? Poiché il collegamento esterno potrebbe contenere, a sua volta, imprecisioni e dubbi, e quindi non sortirebbe altro effetto che confondere ulteriormente.
Esempio: si fa presto a citare il rapporto Leuchter per quanto riguarda le camere a gas naziste ma… qualcuno ha provato a sondare le varie ipotesi per capire se sono fondate, oppure le ha prese per buone e via così? Le pietre che non contengono sufficienti quantità di residui di gas – e questa diventerebbe la prova della non esistenza di tutto l’ambaradan – di che tipo sono? Qual è la permeabilità ai gas di quel tipo di roccia? La curva di decadimento, per la concentrazione di quello specifico gas e per quel tipo di roccia, è conosciuta?
E questo vale per il mutamento climatico, per questioni finanziarie, per molte tesi “complottiste”, ecc.
Può commentare, dunque, solo chi è esperto, ha certezze che derivano dal suo curriculum studiorum? Non è detto: anche il grande “esperto” prende gran cantonate.
Come si può, allora, commentare?

Lo sforzo di commentare è, se non proprio pari a quello di chi scrive, di poco inferiore: la critica comporta l’attenta comprensione di un testo, l’approfondimento delle parti che si considerano dubbie e, infine, l’implementazione di una diversa coerenza che sia credibile, solida.
Secondo il metodo scientifico post-galileiano – dalle parti di Russell e Popper – è compito della critica proprio vagliare la produzione letteraria, saggistica, scientifica, ecc degli autori, giacché è solo sapendo che il proprio lavoro sarà attentamente vagliato che si distruggono gli assolutismi, di qualsiasi natura. Non riteniamo, però, che Russell e Popper considerassero come valida critica un commento del tipo: “E’ solo una str…zata: ascoltate qui, su http//www.youtube…”

Comunicazione, politica, cambiamento

Per quanto ci sforziamo, non troviamo nella Storia un solo evento nel quale un giornale (principale media dell’epoca) sia riuscito a scatenare un mutamento politico. Della serie: domattina, ore 8, tutti in piazza per…
E’ altrettanto vero, però, che i grandi mutamenti sono stati tutti catalizzati dall’informazione, almeno nella Storia Moderna e Contemporanea.
Che ne sarebbe stato della Rivoluzione Francese, senza gli Enciclopedisti? E di quella sovietica, senza il lavoro teorico prima di Marx e poi di Lenin? Tutte le grandi rivoluzioni – a partire da quella inglese – giunsero dopo l’invenzione della stampa.
Ma, sull’altro versante, c’erano condizioni sociali veramente estreme: perdita delle Terre Comuni, fame, carestie, guerre. Ed un’avanguardia in grado d’interpretare quei fenomeni.
Chi si aspetta, quindi, che l’informazione “a 360 gradi” sul Web, con libertà di commento – e dunque bi-direzionale – possa condurre da sola a nuove formazioni politiche – le quali produrranno quel cambiamento che in tanti aspettiamo, per veder scomparire nel ricordo questo brutto palcoscenico della politica italiana e far posto, almeno, ad un Paese “normale” – è un illuso.
Sull’altro versante, l’unica via per incrinare l’apparente, cristallina solidità degli apparati di potere, è l’informazione. Una contraddizione in termini? No.

Galileo accettò il verdetto dei cardinali ma, la prima cosa che fece appena riconquistata la piena libertà, fu inviare ad Amsterdam i suoi manoscritti affinché fossero pubblicati: Amsterdam, al tempo, non era più nelle generiche “Fiandre”, bensì nelle Zeven Provincien, le Province Libere. Liberate dal potere della Chiesa Cattolica con l’affrancamento dalla corona di Spagna.
Durante il Fascismo, vi furono numerose pubblicazioni clandestine – che circolavano in Italia ma, soprattutto, all’estero – e in quelle pubblicazioni il dibattito politico, negato dal potere, proseguì. Altrimenti, col cavolo che nel 1947 ci sarebbe stata una classe politica d’alto livello, in grado di scrivere una delle migliori costituzioni del Pianeta!
Per certi aspetti, il Web è oggi una pubblicazione clandestina, tanto è vero che vi sono molti, bravissimi scrittori, analisti, ecc…i quali, però, devono rimanere confinati sul Web, altrimenti sarebbero dirompenti per l’establishment. Che fine fecero fare a Benettazzo ad Anno Zero? Lo presentarono come un orfanello naif, una specie di grillo parlante. Trascurarono persino di presentarlo, e si dimenticarono anche – che caso! – di ricordare che aveva previsto con largo anticipo la crisi finanziaria. La stessa cosa avvenne con Chiesa e Blondet per l’11 Settembre, i quali furono abilmente immessi nell’arena, per recitare la parte del toro nella corrida.

Il media TV ha i suoi canoni di media mono-direzionale, ed a quella legge nessuno scampa: anche il giornalismo d’inchiesta, in TV, segue lo schema del reality. E’ intrattenimento politico, non dibattito.
Nessuno, sul Web, si sognerebbe di “in-trattenere” qualcuno perché mancano gli schemi per farlo: ovvio che si cambia canale come si cambia sito, ma in TV c’è lo spettacolo, i tempi sono orchestrati proprio all’insegna del veloce mutamento, per non “annoiare”. Così, si rimane annoiati da una serie di cambiamenti repentini, mentre s’attende il “coup de théâtre”. Che non giunge mai.
Non sono i contenuti, ma i tempi ad essere diversi. Leggere attentamente questo articolo, comporta una concentrazione che nessun media TV richiede: per contrappeso, le informazioni, i contenuti degli articoli rimangono ben impressi, fanno scaturire ulteriori dubbi, approfondimenti, ecc. La TV è, per antonomasia, usa e getta.
In altre parole, la pazienza del leggere e del ponderare quel che si legge è la “molla” che ci consente di salire di un livello nella comprensione della realtà: svuotati di tutto l’ambaradan pubblicitario e spettacolare, restiamo soli con un testo, noi e la nostra Gestalt. La TV non consente Gestalt, perché è lei stessa a fornirne una, pre-confezionata.

Ovviamente, chi segue questi percorsi, impara rapidamente e, altrettanto velocemente, desidererebbe quei cambiamenti che gli sembrano, oramai, tanto semplici quanto scontati. Vive, oramai, da Pegaso in mezzo alle mandrie che corrono nella prateria.
Si scontra, però, con la differenza – a questo punto “interpretativa” – della realtà che i due mezzi propongono: per questo le giovani generazioni (più informatizzate) sono più propositive, addirittura pragmatiche nella ricerca delle soluzioni. Man mano che si passa dal Web alla TV, le soluzioni proposte sono sempre più ingabbiate da preconcetti, giacché il media TV veicola, oltre allo spettacolo, una serie di limiti che diventano di fruizione quasi subliminale.
Ponete attenzione a quante volte viene citato l’aggettivo “corretto”: tale aggettivo passa come sinonimo di “giusto” ed invece è falso. Il verbo latino corrigo ha ben altro significato, mentre il Corregidor spagnolo era un ufficiale di nomina regia che aveva compiti di controllo coloniale. Altro che “giustizia”.
Così, anno dopo anno, vi diranno, vi ripeteranno che è necessario essere “corretti” e fabbricheranno un bozzolo intorno alla vostra personalità, al punto che sarete voi stessi a “correggervi” prima d’aprir bocca.

Sull’altro lato della via, invece, la libertà è totale e sconfina spesso in licenza. Non si tratta solo di un problema d’educazione, ma di pragmatismo.
Il dibattito sulla Shoà è spesso uno dei più crudi: non si lesinano insulti e minacce ma, a ben vedere, è quello che fornisce più frecce all’arco d’Israele per la sua politica terroristica nei confronti dei Palestinesi.
Indubbio che, sotto l’aspetto storico, la libertà di discutere deve essere garantita… ma… conviene? Forse che Irving o Trevor Roper mutarono una sola delle loro tesi, per un commento su un quotidiano o sul Web? No, però ci sarà chi sfrutterà quel commento per demonizzare tutto un sito.
Quando, un sito o blog seguito, con buone “penne”, riesce ad incidere?
Semplicemente quando fa quello che fanno tanti siti e blog: continuando a fornire informazione, a smascherare le pacchiane falsità, oppure ad indicare altre interpretazioni per un fenomeno che viene spacciato per unico ed inconfutabile.

Qui, dissento in parte con Paolo Barnard sulla necessità d’avere una struttura come lui l’ha indicata, ossia ben organizzata e, soprattutto, finanziata.
Certo, non ci sarebbe nulla di male a scrivere dandosi una veste redazionale – sicuramente la qualità del lavoro migliorerebbe – ma dubito che quella struttura sarebbe in grado di catalizzare la presa di coscienza della colossale finzione nella quale siamo immersi. Ossia, potrebbe fare senz’altro di più, ma l’errore sarebbe attendersi solo dall’informazione quel “go” verso il mutamento politico che l’informazione, storicamente, non ha mai avuto.
Inoltre, sono molto pessimista al riguardo di possibili “mecenate” che volessero sorreggere il reddito di cittadinanza, l’energia pulita, il riconoscimento del comunitarismo come valore fondante del vivere sociale… insomma, tutto quello che i tanti “Pegaso” del Web discutono da anni.
La Storia muta ogni istante, lentamente, inesorabilmente e, con essa, cambiano le nostre vite. Poi, apparentemente in maniera stocastica, succedono eventi di grande portata, che producono accelerazioni impensate solo la settimana prima. Pensiamo alle rivoluzioni, ma anche all’11 Settembre, che ha accelerato la caduta degli USA come dominatori assoluti del Pianeta.
Io credo fermamente nella forza e nell’importanza dell’informazione – e ritengo che il Web oggi sia un elemento veramente cruciale per la casta politico/affaristica al potere – però non penso che da siti o blog possa nascere qualcosa che, domani, sarà un nuovo soggetto politico. Forse potrebbe accadere in Germania – dove per fondare un partito bastano 50 firme – non certo in quest’Italia destinata inesorabilmente al disastro. Dopo una catarsi? Forse: scrivo articoli, non profezie.

L’aspetto economico

Da quando è nato il Web nella sua attuale forma, ovvero scambio d’informazione a largo raggio – poco più di un decennio – va per la maggiore che, chi produce cultura, debba farlo gratis.
Nessuno si salva; la musica finisce subito nei circuiti peer to peer, come i film, mentre per la letteratura il problema è presto risolto: scrivi ciò che ti passa per la testa sul tuo sito, sul tuo blog, su Facebook e noi leggiamo.
Peccato che non esistano paralleli circuiti per lo scambio gratuito delle carote, e la motivazione è semplice: le carote non possono essere scambiate, bensì solo consumate.
Per questa ragione – ossia per sostenere l’importanza di chi creava beni immateriali – tutte le normative prevedevano (e, tuttora, prevedono) la protezione del Diritto d’Autore: se, per la letteratura, sono gli stessi autori a preferire (vedremo dopo perché, come, ecc) la pubblicità dei loro scritti, così non è per la musica e per il cinema.
Con un’interpretazione della Corte di Cassazione, la quale equiparava lo scambio sui circuiti peer to peer al prestare un libro, oramai va per la maggiore che sia legale, o quasi (anche se non è vero), scaricare di tutto. Non sarà legale al 100%: però, indubbiamente tollerato.
Vi siete mai chiesti la ragione, per la quale tanta manna ci viene concessa?

E’ raro che leggiamo i patrocini ed i ringraziamenti all’inizio ed alla fine di un film, e facciamo male: sempre più spesso, all’inizio, compaiono una serie di patrocini che dovrebbero far riflettere.
“Sotto l’alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica”, “Si ringrazia la Regione XY per l’aiuto offerto”, “Con la fattiva collaborazione del Comune di…”, “Con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio”, eccetera.
Siccome le sale cinematografiche, a parte le città, non esistono più, ed anche nei grandi centri sono oramai una frazione di quelle che c’erano un tempo, gli introiti al botteghino sono molto ridotti rispetto al passato. Dopo qualche mese (in genere, sei), il film passa nel circuito dell’Home Video e, dopo pochi giorni, compare la prima copia sui circuiti di scambio.
Le case di produzione s’affidano allora a delle strutture le quali, immettendo altri film nel circuito con lo stesso nome (in genere, film pornografici), tentano di “stancare” chi scarica: certamente rallentano il fenomeno, ma i programmi per lo scaricamento diventano sempre più raffinati nello riuscire a distinguere anzitempo le copie fasulle. E’ un guerra persa, ma tollerata.
Potrà senz’altro far piacere possedere migliaia di film, ma l’effetto che si produce sul fronte della produzione sono i mancati introiti: per questa ragione, i registi ed i produttori – con il cappello in mano – iniziano a “battere” le stanze della politica, a tutti i livelli, per mettere insieme i capitali necessari alla produzione di un altro film.
Ovvio che, chi dà dei soldi, non desidera essere maltrattato…anzi, se da quel film la sua immagine ne uscirà meglio…allora…meglio per il produttore, che la prossima volta otterrà altri spiccioli!
Ergo: con questi mezzi, la politica s’impadronisce delle leve della cultura cinematografica.

Chi ha saputo leggere fra le righe de “Il Caimano”, qualcosa avrà compreso, ma c’è un’ulteriore complicazione: il Presidente del Consiglio è anche il principale editore televisivo, che non disdegna qualche “passeggiata” nel mondo del Cinema (Medusa, ad esempio), e poi tutto l’ambaradan dei canali satellitari, delle Pay TV…
Che il gran tourbillon, nel quale finì Vittorio Cecchi Gori, dipendesse tutto dalla ex moglie e dalla Fiorentina… beh, ci si può credere, ma io non ci ho mai creduto. Soprattutto, soppesando il valore, in termini di titoli a listino, posseduto dal Cecchi Gori Group.
Insomma, dopo queste premesse, ci possiamo spiegare come mai non si facciano più veri film di denuncia, di critica all’establishment. Dove sono i “figli” di grandi film come “Finché c’è guerra c’è speranza” oppure “Detenuto in attesa di giudizio” con Alberto Sordi, o “Il caso Mattei” ed i tanti film di Gian Maria Volonté?
Di Sordi non rimane nulla, di Volonté il figlio: meglio Albertone.
Qualche regista prova a fare film che ancora si collochino nella grande stagione italiana del film di denuncia: Virzì, Soldini e pochi altri…ma non hanno più “l’impatto” sociale che ebbero le generazioni precedenti di cineasti, anche perché – per trovare i soldi – quanto dovranno mediare? Quanti portoni dovranno valicare?

La musica rock riesce a salvarsi un pochino grazie ai concerti, ed è proprio per gli scarsi (o nulli) introiti della distribuzione che i prezzi dei biglietti hanno raggiunto livelli esorbitanti. Le altre musiche – a partire dalla classica, passando per l’operistica e per finire con il jazz – si salvano solo più con i contributi pubblici, come del resto il teatro: Baricco cercò d’aprire un dibattito provocatorio sull’argomento [1], ma fu zittito.
La letteratura, invece, ha più “filoni”: libri, giornali, riviste, Web.
Anche qui, assistiamo ad un parallelo fenomeno: anche se nella scuola, oramai, mancano i fondi per pagare i supplenti e qualsiasi attività aggiuntiva, tutte le Finanziarie prevedono un corposo contributo per la stampa.
E, anche qui – non riteniamo di doverci dilungare – un altro clamoroso conflitto d’interessi, con “Libero” o “Il Giornale” che si mettono, proni, a disposizione delle più elementari “necessità” di Berlusconi (ricordiamo il caso Moffo) ed il Governo che ricambia, con tutto ciò che serve per mantenere nell’oro i suoi scribacchini [2].
Chi vuol fare informazione nella carta stampata, dunque, si trova di fronte all’insormontabile problema di trovare un Direttore che gli dia una scrivania, poiché quel Direttore ha decine, centinaia di richieste e “segnalazioni” da parte dei politici, e sa che quelle persone non gli creeranno grattacapi. La qualità? Beh, a parte qualcuno che ancora sa scrivere, il resto…
Avevo già analizzato il problema nel mio “Alì Babà e i Quaranta Ladroni [3]”: chi vorrà, potrà approfondire.

Per i libri, la situazione è diversa ma altrettanto disperante: se una persona sa scrivere, ed ha qualcosa da dire, prima o dopo troverà una casa editrice che lo pubblicherà. Il problema è “quale”.
Difficilmente sarà una grande casa, e per questa ragione il suo libro rimarrà negli scaffali per pochi giorni: dopo, finirà “dietro” e nessuno più andrà a cercarlo.
Chi proprio ci tiene, potrà imbarcarsi in faticosissimi tour, per firmare una ventina di libri in una libreria o dopo una conferenza: le spese, in genere, sono a carico dell’autore.
Tutto ciò, avviene perché la programmazione in libreria avviene come negli ipermercati: la distribuzione fornirà, mesi prima, al libraio i “pacchetti” – tot di questo, tot dell’altro, questo no, aspetta… – ed il libraio accetterà, perché sa che quegli autori, nel periodo corrispondente, saranno in TV, avranno una recensione sul “Corriere”, ecc. Niente di diverso dal vendere prosciutti o banane.

Notiamo, a margine, quanti autori provengano dalle “truppe” della TV: non che non siano bravi, ma è inevitabile chiedersi quanti autori – che non hanno calcato le scene – rimarranno sempre nell’ombra.
Il cortocircuito è evidente: la bravura non è più dell’autore, bensì dell’agente editoriale, delle sue “aderenze” a questo o a quello…dei favori che dovrà ricambiare…inoltre, non dimentichiamo che siamo solo 60 milioni (italiani un po’ meno) e dobbiamo vedercela con i “colossi” di lingua inglese e spagnola, che hanno ben altri mercati, i quali raggiungono la notorietà nel loro bacino linguistico: solo dopo arrivano, a migliaia, le traduzioni. Contate quanti sono gli autori italiani che sono tradotti all’estero.

A questo punto, lo scrittore deciderà di puntare sul Web per farsi conoscere – ma il Web è una riserva indiana, chiusa e controllata – e da lì ha poche possibilità d’uscire.
Ovviamente, ci sono scrittori per necessità e per diletto. Chi cerca di farlo come mestiere, spesso deve arrangiarsi con le traduzioni – mica la Allende, le spiegazioni multilingue di un frullatore – e cercare di guadagnare qualcosa per rimanere a galla. Oppure, fare un altro lavoro part time…ci sono moltissime varianti.
Chi ha già un lavoro, dedicherà una parte del suo tempo alla scrittura, ben sapendo che non guadagnerà nulla o pochissimo.
Personalmente, ho scelto di pubblicare liberamente gli articoli e di mettere a pagamento la mia produzione di narrativa, con risultati non esaltanti, ma già lo sapevo. Per questa ragione, credo poco alle iniziative di giornali on line a pagamento: se non si ha dietro un gruppo editoriale (che ti chiederà sempre qualcosa in cambio), è molto difficile farcela.
Tirando le somme, dunque, uno scrittore che pubblica articoli sul Web è una persona che non ha nessun ritorno economico da quell’attività: c’è chi lo fa come mezzo per avere visibilità (ma da chi?), oppure quasi come volontariato sociale.

Per questa ragione, assistiamo spesso alle lagnanze degli scrittori quando vengono insultati (io per primo) da chi commenta; il diritto/dovere di critica va benissimo, l’insulto – palese o mediato con qualche assurda elucubrazione (il secondo è il più fastidioso) – fa scattare una semplicissima molla: e chi me lo fa fare?
La protesta viene sempre accolta dai gestori dei siti – anche loro volontari, che campano con altri lavori e non ci guadagnano nulla! – perché ci si sente nella stessa barca: insomma, cerchiamo di scrivere qualcosa che non sia la solita Bibbia di regime…e questi c’insultano?
Il risultato è lo sconforto, oppure il dubbio se continuare un’attività la quale – sia dal punto di vista professionale, sia da quello economico – si sa con certezza che non darà nulla. Anche perché, se si desidera un mondo dove tutti ricevano il sacrosanto rispetto che è loro dovuto, non s’inizia insultando il primo che scrive.
Vediamo, allora, chi legge, chi critica, chi insulta e perché lo fa.

L’utente

Le persone che frequentano i siti di controinformazione sono di due tipi: quelle che cercano informazione per l’incompletezza e la faziosità di quella di sistema e quelle che operano per seminare zizzania.
Scartiamo le seconde – a volte definite “troll” – perché sono utenze interessate: non crediamo che la classe politica sia così disattenta al Web.
Le prime, invece, sono molto diverse fra di loro: un tempo, la controinformazione era patrimonio della sola sinistra mentre oggi, persone deluse dai governi di centro-destra, si rendono conto anch’esse che la sbobba è la stessa per tutti. Dunque…

La pessima eredità, che non riusciamo a scrollarci, viene ancora una volta dalla TV: scorrendo i commenti, pare quasi d’assistere alla brutale trascrizione di un dibattito televisivo.
Purtroppo, in questo senso c’è ben poco da fare: o s’abbandona completamente la TV – ed i frutti di tale “privazione” s’iniziano ad osservare dopo mesi, una vera e propria “disintossicazione” – oppure ci si trascina appresso il pessimo vezzo d’imitare un alterco fra La Russa e Di Pietro.
Alcuni siti non prevedono commenti per gli utenti, e sono anch’essi molto seguiti, oppure filtrano attentamente gli interventi: non bisogna, subito, alzare grida di sdegno e di censura, poiché dipende da com’è gestito il filtro. Ovvio che chi insulta va filtrato, ma non è questo il problema: spesso, utenti abili – che operano per scelta politica o tornaconto personale sul Web – appena viene pubblicato un articolo immettono subito commenti fuorvianti, che non c’entrano nulla con il contesto. Lo scopo che si prefiggono è quello di depotenziare l’articolo, conducendo il “flusso” dei commenti in sterili polemiche, estraendo dal contesto una sola frase e facendo in modo che i commentatori si scatenino in un dissidio infinito.

Funari può essere considerato a pieno titolo l’inventore di questo “format”, anche se le tecniche di comunicazione lo prevedevano già prima. Un solo esempio: la “rissa” scatenata da Berlusconi nei confronti Rosy Bindi – “Rosy Bindi è più bella che intelligente” – ha spostato l’attenzione del pubblico sulla sua scarsa educazione (sulla quale si nutrivano pochi dubbi), mettendo in secondo piano fatti assai gravi, vale a dire le sue posizioni processuali, i conflitti istituzionali, ecc.
Seguendo questo “format”, chi commenta collabora poco alla sintesi, all’incontro fra le tesi di un autore ed il pubblico dei lettori – che dovrebbe essere la vera funzione dei siti e blog “aperti” – poiché tutto si perde in inutili chiacchiericci.
I quali, fra l’altro, finiscono proprio per stancare, per primo, chi legge: spesso, ci si guadagna a leggere il solo articolo ed a non prestare attenzione ai commenti. Il che, è tutto dire.

La notorietà

Alcuni sostengono che la notorietà acquisita sul Web sia in ogni modo un valore, qualcosa del quale l’autore può andar fiero. A prima vista così parrebbe.
Se, però, si “gratta” un poco la vernice di questa presunta “notorietà”, si scopre che non esiste. Anzi, talvolta può risultare quasi dannosa.
Stabilito che un autore non ricava nessun (o scarsissimo) ritorno economico dalla sua attività di scrittore sul Web, dobbiamo domandarci quali altri frutti maturi.

Senz’altro “l’applauso” dell’attore dilettante, quel momento di gioia e quella sensazione di trionfo che lo pervade sul proscenio, mentre s’inchina verso il pubblico. Questo è innegabile.
Si tratta, però, di un sentimento assai effimero, che è legato al narcisismo insito nella personalità umana: il quale, però, con il tempo si stempera nell’assuefazione.
Quando si pubblica il primo libro s’attende, trepidando, che arrivino le copie omaggio: dopo qualche pubblicazione, si risponde: «Ah, sono arrivate? Dopo le guardo…»
Stupisce poi notare che, fuori dal mondo del Web, quella notorietà non esiste: anzi, non esiste proprio quell’autore, quella firma, quel giornalista.
Salvo, appena esterna qualcosa che irrita il potere, “sbattere il mostro” in prima pagina – come fece Magdi Allam con me sul “Corriere” – e, in questo modo, invocare strali contro quel mondo d’ignoranti pervertiti, i quali sono solo bloggher e non conoscono, dunque, i canoni della comunicazione. Si tratta, ovviamente, di una posizione strumentale, ma – credetemi – essere sbattuti come “mostri” sul Corriere, o come Caracciolo su “Repubblica”, non è piacevole, per niente.

La Casta sta a guardare, ma non solo: quando scopre che un certo autore è seguito, la prima cosa che fa è contattarlo. Mica lo fa firmandosi con nome e cognome! Giungono bizzarre mail “interlocutorie” – a nome di strane associazioni, con i fini più disparati – le quali cantano tutte la stessa canzone: scrivi per noi, i soldi ci sono.
Qui sta all’autore scegliere: se proteggere la propria libertà d’espressione, oppure arricchirsi. Non sono mai andato oltre una risposta di cortesia, ma conservo quelle mail. Attenti: non uso raccontare frottole.

Conclusione

Dopo questa lunga “galoppata”, dovremmo domandarci cosa si può chiedere ad uno scrittore, giornalista, bloggher…chiunque sia…sotto due, distinti profili.
Il primo è la sua posizione pubblica poiché è evidente che, chiunque scriva, opera mutamenti: impercettibili? Sotterranei? Non è il “grado” ad essere importante, quanto l’evento.
Perciò, è evidente che chi scrive ha una responsabilità: oltretutto, quel che si scrive sul Web è quasi “per sempre”, mica come il giornale di oggi, che domani servirà per incartare le uova.
Personalmente, ho scelto di guardarmi bene dall’avvertire chiunque su quel che dovrebbe fare: stare attaccato alla tastiera, correre in un centro sociale, chiudersi in un monastero. Sono affari suoi. Nessuna rivoluzione è mai nata dai consigli, ma dal mutamento – dialettico – fra le condizioni sociali e la capacità d’interpretare la realtà, in evoluzione, da strati sempre più vasti della popolazione.
L’informazione serve solo a questo: a catalizzare l’analisi e la sintesi, null’altro.
Non ci sono rivoluzioni dietro l’angolo, facciamocene una ragione, e dopo Berlusconi ci saranno Montezemolo, Draghi, Fini, D’Alema, Casini…ed una buona pletora di seconde linee. Fameliche, dopo anni di gavetta. Quindi, si lavora per tempi che potrebbero essere assai lontani.
Quel che conta, però, è fornire informazione che sia il più possibile veritiera, e farlo costa fatica: tanta.
Da qui la decisione, da parte di qualcuno, di chiedere un compenso: non la ritengo affatto una bestemmia, anche perché so quale impegno ci vuole per scrivere. Bene.

Voglio terminare quasi con una battuta.

Quella che osservate alla mia sinistra, nella fotografia, si chiama Gretel. Sono cinque tonnellate e mezza d’acciaio assemblate, nel 1975, in un cantiere olandese a forma di sloop d’altura.
Oggi, hanno bisogno di tanto lavoro per poter riprendere il mare, ed è per me quasi una necessità – in pieno stile comunista, ossia è parte inscindibile della mia personalità – poterlo fare appena andrò in pensione.
Vi prego d’astenervi dai paragoni con D’Alema: fra me e mia moglie mettiamo insieme quasi 70 anni di lavoro, e non abbiamo bombardato nessuno.
Da quando ho pubblicato il mio blog (ma anche prima) ho scritto circa 200 articoli, che hanno letto decine di migliaia di persone. Quale dei due diritti è preminenete? Quello di chi desidera leggere gratis? Il mio, che vorrebbe vederla scendere in acqua già il prossimo anno?
Ovvio che, più tempo dedico a scrivere, meno ne dedicherò alla mia barca: oggi, invece di scrivere, dovrei rifinire il boccaporto di prua che ho appena costruito.
Sarebbe un bel sogno – in pieno stile comunista – se qualcuno rispondesse: nella prossima Estate, prenderò il sacco a pelo e verrò a darti una mano. So saldare, so verniciare, so rimontare le attrezzature.
La parte di lavoro dalla quale sarai sollevato, dedicala a scrivere, perché è giusto che tu lo faccia.
Quanti risponderebbero? Siate sinceri.

Non importa, non fa nulla, perché altri hanno già risposto.
Sono i vecchi amici, le persone che mi onoro d’avere accanto, i quali hanno già risposto: tranquillo – Carlo – il pennello è mio. Oppure: mettimi da parte la levigatrice. Ancora, Carlo: telefona quando vuoi per qualsiasi consiglio, poi verrò io a tesarti il sartiame ed a verificare le attrezzature, sempre che tu ritenga l’esperienza di un ex Ufficiale della Marina Militare (velista) sufficiente.
E, questa – se da un lato è una bellissima storia, ed io sono fortunato in tal senso – mostra tutti i limiti di quella che è la “socialità del Web”. Il problema non è il denaro, bensì la consapevolezza dell’azione.
Solo quando riusciremo ad abbattere la barriere fra di noi, a tornare allo spirito del dono rituale, magari un misero euro, ma dato con la consapevolezza e la gioia di volerlo donare – come praticavano i Nativi Americani – potremo dissertare su un nuovo mondo.
Come vedete, il problema non sono pochi euro dati o non dati che modificano le nostre e le altrui finanze: è la consapevolezza dell’azione che modifica, in primis, noi stessi, per prepararci ad un nuovo mondo. Oggi, saremmo i primi a non esser pronti.

Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com/
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/01/la-nuova-generazione-pegaso-contro.html
10.01.2010

[1] Vedi: http://axelmanhattan.wordpress.com/2009/03/01/lultima-provocazione-di-baricco/
[2] La pagina non è recentissima, ma il sistema è cambiato poco: http://www.stampalternativa.it/wordpress/2007/10/17/la-casta-dei-giornali-i-contributi-alla-stampa/
[3] Vedi: http://www.carlobertani.it/ali_bab%C3%A0_e_i_quaranta_ladroni.htm

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Potrebbe piacerti anche
blank
Notifica di
22 Commenti
vecchi
nuovi più votati
Inline Feedbacks
View all comments
22
0
È il momento di condividere le tue opinionix