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LA FIAT PRENDE I SOLDI E SCAPPA

DI DOMENICO MORO
aprileonline.info

La crisi economica, soprattutto nel settore auto, è un dato di fatto, eppure per le grandi imprese è una occasione d’oro per ristrutturarsi, ridurre i salari, ed eliminare personale, utilizzando per di più gli aiuti dello Stato. A questo proposito, la Fiat rappresenta un caso emblematico. Dopo aver beneficiato nel 2009 di consistenti aiuti statali, che hanno pesato per il 40,7% sulle nuove immatricolazioni auto in Italia (675mila veicoli su un totale di 1,67 milioni), la Fiat riceverà nel 2010 un ulteriore incentivo di 300-350 milioni, come prevede il decreto che dovrebbe essere approvato a breve dal governo Berlusconi. E tutto questo senza contare i consistenti aiuti statali sotto forma di cassa integrazione, che la Fiat ha esteso a tutti gli stabilimenti in questo inizio di 2010
Fino ad oggi, la Fiat è ricorsa al ricatto: niente aiuto statale, niente mantenimento dei livelli occupazionali. Una equazione che non ha sempre funzionato, e che non ha impedito alla Fiat di ridurre costantemente la forza lavoro impiegata in Italia, aumentandola globalmente negli ultimi tre anni, caso pressoché unico tra le multinazionali dell’auto europee e Usa.
Più recentemente, nonostante i soldi pubblici ricevuti, la Fiat ha decretato la morte dello stabilimento siciliano di Termini Imerese. In effetti, come ha spiegato la Repubblica, esisteva un piano Fiat per espandere Termini e renderlo più profittevole, portandolo dal semplice assemblaggio di pezzi a sito di produzione di un maggior numero di componenti. Questo progetto, però, è stato messo da parte, ufficialmente per ragioni burocratiche legate all’impossibilità dell’uso industriale dei terreni richiesti per gli impianti.

La ragione vera è, però, un’altra. Siamo ad un passaggio di fase importante nel modello di accumulazione, che si caratterizza nel contempo per una maggiore concentrazione, attraverso fusioni e alleanze, e per un maggiore impulso alla internazionalizzazione.
Gli investimenti che dovevano andare in Sicilia sono stati dirottati in Serbia. Qui, nello stesso giorno in cui Marchionne annunciava la morte di Termini, arrivava un investimento di 100 milioni di euro, la prima tranche di un totale di 700 milioni. La nuova Fiat serba rileverà la vecchia Zastava, che produceva nel passato modelli Fiat su licenza, e sarà al 67% della Fiat e al 33% dello Stato serbo. Quindi, anche in questo caso la Fiat beneficerà di un consistente aiuto statale.

In effetti, l’abilità maggiore della multinazionale italiana si sta rivelando quella di andare in giro per il mondo a raccattare soldi pubblici, come ha fatto negli Usa, dove, attraverso l’acquisizione della Chrysler, il gruppo torinese comparteciperà agli aiuti massicci concessi da Obama al settore auto.
Mentre in Italia la Fiat licenzia, in Brasile (che è il suo primo mercato mondiale e dove pure ha ricevuto un forte sostegno pubblico) ha assunto negli ultimi tre anni 8mila addetti e in Serbia ne assumerà almeno altri mille. Un altro aspetto “strano” della situazione è che la Fiat in realtà non sta andando così male, soprattutto in confronto alle altre case automobilistiche. La Fiat, tra le prime dodici case della Ue a 27 con una quota dell’8,7%, è una delle sole quattro ad aver registrato nel 2009 un incremento delle vendite (+6,3%), portandosi al sesto posto a poche decine di migliaia di pezzi dalla GM. Solo le ultime due in classifica, la Hyundai e la Kia, hanno fatto meglio, ma con volumi assoluti non paragonabili a quelli della Fiat.

Anche in Italia la crescita delle vendite Fiat nel mese di gennaio è stata consistente, con un + 30,2%.
Il fatto è che la Fiat ha spostato la sua produzione fuori dall’Italia, dove si produce appena un terzo delle auto assorbite dal mercato interno, una quota inferiore non solo a quella di Paesi di nuova industrializzazione ma anche a quella di Paesi capitalisticamente maturi come Francia e Germania. I modelli a marchio Fiat che stanno realizzando i volumi maggiori, la 500 e la Panda, sono prodotti in Polonia ed importati in Italia. La strategia Fiat è evidente: concentrarsi sulla produzione di massa di auto economiche a livello globale e pertanto spostare quote crescenti di produzione nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2002, secondo uno studio di Société Générale, i ricavi Fiat venivano dai mercati emergenti per il 14%, nel 2009 per il 28%, e si prevede che la percentuale salirà nei prossimi 3-5 anni al 44%. Le produzioni di auto premium a maggiore valore aggiunto, che normalmente vengono conservate nei Paesi più avanzati come accade in Germania con BMW e Mercedes, sono state abbandonate.
Due marchi prestigiosi, prima Lancia e poi Alfa Romeo, sono stati praticamente distrutti dalla rinuncia ad adeguati investimenti da parte della Fiat. Come sempre, la competizione viene affrontata dalla Fiat non con l’innovazione, ma con la riduzione dei costi.

Ma torniamo al rapporto Fiat-Stato. Secondo l’ineffabile Marchionne, fino a poco tempo fa osannato come salvatore della Patria e novello conquistador in terra americana, “Siamo il maggiore investitore in Italia, ma non abbiamo la responsabilità di governare il Paese.”, intendendo con ciò che si lavava le mani di Termini. Se Marchionne, il quale come amministratore delegato percepisce annualmente la quisquilia di 3,4 milioni di euro, ha ragione a ricordare che la Fiat è una impresa privata il cui fine è la massimizzazione del profitto, non si capisce perché, anziché affidarsi al mercato, la Fiat accetti e solleciti i soldi pubblici. Per coerenza dovrebbe rifiutarli, cosa che si guarda bene dal fare.
A questo punto, è bene fare un passo indietro.

Tralasciamo il fatto che la Fiat nasce come grande agglomerato industriale grazie alle commesse statali, prima con la guerra di Libia e la Prima guerra mondiale e poi con le guerre del fascismo, e veniamo ad epoche più recenti. Negli anni 90 gli aumenti di capitale della Fiat sono stati congegnati in modo da ridurre al minimo l’impegno diretto degli Agnelli, cioè del capitale privato. Indovinate su chi si sono scaricati allora gli oneri degli investimenti? Sulle finanze pubbliche, ovvero sui lavoratori dipendenti (tra i quali sono gli operai Fiat), gli unici che pagano interamente le tasse.

Infatti, Massimo Mucchetti in “Licenziare i padroni?” ha scritto: “Nel decennio 90 lo stato italiano ha dato al gruppo Fiat un po’ più di 10 miliardi di lire e ne ha ricavato più o meno 6500 di imposte. Nello stesso periodo, gli azionisti della Fiat hanno versato un po’ meno di 4200 miliardi nelle casse sociali sotto forma di aumento di capitale e ne hanno ritirati quasi 5700 sotto forma di dividendi.
Nel rapporto tra Stato e azionisti è chiaro chi ha dato e chi ha preso. (…)
Nondimeno è curioso che i due terzi dei mezzi freschi immessi dalla Fiat negli ultimi dieci anni provenga dallo stato.”

No, per la verità non è affatto curioso, si tratta di un andazzo storico, che si ripete ancora oggi allorché la Fiat, da una parte, licenzia e prende soldi dallo Stato e, dall’altra parte, distribuisce un dividendo di 237 milioni ai suoi azionisti. All’estero le cose non vanno esattamente nello stesso modo. In Francia, ad esempio, la Renault è stata costretta dal governo Sarkozy a ritornare sulla sua decisione di spostare all’estero la produzione della nuova Clio, garantendo i livelli occupazionali. La stessa garanzia ha dovuto dare la Opel a fronte degli aiuti del governo tedesco, mentre, sempre in Germania, la Daimler si è accordata con i sindacati per assicurare il mantenimento dei 37mila addetti attuali fino al 2020, rinunciando a spostare la produzione della classe C negli Usa. La presunta efficienza privata sembra non poter resistere senza la comoda rete di salvataggio pubblica. Il capitalismo reale è dappertutto questo: profitti privati con soldi pubblici.

Ma in Italia il governo e lo Stato, assumendo una posizione del tutto subalterna di fronte alla Fiat, non ottengono neanche una contropartita minima in termini occupazionali in cambio dei soldi pubblici erogati, che finiscono per finanziare soltanto l’espansionismo estero della Fiat. A maggior ragione il governo di un premier, Berlusconi, che ha tutto l’interesse a non scontentare la Fiat in vista dei giochi di riassetto del potere economico in cui è impegnato in Italia.

Domenico Moro
Fonte: www.aprileonline.info
Link: http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=14099

4.02.2010

Pubblicato da Davide

  • Tao

    ASTAVA JE NAŠA! (LA ZASTAVA E NOSTRA)

    Basta dare un’occhiata a questa foto per capire cosa provano i lavoratori della ZASTAVA i quali non possono piu entrarci per divieto del padrone attuale. La Fiat e’ entrata in possesso della fabbrica rasa al suolo nel ’99, e successivamente, dopo la pulizia delle macerie, ricostruita dai lavoratori stessi con tanti sacrifici. E tutto questo fu, nel ’99 il motivo perche iniziò questo rapporto di amicizia e solidarieta con associazioni, persone singole, famiglie italiane, RSU e qualche sindacato cittadino che per noi rappresentano chi si oppone ad ogni tipo di aggressione e si impegna per costruire un mondo migliore basato sulla pace, lavoro e diritti uguali per tutti. In 10 anni oltre le adozioni a distanza dei figli dei lavoratori della ZASTAVA, le varie Associazioni hanno portato avanti parecchi progetti nel sociale, sempre tramite il sindacato ZASTAVA come punto di riferimento. Siamo convinti che le nostre lotte devono essere comuni perche’ se noi, che siamo un sindacato con possibilità ridotte (per i motivi ben noti), riusciamo ad essere piu forti per ottenere salari piu alti (e non attuali 250 euro), le multinazionali non troverebbero come unico interesse la delocalizzazione nei paesi piu poveri con conseguente disoccupazione nei paesi piu ricchi. Vi invitiamo di rafforzare la vostra solidarietà nel periodo drammatico in cui ci troviamo, augurandoci che con la lotta comune un giorno potremo costruire equilibri salariali per tutti i lavoratori al di là delle frontiere e un futuro migliore per i nostri figli.

    Rajka Veljovic, Radoslav Delic, Il Segretario
    Ufficio relazioni internazionali e
    adozioni a distanza

    Il 1° febbraio 2010 la FIAT si e’ ufficialmente impossessata della fabbrica auto Zastava a Kragujevac, che d’ora in avanti dovrebbe chiamarsi Fiat Auto Serbia.
    Rajka Veljovic, dell’ufficio adozioni a distanza del Sindacato Samostalni, ha descritto telefonicamente, la situazione come drammatica.
    La FIAT ha mantenuto in produzione con contratto a tempo determinato di due mesi, 500 operai e, con contratto di tre mesi cento impiegati; sul contratto non e’ indicato il valore del salario. I giornali Novosti e Politika ipotizzano oggi che il salario medio sara’ di 250 euro.
    Gli altri lavoratori, oltre 2000, sono fuori dalla fabbrica e per loro si e’ genericamente parlato di cassa integrazione, ma al momento senza alcuna precisazione.
    Il Sindacato non ha più da ora alcuna agibilita’ in fabbrica.
    La situazione che si va delineando e’ la piu’ drammatica vissuta da questi lavoratori dai bombardamenti della NATO sulla loro fabbrica nel 1999.
    Sostenere poi (come fanno alcune trasmissioni televisive italiane ed alcuni giornalisti) che in questo momento i lavoratori serbi stanno di fatto togliendo il lavoro agli operai italiani è inaccettabile.
    Non è alimentando guerre fra poveri che si battono le politiche liberiste e selvagge del nostro tempo.
    Da parte nostra cercheremo di portare a questi lavoratori tutta la nostra solidarieta’ materiale, come abbiamo fatto sempre in questi dieci anni.

    Cari amici, care amiche

    vi scrivo a nome del Sindacato Samostalni della Zastava e dei tanti lavoratori i cui figli sono stati aiutati da voi dal 1999, quando i nostri reparti furono rasi al suolo dalla NATO e quando partirono i progetti di solidarieta.

    Aderirono parecchie associazioni, sindacati, adottanti singoli, tra i quali molti da Torino.
    Noi del Sindacato siamo stati punto di riferimento e garanti del progetto delle adozioni a distanza, le consegne degli aiuti sono state sempre state organizzate in modo diretto (dai rappresentanti italiani alle famiglie) in pubblico e con la massima trasparenza.
    Siamo convinti che grazie alle modalita’ di gestione del progetto, siamo riusciti a mantenerlo in piedi .
    Sono passati dieci anni, l’economia del nostro Paese non si e’ ripresa dopo i bombardamenti della NATO (ricordiamo anche l’embargo precedente), e i vostri rappresentanti che sono venuti a trovarci periodicamente lo hanno potuto verificare di persona.
    Siamo ben coscienti che sono passati 10 anni, che nel mondo ci sono altri disastri, e che anche nel vostro Paese c’e’ la crisi (anche se non e’ neppure paragonabile con la situazione economica e politica del nostro Paese).
    A parecchi ragazzi del vostro Progetto mancano uno o due anni per finire gli studi.
    In nome della solidarieta’ tra lavoratori vi chiediamo di non lasciarli soli ora, e di voler continuare gli affidi a distanza.
    Questo e’ il periodo peggiore che attraversiamo dopo i bombardamenti; l’arrivo della Fiat a Kragujevac, ha voluto dire un aumento vertiginoso della disoccupazione, salari sempre piu’ bassi e nessuna speranza nel futuro per i lavoratori licenziati e per le loro famiglie.
    In particolare dopo l’accordo tra il governo della Serbia e la Fiat, queste sono le conseguenze sulle REALI condizioni di vita e sul futuro dei lavoratori della Zastava.

    Vi ringraziamo tanto per la solidarieta’ finora dimostrata e vi inviamo i nostri piu’ fraterni saluti

    Rajka Veljovic
    Ufficio relazioni estere e adozioni a distanza
    presso Sindacato Samostalni Zastava
    4.02.2010

  • AlbertoConti

    La FIAT è uno degli stereotipi del “capitalismo italiano” fondato sul principio: privatizzare gli utili e socializzare costi e perdite. Se il giochino, comune a tutto il mondo fondato su questo tipo di moneta, riesce meglio in Italia è perchè il concetto di società e quindi di stato rappresentativo della stessa è più assente che altrove, essendo il paese per eccellenza delle mafie di ogni tipo e specie. Dal processo d’unificazione del bel paese questo problema non si è mai risolto, anzi si è accentuato in questi ultimi anni. Perfino nella gestione del condominio il pianerottolo segna il confine netto tra ciò che “è mio” e ciò che “non è solo mio, cioè di nessuno”.

  • lucamartinelli

    capito, cari amici, a cosa servono le guerre e i bombardamenti umanitari?

  • Tetris1917

    due articoli uno meglio dell’altro. Complimenti

  • harth88

    Ottimo articolo. Devo dire che apprezzo l’ultima uscita di Marchionne “se gli aiuti si fermeranno non ne faremo un dramma”. Questa franchezza dovrebbe fare capire agli italiani (e a tutto il mondo) che l’idea che la multinazionale Fiat abbia degli obblighi morali nei confronti dell’Italia è assurda. Le aziende private fanno il loro interesse e basta, ed è normale che sia così. Se spostando la produzione all’estero la Fiat risparmia un centesimo di euro, lo farà di sicuro o morirà. Questa idea che ci siano imprenditori “buoni” e “cattivi”, e il governo debba fare appello al loro senso di responsabilità è assurdo. Questo è il meccanismo che ci conduce al capitalismo per i poveri e socialismo per i ricchi. Come quando si sostiene che le banche “debbano” fare credito, ma stiamo scherzando? O vengono OBBLIGATE a farlo, o fanno quello che gli conviene di più.

  • Truman

    La Fiat è anche il produttore del blindato “Lince”:

    Gli “effetti” Lince in Afghanistan

    Bare a quattro ruote motrici

  • Tao

    INVECE DI CHIUDERE TERMINI IMERESE

    DI DEBORA BILLI
    petrolio.blogosfere.it

    …”facciamo come gli americani”. E’ una frase che piace a tanti, sempre pronti ad imitare gli USA. Tranne, ovviamente, per le cose buone: quelle lasciamole a loro, mentre noi ci teniamo le nostre pessime e collaudate usanze.

    Così, mentre noi ci si stende a zerbino nella speranza che Santa Madre Fiat ci faccia la grazia e tenga aperta Termini Imerese, in cambio magari di altri congrui incentivi da papparsi prima di chiudere definitivamente, cosa fa Obama? E’ alle prese con lo stesso problema: auto in crisi, industrie che chiudono, lavoratori che finiscono a spasso e incentivi da elargire. Ebbene, Obama fa una cosa ovvia: elargisce incentivi alla Nissan (azienda non americana) perché costruisca auto elettriche sul suolo USA con operai USA.

    Il governo americano ha allungato alla Nissan ben 1,4 miliardi di dollari per modernizzare ed adeguare l’impianto del Tennessee, destinato a produrre l’elettrica Leaf. Risultato? 150.000 auto elettriche l’anno e ben 1300 posti di lavoro in più.

    Cosa aspettiamo a “fare come gli americani”?

    Debora Billi
    Fonte: http://petrolio.blogosfere.it
    Link: http://petrolio.blogosfere.it/2010/01/invece-di-chiudere-termini-imerese.html
    31.01.2010

  • Eli

    Qualcuno si è divertito a quantificare il denaro elargito alla Fiat dallo stato fin dalla sua nascita, nel 1930, in varie forme (sgravi fiscali, cassa integrazione, regalie e rottamazioni). Viene fuori una cifra dell’ordine di centocinquanta miliardi di Euro. Se non fossimo governati da una banda di mafiosi-velinari-cocainomani, ma da un governo assennato, formato da uomini politici che hanno a cuore le sorti del paese, avrebbero posto al signor Marchionne la condizione di mantenere aperti gli stabilimenti già operanti in Italia, come hanno fatto altri governi europei con aziende che hanno usufruito di vantaggi. Ma la Banda Bassotti ha altre priorità per la testa:
    un nuovo trapianto (quello attuale conosce pericolose oscillazioni), negare le escort, azzerare processi, procurare impunità per Gambadilegno e per i suoi famigli. Tanto per dirne qualcuna.

  • AlbaKan

    “Marchionne non vuole gli incentivi? Il Governo ne prenda atto e lavori per la nazionalizzazione dell’azienda. Per farlo come giustificazione bastano tutti i soldi pubblici versati nel corso degli anni e che sono un capitale non indifferente e non eguagliabile per nessun attuale socio”

  • Matt-e-Tatty

    Se lei fonda un partito me lo comunichi che la voto. Quella della FIAT sembra una barzelletta (di quelle fredde), anche nella mia città c’è uno stabilimento del gruppo che produce macchine da movimento terra… 300 persone circa a casa e la fabbrica che trasloca in India… e non è una questione di “crisi”, dei dirigenti che conosco me ne parlavano ancora 3 anni fà….

  • Santos-Dumont

    … bisognerebbe dare un bel calcio in cuxo al dinamico duo Montezemolo/Marchionne e ispirarsi al modello neocooperativista argentino: LE COOPERATIVE ARGENTINE: AUTOGESTIONE OPERAIA E FABBRICHE SENZA PADRONI [www.crisieconflitti.it]

  • Allarmerosso

    “La FIAT è uno degli stereotipi del “capitalismo italiano” fondato sul principio: privatizzare gli utili e socializzare costi e perdite”

    Eliminerei la parola “Italiano” 😉 per il resto concordo!

  • Allarmerosso

    Purtroppo c’è gente che non si rende conto che un S.P.A ha l’OBBLIGO per legge di fare profitti e non si rendono conto di quanto cinismo siano capaci questi soggetti pur di ottenerlo ( in tutto il mondo) .

  • anonimomatremendo

    Da quando l’uomo ha iniziato ad utilizzare un’energia diversa da quella animale, si è trovato di fronte al problema di ricavare dall’incremento di potenza più benefici di quanto “costi” la dissipazione di energia. Per esempio, la costruzione di una condotta d’acqua per far girare le macine di un mulino deve costare meno di quanto il mulino potrà produrre nel tempo di durata dell’impianto. In regime capitalistico il calcolo è basato sul valore, ma il problema del rapporto fra l’energia anticipata e quella ottenuta si affaccia in tutte le società, qualunque sia il modo di produzione che le esprime. Si tratta di leggi fisiche e l’ideologia non c’entra.
    Analizziamo dunque l’automobile nell’ottica del consumo di energia sociale [www.quinterna.org]. Il motore a scoppio arriva a un rendimento massimo del 30%. Ciò significa che l’automobile, dopo che è stata fabbricata e messa in circolazione, butta via il 70% del carburante che usa per muoversi. Esso viene dissipato per la maggior parte sotto forma di calore e prodotti combusti, energia non recuperabile ai fini del moto. Le statistiche ci dicono che un’auto, quando si muove, trasporta in media 1,5 persone, nonostante sia progettata in genere per 5. Si sfrutta quindi l’energia del carburante a questi fini per 1,5/5, cioè per il 30%. Ora, il 30% di effettivo utilizzo per trasportare lo stupido bipede motorizzato, sul 30% del rendimento termodinamico, ci dà il 9% di rendimento calcolato su macchina e persone. Ma la macchina pesa una tonnellata, mentre 1,5 persone pesano circa un quintale, perciò il nostro 9% diventa 0,9% non appena teniamo conto che, oltre alle persone, l’automobile deve muovere la sua propria massa. Ecco un vero specchio del capitalismo: la specifica merce-auto, lavoro passato, morto com’è lavoro morto il Capitale, non serve che a sé stessa!

    Ma questo è un calcolo ancora molto, molto imperfetto rispetto il rendimento dei sistemi. Nessuna società sensata terrebbe conto soltanto della dissipazione locale, senza badare alla dissipazione globale. Vi sono effetti non quantificabili (leggere un libro comodamente seduti sull’autobus invece di dannarsi nel traffico caotico evita sia il calo di rendimento sulle altre attività della vita che l’assunzione di medicinali per l’ulcera o la depressione del guidatore), ma ve ne sono di ben formalizzabili in modelli di simulazione, come l’intera dissipazione comportata dal ciclo produttivo, dal sistema di supporto, dalle infrastrutture, dall’effetto sull’ambiente. Un’automobile, per esempio, è formata da circa 10.000 componenti e solo il 30% di essi è prodotto nella “fabbrica di automobili”: per il restante 70% le parti provengono da molte altre fabbriche, spesso ubicate in diversi paesi lontani fra loro (con la crisi Fiat è in progetto la ristrutturazione dell’indotto che produrrebbe per la Germania). È il sistema mondiale delle comunicazioni a permettere il montaggio del prodotto finale. Perciò un’automobile, ben prima di essere messa su strada, ha già percorso, divisa in componenti, più della strada che farà in tutta la sua vita, a bordo di altri autoveicoli, treni, aerei, navi, i quali, a loro volta…

    È fin troppo facile concludere che il sistema dell’automobile non solo ha rendimento assolutamente ridicolo – cosa comune a molti altri tipi di sistema – ma assorbe una quantità enorme di energia senza dare nulla in cambio, senza compensare questa dissipazione con una contropartita (come succedeva invece nell’esempio della condotta d’acqua), dimostrandosi utile soltanto alla mera valorizzazione insensata e ottusa del Capitale. Di fronte a una società senza automobile come sistema, a che potranno mai servire le smart logistic, le logistiche intelligenti, oggi al servizio della merce meno intelligente della storia?

  • Tonguessy

    “la competizione viene affrontata dalla Fiat non con l’innovazione, ma con la riduzione dei costi. “
    Fresco fresco di stamattina il lungo ragionamento con venditore storico di prestigiosa multinazionale di attrezzature per misure elettroniche. Da quest’anno tutti i dipendenti, dopo avere subìto una diminuzione del 15%, dovranno diventare “padroni di sè stessi”, ovvero collaboratori esterni. Guadagni in base alle vendite. Motivo? I dividendi azionari. Se in periodo di vacche grasse i dividendi sono garantiti dalle buone prestazioni della società, in periodo di vacche magre c’è un unico modo per garantire i dividendi: ridurre i costi di gestione, cioè far gravare sui dipendenti i costi societari. La ragione di tutto ciò sta nel ricatto che la società stessa deve subire da parte degli stockholder (finanziarie e banche in massima parte) che vogliono incassare i trimestrali, pena la vendita delle azioni. Quindi i manager si trovano davanti al bivio: pagare i dividendi (quindi far pesare i costi sui dipendenti) oppure mantenere i rapporti esistenti e far saltare i dividendi (quindi far saltare l’appoggio degli shareholder, con conseguente crollo delle azioni in borsa).
    Dove sta il problema? Nella mancanza di presenza della stato. Basterebbe che l’acquisto delle azioni fosse bloccato per sei mesi ad esempio, per scongiurare buona parte di speculazioni borsistiche.

  • Tonguessy

    Dice Cossiga che con tutti i soldi che lo stato italiano ha versato alla fiat, la società è di fatto statale. Senso di responsabilità? solo quando ricattano i politici, mai quando devono mantenere le promesse.

  • Santos-Dumont

    La tua analisi mi sembra corretta, partendo dal presupposto che il territorio di riferimento sia l’Italia o comunque un paese ad alta densità di popolazione. Ma prendi per esempio lo stato del Paranà in cui vivo. Circa due terzi dell’Italia per estensione, ci vivono poco più di dieci milioni di persone (ed è tra i più popolati del Brasile!). Le distanze sono enormi, i trasporti pubblici sono molto più cari – proporzionalmente al potere d’acquisto dei nostri redditi – che in Italia. L’economia dipende essenzialmente dall’agricoltura pesante (non per nulla il Paranà è soprannominato “il granaio del Brasile”), che com’è ovvio dipende a sua volta e massicciamente da macchinari basati sul motore a scoppio. Esiste la benché minima possibilità che lo scenario possa cambiare? Posso pensare eventualmente a sistemi propulsivi altrettanto portatili di quelli basati sul petroliio, ma dove sono?

  • gamma5

    Ma se un’auto costruita a Termini costa 1000 euro in più, qualcuno può spiegarmi perchè io cittadino italiano devo contribuire con le mie tasse a mantenere 1700 dipendenti elargendo continui incentivi fiscali? Perchè se le cose stanno così, io domani apro un negozio di grammofoni e siccome probabilmente gli affari saranno scarsi chiederò allo Stato (cioè tutti voi) un contributo per il sostentamento della mia attività. L’economia come la matematica non è un’opinione e 2+2 faranno sempre 4.

  • anonimomatremendo

    “Circa due terzi dell’Italia per estensione, ci vivono poco più di dieci milioni di persone (ed è tra i più popolati del Brasile!)”—???—-Scusa,non capisco.

    “L’economia dipende essenzialmente dall’agricoltura pesante (non per nulla il Paranà è soprannominato “il granaio del Brasile”)”.Scusa,ma l´ conomia di Panama dipende per l 80% e forse piú dagli introiti derivati dal canale,servizi bancari e turismo.l ´agricoltura incide di un solo 7% circa.Sei sicuro poi che Panamá sia davvero il”granaio del Brasile”.Lo dubito fortemente.

    Panamá ,pur essendo in america centrale il paese piu´ motorizzato,ha una densitá d´automobili(per abitante)neppure paragonabile a quella italiana. Comunque ci tenevo a precisare che la Fiat,come tutte le case automobilistiche,non solo dissipa e consuma denaro a sbafo ,ma soprattutto energia,che poi oltretutto bisogna pagare in denaro. la Societá futura avrà le auto-mobili, se servirà, ma non la dittatura di una particolare merce sul sistema delle merci, sarà libera da ogni merce. Non si potrà certo eliminare il trasporto nocivo o anche solo inutile se non attraverso un piano razionale e globale di produzione che preveda l’abbattimento drastico del bisogno generalizzato di energia e l’ottimizzazione generale delle risorse, e impedisca quel movimento insensato di persone, oggetti e materiali che l’uomo d’oggi non sopporta ma ritiene comunque inevitabile, come se dipendesse da una legge di natura. Ciao.

  • Santos-Dumont

    Credo ci sia stato un qui pro quo. Non parlavo del paese centro-americano di Panama ma dello stato del PaRaná, uno dei ventisette che compongono la Repubblica Federale Brasiliana, vedi link: Paraná [it.wikipedia.org]

    Ribadisco, dieci milioni di abitanti in 200.000 km quadrati, quando ci sono altri stati della federazione a densità di molto inferiore (basti pensare allo stato di Amazonas…) Pensare di eliminare il trasporto su piccola scala in simili realtà è totalmente fuori questione, l’economia brasiliana si regge fondamentalmente sul trasporto su gomma e la struttura stessa del territorio scoraggia l’adozione (pure tentata, ma miseramente fallita) delle rotaie.

  • Santos-Dumont

    Perchè altrove costa meno? Quanto vengono pagati i lavoratori che svolgono le stesse mansioni in, poniamo, Brasile? Perché, se risulta palese che la manodopera all’estero è sottopagata, non si impongono dei dazi pesanti sulle auto importate? O meglio ancora, perché nel momento in cui la Fiat va a batter cassa, non si vincola la concessione delle agevolazioni al mantenimento dei posti di lavoro in Italia?

  • anonimomatremendo

    Mannaggia la fretta e le ore piccole….

    Ritornando al discorso.Ho capito che allo stato attuale l economia Brasliana si regge fondamentalmente sul trasporto su gomma,ma questo non vuol dire che la riproduzione della societa´ sul territorio di Paraná non possa fare a meno del trasporto gommato,significa solo che l economia attuale non puó farne a meno.l economia attuale non é un´esigenza umana,é un ´esigenza del Capitale.Bisognerebbe distinguere tra quelli che sono i bisogni dell´ “Economia” e quelli che invece sono i bisogni umani,e su questa differenza innestare una dinamica di cambiamento,abbandonando i primi per i secondi,facendo il confronto tra ció che la societá é adesso con ció che sarebbe senza certe inutili (auto)limitazioni.Cerchiamo di rispondere alle esigenze della specie umana nel suo divenire,non a quelle dell”economia”.Ciao.

  • kikko1971

    E’ ora di farla finita con le automobili, sono antiquate, consumano un sacco di energia (con rendimenti ridicoli), chiudiamo le fabbriche, riconvertiamole alla produzione di qualcosa di veramente utile (pannelli solari, generatori eolici, motori elettrici a basso costo).
    la societa’ deve cambiare in toto.
    tutti ambientalisti e poi tutti a difendere questi dinosauri dell’industria che distruggono l’ambiente e la salute della gente.

  • nuunciaafamo

    SI certo, in Italia riesce meglio che altrove. Sarà anche merito di questa classe politica che, senza distinzioni tra destra e sinistra, ha saputo porgere il culo a questi “imprenditori de nòantri” che tutto sanno fare basta che i soldi NON siano i loro.
    Da mò ho cominciato a pensare che fare di conto su questa politica, e qui includo il PD a piè pari, è stato sprecare il tempo dato che in alcuni specifici casi berlusca non è proprio riuscito a fare meglio.
    Si sveglierà mai questa sinistra italiana………….