LA GUERRA STATUNITENSE NEL DARFUR

DI KEITH HARMON
Black Agenda Report

La regione del Darfur nel Sudan possiede giacimenti di rame e uranio, terzi e quarti rispettivamente in ordine di grandezza nel mondo, oltre ad una localizzazione strategica e a significative riserve di petrolio. Il movimento statunitense “Save Darfur” sta raccontando balle sulla natura fondamentale del conflitto in Sudan? Sono il “Save Darfur” e la prevenzione di un genocidio i convenienti pretesti per il prossimo turno di guerre per il petrolio e le risorse nel continente africano?

La regione del Darfur nel Sudan occidentale è stata un covo di attività clandestine, di contrabbando d’armi e di indiscriminata violenza per decenni.
“La tragedia umanitaria nel Darfur verte sulle risorse naturali…. Date le attuali realtà, nessun intervento potrebbe continuare e se fosse effettuato fallirebbe.”

Così pensavano nel settembre 2006 gli autori OPED “Keeping Peacekeepers out of Darfur” [Tenere le forze di pace fuori dal Darfur] (DHG, 15/9/06). Adesso (più di un anno dopo) la situazione in Sudan è truce più che mai, il conflitto nel Darfur rimane indefinito, e molte delle previsioni di quell’Oped si sono rivelate vere. Intanto i fautori di “Save Darfur” che auspicano un urgente intervento militare come gesto “umanitario” hanno incrementato le loro pressioni nonostante i crescenti insuccessi, tra cui le accuse secondo le quali si sarebbero appropriati di milioni di dollari “Save Darfur” raccolti in solidarietà per le vittime.
L’era della Guerra Fredda vide partire dai remoti deserti del Darfur un numero incalcolabile di insurrezioni. Negli anni 90, dalle basi nel Darfur operavano fazioni alleate con o contro il Ciad, Uganda, Etiopia, Congo, Libia, Eritrea e la Repubblica Africana Centrale, e vi era una regolare pista di atterraggio per aerei militari da trasporto stranieri di provenienza misteriosa.

Nel 1990, Idriss Deby del Ciad lanciò una guerra lampo dal Darfur e rovesciò il presidente Hissan Habre; Deby si alleò poi con il suo gruppo etnico contro il governo del Sudan. I ribelli sudanesi oggi hanno basi in Ciad e i ribelli del Ciad hanno basi nel Darfur, con l’appoggio di Khartoum.

Quando nel marzo 2003 nella Repubblica Africana Centrale crollò il regime di Ange-Félix Patassé, i soldati raggiunsero il Darfur con i loro equipaggiamenti militari. Khartoum ha sostenuto il West Nile Bank Front, un esercito ribelle che opera contro l’Uganda dal Congo orientale, comandato da Taban Amin, figlio del turpe dittatore ugandese, Idi Amin, che guida la terrorizzante Organizzazione di Sicurezza Interna dell’Uganda.

Il Darfur è l’epicentro di una odierna lotta geopolitica internazionale per accaparrarsi le risorse dell’Africa.

Il conflitto nel Darfur è esploso nel 2003 parallelamente ai negoziati che posero “fine” alla Guerra nel Sudan meridionale. La rivolta, sostenuta dagli USA, del Sudan People’s Liberation Army (SPLA), la guerriglia che combatteva il governo di Khartoum da 20 anni, si spostò nel Darfur, nonostante che il governo di G.W. Bush si fosse alleato con Khartoum nella “guerra al terrore” condotta dagli USA.

Il Sudan Liberation Army (SLA) — una delle27 fazioni ribelli cresciute nel Darfur — è alleata con la SPLA e appoggiata dall’Uganda. Andrew Natsios, ex capo dell’USAID [United States Agency for International Development, Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale] e ora inviato statunitense in Sudan, ha detto nell’ottobre 2006 che il clima fra i governi del nord e del sud del Sudan “è divenuto avvelenato”. Il che non sorprende vista l’ampiezza della risorsa guerra in Sudan e il coinvolgimento degli interessi internazionali.

Si dice che nel Darfur vi sia il quarto giacimento mondiale di rame e il terzo di uranio, in ordine di grandezza.

Il Darfur produce i due terzi mondiali della miglior qualità di gomma arabica – uno dei principali ingredienti della Coke e della Pepsi.

Attigue riserve di petrolio spingono i venti di guerra dal Mar Rosso, attraverso il Darfur, ai Grandi Laghi dell’Afirca Centrale.

Compagnie militari private operano a fianco degli appaltatori petroliferi e delle agenzie “umanitarie”.

Il Sudan è il quarto più grande fornitore di petrolio importato dalla Cina e le compagnie statunitensi che controllano gli oleodotti del Ciad e dell’Uganda cercano di prendere il posto della Cina attraverso alleanze militari tra gli USA e gli stati di frontiera ostili al Sudan: Uganda, Ciad e Etiopia.

E’ stato segnalato che Israele fornisce addestramento militare ai ribelli nel Darfur dalle basi in Eritrea e ha rafforzato i legami con il regime del Ciad, da cui penetrano in Darfur più armi e truppe.

I campi profughi sono divenuti sempre più militarizzati. Ci sono segnalazioni che i servizi segreti militari israeliani operano all’interno dei campi, come fanno quelli statunitensi.

L’Eritrea è sul punto di una nuova guerra con l’Etiopia.

Nel Darfur le forze dell’African Un. (AU) comprendono militari nigeriani e ruandesi responsabili di atrocità nei loro paesi.

L’Etiopia, mentre da un lato fornisce 5000 militari alle forze ONU presenti nel Darfur, dall’altro commette atrocità di genocidio in Somalia e contro gli etiopi nelle regioni Ogaden, Oromo e Anuak.

L’Uganda ha 2000 militari addestrati dagli USA in Somalia, che commettono atrocità su larga scala, mentre il genocidio contro il popolo Acholi nel nord dell’Uganda procede come se non accadesse.

Lo stato dell’Etiopia è il più grande beneficiario di “Aiuti” degli Usa in Africa, seguito da Uganda e Ruanda.

La Francia è profondamente impegnata nella strategia anglo-americana, che porterà benefici alla società petrolifera Total.

Le truppe AU ricevono supporto logistico-militare dalla NATO e sono largamente odiate.

All’inizio dell’ottobre 2007, i ribelli SLA attaccarono una base AU uccidendo 10 militari. In un successivo editoriale, favorevole alle fazioni in rivolta (“Darfur’s Bitter Ironies” Guardian Online, 4/10/07), il professore dello Smith College, Eric Reeves, espose la stanca retorica della “guerra genocida contro insurrezionale di Khartoum nel Darfur”, una posizione controproducente a qualsiasi progetto per la pace. Per minimizzare il danno che questo attacco dei ribelli aveva arrecato alla loro credibilità, Reeves e altri fautori di “Save Darfur” sollevarono dubbi riguardo l’identità dei ribelli e dipinsero gli attaccanti della SLA come un “comando canaglia”. Esiste invece un quasi totale accordo internazionale che i ribelli siano “fuori da ogni controllo”, e commettano violenze e saccheggi con impunità, così come fece la SPLA nel sud del Sudan per più di dieci anni.

I gruppi etnici africani neri e arabi del Darfur si sono sposati tra loro da secoli, e quasi tutti sono musulmani e ciò è sufficiente a smitizzare che quanto accade sia un “genocidio contro i neri” o una “Guerra santa islamica” contro i cristiani.

La campagna “Save Darfur” è profondamente allineata con le organizzazioni religiose cristiane e ebraiche degli Stati Uniti, Canada, Europa e Israele. Questi gruppi hanno incessantemente condotto una campagna a favore di un’azione militare occidentale, demonizzando sia il Sudan che la Cina, ma senza mai parlare del coinvolgimento militare occidentale che sta appoggiando tutte le fazioni in lotta. Con il mobilizzare gruppi di sostenitori simpatizzanti dell’etichetta “genocidio” e al grido di “never again” [mai di nuovo], hanno reso un grave disservizio alla causa dei diritti umani.

C’è un crescente dissenso all’interno del movimento “Save Darfur” in quanto molti sostenitori dubitano delle motivazioni e del legame con gli ebrei e Israele. I dirigenti di “Save Darfur” sono stati sostituiti per lo scandalo su come venivano spesi i fondi raccolti. Si dice che molti capi dei ribelli ricevano decine di migliaia di dollari ogni mese, e che i ribelli imbaldanziti dal movimento “Save Darfur” commettano crimini con piena immunità. Ci sono crescenti richieste che chiedono un’inchiesta sui conti del “Save Darfur” per appurare come siano stati spesi le decine di milioni raccolte, visto le accuse di traffico di armi e di corruzione – i capi dei ribelli sono riforniti di sistemazioni in alberghi a 5 stelle, di prostitute e di festini sessuali.

“Save Darfur” è oggi il grido che chiama a raccolta per una vasta coalizione basata su interessi speciali. Gruppi di sostegno – dalla Congregazione B’Nai israeliana nel Massachusetts al Gruppo sulle Crisi Internazionali all’USAID — hanno alimentato, senza tregua e in modo specifico, il conflitto attraverso una campagna di relazioni pubbliche che in modo insincero serve un’agenda politica ristretta. Questi interessi non offrono l’opportunità per analisi correttive, e in modo ostinato spingono la propria agenda, anche se sono largamente accusati di infiammare le tensioni nel Darfur. Retorica, aggressività e propaganda non fanno una forte politica estera, e il popolo africano che soffre per questo brutale conflitto internazionale che coinvolge Cina, Arabia Saudita, Francia, Gran Bretagna, Canada, USA e Israele, non può mangiare buone intenzioni stupidamente fornite sotto le bandiere dell’”aiuto umanitario” e di un militarismo poco dissimulato.

L’Occidente è impaziente di dispiegare una “robusta missione di pace” nel Darfur e di spingere l’agenda occidentale, ma le forze dell’ONU peggioreranno solo il caos. Costeranno miliardi di dollari e non otterranno alcunché di positivo. In verità, i risultati saranno disastrosi, e si arriverà a creare un altro Iraq e un altro Afghanistan – aumentando solo caos e devastazione, già oggi evidenti. Gli Stati Uniti sono odiati per questo genere di aggressione e atteggiamento e la loro economia continuerà a soffrirne.

Keith Harmon Snow: giornalista investigativo sui diritti umani e corrispondente di guerra che ha lavorato con Survivors Rights International (2005-2006), Genocide Watch (2005-2006) e l’ONU (2006) per documentare e riferire sul genocidio e e crimini contro l’umanità in Sudane Etiopia. Ha lavorato in 17 paesi in Africa, e recentemente in Afghanistan.

Fonte: www.blackagendareport.net
Link: http://www.blackagendareport.net/?p=373
23.11.07

Traduzione a cura di Comedonchisciotte.org

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